Un sondaggio effettuato dal centro ricerche dell´Unione Europea che mette
Israele al primo posto tra i paesi responsabili della guerra in Medio Oriente
ha suscitato un grande scandalo, e ha soprattutto fatto gridare che l´Europa
sarebbe in preda all´antisemitismo.
Fin dalla sua fondazione Israele, ogni volta che viene criticato per la sua
politica di aggressione verso i palestinesi ed anche verso gli altri paesi
arabi si presenta come vittima di un "eterno antisemitismo", e trova in molti
paesi, tra cui non ultimo il nostro, tanti autorevoli commentatori che ripetono
i suoi argomenti. Il sondaggio, tra l´altro, aveva come ultima e non fondamentale
domanda quella di indicare in una larga rosa di paesi quello che era maggiormente
pericoloso per la pace.
I promotori del sondaggio non erano affatto prevenuti nei confronti di Israele,
tanto è vero che hanno ritenuto imbarazzante il risultato, e hanno pubblicato
l´inchiesta omettendo proprio il decimo quesito. Solo dopo che qualcuno lo
aveva fatto giungere al quotidiano spagnolo El Pais è scoppiato lo "scandalo".
Il risultato è stato sorprendente proprio perché, nonostante l´eterno vittimismo
dei sionisti e dei filoimperialisti, la maggior parte della grande stampa
"indipendente" non solo italiana è assolutamente sbilanciata a favore di Israele
e presenta in una luce sempre negativa i palestinesi, definendo abitualmente
"terrorista" chiunque lotti, con qualunque mezzo anche pacifico contro l´occupazione
della sua terra (ma questo, non lo dimentichiamo, è accaduto per 27 anni anche
a Nelson Mandela...).
Quel 59% di europei che sono chiaramente schierati contro Israele (molti di più in alcuni paesi come l´Olanda, il Belgio, la Finlandia, la Gran Bretagna, la Francia, ecc. e ancor più numerosi nella fascia di cultura medio alta anche in Italia) non sono antisemiti: non solo perché deve essere possibile poter criticare Israele, e lo fanno molti illustri ebrei israeliani e non, senza per questo essere definiti antisemiti. Non va dimenticato che il giudizio è severissimo anche sugli Stati Uniti in molti paesi (tranne l´Italia, evidentemente imbottita dalla propaganda berlusconiana e narcotizzata dalla viltà della sinistra moderata, che si preoccupa a ogni momento di dichiararsi "non antiamericana"). Tra i fattori che spiegano questo risultato, in primo luogo c´è il riflesso e l´eco delle grandi mobilitazioni contro la guerra che hanno attraversato in questi ultimi due anni l´Europa.
La massiccia opposizione alla guerra fin dal settembre 2001 ha lasciato tracce profonde nell´opinione pubblica europea. Anche in paesi tradizionalmente fedeli alleati degli Stati Uniti come la Gran Bretagna centinaia di migliaia di persone hanno riempito varie volte le vie di Londra. Non si può dimenticare che lo stesso Blair varie volte è stato in difficoltà a far ingoiare al suo stesso partito l´appoggio incondizionato a Stati Uniti e allo stesso Israele.
Non si può dimenticare, a meno di non voler aderire al "coro degli imbecilli", che il sondaggio aveva come principale scopo quello di capire l´impatto della guerra in Iraq sull´opinione pubblica dell´Europa. E infatti a questo era indirizzata la prima serie di domande. Il 68% degli interpellati hanno detto che l´intervento degli Stati Uniti e delle Gran Bretagna (con un piccolo codazzo di governi guidati da zelanti servitorelli come Berlusconi e Aznar) non era giustificato.
Solo il 24% affiderebbe agli USA il compito di ricostruire l´Iraq, ma il 65% vuole che se ne accollino i costi di una ricostruzione gestita dall´ONU. La sorpresa di molti commentatori in realtà nasconde la loro delusione per il fallimento della massiccia campagna di intossicazione cui in Europa siamo sottoposti senza tregua, in special modo dall´11 settembre 2001.
Chiaramente nessuno si sogna di addebitare in massa al popolo israeliano i crimini di Sharon e company. Pensiamo che ciò valga anche per il 59% degli europei. Ma i benpensanti, di tutte le estrazioni, cosa si aspettavano? Dopo aver agitato per mesi la "pace dietro l´angolo" grazie alla Road Map, oggi sono costretti ad ammettere che se anche quest´ennesimo piano va verso il fallimento, prima della sua applicazione, la responsabilità è di Israele.
Anche l´Onu ha varato una risoluzione che intima ad Israele di rinunciare al Muro. È stata votata praticamente all´unanimità: tutti i paesi del mondo meno Israele, Stati Uniti e due staterelli fantoccio del Pacifico, di poche decine di migliaia di abitanti, che sono in realtà semicolonie degli USA: la Micronesia e le Isole Marshall.
Ma Israele ha detto che non le interessa, perché ciò confermerebbe solo che "tutto il mondo è contro Israele, perché antisemita", e ha continuato a costruire il muro, annunciando che lo farà anche tra i territori lasciati ai palestinesi e la Giordania. Jean Ziegler (inviato speciale Onu in Israele e nei Territori Occupati e autore di molti libri tra cui uno in cui denuncia la complicità del suo paese, la Svizzera, nella rapina dell´oro e dei depositi degli ebrei vittime del nazismo) in un dettagliatissimo rapporto ha individuato nella costruzione del muro e nella politica israeliana la prima causa dell´affamamento del popolo palestinese. Perché i cittadini europei, se pensano le stesse cose dell´Onu, diventano antisemiti?
Il vero motivo per cui per l´ennesima volta i dirigenti israeliani agitano
lo spettro dell´antisemitismo è un altro.
La "barriera di sicurezza", o meglio, il Muro dell´apartheid, si sta dimostrando
per quello che è: un progetto che nulla a che vedere con la sicurezza e che
Michael Warshawski, militante anticolonialista israeliano, così stigmatizza
in un recente articolo:
La decisione del governo israeliano di ignorare la richiesta americana di non fare passare il muro di separazione ad est della colonia di Ariel conferma tre cose:
Con la ratifica della seconda fase del progetto, il muro, meglio il recinto di separazione, appare chiaramente per quello che è: non un confine tra Israele e un futuro Stato palestinese nei territori occupati nel giugno 1967, ma la recinzione di aree densamente popolate da palestinesi e la creazione, nel 50-60% della Cisgiordania, di "enclaves" separate fra loro, da potere in seguito dichiarare "Stato palestinese ad interim", come dice la "road map". In altri termini, il vecchio piano sharoniano delle "enclaves", il piano dei bantustan.
Per fortuna a pensarla come Warshawski in Israele oggi non sono più solo
poche decine di persone.
Il fenomeno dei Refuseniks i soldati che rifiutano di essere complici della
repressione dei palestinesi si è esteso fin dentro l´aviazione. I 29 piloti,
tra cui il mitico eroe della guerra del 1973 Spector, hanno sicuramente un
peso specifico maggiore delle centinaia di soldati. Oggi il governo israeliano
non sa più come gestire questa situazione ed è per questo che se da un lato
al risultato del sondaggio europeo ha dapprima scatenato il ministro Sharanski
"contro l´antisemitismo dilagante in Europa", dall´altro Sharon si è detto
pronto a fare "concessioni" per la pace (anche se come al solito non ha indicato
di cosa si tratta). Inoltre in Israele si aggrava sempre più la crisi economica
che colpisce le fasce più deboli. Queste, un tempo, erano il serbatoio di
consenso politico-elettorale della destra, oggi, grazie al fatto che la destra
è al governo, potrebbero spostarsi in altra direzione. Proprio nel giorno
del sondaggio la Corte Suprema israeliana ha imposto alla Histadrut, il sindacato
israeliano, di ritentare il dialogo con la controparte, rinviando lo sciopero
generale.
E´ evidente che un paese "normale" non potrebbe dirottare a lungo il 40% del PIL sulle spese militari, e che se Israele oggi può farlo è per l´enorme contributo a fondo perduto che riceve dagli Stati Uniti. Il rinvio dello sciopero imposto dalla Corte Suprema dovrebbe (ma forse è chiedere troppo...) far riflettere chi in Italia, a partire dal presidente del Senato Pera, sostiene che lo scandalo del sondaggio sta nel fatto che ad essere criticato è "l´avamposto della democrazia europea in Medio Oriente" (sembrava di risentire Herztl, padre del sionismo, quando diceva che Israele avrebbe rappresentato il "baluardo contro la barbarie asiatica"...).
In Italia, se proprio vogliamo, la sorpresa è un´altra. Tra i paesi responsabili di possibili aggressioni e guerre ben il 19% degli italiani mette la Somalia! Se non fosse tragico apparirebbe ridicolo. Infatti proprio grazie all´ "aiuto" italiano la Somalia come entità statale non esiste più, a voler essere ottimisti, almeno dal 1994. Ignoranza pura? No, risultato del fatto che la Somalia, come del resto l´intero continente africano non ha l´onore delle cronache sui nostri mass media (come d´altronde nelle aule universitarie) se non raramente, o per le "invasioni" di sventurati che tentano di sfuggire alla fame e ai massacri delle bande armate (da chi?).
Alcune settimane fa proprio la Somalia ebbe questo "privilegio" perché una volontaria italiana, Anna Lena Tonelli, è stata assassinata. Per giorni e giorni si è detto che "guerriglieri islamici" erano gli autori dell´assassinio, mentre la realtà era ben diversa. Magdi Allam, non certo un estremista, puntualizzò, giustamente, che gli autori erano componenti di una setta cristiana. Un´altra suora, che per anni aveva condiviso il lavoro volontario con Anna Lena Tonelli, raccontò delle numerose volte in cui era stata sequestrata da bande che brandivano croce e vangelo.
La canea anti islamica non è stata neanche sfiorata dalla precisazione di Magdi Allam. Così la povera Anna Lena Tonelli, che non a caso ha voluto essere sepolta in Somalia, si ritrova arruolata post mortem tra i veri mandanti del suo assassinio: quei paesi imperialisti che hanno ridotto la Somalia e l´Africa intera a brandelli. Ma questo gli italiani che riusciranno a saperlo saranno molto pochi.
Le reazioni della destra sono quantomeno scontate. Il riciclato Gianfranco Fini (dopo l´uscita sul voto amministrativo ai migranti), si schiera senza colpo ferire al fianco di Ariel Sharon, Berlusconi chiama il suo "buon amico" Arik, e via dicendo.
Il centro sinistra cade in pieno nella trappola dell´antisemitismo, anche
se tenta di mantenersi un margine ragionevole di possibilità di critica al
governo Sharon. Tutti i maggiori leaders da Fassino a Rutelli si dicono intristiti
dal risultato.
Noi siamo tristi perché ancora una volta hanno perso l´occasione per tacere.
Il risultato, dal nostro punto di vista, è relativamente consolante: il movimento
antiguerra ha lasciato una traccia. Questa traccia sta a noi approfondirla
e renderla ancora più efficace.
Il 9 novembre 2002 nella manifestazione conclusiva del Forum Sociale Europeo uno spezzone di circa duecento persone seguiva uno striscione che recitava: "Ebrei e palestinesi contro la guerra", alla manifestazione del prossimo Forum Sociale Europeo di Parigi le tracce solcate in questi anni devono produrre ancora più persone dietro lo stesso striscione perché il grido di Nurit Peled, madre di una bimba israeliana morta in un attentato suicida, non si perda nel nulla dell´ipocrisia:
Oggi, quando non vi è pressoché alcuna opposizione alle atrocità del governo israeliano, quando il campo della pace è svanito nell´atmosfera rarefatta, deve levarsi un grido, antico come gli uomini e le donne, che superi le differenze di razze, religioni o lingue, il grido della maternità: salvate i nostri figli!