Il centro di questa "amicizia" è la holding finanziaria Carlyle

Bin Laden e Bush due famiglie, stessi affari

Il gruppo Carlyle controlla oggi oltre 160 società in 55 Paesi

L'annosa amicizia, e società in affari, della famiglia Bush con quella di Bin Laden è ben nota a tutti i centri di potere negli Stati Uniti. Ne hanno accennato persino il New York Times e il Wall Street Journal. Misteriosamente, questo imbarazzante segreto non viene né esibito né fatto pesare sui media. Esso pende, tuttavia: o come un implicito ricatto, o come in attesa di tempi migliori per "rivelazioni" distruttive. Sarà istruttivo per il lettore saperne in anticipo qualcosa.

I soci eccellenti della Carlyle

Il centro dell'amicizia Bush-Bin Laden - amicizia d'affari - è il gruppo Carlyle. Fondo d'investimento e insieme holding finanziaria, non quotato in Borsa (e dunque non tenuto a divulgare la lista dei soci e azionisti, né delle sue operazioni), il Carlyle è stato chiamato "il club degli ex presidenti": fra i suoi soci enumera infatti George Bush senior, l'ex presidente degli Stati Uniti, John Major, già primo ministro britannico (ora presidente della Carlyle Europe), l'ex presidente filippino Karl Fidel Ramos (ai vertici della Carlyle Asia), Otto Pohl (già presidente della Bundesbank), Arthur Levitt, già presidente della Sec, l'agenzia che controlla la Borsa americana. Vi figurano anche i più prominenti ministri dell'Amministrazione Reagan e Bush-padre: Frank Carlucci, già ministro della Difesa e direttore della Cia, ne è stato presidente fino a poco tempo fa. James Baker, già segretario di Stato di Bush (e ministro del Tesoro di Reagan) ne è consigliere anziano. Anche la famiglia Bin Laden sedeva nel consiglio d'amministrazione, fino a un mese dopo l'11 settembre 2001.

Una rosa di personaggi così ben connessi con il potere a Washington è il patrimonio più prezioso della Carlyle, e la ragione dei suoi successi in questi tempi di recessione. Frank Carlucci è amico personale, per esempio, di Donald Rumsfeld, attuale ministro della Difesa, come di Dick Cheney, vicepresidente Usa. Per non parlare del filo diretto tra l'uomo d'affari Bush padre e il presidente Bush figlio.

«La Carlyle è ammanicata con l'attuale amministrazione che più non si può», ha commentato il Center for Public Integrity, un istituto che sorveglia i conflitti d'interesse. E ha spiegato: «George Bush padre fa denaro con imprese private che hanno commesse dal governo di cui suo figlio è presidente. E il figlio, con le sue decisioni, può profittare economicamente di decisioni prese dal suo governo, attraverso gli investimenti fatti da suo padre». Vediamo come.

Gli investimenti della Carlyle

La Carlyle gestisce 13,5 miliardi di dollari dei suoi soci investitori, in genere comprando in trattative private (cioè non in Borsa) pacchetti di maggioranza, o la totale proprietà, di imprese che poi rivende o che si tiene. Così il gruppo controlla oggi oltre 160 società in 55 Paesi: in Francia il 40% della holding che possiede il quotidiano Le Figaro, in Corea del Sud il pacchetto di controllo della KorAm, una delle poche banche sane del Paese, in Arabia Saudita è azionista fra i primi della Bdm International, strana "società" che addestra e rifornisce l'esercito e l'aviazione saudita; e l'addestramento e le forniture militari sono elargite dalla Vinnell Corp., una ditta di mercenari privati di cui la Carlyle è socia di maggioranza.

Perché, se il gruppo investe in qualunque cosa - fondi pensione, telecomunicazioni, farmaceutica, stampa, alte tecnologie - è soprattutto l'industria dell'armamento il suo settore preferito. Di fatto, il gruppo ha fatto incetta di vecchie aziende di produzioni militari che, proprio essendo vecchie, hanno già il clearing, la certificazione (difficile da ottenere) necessaria per fare affari col Pentagono. Si tratta di industrie che vivacchiavano, ai tempi di Clinton; ma oggi, grazie agli ammanigliati signori della Carlyle e alla guerra contro l'Asse del Male, conoscono nuova giovinezza. Per esempio, il gruppo Carlyle controlla il 54% del capitale della United Defense Industries, la quale vende l'80 per cento dei suoi prodotti al governo Usa, ossia 560 milioni di dollari di fatturato. Data la necessità della guerra al terrorismo, la United (ossia la Carlyle) s'è vista affidare la fabbricazione di un nuovo carro armato adatto ai tempi, il Crusader. Valore della commessa, mezzo miliardo di dollari. Così risanata, la United Defense Industries ha potuto acquisire il controllo della svedese Bofors (artiglieria e bombe intelligenti) e della inglese Qinetiq (ricerca e sviluppo di nuove armi).

Nell'insieme, attraverso le società che controlla, la Carlyle è divenuto il maggior fornitore del Pentagono, e quello di maggior successo. Sarà per il fiuto negli affari di Bush padre, per le buone relazioni con Rumsfeld di Frank Carlucci? Sarà che Bush figlio si sente in debito con la ditta? Dopotutto, nel 1990, quando era un alcolizzato senza mestiere, il giovane George trovò un posto ben pagato al vertice della Caterair, una ditta di catering aereo. Fatta fortuna in politica, Bush il giovane ha trovato modo di ricambiare. Quando era governatore del Texas, il locale fondo pensione per gli insegnanti s'è affrettato a investire 100 milioni di dollari nella Carlyle. Buon affare del resto: la Carlyle rende ai soci frutti attorno al 34 per cento annuo. E' qui che l'ex ministro James Baker ha visto fiorire il suo patrimonio fino agli attuali 180 milioni di dollari.

Bin Laden e la Carlyle

Non stupisce che anche i ricchissimi Bin Laden ci avessero messo alcuni milioni di dollari, abbastanza da sedere nel consiglio d'amministrazione. Dopo l'11 settembre, però, i soci sauditi si sono ritirati. Spontaneamente. Devono aver sentito una qualche vergogna per il conflitto d'interesse tutto speciale che li riguardava: come soci Carlyle, finivano per lucrare dal riarmo americano, provocato dal crimine commesso dal loro figlio Osama. Va lodato il delicato scrupolo dei Bin Laden: scrupoli del genere, i Bush non ne hanno. In realtà, il sistema di potere che padre e figlio hanno messo su si configura come una inaudita "privatizzazione" del settore più pubblico che esista: la Difesa. Il figlio dichiara guerre, che arricchiscono papà. O, per metterla in altro modo: il sistema delle industrie della difesa, che vivono di commesse del Pentagono, si sono impadronite del committente. Sono loro, e i loro interessi, a guidare la politica estera americana.

Aleksandr Jagoda
Roma, 22 marzo 2003
da "Liberazione"