Due
progetti a sostegno delle grandi lotte dell'autunno da cui estraggo una coppia di elementi: l'Italia
va in guerra, la Fiat se ne esce dall'auto.
Partono gli alpini, vanno a spasso gli operai.
I due elementi pur così diversi non sono poi così tanto distanti: la politica della Fiat in Italia
e nel mondo è la rappresentazione plastica di un liberismo che oggi si configura in fabbriche chiuse
(Arese, Termini Imerese, Mirafiori. ma ci pensate a Mirafiori che chiude?); la guerra è la proiezione
del neoliberismo con altri mezzi, oggi la guerra è la politica.
Il nesso si fa stringente e noi siamo con i "nuovi partigiani della pace" e, insieme, siamo con i
vecchi e nuovi operai e tecnici dell'auto.
Non siamo certo con quel centrosinistra tremebondo che balbetta dinnanzi alla guerra e, come sempre,
abbassa la testa di fronte alle scelte della famiglia di corso Marconi.
Ma non basta, il Partito deve apportare all'autunno di movimento un suo valore aggiunto in idee e
progetti. Che sono due, non nuovi, ma nuove le condizioni in cui essi si possono calare: la Fiat va
nazionalizzata, le fabbriche di armi vanno riconvertite.
La fuoriuscita di Fiat dall'auto è fatto di devastante rilevanza. Impediamolo a tutti i costi. Strappiamo
il "giocattolo" dalle mani di una dinastia che, in decenni e decenni, ha sfruttato molto sbagliando
tutto sul suo terreno, il mercato.
Ha sbagliato le innovazioni di processo inseguendo il miraggio della fabbrica senza operai; ha sbagliato
l'innovazione di prodotto, nel senso che non l'ha perseguita, ed è uscita dal mercato dell'auto; ha
sbagliato aree di espansione (Argentina, Brasile, Polonia); sta sbagliando anche il compratore, GM
come pare, che è interessato ad alcuni marchi e alla rete commerciale e non certo agli stabilimenti,
di cui ne manterrà forse qualcuno al Sud. Fiat ha sbagliato tutto e ora scarica i reflui sul tavolo
del sindacato - "adesso pensaci tu" - e su quello di un governo che lavora a tante cose ma non alla
valorizzazione dell'apparato produttivo italiano.
Altolà, ora basta, si alzi il tiro: se la Fiat esce dall'auto non ci esca l'Italia, pertanto si
nazionalizzi la Fiat. Piantiamola questa bandiera: Fiat pubblica (come Renault e Wolkswagen del resto)
nella lotta che la Fiom si appresta a reggere. Del resto Fiat di fatto è già pubblica, in quanto lo
Stato l'ha comperata e ricomperata più volte.
Le forme del controllo pubblico possono essere diverse, non mi ci voglio cimentare. Voglio solo aggiungere
che una "Nuova Fabbrica Italiana di Auto" deve diventare, in un'Italia non solo paese di servizi e
della piccola e micro impresa dai bassi salari, un complesso di stabilimenti in cui si producano sempre
auto, ma nuove auto non più con il motore a scoppio, e sistemi di mobilità urbana ed extra-urbana.
Un nuovo apparato industriale che sia protagonista in Italia e in Europa.
Chiamiamo a raccolta sull'intrapresa le belle intelligenze ed anche i manager avveduti. Ma, ripeto,
mi fermo qui, alla bandiera della nazionalizzazione e oggi dico solo: forza Fiom!
La lotta alla guerra però vuole, oltre alla piazza, un punto in cui i "nuovi partigiani della pace"
si incontrino per inventare un prodotto, di pace e di lavoro appunto, che scalzi i prodotti di guerra
e distruzione che escono anche dalle fabbriche italiane di armi: che vanno riconvertite.
Si colga il momento nuovo per rilanciare una vecchia attualissima idea. Quale prodotto? Negli anni 50 i nostri padri progettarono alle Officine Reggiane un famoso trattore. Una macchina che la terra la lavora per far crescere il frumento e non la brucia, la sventra, la avvelena. Altri tempi si dirà, ed è vero. Quale può essere oggi il trattore delle Reggiane del 2000? Mi fermo qui, sul quesito che va indagato in tanti. Credo che sia anche in questi termini che si possa costruire, gradino per gradino, la scala dell'alternativa di sinistra che sarà.