Il Governo, con un colpo di maglio, ha rimesso mano alla questione dei servizi pubblici locali attraverso uno specifico articolo del Decretone che accompagna la Finanziaria; quello, per intenderci, che prevede tra l'altro le scandalose sanatorie edilizie. D'altronde il Governo già quest'estate aveva provato ad affrontare l'argomento mediante un emendamento alla cosiddetta legge delega in campo ambientale. Ma andiamo con ordine.
Con la legge finanziaria 448/01 il Governo Berlusconi aveva innovato, tramite l'articolo 35, le disposizioni del Testo Unico (TU) sull'ordinamento degli enti locali, Dlgs 267/2000; anzi era stato letteralmente riscritto l'art.113 del TU ed erano stati modificati altri singoli passi. Il risultato del rifacimento del TU operato dall'art.35, aveva reso d'ardua comprensione la situazione normativa del servizio pubblico locale. In pratica, l'art.35 era da considerarsi inapplicabile ed è stato pure impugnato dinanzi la Corte Costituzionale da parte di cinque regioni, in quanto ritenuto lesivo di competenze regionali.
Fermiamo l'attenzione sui servizi locali a carattere economico o industriale che dir si voglia (acqua, energia, trasporti e rifiuti): con l'art.35 si obbligavano tali servizi pubblici alla privatizzazione. Al di fuori della gara, si consentivano affidamenti diretti del servizio validi al massimo per otto anni solo per chi avesse provveduto a privatizzare almeno il 40% del pacchetto azionario; le S. p. A. locali esistenti quotate in borsa erano pure tutelate per qualche anno di transizione. Insomma, al di là della parola d'ordine privatizzazione, si voleva dare il modo e il tempo alle multinazionali estere, agli industriali della lobby cementizia, e alle S. p. A., ex municipalizzate, quotate in borsa di spartirsi i servizi locali italiani. C'era però un disegno di sottile follia nella logica dell'art.35: come si può dar luogo ad affidamenti diretti ad entità private, come le S. p. A. con forti iniezioni di capitale privato, e pensare di non violare il principio di concorrenza europeo?
In effetti, dal gennaio 2002 per evitare la procedura d'infrazione era cominciato un tragicomico balletto di posizioni verso l'Ue da parte del Ministro Buttiglione, che arrivò a comunicare a Bruxelles che l'art.35 della Finanziaria pur essendo in vigore "non era applicabile". Però ai livelli locali il centro-destra, ma spesso anche il centro-sinistra, disperatamente hanno cercato di applicare l'art.35.
Cosa succede adesso con il nuovo Decretone? Gli enti locali non potranno più cedere impianti e reti, che rimangono incedibili; essi possono essere comunque conferiti soltanto a S. p. A. a capitale totalmente pubblico. Inoltre è data la possibilità dell'affidamento diretto del servizio pubblico solo a vantaggio però di S. p. A. che siano al 100% pubbliche; altrimenti il servizio viene erogato dal vincitore di una gara pubblica.
Tranne che per le S. p. A. completamente pubbliche, le concessioni rilasciate con procedure diverse dall'evidenza pubblica cessano entro il dicembre 2006. Sono anche escluse dalla cessazione le concessioni affidate a S. p. A. miste pubblico-privato in cui il socio privato sia stato scelto mediante procedure ad evidenza pubblica che abbiano dato garanzia di rispetto delle norme interne e comunitarie in materia di concorrenza.
Oltre alle pressioni di Bruxelles, sicuramente la variazione di rotta del Governo è dovuta alle richieste pressanti della Lega per mantenere il carattere pubblico della proprietà e della gestione dei servizi laddove la Lega nel Nord ha alcune forti roccaforti di presenza elettorale. Inoltre, nonostante l'asfissiante campagna di settori trasversali per la liberalizzazione/privatizzazione dei servizi pubblici locali, le prese di posizione costanti dei movimenti e dei cittadini, con il Prc tra i protagonisti più importanti, hanno cominciato ad essere diffuse anche in molti amministratori locali.
Esistono però tre nodi irrisolti anche nell'ambito della logica di riforma del Governo dei servizi delineata dal Decretone.