La
notizia battuta dalle agenzie è stringatissima, come si usa in questi tempi in cui una notizia è solo
un insieme di parole che raccontano un fatto, da leggere velocemente e da dimenticare per far posto
ad altre: «Il cantautore Pierangelo Bertoli è morto nella notte al Policlinico di Modena. Nato a Sassuolo,
in provincia di Modena, aveva 60 anni. Non sono ancora state specificate le ragioni del suo ricovero
in ospedale e la causa del decesso». A seguire una breve e sommaria descrizione dei "successi" musicali
del cantante, tutti datati. Stop. Si volta pagina. Siamo di fronte all'ennesimo sberleffo nei confronti
di un artista che troppi, in vita, hanno sfruttato e poi abbandonato. Noi, che abbiamo amato e seguito
con passione Pierangelo nei momenti allegri e tristi della sua carriera, non vorremmo che tutto finisse
così.
Vogliamo ricordarlo com'era, con le sue qualità e i suoi difetti. E lui di difetti ne aveva due grandissimi: era comunista e costretto a vivere su una sedia a rotelle perché poliomielitico. Il primo difetto gli è costato enormi difficoltà a trovare spazio in un mondo, quello del music business, più chiuso di quanto si creda nei confronti degli spiriti critici. Il secondo difetto, la poliomielite, era ancora più insopportabile per una società dello spettacolo che tende a dare più risalto all'immagine che alla sostanza. Per dirla chiara, come è accaduto ad altri interpreti della musica italiana (primo fra tutti Luciano Tajoli), Pierangelo Bertoli era considerato un soggetto poco televisivo, poco spendibile nel rutilante caleidoscopio dei programmi musicali in video.
È facile prevedere che, dopo la sua morte, in molti si sperimenteranno a cantarne le lodi, e anche
le major che pochi anni fa l'avevano buttato via come un ferrovecchio riscopriranno i suoi brani pensando
magari di lucrare su qualche antologia postuma. A tutti occorre ricordare che il suo ultimo album,
praticamente autoprodotto, non aveva neppure goduto di una distribuzione degna di questo nome, ma
per lui non era una novità. Fin dall'inizio è stato mal sopportato dal music business e ancora oggi,
nonostante sia nato a Sassuolo nel 1942, viene regolarmente dimenticato da chi elenca i protagonisti
della scuola musicale emiliana. Pochissime persone, soprattutto agli inizi, gli hanno dato davvero
una mano.
Tra queste ci sono Caterina Caselli e Francesco Guccini. Caterina, quando Pierangelo ha già trentaquattro
anni, pubblica il suo primo album "Eppure soffia" per l'etichetta Ascolto, lasciando libero il cantautore
nella scelta dei brani e parteciperà in voce al successivo, "S'at vein in ment", interamente in dialetto.
Il secondo accetta di firmare sulla copertina del disco la presentazione dell'opera e dell'autore.
È il 1976. Pubblicato anche in singolo, "Eppure soffia", il brano che dà il titolo all'album porta
nei juke box di tutta Italia parole difficili che coniugano pace, ecologia e impegno sociale:
«Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario e presto la chiave nascosta di nuovi segreti così copriranno di fango persino i pianeti vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli i crimini contro la vita li chiamano errori Eppure il vento soffia ancora»
Da quel momento tutto il suo lavoro procede in modo da intersecare la riscoperta delle radici, con l'utilizzo del dialetto, la canzone d'autore classica e l'impegno civile e sociale, anche duro. Il suo primo vero successo commerciale arriva nel 1981 con "Certi momenti", un album trainato verso l'alto delle classifiche da una gemma purissima come "Pescatore", resa ancor più preziosa dalla presenza di Fiorella Mannoia. Fa scandalo il brano che dà il titolo al disco che difende il diritto all'autodeterminazione delle donne in materia d'aborto e attacca il papa
«Adesso quando i medici di turno rifiuteranno di esserti d'aiuto perché venne un polacco ad insegnargli che è più cristiano imporsi col rifiuto pretenderanno che tu torni indietro e ti costringeranno a partorire per poi chiamarlo figlio della colpa e tu una Maddalena da pentire».
Gli anni Ottanta sono una lunga cavalcata scandita da dischi di successo, tantissimi concerti e rare apparizioni televisive. Nonostante tutto non dimentica mai la sua condizione, la sua storia e le sue idee. Si fa bandiera dei diritti dei disabili prestandosi come testimonial in uno spot televisivo sulle barriere architettoniche. Non si limita a questo. La sua voce si alza rabbiosa anche senza musica: «Dovete capire che anche un disabile grave è in grado di essere utile alla società, se viene messo in grado di farlo. Io stesso, fino a 32 anni, non sono stato considerato da alcuna istituzione, ma quando ho cominciato a guadagnare i primi soldi, ho dovuto (e devo) pagare le tasse, versate allo Stato… per servizi che lo Stato non è in grado di fornirci…».
Lo stesso impegno rivolge alla scoperta di giovani talenti. Soltanto per fare un esempio, è grazie a lui se un rocker sconosciuto di nome Luciano Ligabue riesce ad arrivare alla gloria. Si diverte a scovare i protagonisti delle epopee di provincia, a dar loro una mano, a rendere possibile ciò che per lui è stato tanto difficoltoso. Arrivati al successo non tutti se ne ricorderanno, ma questa è un'altra, anzi la solita storia. Negli anni Novanta, nonostante un paio di presenze sul palcoscenico del festival di Sanremo, la sua stella tende a perdere luminosità. Non lo aiuta, come si diceva prima, la sua voglia di chiamarsi ancora "comunista" (accetta anche di essere candidato alla Camera da Rifondazione comunista in un collegio pressoché impossibile), ma soprattutto, non lo aiuta un carattere poco incline alle mediazioni e ai compromessi. Ecco, noi vogliamo ricordarlo così. Senza celebrazioni particolari, senza retorica, accompagnandolo nell'ultimo viaggio con i nostri pensieri, canticchiando sottovoce le sue canzoni e scolpendo nella memoria la definizione che lui stesso ha dato di sé:
«Non amo trincerarmi in un sorriso detesto chi non vince e chi non perde non credo nelle sacre istituzioni di gente che ha il potere e se ne serve giocattoli di carta in mano ai pazzi puntati su milioni di persone… e semino i miei fatti personali mischiati a tutto quello che è sociale e vivo con la stessa indipendenza gli scandali le guerre o la spirale Perché son fatto così e non ci posso far niente»
Che il viaggio ti sia leggero e la terra lieve, Pierangelo. Ciao
E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perchè volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com'è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.