Voglio un consigliere, io la presidenza, noi una rete, tu niente. Il gioco intorno al servizio pubblico radiotelevisivo, ovvero la Rai, da mesi si è trasfomato in un teatrino poco nobile e assai poco interessante per i telespettatori, ovvero i cittadini italiani. Che rischiano, in questa melma, di disaffezionarsi a un tema da tenere invece caro come la libertà di pensiero e di espressione.
Termini che si usano poco, nella distribuzione quotidiana delle poltrone, che raggiunge così un doppio scopo: quello di distribuire potere e quello di allontanare l'attenzione dagli interessi reali, ovviamente meno visibili. Cerchiamo di ricostruire il vero senso del "balletto" Rai assieme a Sergio Bellucci, responsabile per le comunicazioni del partito della Rifondazione.
Perché nella Rai si giocano gli equilibri del sistema informativo che in una democrazia sono il punto centrale, il luogo in cui si organizzano le battaglie politiche, si possono portare alla luce contenuti e terreni di confronto politico. Stabilire cosa fa la Rai, come lo fa, con quali persone e con quale tasso di pluralismo segnala un equilibrio della democrazia che è interesse del sistema dei partiti nel suo complesso ma anche della società civile.
Prendiamo l'accusa che pochissimi giorni fa Berlusconi ha rivolto al servizio pubblico. Secondo uno studio di Datamedia da lui presentato, il consenso berlusconiano a ridosso delle elezioni politiche, a causa della Rai "in mano alla sinistra", sarebbe sceso dal 74 al 47 per cento. Dato ipotetico, ma proviamo a prenderlo per buono. Starebbe ad indicare che quel consenso artificiale creato da Berlusconi spendendo centinaia di miliardi per i super-cartelloni con la sua faccia, poteva essere messo in discussione da un servizio pubblico in grado di spiegare come stavano realmente le cose. Tanto è vero che alcune trasmissioni furono attaccate ferocemente. In realtà, anche nella Rai c'erano e ci sono ancora discriminazioni fortissime nei confronti, per esempio, di tutte le culture alternative. Questo per dire che un reale pluralismo nell'informazione a Berlusconi mette davvero paura.
Infatti, non solo a lui. Sia le forze del Polo che un pezzo forte del centrosinistra in questi anni hanno mirato ad un'informazione narcotizzata in cui la critica fosse, al massimo, limitata allo specifico di un problema o di una questione. Ma senza mai entrare nella logica del sistema e delle dinamiche di potere.
Guardiamola da vicino, questa proposta. Nell'immediato produrrebbe un ridimensionamento del servizio pubblico. Dall'altra, l'azienda Mediaset rimarrebbe comunque leader del mercato televisivo privato. Lo spazio residuo resterebbe a disposizione di un altro "competitor" che però sarebbe succube del sistema pubblicitario italiano. Non potrebbe occupare che una sotto-collocazione, del tutto dipendente dal gruppo monopolista per la pubblicità, un gruppo che non solo ha il potere economico ma è anche schierato politicamente. E il capo di quell'azienda monopolista è il presidente del Consiglio.
Esatto. Il centrosinistra aveva creduto di costruire attorno alla Telecom di Colaninno il proprio centro di forza industriale da contrapporre a quello del Polo. Il tentativo non è riuscito e appena è stato chiaro che dallo scontro sarebbe uscito vincitore Berlusconi, l'altra azienda nel giro di pochi giorni si è omologata agli interessi del vincitore. Colaninno ha venduto a Tronchetti Provera con l'accordo di Berlusconi. E Tronchetti Provera ha comprato Telecom in cambio anche della neutralizzazione de "La7".
Ancora peggio. Un soggetto straniero verrebbe da noi per conquistare una fetta di quelli che tecnicamente vengono chiamati "costi-contatti", cioè le persone a cui vendere i prodotti della pubblicità, non certo per entrare dentro la dinamica dei vari assetti. Uno straniero quindi farebbe una televisione ancora più narcotizzata di quella che fa Berlusconi, molto asettica e completamente disinteressata alle questioni dell'informazione e della pluralità.
Sul meccanismo della pubblicità il ragionamento è complicato, cercherò di essere chiaro. Publitalia (concessionaria per la pubblicità di Mediaset) è la società che stabilisce le condizioni del mercato italiano. La Sipra (concessionaria per la Rai) non è in grado di competere realmente perché ha più vincoli, dovuti alla compresenza per la Rai del canone. Berlusconi ha quindi più libertà di movimento nella raccolta pubblicitaria. Il problema è che la raccolta di Publitalia è talmente grande da costruire un meccanismo di "dumping" sui prezzi delle inserzioni. Quella società si può cioè permettere di vendere gli spazi pubblicitari a prezzi inferiori rispetto ad altri soggetti europei perchè può distribuire la sua pubblicità su tre reti, per una delle quali, Rete 4, costruisce palinsesti di secondo livello ma raccoglie pubblicità da primo livello. Questo meccanismo consente a Berlusconi di fare il pieno delle risorse disponibili sul mercato e di tenere basso il prezzo, mettendo tutti gli altri soggetti in difficoltà.
Tutti sanno che Telecom ha dirottato alla fine dello scorso anno circa 100 miliardi di investimenti pubblicitari dalla Rai a Mediaset. Enel ha fatto più o meno lo stesso. E ultimamente sono partite alcune campagne istituzionali di società pubbliche e di enti che hanno portato nelle casse di Mediaset decine di miliardi...
Non sono veri e propri accordi. Diciamo che sono state improvvisate alcune campagne istituzionali. Dalle notizie che abbiamo ci sarebbe una grande società pubblica che fa energia che pare abbia deciso di corsa una campagna istituzionale. Legittimo, per carità ma il risultato è che 35 miliardi entreranno nelle casse di un'azienda, Mediaset, e non di un'altra.
Sì, ed è proprio questo che potrebbe spingere Berlusconi a liberarsi di una rete, per mandarla in satellite. Negli ultimi mesi, la pubblicità nel mondo ha subìto una dura flessione, del 20-24 per cento. E gli operatori parlano di una crisi che durerà per 24-36 mesi. Stando così le cose, Berlusconi non ha più bisogno di tre reti. Se c'è crisi, ha talmente tanta raccolta pubblicitaria da poter comunque inzeppare le due reti restanti. Così facendo, potrebbe contestualmente giustificare una proposta di destrutturazione del servizio pubblico: io vendo del mio, e poi metto sul mercato due reti pubbliche, sia chiaro al miglior offerente. Ma questo miglior offerente lo scelgo io. Per esempio, Murdoch - come disse in un'intervista -, lanciando così un segnale chiaro su chi deciderà il nome del nuovo competitor di Mediaset. Per la restante rete pubblica, Berlusconi potrebbe ipotizzare una collocazione a metà tra programmazione nazionale e metà regionalizzata, con la creazione di venti consigli, uno per regione, quindi poltrone per tutti. E ovviamente, per tutti, anche una fetta di canone equamente distribuito.
La sua è una proposta sbagliata nell'approccio e inefficace nella sostanza. Sottintende un'idea di servizio pubblico profondamente sbagliata, in cui si sottintende l'esistenza di un duopolio dove da una parte c'è l'imprenditore privato e dall'altra un servizio pubblico necessario a bilanciare la presenza del Polo con quella dell'opposizione, e nemmeno tutta. Un grosso sbaglio: il servizio pubblico non può rappresentare un pezzo della società, la deve rappresentare tutta. La proposta è sbagliata anche perché non produce un ampliamento dei soggetti rappresentati ma al massimo un minuscolo centro di aggregazione che però non ha strutture produttive e know-how sufficienti per incidere realmente. Una proposta, infine, inefficace perché se e quando dovesse produrre degli effetti li produrrebbe nel medio-lungo periodo, quando arriverà il digitale e risconvolgerà l'intero sistema delle comunicazioni.
Avverto l'ipotesi di un accordo sotterraneo. Non vorrei che facessimo sulla televisione l'esperienza che abbiamo già fatto con la Bicamerale. Berlusconi deve scendere a due reti perché gli conviene anche economicamente e la sinistra gli offre una sponda per trovare un accordo di questa natura. Spero che non sia così, sarebbe davvero triste...
Dobbiamo riprendere i fili di uno schieramento e ricentrare tre obiettivi. Primo: il ruolo del sistema pubblico non può essere né sottovalutato né ridimensionato. Come indica tutta l'Europa, dobbiamo riprogettare il sistema della comunicazione dando centralità assoluta al servizio pubblico. Secondo, l'autonomia. Ovvero puntare a un servizio pubblico che non debba misurarsi nel confronto con i privati ma abbia un progetto che prescinda dalla competizione. Terzo, costruire un pluralismo che tenga conto delle culture presenti nel nostro paese. Il pluralismo non è una cosa che si crea sommando le candidature dei partiti ma vedendo quali sono le culture da rappresentare. In questi giorni mi è balzata agli occhi una catalogazione di "culture" che elencava quella liberale, quella cattolica, quella riformista, quella conservatrice. E quella antagonista, dove la vogliamo mettere?
Noi avanziamo la richiesta della presenza della cultura antagonista. Per questo abbiamo messo a disposizione un nome che nel nostro paese ha rappresentato un elemento di chiarezza come quello del direttore di Liberazione, Alessandro Curzi. E' il nostro contributo alla costruzione di un pluralismo culturale in cui una parte della nostra società, quasi sempre dimenticata, ha diritto ad essere rappresentata.
Guardiamo con preoccupazione al teatrino quotidiano dei nomi fatti circolare e quasi sempre falsi, e con moltissima ansia ad uscite come quella di Bossi. Tutto ciò non aiuta il dibattito sulla riqualificazione del servizio pubblico. E purtroppo vedo anche il centrosinistra immerso in questa logica, preoccupato di far saltare l'equilibrio sulla doppia nomina Ds-Margherita. Credo che l'iniziativa odierna dell'Arci possa dare un contributo fondamentale per far ripartire una discussione svincolata dai nomi e centrata sul ruolo del servizio pubblico. Su questo terreno possiamo incontrare un pezzo di società grosso interessato ad una Rai pubblica e disposto a promuoverla anche attraverso una battaglia politica e sociale. Penso al sindacato di Cofferati, ad esempio, che può giocare una grande partita nella società a difesa del servizio pubblico. Mi auguro che intorno a questi temi si ricostruisca un terreno ampio di lotta, un fronte realmente alternativo.