Imperialismo collettivo e guerra permanente

GEOPOLITICA DELL’IMPERIALISMO CONTEMPORANEO

indice

L’analisi che qui propongo si inquadra in una concezione storica generale dell’espansione capitalista che ho sviluppato altrove, e sulla quale in questa sede non tornerò. (1) In base a questa concezione il capitalismo è sempre stato per sua natura, fin dalle origini, un sistema polarizzante, cioè imperialista. Tale polarizzazione – cioè la formazione simultanea di centri dominanti e di periferie dominate, e la loro riproduzione sempre più approfondita di tappa in tappa – è immanente al processo di accumulazione del capitale operante su scala mondiale, fondato su ciò che ho definito “la legge del valore mondializzata”.

In questa teoria dell’espansione mondiale del capitalismo le trasformazioni qualitative dei sistemi di accumulazione da una fase all’altra della sua storia determinano a loro volta le forme successive della polarizzazione asimmetrica centro-periferie, cioè dell’imperialismo concreto. Il sistema mondiale contemporaneo è dunque destinato a restare imperialista (polarizzante) per tutto il futuro prevedibile, dato che la logica fondamentale del suo sviluppo resta determinata dal dominio dei rapporti di produzione capitalistici. Questa teoria dunque associa strettamente imperialismo e processo di accumulazione del capitale su scala mondiale, che a parer mio costituiscono allora una sola realtà le cui diverse dimensioni sono indissociabili. Essa si differenzia quindi sia dalla versione volgarizzata della teoria leninista dell’imperialismo come “fase suprema del capitalismo” (come se le fasi precedenti dell’espansione mondiale del capitalismo non fossero state polarizzanti), sia dalle teorie post-moderne contemporanee che definiscono la nuova mondializzazione come “post-imperialista”. (2)

1. Dal conflitto permanente degli imperialismi all’imperialismo collettivoRitorno

Nel suo sviluppo mondiale l’imperialismo si è sempre coniugato al plurale, dalle sue origini nel XVI secolo fino al 1945. Il conflitto fra imperialismi, permanente e spesso violento, ha occupato un posto decisivo nella trasformazione del mondo, alla pari della lotta di classe con cui si esprimono le contraddizioni fondamentali del capitalismo. Al nostro tempo lotte sociali e conflitti imperialistici si articolano strettamente e tale articolazione determina il percorso del capitalismo realmente esistente. Faccio notare anche che l’analisi che ho proposto su questo tema prende le distanze da quella della “successione delle egemonie”.

La seconda guerra mondiale si è conclusa con una grande trasformazione che ha investito le forme dell’imperialismo: la sostituzione di un imperialismo collettivo che associa l’insieme dei centri del sistema mondiale capitalista (semplificando: la “triade”, cioè gli Stati Uniti con la loro provincia esterna del Canada, l’Europa occidentale e centrale, il Giappone) alla molteplicità degli imperialismi in conflitto permanente. Questa nuova forma di espansione imperialista è passata per diverse fasi di sviluppo, ma è sempre ben presente. In questa prospettiva va situato il ruolo egemonico eventuale degli Stati Uniti, di cui bisognerà allora precisare le basi come le forme con cui si articolano al nuovo imperialismo collettivo. Queste questioni pongono dei problemi che sono precisamente quelli che cercheremo di trattare in questo articolo.

Gli Stati Uniti hanno tratto un vantaggio enorme dalla seconda guerra mondiale, che aveva invece rovinato i contendenti principali – l’Europa, l’Unione Sovietica, la Cina e il Giappone. Si trovavano quindi nella possibilità di esercitare la loro egemonia economica, giacché concentravano più della metà della produzione industriale del mondo di allora e avevano l’esclusiva delle nuove tecnologie che dovevano determinare lo sviluppo della seconda metà del secolo. Inoltre avevano l’esclusiva dell’arma nucleare – la nuova arma “assoluta”. Per questo io fisso l’inizio del dopoguerra non a Yalta, come si dice comunemente (a Yalta gli Stati Uniti non avevano ancora l’arma) ma a Potsdam, cioè qualche giorno prima del bombardamento di Hiroscima e Nagasaki. A Potsdam il tono degli Americani era già cambiato: avevano già preso la decisione di iniziare quella che doveva diventare la “guerra fredda”.

Il doppio vantaggio assoluto si è eroso peraltro in un tempo relativamente breve (due decenni), con il doppio recupero – economico per l’Europa capitalista e il Giappone, militare per l’Unione Sovietica. Si ricorderà che questo relativo arretramento della potenza degli Stati Uniti a quell’epoca alimentò una fioritura di discorsi sul “declino americano” e sui futuri egemonismi alternativi (l’Europa, il Giappone, poi la Cina…).

E’ il momento del gollismo. De Gaulle considera che gli Stati Uniti dal 1945 in poi hanno l’obiettivo di controllare tutta la regione eurasiatica. E che Washington è riuscito ad avanzare le sue pedine rovinando l’Europa – l’Europa “vera”, dall’Atlantico agli Urali, inclusa cioè la “Russia sovietica”, come diceva lui – e agitando lo spettro di una “aggressione” di Mosca, alla quale egli non credeva. Secondo me la sua analisi era realistica e perfetta. Ma era il solo a proporla. La controstrategia che egli prospettava di fronte all’“atlantismo” proposto da Washington si fondava sulla riconciliazione franco-tedesca, sulla cui base mettere in cantiere la costruzione di un’Europa “non americana”, curando di tenerne fuori la Gran Bretagna giudicata – giustamente – come il cavallo di Troia dell’atlantismo. L’Europa in questione potrebbe allora aprire la via a una riconciliazione con la Russia (sovietica). Riconciliare e riavvicinare i tre grandi popoli europei – francesi, tedeschi e russi – porrebbe definitivamente termine al progetto americano di dominio del mondo. Il conflitto interno che dilania il progetto europeo si può allora riassumere nella scelta fra due alternative: l’Europa (atlantica) come risvolto europeo del progetto americano oppure l’Europa (che in prospettiva si completi con la Russia) non atlantica. Questo conflitto resta tuttora irrisolto. Ma le ulteriori evoluzioni – la fine del gollismo, l’ammissione della Gran Bretagna all’Europa, l’allargamento ad est, il crollo sovietico – hanno finora favorito quello che io chiamo il “dissolvimento del progetto europeo” e la sua “duplice diluizione nella globalizzazione economica neoliberista e nell’allineamento politico-militare su Washington”. (3) Tale evoluzione rafforza d’altra parte la solidità del carattere collettivo dell’imperialismo della triade.

Si tratta dunque di una trasformazione qualitativa “definitiva” (non congiunturale)? Implica forzosamente una qualche leadership degli Stati Uniti ? Prima di tentare una risposta a queste domande è necessario esplicitare con maggior precisione in che cosa consiste il “progetto” degli Stati Uniti.

2. Il progetto della classe dirigente degli Stati Uniti: estendere la dottrina Monroe a tutto il pianetaRitorno

Questo progetto, che io senza esitare definirei smisurato, quasi demenziale, e anche criminale per ciò che implica, non è nato nella testa del presidente Bush junior per essere attuato da una giunta di estrema destra, giunta al potere con una specie di colpo di stato dopo elezioni dubbiose.

E’ invece il progetto che la classe dirigente degli Stati Uniti persegue dal 1945 e che non ha mai abbandonato, anche se ovviamente la sua attuazione ha sofferto alti e bassi, ha avuto diverse vicissitudini ed è stata messa in scacco qua e là, e non ha potuto venir perseguita con coerenza e violenza se non in certi momenti congiunturali come il nostro, dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il progetto ha sempre attribuito un ruolo decisivo alla dimensione militare. E’ stato concepito dopo Potsdam, come ho già ricordato, sulla base del monopolio nucleare. Molto rapidamente gli Stati Uniti hanno elaborato una strategia militare globale, dividendo il pianeta in regioni ognuna affidata alla responsabilità e al controllo di un “US Military Command”. Rinvio a ciò che ho scritto su questa materia ancor prima del crollo dell’Urss, e sulla posizione prioritaria occupata dal Medio Oriente in questa visione strategica globale. (4) L’obiettivo non era soltanto di “accerchiare l’Urss” (e la Cina) ma anche di disporre di mezzi che rendessero Washington il padrone in ultima istanza di tutte le regioni del pianeta. In altri termini, di estendere a tutto il pianeta la dottrina Monroe, che in effetti attribuisce agli Stati Uniti il “diritto” esclusivo di gestire tutto il Nuovo Mondo in base a ciò che essi definiscono i loro “interessi nazionali”.

Il progetto implica che “la sovranità degli interessi nazionali degli Stati Uniti” sia posta al di sopra di tutti gli altri principi che regolano i comportamenti politici considerati come mezzi “legittimi”; esso sviluppa una diffidenza sistematica nei confronti di ogni forma di diritto soprannazionale. Gli imperialismi del passato non si comportavano certo in maniera diversa e coloro che cercano di sminuire le responsabilità – e i comportamenti criminali – dell’establishment statunitense nel momento attuale, e di trovargli delle “scuse” (5), riprendono questo stesso argomento – quello di antecedenti storici indiscutibili.

Ma questo precisamente avremmo voluto cambiare nella storia, e lo si è tentato dopo il 1945. Il conflitto fra gli imperialismi e il disprezzo del diritto internazionale da parte delle potenze fasciste avevano prodotto gli orrori della seconda guerra mondiale, e per questo l’Onu è stata fondata su un nuovo principio che proclama il carattere illegittimo della guerra. Gli Stati Uniti – si dirà – non solo hanno adottato in pieno tale principio, ma ne sono stati i primi iniziatori. All’indomani della prima guerra mondiale il presidente Wilson auspicava di rifondare la politica internazionale precisamente su principi diversi da quelli che dal trattato di Westfalia (1648) in poi hanno dato alla sovranità degli stati monarchici e poi delle nazioni più o meno democratiche quel carattere assoluto, messo successivamente in discussione dal disastro cui ha condotto la civiltà moderna. Poco importa che le vicende della politica interna degli Stati Uniti abbiano posticipato l’attuazione di tali principi. F. Roosevelt e anche il suo successore H. Truman hanno svolto un ruolo decisivo nel nuovo concetto di multilateralismo e nella concomitante condanna della guerra, che sono alla base della Carta delle Nazioni Unite.

Questa bella iniziativa – appoggiata allora da tutti i popoli del mondo – che rappresenta effettivamente un salto qualitativo e apre la strada al progresso della civiltà, non ha mai convinto completamente le classi dirigenti degli Stati Uniti. Le autorità di Washington si sono sempre sentite a disagio nel concerto dell’Onu e oggi proclamano brutalmente ciò che finora erano state costrette a nascondere: che non accettano il concetto stesso di un diritto internazionale superiore a ciò che esse considerano le necessità di difesa dei loro “interessi nazionali”. Non credo che sia accettabile trovare delle scuse per questo ritorno alla concezione elaborata a suo tempo dai nazisti, che avevano preteso la distruzione della Società delle Nazioni. L’appassionata difesa del diritto svolta con intelligenza ed eleganza dal ministro francese Villepin al Consiglio di Sicurezza, non costituisce in questo senso uno “sguardo nostalgico al passato” ma è bensì un richiamo a ciò che deve essere l’avvenire. Sono gli Stati Uniti che a volte hanno difeso invece un passato che si considerava definitivamente superato.

L’attuazione del progetto è passata necessariamente per fasi successive determinate dalla realtà dei rapporti di forza particolari che le definivano.

Nell’immediato dopoguerra la leadership americana era non solo accettata ma anche sollecitata dalla borghesia in Europa e in Giappone. Se la realtà della minaccia di una “invasione sovietica” poteva convincere solo i deboli di spirito, la sua evocazione serviva egregiamente ai fini sia della destra sia dei socialdemocratici tallonati dai cugini-avversari comunisti. Si poteva credere allora che il carattere collettivo del nuovo imperialismo fosse dovuto solo a questo fattore politico e che – una volta recuperato il ritardo sugli Stati Uniti – l’Europa e il Giappone avrebbero cercato di sbarazzarsi della tutela ingombrante e ormai inutile di Washington. Non è stato questo il caso. Perché?

Per spiegarlo bisogna ricordare la grande ondata dei movimenti di liberazione nazionale in Asia e in Africa – l’epoca di Bandung 1955-1975 – (6) e il sostegno che l’Unione Sovietica e la Cina vi apportavano (ognuno a modo proprio). L’imperialismo era allora costretto a non solo a sopportare ed accettare la coesistenza pacifica con una vasta area che gli sfuggiva ampiamente (il mondo “socialista”) ma anche a negoziare i termini della partecipazione dei paesi d’Asia e d’Africa al sistema imperialista mondiale. L’allineamento del collettivo della triade sul leader americano pareva utile per gestire i rapporti Nord-Sud dell’epoca. Per questo i non-allineati si trovavano allora di fronte un “blocco occidentale” praticamente senza incrinature.

Il crollo dell’Unione Sovietica e l’indebolimento dei regimi di nazionalismo populista usciti dai movimenti di liberazione nazionale hanno evidentemente permesso che il progetto degli Stati Uniti tornasse a dispiegarsi con estremo vigore, fra l’altro in Medio Oriente, ma anche altrove, in America Latina e in Africa. Il progetto resta comunque al servizio dell’imperialismo collettivo, almeno fino a un certo punto (tenterò di precisarlo poi). Il governo economico del mondo sulla base dei principi del neoliberismo, esercitato dal G7 e dalle istituzioni al suo servizio (OMC, Banca Mondiale, FMI), i piani di riaggiustamento strutturale imposti al terzo mondo ormai allo stremo ne sono l’espressione. Anche sul piano politico si vedrà che in un primo tempo europei e giapponesi hanno accettato di allinearsi sul progetto degli Stati Uniti, in occasione della guerra del Golfo (1991), poi di quella di Jugoslavia e in Asia centrale (2002), accettando di emarginare l’Onu in favore della Nato. Questo primo tempo non è ancora del tutto superato, anche se alcuni segni indicano una possibile frattura a partire dalla guerra in Iraq (2003).

La classe dirigente degli Stati Uniti proclama senza alcun ritegno che non “tollererà” la ricostituzione di una potenza politica e militare capace di mettere in discussione il suo monopolio di dominio del pianeta, e a questo scopo si è attribuita il diritto di condurre “guerre preventive”. Ma vi sono tre potenziali avversari.

In primo luogo la Russia, il cui smembramento – dopo quello dell’Urss – costituisce ormai uno dei maggiori obiettivi strategici degli Stati Uniti. Sembrava che la classe dirigente russa non l’avesse capito, finora. Sembrava convinta che dopo aver “perduto la guerra”, potesse “vincere la pace” come avevano fatto la Germania e il Giappone. Dimenticava che Washington aveva bisogno della resurrezione dei due avversari della seconda guerra mondiale precisamente per affrontare la sfida sovietica. La nuova congiuntura è diversa, giacché gli Stati Uniti non hanno più alcun serio concorrente e la loro opzione è quella di distruggere definitivamente e completamente l’avversario russo sconfitto. Putin lo ha capito? Riuscirà a far uscire la Russia dalle sue illusioni?

In secondo luogo la Cina: la sua massa e il suo successo economico inquietano gli Stati Uniti, che hanno come obiettivo strategico lo smembramento di quel grande paese. (7)

L’Europa viene in terza posizione in questa visione globale dei nuovi padroni del mondo. Ma qui l’establishment americano non sembra inquieto, almeno fino a oggi. L’atlantismo incondizionato degli uni (la Gran Bretagna, ma anche i nuovi governi servili dell’est), le “sabbie mobili del progetto europeo”, su cui tornerò più avanti, gli interessi convergenti del capitale dominante dell’imperialismo collettivo della triade, contribuiscono ad attenuare il progetto europeo, mantenuto nel suo stato di “risvolto europeo del progetto degli Stati Uniti”. La diplomazia di Washington era riuscita a mantenere la Germania nella propria scia; la riunificazione e la conquista dell’Europa dell’est sono parse rafforzare l’alleanza. La Germania sarebbe stata incoraggiata a riprendere la sua tradizionale “spinta verso est”: il ruolo svolto da Berlino nello smembramento della Jugoslavia, con il frettoloso riconoscimento dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia, ne è stata un’espressione (8) e per il resto, la Germania è sempre stata invitata a navigare nella scia di Washington. C’è in vista qualche rovesciamento? La classe politica tedesca sembra esitante e forse divisa rispetto alle scelte strategiche. L’alternativa all’allineamento atlantico – che sembra avere il vento in poppa – evoca in contrappunto il rafforzamento di un asse Parigi-Berlino-Mosca, che diventerebbe il pilastro più solido di un eventuale sistema europeo indipendente da Washington.

Possiamo adesso tornare alla nostra questione centrale: la natura e l’eventuale solidità dell’imperialismo collettivo della triade, le contraddizioni e le debolezze della leadership americana.

3. Imperialismo collettivo della triade ed egemonia statunitense: articolazione e contraddizioniRitorno

Il mondo di oggi è militarmente unipolare. Nello stesso tempo però sembrano disegnarsi delle fratture fra gli Stati Uniti e certi paesi europei per quanto riguarda la gestione politica di un sistema globalizzato e ormai generalmente allineato sui principi del liberismo, almeno in via di principio. Tali fratture sono solo congiunturali e di portata limitata, oppure annunciano cambiamenti duraturi? Sarà necessario analizzare in tutta la loro complessità sia le logiche che determinano il corso della nuova fase dell’imperialismo collettivo (i rapporti Nord-Sud, nel linguaggio corrente) sia gli obiettivi specifici del progetto statunitense. In questo spirito affronterò succintamente e successivamente cinque serie di questioni:

Riguardo alla natura delle evoluzioni che hanno potuto condurre alla costituzione del nuovo imperialismo collettivo

Suggerisco qui che la formazione del nuovo imperialismo collettivo trova la sua origine nella trasformazione delle condizioni della concorrenza. Ancora pochi decenni fa le grandi imprese sferravano le loro battaglie concorrenziali essenzialmente sui mercati nazionali, che si trattasse degli Stati Uniti (il mercato più grande del mondo) o degli stati europei (malgrado la loro misura ridotta, che li svantaggiava rispetto agli Stati Uniti). I vincitori dei match nazionali potevano presentarsi in buona posizione sul mercato mondiale. Oggi la misura del mercato necessario per vincere nella prima fase del match si avvicina ai 500-600 milioni di “consumatori potenziali”. La battaglia si combatte subito sul mercato mondiale e si deve vincere su questo terreno. Quelli che vincono si impongono anche sul rispettivo terreno nazionale. La mondializzazione approfondita diventa allora lo scenario principale dell’attività delle grandi imprese. In altri termini, nella coppia nazionale/mondiale i termini di causalità si sono invertiti: in altri tempi il potere nazionale determinava la presenza mondiale, oggi è l’inverso. Perciò le grandi imprese transnazionali, quale che sia la loro nazionalità, hanno degli interessi comuni nella gestione del mercato mondiale. Tali interessi si sovrappongono ai conflitti permanenti e mercantili che definiscono tutte le forme di concorrenza proprie del capitalismo, quali che esse siano.

La solidarietà dei segmenti dominanti del capitale transnazionalizzato di tutti i componenti della triade è un fatto reale, e si esprime con il loro allineamento sul neoliberismo globalizzato. In questa prospettiva gli Stati Uniti sono visti come i difensori (militari, se necessario) di tali “interessi comuni”. Washington però non intende dividere equamente i profitti della propria leadership. Gli Stati Uniti si sforzano invece di rendere vassalli i propri alleati, e a questo fine sono disposti a elargire agli alleati subalterni solo delle concessioni di scarsa importanza. Questo conflitto di interessi del capitale dominante è destinato ad aggravarsi al punto da provocare una rottura nell’alleanza atlantica? Non è impossibile, ma è poco probabile.

Riguardo al posto degli Stati Uniti nell’economia mondiale

E’ opinione corrente che la potenza militare degli Stati Uniti costituisce solo la cima dell’iceberg, prolungando una superiorità in tutti i campi, in particolare dell’economia, e anche della politica e della cultura. Sarebbe quindi inevitabile piegarsi alla loro egemonia, come essi pretendono.

Io affermo invece che nel sistema dell’imperialismo collettivo gli Stati Uniti non dispongono di vantaggi economici decisivi, giacché il sistema produttivo statunitense è ben lungi dall’essere “il più efficiente del mondo”. Al contrario, quasi nessuno dei suoi segmenti avrebbe la certezza di vincere i concorrenti su un mercato veramente aperto, come immaginano gli economisti liberisti. Ne è testimone il deficit commerciale degli Stati Uniti, che si aggrava di anno in anno, e che è passato da 100 miliardi di dollari nel 1989 a 500 miliardi nel 2002. E il deficit per di più riguarda tutti i segmenti del sistema produttivo. Anche l’eccedente di cui beneficiavano gli Stati Uniti nel settore dei beni di alta tecnologia, che era di 35 miliardi nel 1990, ha ormai lasciato posto a un deficit. La concorrenza fra Ariane e i missili della Nasa, fra Airbus e Boeing, testimonia la vulnerabilità del vantaggio americano. Di fronte all’Europa e al Giappone per le produzioni di alta tecnologia, alla Cina, alla Corea e agli altri paesi industrializzati d’Asia e d’America Latina per le manifatture più semplici, di fronte all’Europa e al cono sud d’America Latina per l’agricoltura, gli Stati Uniti non vincerebbero senza ricorrere a mezzi “extra economici” che violano i principi del liberismo imposti ai concorrenti.

Di fatto gli Stati Uniti beneficiano di vantaggi comparativi stabili solo nel settore degli armamenti, precisamente perché si tratta di un settore che sfugge ampiamente alle regole del mercato e beneficia del sostegno statale. Tale vantaggio comporta indubbiamente qualche ricaduta per il settore civile (Internet ne è l’esempio più noto) ma è anche all’origine di serie distorsioni che costituiscono degli handicap per vari settori produttivi.

L’economia americana vive da parassita a svantaggio dei partner nel sistema mondiale. “Gli Stati Uniti dipendono per il 10% del loro consumo industriale dei beni la cui importazione non è coperta da esportazioni di prodotti nazionali”, ricorda Emmanuel Todd. (9) Il mondo produce, gli Stati Uniti (dove il risparmio nazionale è praticamente nullo) consumano. Il “vantaggio” degli Usa è quello di un predatore il cui deficit è coperto dall’apporto degli altri, consenzienti o forzati. I mezzi usati da Washington per compensare le deficienze sono di natura diversa: violazioni unilaterali e ripetute dei principi del liberismo, esportazione di armi, ricerca di superprofitti petroliferi (che suppongono l’asservimento dei produttori, uno dei motivi reali delle guerre in Asia centrale e Iraq). Ma il grosso del deficit americano è coperto dagli apporti di capitale provenienti dall’Europa e dal Giappone, dal Sud (paesi petroliferi ricchi e classi compradoras di tutti i paesi del terzo mondo, anche i più poveri), ai quali va aggiunto il prelievo esercitato a titolo di servizio del debito, imposto alla quasi totalità dei paesi alla periferia del sistema mondiale.

La crescita degli anni di Clinton, vantata come prodotto di quel liberismo cui l’Europa avrebbe disgraziatamente troppo resistito, è di fatto ampiamente fittizia e in ogni caso non generalizzabile, giacché si fonda su trasferimenti di capitali che implicano la stagnazione degli altri. Per tutti i segmenti del sistema produttivo reale, la crescita degli USA non è stata migliore di quella europea. Il “miracolo americano” si è alimentato esclusivamente della crescita delle spese prodotte dall’aggravarsi delle disuguaglianze sociali (servizi finanziari e personali: legioni di avvocati e di polizie private ecc.). In questo senso il liberismo di Clinton ha soltanto preparato le condizioni che hanno permesso la fioritura reazionaria e la vittoria di Bush figlio.

Le cause all’origine dell’indebolimento del sistema produttivo degli Stati Uniti sono complesse. Non sono certamente congiunturali e quindi correggibili per esempio con l’adozione di un tasso di cambio corretto, o con la costruzione di rapporti salari/produttività più favorevoli. Sono cause strutturali. La mediocrità del sistema generale di insegnamento e di formazione, e il pregiudizio tenace che favorisce sistematicamente il “privato” a danno del pubblico, costituiscono una delle ragioni più importanti della crisi profonda che attraversa la società degli Stati Uniti.

Ci si dovrebbe quindi stupire che gli europei, invece di trarre le conseguenze imposte dalla constatazione dell’insufficienza dell’economia degli Stati Uniti, si affrettino invece a imitarli. Anche in questo caso il virus liberistico non spiega tutto, anche se svolge qualche funzione utile per il sistema, paralizzando la sinistra. La privatizzazione a oltranza, lo smantellamento dei servizi pubblici potranno solo ridurre i vantaggi comparativi di cui beneficia ancora la “vecchia Europa” (come la definisce Bush). Ma quali che siano i danni che produrranno a lungo termine, queste misure offrono al capitale dominante – che vive sul breve termine – l’occasione di profitti supplementari.

Riguardo agli obiettivi propri del progetto degli Stati Uniti

La strategia egemonica degli Stati Uniti si pone nel quadro del nuovo imperialismo collettivo.

Gli “economisti convenzionali” non dispongono di strumenti analitici che permettano di cogliere tutta l’importanza del primo di questi obiettivi. Li si sente ripetere fino alla nausea che nella “nuova economia” le materie prime fornite dal terzo mondo sono destinate a perdere importanza, e che di fatto esso è sempre più marginale nel sistema mondiale. In contrappunto a questo discorso ingenuo e vuoto (il “Mein Kampf” della nuova amministrazione di Washington) (10) si ammette che gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di impadronirsi di tutte le risorse del pianeta per soddisfare prioritariamente le proprie esigenze di consumo. La corsa alle materie prime (il petrolio anzitutto, ma anche altre risorse, in particolare l’acqua) ha già riacquistato tutta la sua virulenza. Tanto più che tali risorse rischiano di rarefarsi non solo per il cancro esponenziale dello spreco del consumo occidentale, ma anche per lo sviluppo della nuova industrializzazione delle periferie.

D’altra parte un buon numero di paesi del Sud sono destinati a diventare produttori industriali sempre più importanti sia per i rispettivi mercati interni, sia sul mercato mondiale. Importatori di tecnologie e di capitali, ma anche concorrenti sul piano delle esportazioni, sono destinati ad avere un peso sempre crescente negli equilibri economici mondiali. E non si tratta solo di qualche paese dell’Asia sudorientale, come la Corea, ma dell’immensa Cina e domani dell’India e dei grandi paesi d’America Latina. Lungi dall’essere un fattore di stabilità, l’accelerazione dell’espansione capitalistica nel Sud non può che generare violenti conflitti, interni e internazionali. Tale espansione infatti non può assorbire, nelle condizioni della periferia, l’enorme riserva di forza lavoro che vi si trova concentrata. Per questo le periferie del sistema continuano a essere “zone di tempesta”. I centri del sistema capitalista hanno dunque bisogno di esercitare il dominio sulle periferie, di sottomettere i popoli alla disciplina implacabile necessaria per soddisfare le loro priorità.

In questa prospettiva l’establishment americano ha perfettamente capito che per mantenere la propria egemonia aveva a disposizione tre vantaggi decisivi sui concorrenti europei e giapponesi: il controllo delle risorse naturali del globo, il monopolio militare, il peso della “cultura anglosassone” con cui si esprime in via preferenziale il dominio ideologico del capitalismo. L’uso sistematico di questi tre vantaggi chiarisce molti aspetti della politica degli Stati Uniti, in particolare gli sforzi sistematici per il controllo militare del Medio Oriente e del petrolio, la strategia offensiva nei confronti della Corea - profittando della “crisi finanziaria” del paese – e della Cina, il gioco sottile che mira a perpetuare le divisioni in Europa – mobilitando a questo scopo l’alleato britannico – e a impedire un serio avvicinamento fra l’Unione Europea e la Russia. Sul piano del controllo globale delle risorse del pianeta, gli Stati Uniti dispongono di un vantaggio decisivo sull’Europa e il Giappone. Non solo perché gli Stati Uniti sono la sola potenza militare mondiale, e dunque senza di loro non si può fare alcun intervento di forza nel terzo mondo. Ma ancora perché l’Europa (esclusa l’ex Urss) e il Giappone sono sprovvisti delle risorse essenziali per tutelare le rispettive economie. Per esempio, la loro dipendenza nel settore energetico, e in particolare la dipendenza dal petrolio del Golfo, è e resterà a lungo considerevole, anche se dovesse decrescere in termini relativi. Impadronendosi militarmente del controllo della regione con la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere perfettamente coscienti dell’utilità di tale mezzo di pressione di cui dispongono nei confronti degli alleati-concorrenti. Una volta anche il potere sovietico aveva capito altrettanto bene questa vulnerabilità dell’Europa e del Giappone e certi interventi sovietici nel terzo mondo avevano avuto lo scopo di ricordarlo, in modo da costringerli a negoziare su altri terreni. E’ evidente che le deficienze dell’Europa e del Giappone si potrebbero colmare con un avvicinamento serio fra Europa e Russia (la “casa comune” di Gorbaciov). Per questa ragione il pericolo di una costruzione eurasiatica viene vissuto a Washington come un incubo.

Riguardo ai conflitti che oppongono gli Stati Uniti e i loro partner della triade

Se i partner della triade condividono interessi comuni che la gestione mondiale dell’imperialismo collettivo implica nei rapporti con il Sud, si trovano nondimeno in una relazione di serio conflitto potenziale.

La superpotenza americana vive alla giornata grazie al flusso di capitali che alimenta il parassitismo della sua economia e della sua società. La vulnerabilità degli Stati Uniti costituisce perciò una seria minaccia per il progetto di Washington.

L’Europa in particolare, ma il resto del mondo in generale, dovranno scegliere fra le due opzioni strategiche seguenti: piazzare il surplus dei capitali (il risparmio) di cui dispongono per finanziare il debito degli Stati Uniti (del consumo, degli investimenti e delle spese militari), oppure conservarlo e investirlo a casa loro.

Gli economisti convenzionali ignorano il problema, e fanno l’ipotesi (che è solo un non-senso) che avendo la globalizzazione soppresso le nazioni, le grandezze economiche (risparmio e investimento) non si possono più gestire “a livello nazionale”. Si tratta di un ragionamento tautologico, dove le conclusioni cui si vuol giungere sono implicite nelle premesse: giustificare e accettare il finanziamento del deficit degli Stati Uniti da parte degli altri, giacché a livello mondiale poi è facile ritrovare l’eguaglianza risparmi-investimenti!

Perché si accetta un ragionamento di questo tipo? Indubbiamente le équipes di “economisti-scienziati” che circondano le classi politiche europee (e altre, russe e cinesi) sia di destra che di sinistra elettorale sono esse stesse vittime dell’alienazione economicista, di ciò che io chiamo il “virus liberista”. Oltre a ciò, tale opzione esprime di fatto il giudizio politico del grande capitale transnazionale che considera che i vantaggi procurati dalla gestione del sistema globalizzato da parte degli Stati Uniti per conto dell’imperialismo collettivo sono superiori agli inconvenienti: il tributo che bisogna pagare a Washington per assicurarne la permanenza. Giacché si tratta proprio di un “tributo” e non di un “investimento” garantito e di buon rendimento. Ci sono dei paesi definiti come “paesi poveri indebitati” che sono sempre costretti ad assicurare il servizio del loro debito quale che ne sia il prezzo. Ma esiste anche un “paese potente indebitato” che dispone di mezzi che gli permettono di svalutare il suo debito, se necessario.

L’altra opzione consisterebbe – per l’Europa e per il resto del mondo – nel porre fine alle trasfusioni in favore degli Stati Uniti. Il surplus potrebbe allora essere utilizzato a casa propria, in Europa, per rilanciare l’economia. Giacché la trasfusione esige che gli europei si sottomettano a politiche “deflazioniste” (termine improprio del linguaggio economico convenzionale) – io direi “stagnazioniste” – in modo da trarne un surplus di risparmio esportabile. La ripresa dell’Europa – sempre mediocre - viene così a dipendere da quella – sostenuta artificialmente – degli Stati Uniti. In senso inverso, la mobilitazione del surplus per creare lavoro in Europa permetterebbe di rilanciare simultaneamente i consumi (ricostruendo la dimensione sociale della gestione economica devastata dal virus liberista), gli investimenti – in particolare nelle nuove tecnologie (e finanziare la loro ricerca) e anche le spese militari (ponendo fine al vantaggio degli Usa in questo campo). L’opzione in favore di questa risposta alla sfida implica un riequilibrio dei rapporti sociali in favore delle classi lavoratrici. Conflitti fra nazioni e lotte sociali si articolano in questo modo. In altri termini, il contrasto fra Stati Uniti ed Europa non oppone fondamentalmente gli interessi dei segmenti dominanti del capitale dei diversi partner. Risulta anzitutto dalla diversità delle rispettive culture politiche.

Riguardo alle questioni teoriche suggerite dalle riflessioni precedenti

La complicità-concorrenza fra i partner dell’imperialismo collettivo per il controllo del Sud – la rapina delle risorse naturali e l’assoggettamento dei popoli – si può analizzare a partire da punti di vista diversi. A questo proposito farò tre osservazioni che mi sembrano importanti.

Prima osservazione: il sistema mondiale contemporaneo, quello che io definisco imperialismo collettivo, non è certo “meno” imperialista dei precedenti. Non è un “Impero” di natura “post-capitalista”. Ho avanzato altrove una critica alle formulazioni ideologiche di “mascheramento” che alimentano il discorso dominante dell’air du temps. (11)

Seconda osservazione: ho proposto una lettura della storia del capitalismo, globalizzato fin dalle sue origini, incentrata sulla distinzione fra le diverse fasi dell’imperialismo (dei rapporti fra centri e periferie). Esistono naturalmente altre letture della stessa storia, in particolare quella che si articola intorno alla “successione delle egemonie”. (12)

Ho peraltro qualche riserva nei confronti di tale lettura.

In primo luogo ed essenzialmente perché è “occidentalocentrica”, nel senso che considera le trasformazioni operanti al cuore del sistema, nei suoi centri, come elementi che determinano in maniera decisiva e quasi esclusiva l’evoluzione globale del sistema. Io credo invece che non vadano sottovalutate le reazioni dei popoli delle periferie al processo di sviluppo imperialista. Esse hanno provocato almeno l’indipendenza delle Americhe, le grandi rivoluzioni in nome del socialismo (Russia e Cina), la riconquista dell’indipendenza da parte dei paesi asiatici e africani, e non credo che si possa render conto dell’evoluzione del capitalismo mondiale senza prendere in considerazione gli “aggiustamenti” che queste trasformazioni hanno imposto al capitalismo centrale.

In secondo luogo perché mi pare che la storia dell’imperialismo si sia svolta attraverso il conflitto degli imperialismi piuttosto che con il tipo di “ordine” che le egemonie successive avrebbero imposto. I periodi di apparente “egemonia” sono sempre stati molto brevi e l’egemonia in questione molto relativa.

Terza osservazione: mondializzazione non è sinonimo di “unificazione” del sistema economico mediante “l’apertura deregolata dei mercati”. Quest’ultima – nelle sue forme storiche successive (“libertà di commercio” ieri, “libertà d’impresa” oggi) - ha sempre rappresentato solo il progetto del capitale dominante. Nella realtà tale progetto è stato quasi sempre obbligato a piegarsi a esigenze che non sono peculiari della sua logica interna ed esclusiva. Non è mai stato quindi attuato, se non in brevi momenti della storia. Il “libero scambio” promosso dalla maggior potenza industriale dell’epoca – la Gran Bretagna – è stato effettivo solo per due decenni, dal 1860 al 1880, e poi per un secolo, dal 1880 al 1980, la caratteristica dominante è stata il conflitto degli imperialisti e lo sganciamento forte dei paesi detti socialisti (a partire dalla rivoluzione russa del 1917, poi quella cinese) e quello più modesto dei paesi di nazionalismo populista (l’epoca di Bandung per l’Asia e l’Africa, dal 1955 al 1975). Il momento attuale di riunificazione del mercato mondiale (la “libera impresa”) inaugurato dal neoliberismo a partire dal 1980 ed esteso a tutto il pianeta dopo il crollo sovietico, non è destinato probabilmente a una sorte migliore. Il caos che ne viene generato – termine con cui ho designato tale sistema fin dal 1990 – ne testimonia il carattere di “utopia permanente del capitale”. (13)

4. Il Medio Oriente nel sistema imperialistaRitorno

Il Medio Oriente con quelle che sono ormai le sue propaggini verso il Caucaso e l’Asia centrale ex sovietica occupa una posizione di particolare importanza nella geostrategia/geopolitica dell’imperialismo e in particolare del progetto egemonico degli Stati Uniti. Tale posizione è dovuta a tre fattori: la ricchezza di petrolio, la posizione geografica al centro del Vecchio mondo e il fatto che esso costituisce ormai il “ventre molle” del sistema mondiale.

L’accesso al petrolio relativamente a buon mercato è vitale per l’economia della triade dominante: e il mezzo migliore per garantirsene l’accesso consiste nell’assicurarsi il controllo politico della regione.

Ma la regione è importante anche per la posizione geografica, al centro del Vecchio mondo, equidistante da Parigi, Pechino, Singapore, Johannesburg. Nell’antichità il controllo di questo luogo di passaggio obbligato aveva dato al Califfato il privilegio di trarre i migliori benefici dalla mondializzazione dell’epoca. (14) Dopo la seconda guerra mondiale la regione, situata al fianco meridionale dell’Urss, occupava un posto distinto nella strategia di accerchiamento militare della potenza sovietica. E la regione non ha perduto la sua importanza, malgrado il crollo dell’avversario sovietico; insediandosi in quella zona, gli Stati Uniti riuscirebbero nello stesso tempo a rendersi vassalla l’Europa, che ne dipenderebbe per il suo rifornimento energetico, e a sottoporre la Russia, la Cina e l’India a un ricatto permanente rafforzato da minacce di intervento militare, se necessario. Il controllo della regione permetterebbe concretamente di estendere la dottrina Monroe al Vecchio mondo, il che costituisce l’obiettivo del progetto egemonico degli Stati Uniti.

Gli sforzi effettuati con costanza e continuità da Washington fin dal 1945 per assicurarsi il controllo della regione – escludendone inglesi e francesi – non erano stati finora coronati dal successo. Ricordiamo l’insuccesso del tentativo di associare la regione alla Nato per mezzo del patto di Bagdad, poi più tardi in Iran la caduta dello Scia, uno degli alleati più fedeli.

La ragione è che semplicemente il progetto del populismo nazionalista arabo (e iraniano) entrava in pieno in conflitto con gli obiettivi dell’egemonia americana. Il progetto arabo aveva l’ambizione di imporre alle grandi potenze di riconoscere l’indipendenza del mondo arabo. Questo era il senso del “non-allineamento” formulato nel 1955 a Bandung dal complesso dei movimenti di liberazione dei popoli d’Asia e d’Africa, che avevano allora il vento in poppa. I sovietici compresero rapidamente che apportando il loro sostegno a tale progetto potevano mettere in scacco i piani aggressivi di Washington.

Quella pagina di storia è ormai passata, in primo luogo perché il progetto nazionalista e populista del mondo arabo ha rapidamente esaurito il suo potenziale di trasformazione e le potenze nazionaliste sono sprofondate in dittature prive di alcun programma. Il vuoto creato da quella deriva ha aperto la via all’Islam politico e alle autocrazie oscurantiste del Golfo, gli alleati preferiti da Washington. La regione è diventata uno dei ventri molli del sistema globale, producendo congiunture che permettono l’intervento estero (compreso quello militare), che i regimi al potere non sono più in grado di contenere – o di scoraggiare – per mancanza di legittimità presso i rispettivi popoli.

La regione costituiva – e continua a costituire – nella strategia geomilitare americana che ricopre tutto il pianeta, un luogo considerato altamente prioritario (come i Carabi), cioè una zona in cui gli Stati Uniti si sono attribuiti il “diritto” di intervento militare. Dal 1990 in qua non se ne sono certo privati!

Nel Medio Oriente gli Stati Uniti operano in stretta collaborazione con il loro due alleati più fedeli – la Turchia e Israele. L’Europa è tenuta lontana dalla regione, e accetta che gli Stati Uniti vi difendano da soli gli interessi vitali globali della triade, cioè i rifornimenti di petrolio. Malgrado evidenti segni di irritazione, dopo la guerra in Iraq gli europei continuano in complesso a navigare nella scia di Washington, per quanto riguarda la regione mediorientale.

L’espansionismo coloniale di Israele costituisce una sfida reale. Israele è il solo paese al mondo che rifiuta di riconoscere frontiere definitive (e a questo titolo non avrebbe diritto di essere membro delle Nazioni Unite). Al pari degli Stati Uniti nel XIX secolo, Israele considera di avere il “diritto” di conquistare nuove aree per espandere la sua colonizzazione e trattare i popoli che vi abitano da mille anni come a suo tempo i Pellerossa. E’ il solo paese al mondo che dichiara apertamente di non sentirsi vincolato alle risoluzioni dell’Onu.

La guerra del 1967, pianificata in accordo con Washington già dal 1965, perseguiva vari obiettivi: favorire il fallimento dei regimi nazionalisti populisti, spezzare la loro alleanza con l’Unione Sovietica, costringerli a riposizionarsi nella scia americana, aprire nuove terre alla colonizzazione sionista. Nei territori conquistati nel 1967 Israele metteva in atto un sistema di apartheid ispirato a quello del Sudafrica.

E’ qui che gli interessi del capitale dominante mondiale si saldano con quelli del sionismo. Giacché un mondo arabo modernizzato, ricco e potente rimetterebbe in discussione l’accesso dei paesi occidentali alla rapina delle risorse petrolifere, necessarie per continuare lo spreco associato all’accumulazione capitalistica. I poteri politici dei paesi della triade come sono ora – cioè servi fedeli del capitale transnazionale dominante – non vogliono saperne di un mondo arabo modernizzato e potente.

L’alleanza fra le potenze occidentali e Israele è dunque fondata sulle solide basi dei loro interessi comuni: non è il prodotto di un senso di colpa degli europei, responsabili dell’antisemitismo e del crimine nazista, né quello dell’abilità della “lobby ebrea” di sfruttare tale sentimento. Se le potenze occidentali pensassero che i loro interessi venissero danneggiati dall’espansionismo coloniale sionista, troverebbero rapidamente i mezzi per superare il loro “complesso” e neutralizzare la “lobby ebrea”. Non ne ho alcun dubbio, giacché non sono un ingenuo capace di credere che l’opinione pubblica dei paesi democratici riesca a imporre le proprie opinioni ai governi. Si sa che anche l’opinione pubblica si fabbrica. Israele sarebbe incapace di resistere più di qualche giorno alle misure (anche moderate) di un eventuale blocco che le potenze occidentali volessero imporre come hanno fatto con la Jugoslavia, l’Iraq e Cuba. Non sarebbe dunque difficile ridurre Israele alla ragione e creare le condizioni di una vera pace, se si volesse. Non lo si vuole.

All’indomani della sconfitta del 1967, Sadat dichiarava che dato che gli Stati Uniti detenevano “il 90% delle carte” del gioco (sono proprio le sue parole) bisognava rompere con l’Urss e ritornare al campo occidentale in modo da poter ottenere che Washington esercitasse su Israele una pressione sufficiente per riportarla alla ragione. Oltre questa “idea strategica” specifica di Sadat – e il seguito degli avvenimento ne ha dimostrato l’inconsistenza – l’opinione publica araba resta largamente incapace di capire la dinamica dell’espansione capitalista mondiale, e ancor meno di identificarne le autentiche contraddizioni e debolezze. Non si sente dire e ripetere che “gli occidentali alla lunga capiranno che è loro interesse intrattenere buone relazioni con i duecento milioni di arabi – loro vicini immediati – e non sacrificare queste relazioni al loro sostegno incondizionato a Israele”? Ciò significa implicitamente pensare che gli “occidentali” in questione (cioè il capitale dominante) auspichino un mondo arabo modernizzato e sviluppato, e non capire che essi vogliono al contrario mantenerlo nell’impotenza e che per questo è utile sostenere Israele.

L’opzione scelta dai governi arabi – eccetto Siria e Libano – che li ha condotti attraverso i negoziati di Madrid e di Oslo (1993) a firmare il piano americano di pretesa “pace definitiva”, non poteva dare altri risultati che quelli che ha dato: incoraggiare Israele ad avanzare le pedine del suo progetto espansionistico. Oggi, rigettando apertamente i termini del “contratto di Oslo”, Ariel Sharon dimostra soltanto quel che si sarebbe dovuto capire prima – cioè che non si trattava di un progetto di “pace definitiva”, ma di aprire una nuova tappa all’espansione coloniale sionista.

Lo stato di guerra permanente che Israele e le potenze occidentali che ne appoggiano il progetto impongono nella regione costituisce a sua volta un importante motivo che favorisce l’autoperpetuarsi dei sistema arabi autocratici. Questo blocco di una possibile evoluzione democratica indebolisce le possibilità di rinnovamento arabo e serve egregiamente pertanto ai fini del capitale dominante e della strategia egemonica degli Stati Uniti. Il cerchio si chiude perfettamente: l’alleanza israelo-americana serve perfettamente gli interessi dei due partner.

In un primo tempo il sistema di apartheid attuato dal 1967 ha dato l’impressione di essere in grado di raggiungere i suoi scopi, gestendo in maniera fondata sulla paura la quotidianità nei territori occupati, con un’apparente accettazione da parte del popolo palestinese. L’Olp, allontanata dalla regione dopo l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano (1982), pareva non aver più mezzi – dal lontano esilio di Tunisi – per rimettere in discussione l’annessione sionista.

La prima intifada scoppia nel dicembre 1987. Esplosione in apparenza “spontanea”, essa esprime l’irruzione sulla scena delle classi popolari, e in particolare dei segmenti più poveri, confinati nei campi di rifugiati. L’intifada boicotta il potere israeliano organizzando una sistematica disobbedienza civile. Israele reagisce con brutalità: ma non riesce a ristabilire il suo potere di polizia e neppure a rimettere in sella le pavide classi medie palestinesi che agivano da cuscinetto. L’intifada provoca invece un ritorno in massa delle forze politiche in esilio, la costituzione di nuove forme organizzative locali e l’allineamento delle classi medie sulla lotta di liberazione. L’intifada è sostenuta dai giovani – Chebab al intifada – all’inizio non ancora organizzati entro la rete formale dell’Olp, ma non concorrenti né ostili a tale forza. Le quattro componenti dell’Olp (Fath, fedele al suo capo Yasser Arafat, il Fdlp e il Fplp, cioè il partito comunista) si sono immediatamente impegnate nell’intifada e si sono guadagnate la simpatia di molti chebab. I Fratelli musulmani, penalizzati per la scarsa attività svolta negli anni precedenti malgrado qualche azione della Jihad islamica dal 1980 in poi, cedevano il posto a una nuova espressione di lotta – Hamas, costituita nel 1988.

Mentre questa prima intifada dopo due anni di espansione mostrava qualche segno di stanchezza, tanto violenta era stata la repressione israeliana (uso di armi da fuoco contro i bambini, chiusura della “linea verde” ai lavoratori palestinesi, unica fonte di reddito per le famiglie ecc.) si montava lo scenario per un “negoziato”, su iniziativa degli Stati Uniti, che ha condotto a Madrid (1991) poi agli accordi detti di pace di Oslo (1993). Con tali accordi l’Olp è tornata nei territori occupati e si è trasformata in “Autorità palestinese” (1994).

Gli accordi di Oslo avevano immaginato di trasformare i territori occupati in uno o più Bantustan, definitivamente integrati nello spazio israeliano. In questo contesto l’Autorità palestinese doveva essere solo un falso stato – come quello dei Bantustan – ma fungere di fatto come cinghia di trasmissione degli ordini sionisti.

Rientrata in Palestina, l’Olp diventata Autorità è riuscita a ristabilire il suo ordine, non senza qualche ambiguità. L’autorità ha assorbito nelle sue nuove strutture la maggior parte dei chebab che avevano coordinato l’intifada. E’ riuscita anche a darsi legittimità con la consultazione elettorale del 1996, cui i palestinesi hanno partecipato in massa (l’80%), mentre Arafat diventava plebiscitariamente Presidente dell’Autorità. Essa resta peraltro in una posizione ambigua: accetterà di svolgere le funzioni che Israele, gli Stati Uniti e l’Europa le attribuiscono – quella di “governo di un Bantustan” – oppure si schiererà a fianco del popolo palestinese che rifiuta il giogo?

Appunto perché il popolo palestinese rifiuta il progetto di Bantustan, Israele ha deciso di denunciare gli accordi di Oslo, di cui aveva direttamente dettato i termini, per sostituirvi l’impiego della forza militare pura e semplice. La provocazione sulla spianata delle Moschee, attuata dal criminale di guerra Sharon nel 1998 (ma con il sostegno del governo allora laburista che gli fornì i carri armati), l’elezione trionfale di quel criminale alla testa del governo di Israele (e la collaborazione di “colombe” come Shimon Peres a tale governo) sono dunque all’origine della seconda intifada, oggi in corso.

Se essa riuscirà a liberare il popolo palestinese dalla prospettiva di sottomissione pianificata all’apartheid sionista, è troppo presto per dirlo. In ogni caso il popolo palestinese dispone oggi di un autentico movimento di liberazione nazionale. Esso ha le sue peculiarità. Non è dello stile “partito unico”, in apparenza (se non in realtà) “unanime” e omogeneo. E’ composto di spezzoni che conservano la propria personalità, la propria concezione del futuro, la propria ideologia, militanti e clientele proprie, ma che apparentemente sanno mettersi d’accordo per lottare insieme.

L’erosione dei regimi di nazionalismo populista e la scomparsa del sostegno sovietico hanno dato agli Stati Uniti l’occasione di attuare il loro “progetto” per la regione, senza alcun ostacolo capace di farli indietreggiare, finora.

Il controllo del Medio Oriente è certamente una pietra di volta del progetto di egemonia mondiale di Washington. Come dunque gli Stati Uniti pensano di assicurarsene il controllo? Già dieci anni fa Washington aveva preso l’iniziativa di avanzare lo strano progetto di un “mercato comune mediorientale” in cui i paesi del Golfo avrebbero fornito i capitali e gli altri paesi arabi la manodopera a buon mercato, mentre Israele si sarebbe riservato il controllo tecnologico e le funzioni di intermediario obbligato. Accettato dall’Egitto e dai paesi del Golfo, il progetto veniva peraltro ostacolato dal rifiuto della Siria, dell’Iraq e dell’Iran. Per andare avanti bisognava dunque abbattere quei tre regimi. Per l’Iraq oggi è cosa fatta.

La questione allora è di sapere che tipo di regime politico sia necessario per sostenere il progetto. I discorsi propagandistici di Washington parlano di “democrazie”. Di fatto Washington tende a sostituire alle logore autocrazie del populismo ormai superato delle nuove autocrazie oscurantiste pretesamente “islamiche” (nel preteso rispetto della specificità culturale delle “comunità”). La rinnovata alleanza con un Islam politico detto “moderato” (cioè in grado di reggere la situazione con efficacia sufficiente a impedire le derive “terroristiche” – quelle dirette contro gli Stati Uniti e solo quelle, naturalmente) costituisce l’asse delle opzioni politiche di Washington, ed è oggi l’unica possibile. In questa prospettiva, si tenterà la riconciliazione con l’arcaica autocrazia del sistema saudita.

Di fronte al progetto perseguito dagli Stati Uniti, gli europei ne hanno inventato uno proprio, battezzato “partenariato euro-mediterraneo”. Un progetto assai poco ardito, carico di chiacchiere senza seguito, ma che anch’esso si proponeva di “riconciliare i paesi arabi con Israele”, mentre escludendo i paesi del Golfo dal “dialogo euro-mediterraneo”, gli europei riconoscevano implicitamente che quello era territorio di esclusiva pertinenza di Washington. (15)

Il patente contrasto fra la temeraria audacia del progetto americano e la debolezza di quello europeo è un indicatore eloquente del fatto che l’atlantismo realmente esistente ignora lo “sharing” (la condivisione di responsabilità e l’associazione nelle decisioni, mettendo su un piano di eguaglianza gli Stati Uniti e l’Europa). Tony Blair, che fa l’avvocato della costruzione di un mondo “unipolare”, crede di poter giustificare tale opzione perché l’atlantismo che ne sarebbe alla base sarebbe fondato sullo “sharing”. L’arroganza di Washington smentisce ogni giorno questa illusoria speranza, se quello di Blair non è che un cavillo da opporre all’opinione europea. Il realismo di Stalin, che a suo tempo dei nazisti aveva detto “non sanno dove bisogna fermarsi”, si applica alla lettera alla giunta che governa gli Stati Uniti. E le “speranze” che Blair tenta di rianimare somigliano troppo a quelle che Mussolini poneva nella possibilità di ridurre alla ragione Hitler.

E’ possibile un’altra opzione europea? Si sta forse delineando? Il discorso di Chirac che oppone al mondo “atlantico unipolare” (che egli intende correttamente come sinonimo di egemonia unilaterale degli Stati Uniti, riducendo il progetto europeo a niente di più del risvolto europeo del progetto di Washington) la costruzione di un mondo “multipolare” annuncia forse la fine dell’atlantismo?

Perché questa possibilità diventi realtà è necessario che l’Europa riesca a uscire dalle sabbie mobili nelle quali sta scivolando.

5. Le sabbie mobili del progetto europeoRitorno

Tutti i governi degli stati europei sono finora uniti sulle tesi del liberismo. Tale allineamento degli stati europei non significa altro che la cancellazione del progetto europeo, il suo doppio dissolvimento economico (i vantaggi dell’unione economica europea si diluiscono nella globalizzazione generale) e politico (l’autonomia politica e militare europea sparisce). In questo momento non esiste alcun progetto europeo. Gli si è sostituito un progetto nord-atlantico (o eventualmente della triade) sotto comando americano.

Le guerre “made in Usa” hanno certo risvegliato l’opinione pubblica di tutta Europa – soprattutto l’ultima dell’Iraq – e anche certi governi, in primo luogo quello francese, ma anche quelli della Germania, della Russia e della Cina. Ma questi stessi governi non hanno rimesso in discussione il fedele allineamento sulle esigenze del neoliberismo. E’una contraddizione importante che andrà superata in qualche maniera, o assoggettandosi alle esigenze di Washington oppure con una vera rottura che ponga fine all’atlantismo.

La conclusione politica principale che traggo da questa analisi è che l’Europa non può abbandonare l’atlantismo finché le alleanze politiche che definiscono i blocchi al potere saranno incentrate sul capitale transnazionale dominante. Solo se le lotte sociali e politiche riusciranno a modificare il contenuto di tali blocchi e imporre nuovi compromessi storici fra il capitale e il lavoro, solo allora l’Europa potrà prendere le distanze da Washington, permettendo di rinnovare un eventuale progetto europeo. In queste condizioni l’Europa potrebbe – e anche dovrebbe – impegnarsi sul piano internazionale, nei rapporti con l’Est e con il Sud, su una strada diversa da quella tracciata in base alle esigenze esclusive dell’imperialismo collettivo, dando inizio così alla sua partecipazione alla lunga marcia “oltre il capitalismo”. In altri termini, l’Europa sarà di sinistra (il termine di sinistra qui è preso sul serio) o non sarà.

Conciliare l’allineamento sul liberismo e l’affermazione di un’autonomia politica dell’Europa o degli stati che la costituiscono resta l’obiettivo di certe frazioni delle classi politiche europee, preoccupate di salvaguardare le posizioni esclusive del grande capitale. Ci riusciranno? Ho forti dubbi al proposito.

In contrappunto, le classi popolari europee, almeno in certi paesi, saranno in grado di superare la crisi che le colpisce? Lo credo possibile, precisamente per le ragioni che fanno sì che la cultura politica almeno in certi paesi europei – diversa da quella degli Stati Uniti – potrebbe produrre questa rinascita della sinistra. La condizione anche qui è che ci si liberi dal virus del liberismo.

Il “progetto europeo” è nato come risvolto europeo del progetto atlantico degli Stati Uniti, concepito all’indomani della seconda guerra mondiale, nello spirito della “guerra fredda” attuata da Washington, progetto al quale le borghesie europee – a loro volta indebolite e impaurite di fronte alle proprie classi operaie – hanno aderito praticamente senza condizioni.

Tuttavia lo stesso procedere del progetto – malgrado le origini dubbiose – ha modificato progressivamente alcuni dati importanti del problema e delle sfide ad esso connesse. L’Europa occidentale è riuscita a “recuperare” il ritardo economico e tecnologico rispetto agli Stati Uniti, o almeno ne ha tutti i mezzi. D’altra parte, il “nemico sovietico” non c’è più. Il processo di integrazione ha poi cancellato le violente avversioni che avevano dominato un secolo e mezzo di storia europea: i tre principali paesi del continente – Francia, Germania e Russia – si sono riconciliati. Questi sviluppi sono secondo me positivi e ricchi di un potenziale ancor più positivo. Certo il processo si è sviluppato su basi economiche ispirate ai principi del liberismo, ma di un liberismo che fino agli anni ottanta è stato temperato dalla dimensione sociale presa in considerazione con il “compromesso storico socialdemocratico”, che ha costretto il capitale a piegarsi alla domanda di giustizia sociale espressa dalle classi lavoratrici. Poi invece il processo è proseguito in un nuovo quadro sociale ispirato al liberismo “all’americana”, antisociale.

Quest’ultima svolta ha gettato le società europee in una crisi che ha molte dimensioni. In primo luogo, c’è la crisi economica, che è immanente all’opzione liberista. Una crisi aggravata dall’allineamento dei paesi europei sulle esigenze economiche del leader americano, giacché l’Europa ha accettato finora di finanziare il debito americano, a scapito dei propri interessi. In secondo luogo c’è una crisi sociale accentuata dalla crescita della resistenza e delle lotte delle classi popolari contro le fatali conseguenze dell’opzione liberista. Infine, si sta delineando una crisi politica – il rifiuto di allinearsi, almeno senza condizioni, sull’opzione degli Stati Uniti: la guerra infinita contro il Sud del mondo.

In che modo i popoli e gli stati europei si comportano e si comporteranno di fronte a questa triplice sfida?

Gli europeisti per principio si dividono in tre gruppi piuttosto diversi:

Esistono poi certo dei “non-europeisti” nel senso che considerano né auspicabili né possibili queste tre opzioni: è un gruppo fortemente minoritario per ora, ma di certo destinato a rafforzarsi. Il rafforzamento dovrebbe verificarsi mediante una delle due opzioni molto diverse, e cioè:

Su quali forze si appoggia ognuna di queste due tendenze e quali ne sono le rispettive possibilità?

Il capitale dominante è liberista per sua natura. E’ perciò portato, in base alla sua logica, a sostenere la prima delle tre opzioni. Tony Blair rappresenta l’espressione più coerente di ciò che ho definito “imperialismo collettivo della triade”. La classe politica unita sotto la bandiera a stelle e strisce è disposta, se necessario, a “sacrificare il progetto europeo” – o almeno a dissipare ogni illusione al riguardo – per mantenerlo nei limiti originari di risvolto europeo del progetto atlantico. Ma Bush, come Hitler, non concepisce alleati ma solo subordinati che obbediscono incondizionatamente. Per questa ragione alcuni segmenti importanti della classe politica, anche di destra – benché in via di principio difensori degli interessi del capitale dominante - rifiutano di allinearsi oggi sugli Stati Uniti come ieri su Hitler. Se in Europa esiste la possibilità di un Churchill, questi sarebbe Chirac. Riuscirà a esserlo?

La strategia del capitale dominante può scendere a patti con un “anti-europeismo di destra”, che si accontenterà di sfoggiare una retorica nazionalista e demagogica (per esempio sul tema degli immigrati – del Sud, naturalmente) ma che di fatto si inchinerà alle esigenze di un liberismo non specificamente “europeo” ma mondializzato. Aznar e Berlusconi costituiscono i prototipi di tali alleati di Washington, al pari delle classi dirigenti servili dell’Europa orientale.

Per questo io ritengo che la seconda opzione sia difficile da sostenere. Costituisce tuttavia la scelta dei principali governi europei – la Francia e la Germania. Esprime forse le ambizioni di un capitale abbastanza potente da emanciparsi dalla tutela degli Stati Uniti? Domanda per la quale non ho risposta. E’ possibile, ma intuitivamente direi che sia poco probabile.

Tale opzione è tuttavia quella di alleati di fronte all’avversario americano che costituisce il nemico principale di tutta l’umanità. Ho detto di alleati perché sono convinto che se persistono nella loro opzione saranno spinti ad uscire dalla logica del progetto unilaterale del capitale (il liberismo) e a cercare alleanze a sinistra (le sole che possano dare forza al loro progetto di indipendenza da Washington). L’alleanza fra i gruppi due e tre non è impossibile. Come lo fu la grande alleanza anti-nazista.

Se tale alleanza prendesse forma, dovrà e potrà operare esclusivamente nel quadro europeo, non sapendo gli europeisti rinunciare alla priorità datavi? Non lo credo, giacché tale quadro, come è e resterà, favorisce sistematicamente solo l’opzione del primo gruppo, quello filoamericano. Bisognerà allora far saltare l’Europa e rinunciare definitivamente al progetto?

Credo che non sia necessario, e neppure auspicabile. E’ possibile invece un’alta strategia: quella di lasciare il progetto europeo “fermo”, per un periodo, allo stadio attuale di sviluppo, e di sviluppare parallelamente altri assi di alleanza.

Darei in questo caso un’assoluta priorità alla costruzione di un’alleanza politica e strategica Parigi-Berlino-Mosca, prolungandola fino a Pechino e Nuova Delhi, se possibile. Ho detto politica, con l’obiettivo di restituire tutte le loro funzioni al pluralismo internazionale e all’Onu. E strategica: costruire insieme forze militari all’altezza di quelle americane. Queste tre o quattro potenze ne hanno tutti i mezzi, tecnologici e finanziari, rafforzati da tradizioni di capacità militari di fronte alle quali gli Stati Uniti fanno una ben magra figura. La sfida americana e le sue ambizioni criminali lo impongono. Ma le ambizioni sono smisurate. Bisogna provare. Costruire un fronte anti-egemonico è oggi – come ieri costruire un’alleanza anti-nazista – la più urgente priorità.

Una strategia di questo genere riconcilierebbe gli europeisti del gruppo due e tre e i non-europeisti di sinistra. Creerebbe dunque le condizioni favorevoli alla ripresa, successivamente, di un progetto europeo che includa una Gran Bretagna liberata dalla sua soggezione agli Stati Uniti e un’Europa orientale risanata dalla cultura servile. Bisogna avere pazienza: questo processo prenderà molto tempo.

Non sarà possibile alcun progresso del progetto europeo finché non sarà stata sconfitta la strategia degli Stati Uniti.

6. L’Europa di fronte al Sud arabo e mediterraneoRitorno

Il mondo arabo e il Medio Oriente occupano un posto decisivo nel progetto egemonico degli Stati Uniti. La risposta che gli europei vorranno dare alla sfida degli Stati Uniti nella regione diventa allora una delle prove decisive per il progetto europeo in sé.

La questione è dunque sapere se i paesi rivieraschi del Mediterraneo e delle sue propaggini – europei, arabi, turchi, iraniani, paesi del Corno d’Africa – si orienteranno o meno verso un’idea di sicurezza diversa da quella determinata dal predominio dell’egemonia mondiale americana. La ragione dovrebbe far inclinare in questa direzione, ma finora l’Europa non ha dato alcuna indicazione di voler andare in questo senso. Una delle ragioni che forse spiega almeno in parte l’inerzia europea è che gli interessi dei partner dell’Unione Europea sono, se non totalmente divergenti, almeno caricati di un coefficiente di priorità relativa molto diverso da un paese all’altro. La costa mediterranea non occupa un posto centrale nelle polarizzazioni industriali del capitalismo sviluppato: le coste del mare del Nord, del Nord-est atlantico americano e del Giappone centrale sono di una densità smisurata. Per gli europei del nord – Germania e Gran Bretagna – e a fortori per gli Stati Uniti e il Giappone, il pericolo di caos nei paesi situati a sud del Mediterraneo non ha la gravità che dovrebbe avere per italiani, spagnoli e francesi.

Fino al 1945 le diverse potenze europee avevano avuto politiche mediterranee diverse, e spesso in conflitto fra loro. Dopo la seconda guerra mondiale gli stati d’Europa occidentale non hanno più avuto praticamente una politica mediterranea e araba, né comune, né specifica di ogni stato, che fosse diversa dall’allineamento sugli Stati Uniti. Peraltro, anche in questo contesto, la Gran Bretagna e la Francia, che avevano delle posizioni coloniali nella regione, hanno condotto delle battaglie di retroguardia per conservare i rispettivi vantaggi. La Gran Bretagna vi ha rinunciato, per quanto riguarda l’Egitto e il Sudan, fin dal 1954 e dopo l’insuccesso dell’avventura dell’aggressione tripartita del 1956, ha proceduto a una svolta lacerante, e infine ha abbandonato l’ipotesi di esercitare una qualche influenza sui paesi del Golfo, alla fine degli anni sessanta. La Francia, espulsa dalla Siria fin dal 1945, ha infine accettato l’indipendenza dell’Algeria nel 1962, ma ha conservato una certa nostalgia del suo influsso nel Magreb e in Libano, incoraggiata d’altra parte dalle classi dirigenti locali, almeno in Tunisia, Marocco e Libano. Parallelamente, la costruzione europea non ha sostituito il ritiro delle potenze coloniali con una politica comune operante in questo settore. Si ricorda che quando i prezzi del petrolio sono stati riaggiustati, dopo la guerra arabo-israeliana del 1973, l’Europa comunitaria, sorpresa nel sonno, ha riscoperto di avere degli “interessi” nella regione. Ma tale risveglio non ha suscitato alcuna iniziativa importante, per esempio sul problema palestinese. In questo, come in molti altri settori, l’Europa è rimasta velleitaria e inconsistente. Alcuni progressi nel senso di un’autonomia di fronte agli Stati Uniti sono stati peraltro registrati nel corso degli anni settanta, culminando nel vertice di Venezia del 1980; ma i progressi non sono stati consolidati e con il tempo si sono piuttosto erosi, nel corso degli anni ottanta, per sparire infine con l’allineamento su Washington adottato al momento della crisi del Golfo. Perciò gli atteggiamenti dell’Europa nei confronti del futuro delle relazioni con il mondo arabo e iraniano vanno studiati sulla base di analisi specifiche per ognuno degli stati europei.

La Gran Bretagna non ha più alcuna politica mediterranea e araba che le sia propria. In questo settore come altrove la società britannica in tutte le sue espressioni politiche (conservatori e laburisti) ha scelto di allinearsi senza condizioni sugli Stati Uniti. Si tratta di una scelta storica di fondo, che supera le particolari circostanze congiunturali, rafforzando notevolmente la dipendenza dell’Europa dalle esigenze della strategia americana.

Sia pure per ragioni diverse, neppure la Germania ha una politica araba e mediterranea specifica, e non cercherà di elaborarne nel futuro immediato. Frenata dalla divisione e dal suo status, la Repubblica federale tedesca aveva dedicato tutti i suoi sforzi allo sviluppo economico, accettando di mantenere un basso profilo politico, sulla scia – in maniera simultanea e ambigua – degli Stati Uniti e dell’“europeismo”della Cee. In un primo tempo la riunificazione della Germania e la riconquista della piena sovranità internazionale non hanno modificato tale comportamento, ma al contrario ne hanno accentuato le espressioni. Il fatto è che le forze politiche dominanti (conservatrici, liberali e socialdemocratiche) avevano scelto di dare priorità all’espansione del capitalismo tedesco in Europa centrale e orientale, riducendo l’importanza relativa di una strategia europea comune, sia sul piano politico che su quello dell’integrazione economica. Resta da vedere se tale tendenza sia ormai invertita, come sembra suggerito dall’atteggiamento tenuto da Berlino sulla guerra in Iraq.

Le posizioni della Francia sono più sfumate. Paese sia atlantico che mediterraneo, erede di un impero coloniale, situato fra i vincitori della seconda guerra mondiale, la Francia non ha mai rinunciato a esprimersi come una grande potenza. Nel corso dei primi dieci anni dopo la guerra i successivi governi francesi avevano tentato di mantenere le posizioni coloniali mediante un sovrappiù di atlantismo, anticomunista e antisovietico. Il sostegno di Washington peraltro non fu mai né completo né sincero, come dimostrò l’atteggiamento degli Stati Uniti al tempo dell’aggressione tripartita contro l’Egitto nel 1956. Allora, per forza di cose, la politica mediterranea e araba della Francia era semplicemente retrograda. De Gaulle aveva spezzato contemporaneamente le illusioni paleocoloniali e filoamericane. Egli aveva ideato allora il triplice progetto ambizioso di modernizzare l’economia francese, di portare avanti un processo di decolonizzazione che permettesse di sostituire le formule antiche e ormai superate con un neocolonialismo flessibile, e di usare l’integrazione europea per compensare le debolezze intrinseche di un paese medio quale è la Francia. In questa prospettiva, De Gaulle concepiva un’Europa capace di rendersi autonoma rispetto agli Stati Uniti, non solo sul piano economico e finanziario, ma anche politico e – a suo tempo – militare, come concepiva anche – pure a tempo debito – di associare l’Urss alla costruzione europea (“l’Europa dall’Atlantico agli Urali”). Ma il gollismo non è sopravvissuto al suo fondatore e dal 1968 in poi le forze politiche francesi sia della destra classica che della sinistra socialista sono progressivamente tornate alle posizioni precedenti. La loro concezione della costruzione europea si è ristretta alla dimensione del “mercato comune”, al faccia a faccia con la Germania federale (al punto che quando l’unificazione tedesca si è realizzata, a Parigi è sorta una qualche sorpresa e inquietudine…) e all’invito pressante fatto alla Gran Bretagna di unirsi alla Cee (dimenticando che l’Inghilterra sarebbe stata il cavallo di Troia dell’America in Europa). Naturalmente tale deriva implicava per la Francia l’abbandono di ogni politica araba degna di questo nome, cioè una politica che andasse oltre gli interessi mercantili immediati. Sul piano politico la Francia si è comportata oggettivamente, nel mondo arabo come in quello subsahariano, come appoggio complementare alla strategia egemonica americana. In questo contesto va situato il discorso mediterraneo che invita ad associare i paesi del Magreb al carro europeo (nello stesso modo in cui era associata la Turchia, oggi in crisi) il che significa poi spezzare la prospettiva di un riavvicinamento unitario del mondo arabo, abbandonando il Mashrek all’intervento israelo-americano. Indubbiamente le classi dirigenti magrebine sono responsabili delle simpatie che hanno mostrato per tale progetto. Nondimeno la crisi del Golfo ha dato un colpo molto serio al progetto, e le masse popolari del nord Africa hanno affermato con forza la loro solidarietà al Mashrek, come d’altra parte era prevedibile.

Per la sua stessa posizione geografica, l’Italia è particolarmente sensibile ai problemi mediterranei. Ciò non significa che per questo essa abbia una politica mediterranea e araba che sia concreta e tanto meno efficace o autonoma. A lungo emarginata nello sviluppo capitalistico, l’Italia è stata costretta a circoscrivere le sue ambizioni mediterranee nella scia di un’alleanza obbligata con altre potenze europee, più decisive. Dal raggiungimento dell’unità nazionale alla metà dell’ottocento fino alla caduta di Mussolini nel 1943 essa ha sempre esitato fra l’alleanza con i padroni del Mediterraneo – cioè gli inglesi e i francesi – o con coloro che potevano contestare le posizioni anglo-francesi, cioè la Germania.

L’atlantismo, esercitato in Italia in un quadro che implica una politica estera di basso profilo nella scia degli Stati Uniti, ha dominato l’azione e le opzioni dei governi italiani che si sono succeduti dal 1947 in poi. In una concezione ancor più ideologizzata, l’atlantismo è presente anche in certi settori della borghesia laica (repubblicani e liberali, oltre a certi socialisti). Per i democratici cristiani esso è temperato dalla pressione universalistica propria della tradizione cattolica. E’ un fatto caratteristico che il papato abbia spesso preso delle posizioni – di fronte ai popoli arabi e in particolare nella questione palestinese, nonché rispetto al terzo mondo – che sono meno retrograde di quelle di vari governi italiani e occidentali in generale. Lo slittamento a sinistra di una parte della Chiesa cattolica, per influsso della teoria della liberazione d’America Latina, rafforza oggi tale universalismo, di cui si ritrovano versioni laiche nei movimenti pacifisti, ecologisti e terzomondismi. La corrente mitteleuropea affonda le sue radici nel XIX secolo e nella frattura fra nord e sud che l’unità italiana non ha mai superato. Agganciata agli interessi del grande capitale milanese, essa suggerisce di dare priorità all’espansione economica italiana verso l’Europa orientale, in stretta collaborazione con la Germania. In questo contesto, la Croazia costituisce oggi un obiettivo immediato, al punto che certi analisti vi ritrovano delle spinte espansionistiche italiane in direzione della Dalmazia. Tale opzione implicherebbe il proseguimento, da parte dell’Italia, della politica estera di basso profilo, marginalizzando i suoi rapporti con i paesi della costa meridionale del Mediterraneo. Una opzione parallela della Spagna isolerebbe ancor più la Francia nel concerto europeo, riducendone la portata al denominatore comune più basso. La corrente mediterranea, che è sempre debole, malgrado l’apporto che le potrebbe fornire l’universalismo, si è espressa perciò in una versione “levantina”: si tratta di “fare affari” qua e là, senza preoccuparsi del quadro strategico nel quale si iscrivono. Per prendere una diversa consistenza, più nobile, che associ l’Italia ad aperture economiche incentrate su una prospettiva di rafforzamento dell’autonomia sua e dei suoi partner arabi, sarebbe necessaria una convergenza fra tale progetto e le idee universaliste, in particolare di una parte della sinistra italiana, comunista e cristiana.

La destra italiana, riunificata sotto la direzione di Berlusconi al potere, ha scelto l’opzione di restare nel solco dell’asse atlantico Washington-Londra. Il comportamento delle forze di polizia durante il G8 di Genova nel luglio del 2001 esprime tale scelta in maniera che non potrebbe essere più chiara.

La Spagna e il Portogallo occupano un posto importante nella geostrategia di egemonia mondiale degli Stati Uniti. Il Pentagono infatti considera l’asse Azzorre –Canarie - Gibilterra – Baleari di importanza vitale per la sorveglianza dell’Atlantico, sia settentrionale che meridionale, e per sbarrare l’ingresso al Mediterraneo. Gli Stati Uniti avevano dunque forgiato l’alleanza con questi due paesi all’indomani della seconda guerra mondiale, senza provare il minimo disagio per il loro carattere fascista. Al contrario, il forsennato anticomunismo delle dittature di Franco e Salazar serviva ottimamente la causa egemonica degli Stati Uniti, che hanno favorito l’ingresso del Portogallo nella Nato e sul suolo spagnolo hanno stabilito basi militari di grande importanza. Come contropartita poi gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno sostenuto senza riserve il Portogallo per tutta la guerra coloniale, fino alla sconfitta.

L’evoluzione democratica della Spagna dopo la morte di Franco non ha dato l’occasione di rimettere in discussione l’integrazione del paese nel sistema militare americano. Anzi, l’adesione formale della Spagna alla Nato nel maggio 1982 era stata oggetto di un autentico ricatto elettorale, facendo credere che la partecipazione alla Cee esigeva tale adesione, peraltro non auspicata dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Successivamente, l’allineamento di Madrid sulle posizioni di Washington non ha avuto riserve. Gli Stati Uniti, in cambio, sarebbero intervenuti a “moderare” le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla e inoltre per tentare di convincere la Gran Bretagna a proposito di Gibilterra, anche se si può dubitare ampiamente su tale intervento. Resta il fatto che l’allineamento atlantista di Madrid si è tradotto in cambiamenti radicali nell’organizzazione delle forze armate spagnole, che sono state “spostate a sud”. Infatti nella tradizione spagnola l’esercito era disseminato su tutto il territorio del paese. Concepito d’altra parte come una forza di polizia interna più che come forza d’urto diretta verso l’esterno, l’esercito spagnolo era rimasto arretrato e – malgrado l’attenzione prestata dal potere supremo al corpo dei generali e degli ufficiali – non era stato oggetto di un’autentica modernizzazione, al pari degli eserciti francese, inglese e tedesco.

I governi socialisti e poi quelli di destra hanno dunque effettuato una redistribuzione delle forze armate spagnole, in vista di un eventuale “fronte meridionale”, e si sono impegnati in un programma di modernizzazione dell’esercito di terra, di mare e d’aria. Tale spostamento, imposto da Washington e dalla Nato, è una delle numerose manifestazioni della nuova strategia egemonica americana, che ha sostituito il Sud all’Est nella “difesa” dell’Occidente. In Spagna è poi accompagnata da un nuovo discorso che porta alla ribalta un ipotetico “nemico” che viene dal sud, la cui identificazione non lascia alcun dubbio. E’ poi interessante notare come tale discorso degli ambienti democratici (e socialisti) spagnoli si riallacci alla vecchia tradizione della “Reconquista”, popolare nei circoli cattolici dell’esercito. Lo spostamento delle forze armate spagnole è dunque il segno di una determinazione della Spagna a svolgere un ruolo attivo entro la Nato, nel quadro della nuova strategia occidentale che prevedono interventi di forza nel terzo mondo. La penisola iberica d’altra parte già adesso costituisce un anello di congiunzione fra Washington e Tel Aviv, la principale testa di ponte europea della Rapid Deployment Force americana (che ha svolto un ruolo decisivo nella guerra del Golfo), completata dalle basi siciliane (che finora sono servite solo per operazioni dirette contro il mondo arabo: Libia, bombardamento aereo della Tunisia ecc.) e dagli appoggi offerti dal Marocco. Naturalmente questa opzione occidentale svuota il discorso “euro-arabo” di ogni contenuto serio. La nuova Spagna democratica, che pretende di attivare una politica di amicizia nei confronti dell’America Latina e del mondo arabo, ha peraltro iniziato la sua azione in senso esattamente contrario alle sue proclamazioni di principio.

Il governo di destra diretto da Aznar ha confermato l’allineamento atlantista di Madrid. Più ancora dell’Italia, la Spagna rifiuta di capitalizzare la sua posizione mediterranea in favore di una nuova politica europea verso il mondo arabo, l’Africa e il terzo mondo, prendendo le distanze dalle esigenze dell’egemonia americana. L’idea francese di un gruppo mediterraneo in senso all’Unione Europea resta perciò sospesa in aria, senza alcun punto d’appoggio serio. D’altra parte sul piano economico il capitale spagnolo, erede della tradizione franchista, ha posto le sue speranze d’espansione prioritariamente nello sviluppo di accordi con la Germania e il Giappone, che sono stati invitati a partecipare alla modernizzazione della Catalogna.

Finché è esistita, la linea di confronto fra est e ovest passava per i Balcani. L’allineamento obbligato degli stati sorti nella regione sia su Mosca che su Washington – con l’unica eccezione della Jugoslavia dal 1948, e poi dell’Albania dal 1960 – aveva messo la sordina ai conflitti nazionalisti locali che avevano fatto dei Balcani la polveriera europea.

La Turchia si è situata spontaneamente nel campo occidentale fin dal 1945, dopo aver concluso frettolosamente la sua neutralità piuttosto benevola nei confronti della Germania hitleriana. Le rivendicazioni sovietiche su Kars e Ardahan nel Caucaso e circa il diritto di passaggio negli Stretti, formulate da Stalin all’indomani della vittoria, vennero respinte da Ankara solo grazie al deciso appoggio di Washington. In cambio la Turchia, divenuta membro della Nato malgrado il sistema politico poco democratico, ha accolto le basi americane più vicine all’Urss. La società turca resta peraltro una società del terzo mondo, anche se dopo Ataturk, le classi dirigenti del paese proclamano l’europeità della nuova Turchia e bussano alla porta dell’Unione Europea, che non ne vuole sapere. Alleata fedele degli Stati Uniti e dei loro partner europei, la Turchia auspica di recuperare il suo passato e svolgere un ruolo attivo in Medio Oriente, facendo pagare all’Occidente i servizi che potrebbe rendere nella regione? Sembra che il problema della questione curda, di cui rifiuta perfino di riconoscere l’esistenza, l’abbia fatta esitare finora. Ed è stata relegata nel museo storico delle origini anche l’idea di una eventuale opzione pan-turaniana, suggerita all’indomani della prima guerra mondiale in certi ambienti kemalisti. Ma oggi la decomposizione dell’ex Urss potrebbe costituire un invito per il potere di Ankara a prendere la testa di un gruppo turcofono che potrebbe dominare l’Asia dall’Azerbaigian al Sinkiang. L’Iran ha sempre espresso il timore di una evoluzione di questo tipo, che rimetterebbe in questione non solo lo status dell’Azerbaigian meridionale iraniano ma anche la sicurezza della sua lunga frontiera asiatica settentrionale con il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

La Grecia non aveva scelto spontaneamente di posizionarsi nel campo antisovietico. Vi è stata costretta dall’intervento britannico, rilevato poi dagli Stati Uniti dal 1948. In base agli accordi di Yalta l’Urss – come si sa - aveva abbandonato al suo destino la resistenza greca diretta dal partito comunista che pure, come in Jugoslavia e in Albania, aveva liberato il paese e conquistato un appoggio popolare ampiamente maggioritario. Contro questo movimento popolare gli occidentali sono stati condotti a sostenere dei regimi repressivi e infine una dittatura di colonnelli fascisti, senza vedervi alcuna contraddizione con il loro discorso secondo cui la Nato proteggeva il “mondo libero” contro il “satana totalitario”. Il ritorno della Grecia alla democrazia con la vittoria elettorale del Pasok nel 1981 rischiava, in quelle condizioni, di rimettere in discussione la fedeltà della Grecia alla Nato. L’Europa comunitaria si è lanciata allora in soccorso di Washington e – come per la Spagna – ha legato di fatto la candidatura greca alla Cee al mantenimento della sua partecipazione all’alleanza atlantica. L’ingresso nella Cee era d’altra parte ancora molto discusso nell’opinione pubblica dell’epoca. La scelta di Papandreu di allinearsi ad ogni costo, dopo qualche esitazione e malgrado l’opzione terzomondista e neutralista di principio adottata dal Pasok, ha messo in moto un’evoluzione irreversibile nella stessa mentalità del popolo greco, lusingandone le aspirazioni alla modernità e allo status europeo. Tuttavia i nuovi partner europei della Grecia non hanno molto da offrire a questo paese, che è destinato a restare ancora per molto tempo il parente povero della costruzione comunitaria.

La fedeltà di Atene all’occidente euroamericano non le ha procurato neppure un appoggio concreto nel conflitto con la Turchia. Anche se la dittatura greca ha una responsabilità precisa nella tragedia cipriota del 1974, l’aperta aggressione turca (l’operazione Attila) e la creazione di una “repubblica turca di Cipro”, in violazione dello statuto dell’isola, sono state non solo accettate, ma probabilmente messe a punto in accordo con i servizi del Pentagono, davanti al quale l’Europa ha ceduto ancora una volta. E’ evidente che per gli Stati Uniti l’amicizia della Turchia, notevole potenza militare regionale, viene prima di quella con la Grecia, anche se ormai democratica.

Nel 1945 l’insieme della regione balcanico-danubiana (Jugoslavia, Albania, Ungheria, Romania e Bulgaria) era entrato nella sfera d’influenza di Mosca, sia per il fatto dell’occupazione militare sovietica con l’acquiescenza delle potenze di Yalta, sia per il fatto della loro liberazione e della scelta dei rispettivi popoli in Jugoslavia e Albania.

La Jugoslavia di Tito, isolata negli anni fra il 1948 e il 1953 sia per l’ostracismo di Mosca che per l’anticomunismo occidentale, aveva perseguito con successo una strategia di costruzione di un fronte di “non-allineati” che le aveva procurato l’amicizia del terzo mondo, in particolare dopo la conferenza di Bandung del 1955. Gli analisti del pensiero geostrategico jugoslavo dell’epoca segnalano peraltro il fatto – in apparenza strano – che tale pensiero era poco sensibile alla dimensione mediterranea del paese. Forse l’abbandono da parte dell’Italia, dopo la seconda guerra mondiale, delle tradizionali aspirazioni sulla Dalmazia (e l’Albania) e la soluzione trovata nel 1954 allo spinoso problema di Trieste sono all’origine di questo “oblio storico”. La Jugoslavia si era vissuta come uno stato preoccupato anzitutto dei problemi dell’equilibrio dei suoi rapporti regionali danubiano-balcanici e soprattutto di quelli dell’equilibrio mondiale delle superpotenze. Sotto il primo aspetto, era riuscita a capitalizzare a suo favore la doppia attrazione nordica e danubiana della regione croato-slovena e quella russa e balcanica della Serbia. Il riavvicinamento iniziato da Krusciov e proseguito dai suoi successori, riconoscendo il ruolo positivo del neutralismo di Tito nell’arena mondiale, e in seguito l’ammorbidirsi dei regimi del patto di Varsavia a partire dagli anni sessanta e soprattutto settanta, avevano garantito allora la sicurezza jugoslava, e il paese aveva smesso di sentirsi oggetto di un conflitto regionale qualsiasi. La diplomazia jugoslava aveva potuto agire sugli scenari internazionali dando al paese un peso che non aveva proporzione con la sua misura. Ma se tale diplomazia aveva riportato incontestabilmente dei successi in Asia, in Africa e perfino in America Latina, non aveva avuto risultati altrettanto brillanti in Europa, dove i suoi appelli ad allargare il fronte dei neutrali non ha mai trovato echi favorevoli. Tuttavia, di fronte all’Europa della Nato, dal nord al sud del continente, fra i due patti militari avversari, la Svezia, la Finlandia e l’Austria avrebbero potuto prospettare iniziative positive comuni, abbandonando lo spirito della guerra fredda. Successivamente la Grecia del Pasok ha cercato di allargare il campo neutralista europeo, delineando nel 1982 una proposta di cooperazione in vista della denuclearizzazione dei Balcani, indirizzata contemporaneamente a paesi membri di una delle due alleanze (Turchia, Romania e Bulgaria) e ai neutrali (Jugoslavia e Albania). Tali proposte non hanno trovato eco.

La decomposizione dell’Europa sud-orientale iniziata nel 1989 ha stravolto i dati del problema. L’erosione e poi il crollo della legittimità dei regimi - che era fondata su un certo sviluppo, quali che ne siano stati i limiti e gli aspetti negativi – ha fatto esplodere l’unità della classe dirigente, le cui frazioni, allo stremo, cercano di rifondare la loro legittimità sul nazionalismo. Si trovavano riunite tutte le condizioni non solo per permettere l’offensiva del capitalismo selvaggio appoggiato da Stati Uniti e Unione Europea, ma anche perché la Germania riprendesse l’iniziativa nella regione, gettando olio sul fuoco – con il riconoscimento affrettato dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, appoggiato dall’Unione Europea – e accelerando così lo smembramento dell’Jugoslavia e la guerra civile. Stranamente gli europei tentano di imporre in Bosnia la coesistenza di comunità di cui hanno favorito la separazione. Giacché se è possibile che serbi, croati e musulmani coesistano in quella piccola Jugoslavia che è la Bosnia, perché non potrebbero coesistere nella grande Jugoslavia? Evidentemente una strategia di questo tipo non aveva possibilità di successo, il che ha permesso agli Stati Uniti di intervenire a loro volta, nel cuore dell’Europa! Nella strategia di Washington l’asse Balcani – Caucaso – Asia centrale è di fatto un prolungamento del Medio Oriente.

Dalle analisi che ho proposto e che riguardano le opzioni politico strategiche dei paesi della costa settentrionale del Mediteraneo, voglio trarre questa conclusione principale: la maggior parte di tali paesi, ieri partner fedeli degli Stati Uniti nel conflitto fra est e ovest, restano oggi allineati sulla strategia dell’egemonia americana nei confronti del terzo mondo, e in particolare dei paesi arabi e degli altri paesi della regione Mar Rosso – Golfo; gli altri paesi, balcanici e danubiani, ieri implicati in una qualche maniera nel conflitto est-ovest, hanno smesso di essere agenti attivi nel conflitto permanente fra nord e sud, e sono diventati oggetti passivi dell’espansionismo occidentale.

In conclusione: l’impero del caos e la guerra permanenteRitorno

Il progetto di dominio degli Stati Uniti – l’estensione della dottrina Monroe a tutto il pianeta – è smisurato. Tale progetto, che ho definito Impero del caos fin dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, si troverà fatalmente a fronteggiare l’ondata di resistenza che aumenta fra le nazioni del Vecchio mondo che non accetteranno di sottomettervisi. Gli Stati Uniti saranno allora destinati a comportarsi da “stato canaglia” per eccellenza, sostituendo al diritto internazionale il ricorso alla guerra permanente (iniziata nel Medio Oriente, ma diretta, più oltre, alla Russia e all’Asia) e slittando verso il fascismo (la “legge patriottica” ha già dato alla loro polizia, nei confronti degli stranieri – gli “alieni” – poteri analoghi a quelli attribuiti a suo tempo alla Gestapo).

Gli stati europei, partner nel sistema di imperialismo collettivo della triade, accetteranno questa deriva che li pone in posizione subalterna? La tesi che io ho sviluppato sulla questione pone l’accento non sui conflitti di interesse del capitale dominante, ma sulla diversità che separa le culture politiche europee da quella che caratterizza la formazione storica degli Stati Uniti, e vede in questa nuova contraddizione una delle ragioni principali del probabile insuccesso del progetto statunitense. (16)

Note:

  1. Ritornovedi: Samir Amin, Classe et nation dans l’histoire et la crise contemporaine, chap VI et VIII, Minuit 1979
    Samir Amin, L’ eurocentrisme, chap IV, Anthropos economica, 1988
    Samir Amin, Au delà du capitalisme sénile, pour un XXI ième siècle non américain, PUF 2001 (Oltre il capitalismo senile, Ed. Punto Rosso, Milano 2002)
  2. Ritornopour la critique du post modernisme et la thèse de Negri , voir:
    Samir Amin, Critique de l’ air du temps, chap VI, Harmattan 1997
    Samir Amin, Le virus libéral, pp20 et suiv, Le temps des cerises, 2003
  3. RitornoSamir Amin, L’hégèmonisme des Etats Unis et l’effacement du projet européen, Harmattan, 2000
  4. RitornoSamir Amin et all, Les enjeux stratégiques en Méditerranée , première partie, Harmattan 1992
  5. RitornoComme par exemple: Gérard Chaliand et Arnaud Blin, America is back, Bayard 2003
  6. RitornoSamir Amin, La faillite du développement, chap II, Harmattan 1989
  7. RitornoSamir Amin, Les défis de la mondialisation, chap VII, Harmattan 1996
  8. RitornoSalir Amin, L ‘ethnie à l’assaut des nations , Harmattan 1994
  9. RitornoEmmanuel Todd, Après l’ empire, Gallimard 2002
  10. RitornoThe national security strategy of the United States 2002
  11. RitornoCf note 2
  12. RitornoSamir Amin , Les défis de la mondialisation, op cit, chapIII
  13. RitornoSamir Amin , L’ empire du chaos, Harmattan 1991
  14. RitornoSamir Amin , Les défis de la mondialisation, op cit, chapI et II
  15. RitornoSamir Amin et Ali El Kenz, Le monde arabe, enjeux sociaux, perspectives méditérranéennes , Harmattan 2003 (in corso di traduzione presso le Edizioni Punto Rosso)
  16. RitornoSamir Amin , Le virus libéral, op cit, pp 20 et suiv.
    Samir Amin, L’idéologie américaine, publié en anglais, in Ahram Weekly , mai 2003, Le Caire

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Samir Amin
Il Cairo, 12 novembre 2003
"Punto Rosso" - Milano