Era il novembre del 1999, quando in una cittadina americana si riuniscono i signori del WTO (Word Trade Commerce) più semplicemente i padroni dell' Organizzazione Mondiale del Commercio. Seattle era la città, nota sino a ieri per l'industria e la ricerca aerospaziale, viene posta sotto coprifuoco perché decine di migliaia di persone la cingono pacificamente d'assedio, per manifestare il loro totale dissenso al WTO.
Nasce così il movimento denominato "popolo di Seattle" che farà sentire la sua voce in altri tappe come a Davos in Svizzera nel gennaio 2000 contro il Forum mondiale dell'economia; e poi ancora a Praga, Nizza, Quebec e Goteborg. Cambia lo scenario ma la situazione è sempre la stessa; poche persone molto potenti che si riuniscono per decidere le sorti delle economie del mondo e la contestazione che li insegue ovunque.
Molti si sono affrettati a fare analogie ed accostamenti alle tradizionali lotte internazionaliste del passato; credo sia invece importante rispettare l'autonomia e le forme innovative che sta sviluppando questo movimento. Possiamo certo dire che la carica antagonista al capitalismo ci accomuna come la critica alla complessità dei temi imposti dallo sfruttamento delle risorse del pianeta. In sostanza vi è una forte coscienza sul rapporto nord e sud del mondo, sulle questioni ambientali e sulla sovranità limitata alle quale vengono condotte le democrazie dei singoli stati.
E' proprio su questo caposaldo democratico che crolla il mito del capitalismo e la necessità del suo superamento. Il popolo di Seattle ha fatto emergere come il governo mondiale delle risorse limita le capacità e i margini sociali che si possono conquistare nei singoli Stati piuttosto che nelle rispettive aree geografiche. Fenomeni questi che erano registrati a sud del globo, nel terzo e quarto mondo, ma che oggi si estendono anche a nord del pianeta. Le contraddizioni fra gli USA e l'Europa sul protocollo di Kyoto e sulle continue tensioni commerciali potrebbero avallare questa tesi.
Dunque anche l'Europa sta conoscendo la carica innovativa del movimento antiglobalizzazione. Alcune analogie con i movimenti degli anni '60/'70 però si possono fare. La risposta violenta e autoritaria da parte delle polizie alle proteste pacifiche del movimento è sempre la stessa e tendente a spingere parte del movimento ha scelte pregiudizialmente violente. In questo modo i padroni vorrebbero ottenere il risultato che nel mondo si parla solo degli scontri e non dei temi che stanno alla base della protesta: cancellazione del debito, solidarietà, sviluppo nei paesi poveri.
Temi che ci riguardano e per questo motivo noi ci saremo.