Premesso che quanto sta accadendo nel mondo della scuola a seguito dell’emanazione dei decreti legge 112/2008 (convertito nella legge 6/8/08 n. 133) e 137/2008, che portano la firma, rispettivamente, degli On. Ministri Tremonti e Gelmini riguarda direttamente circa 7000 alunni seregnesi e relative famiglie e indirettamente tutta la cittadinanza.
Che Si tratta di due provvedimenti che si connotano per un forte richiamo al “contenimento della spesa”, questione certamente precipua e non sottovalutata neanche dalle OO.SS. della scuola ma che non dovrebbe costituire, a ragion veduta, l’unico parametro su cui impostare la politica organizzativa, tanto meno quella pedagogica, del sistema scuola italiano. Ciò che sta accadendo in questi giorni nei confronti della scuola non ha assolutamente alcun valore pedagogico, ma esclusivamente una conclamata e drammaticamente esplicitata logica di risparmio.
e sperando di non dovere rimandare a tristi valutazioni future gli esiti di questo provvedimento, che questi tagli e questo revival del “maestro unico” non riducano la spesa, bensì il livello culturale di una Nazione rischiando di portare il Paese in un viaggio all’indietro, senza ritorno. Quali riflessioni metodologiche, didattiche o psicopedagogiche hanno ispirato la proposta governativa? La vera ragione del ritorno al “maestro unico” è chiarita dalla stessa formulazione della norma del decreto-legge: il risparmio di bilancio (tagliando decine di migliaia di posti di insegnante). Gli sprechi non sono mai giustificati, ed è comprensibile che quando ci sono difficoltà economiche si spenda con maggior oculatezza. Naturalmente i tagli e i risparmi riguardano ciò che viene considerato superfluo o meno rilevante, si cerca insomma il male minore. Non ci vorrebbe molto però a dimostrare quanto siano pretestuosi o esagerati gli argomenti addotti dalla compagine governativa. Si dice che tre insegnanti sono troppi per una classe, sottintendendo che siano impegnati su una sola classe, cosa che non è.
Ci sono situazioni nelle quali il rapporto numerico insegnante-alunni è eccessivo, ma si potrebbero sanare senza ricorrere alla macelleria grossolana; quando si fanno paragoni con altri stati, bisognerebbe ricordarsi che da noi operano insegnanti specializzati nel sostegno, e questo perché è stata fatta, a suo tempo, una scelta di civiltà che ci onora: l’integrazione degli alunni con disabilità e con problemi rilevanti nelle classi di tutti.
Se la nostra scuola primaria è tra le prime al mondo, lo si deve anche a questa scelta coraggiosa, che ha promosso l’individualizzazione dell’insegnamento, la pratica dei gruppi cooperativi, la cura della personalizzazione dell’apprendimento, e ha contribuito ad un rinnovamento della didattica purtroppo solo in parte conosciuto nella scuola superiore. Oggi poi le classi sono sempre più multiculturali e sono la scuola dell’infanzia e quella elementare, ancora una volta, a farsi luogo di accoglienza e pacifica convivenza.
Naturalmente tutto questo ha un costo, in termini economici, che finora la nostra comunità nazionale ha dimostrato di apprezzare, ed in termini umani, perché sono i docenti e non i saccenti che sulla loro pelle sperimentano la fatica dell’inclusione.
Ma quello che viene svelato dal piccolo golpe estivo è qualcosa di più inquietante di una operazione contabile sulla pelle della scuola. La vera colpa della scuola primaria non è di costare troppo, ma di essere culturalmente irriducibile alla cultura che oggi vuole governare.
Quando il ministro Tremonti rinfaccia alla nostra scuola di essere figlia del ’68, ci offre la vera chiave interpretativa. La nostra scuola ha, in effetti, un debito con quel periodo, ma non secondo le allusioni del ministro, che attribuendovi l’inizio di tutti i mali, lascia intendere che prima la scuola funzionava bene.
Basti un solo richiamo emblematico: la lettera ad una professoressa, scritta dai ragazzi di Barbiana. È del 1967. Bisogna tornare a rileggerla, per ricordarci come eravamo, con il grembiulino dal colletto inamidato e il libro di testo governativo. Era una scuola che dava i voti e che bocciava. Era una scuola del merito? Era una scuola che aveva un orario di 24 ore. Era un tempo sufficiente per il figlio del dottore, ma per il figlio del bracciante? E la società è rimasta, oggi, quella di allora?
L’operazione nostalgia, in realtà, ha un’anima ideologica molto robusta e moderna, anzi più che moderna.
Il fatto è che, progressivamente, il paradigma educativo che ha costituito l’anima della nostra scuola – da don Lorenzo Milani e Mario Lodi, dal documento Falcucci alla legge 517/77, fino ai nuovi programmi della scuola media (’79), elementare (’85) e materna (’91) – si è indebolito e sta per essere sostituito dal nuovo paradigma vincente, quello economico.
La rivoluzione culturale del ministro Tremonti ha principi chiari: la scuola ha valore se risponde alle richieste del mercato, non se è luogo di umanizzazione attraverso la cultura.
Ma gli effetti saranno comunque pesanti per tutti gli ordini e gradi di scuola, chiamati a dare il proprio “contributo” ad una manovra che ridurrà di 87.000 unità gli insegnanti e di circa 45.000 il personale ATA, vanificando le attese di migliaia di lavoratori precari.
La conseguenza sarà la restrizione dell’offerta formativa: fine del tempo pieno così come funziona oggi alla Scuola Primaria e del tempo prolungato alla Scuola Media, riduzione degli orari alla Scuola Superiore, classi più numerose e ridimensionamento della rete scolastica con chiusure di Istituti. Là dove, ad una serena analisi, appare la possibilità di migliorare il servizio mediante un utilizzo più razionale delle risorse, siamo pronti al confronto; non appare invece accettabile una aprioristica riduzione generalizzata della rete scolastica e del numero degli addetti.
Mentre tutto ciò avviene con decretazione d’urgenza, il personale docente e ATA attende il rinnovo del contratto nazionale di lavoro scaduto da ormai nove mesi, i Dirigenti scolastici sono senza contratto addirittura da quasi tre anni, nonostante le ripetute dichiarazioni del Ministro sulla inadeguatezza delle retribuzioni.
A tutto questo si aggiungono le difficoltà delle istituzioni scolastiche, perennemente strangolate dalle difficoltà finanziarie, dalla burocrazia e dai ritardi ministeriali, che molto spesso le costringono a “miracoli” per far fronte ai propri doveri.
Offriamo queste riflessioni alle Istituzioni e all’opinione pubblica, convinti che ogni seria riforma non possa prescindere da un vero e ampio confronto all’interno del Paese per generare il consenso e la condivisione indispensabili.
Impegna il Sindaco e la Giunta a trasmettere in tempi brevi il presente ordine del giorno alla Direzione Scolastica Regionale e al Ministro dell’Istruzione.