L'assassionio di Maria Grazia Cutuli. I giornalisti, i giornali, la politica
“Territorio comanche”
«P er un reporter in guerra “territorio comanche” č il posto dove l'istinto ti dice di fermare l'auto e fare marcia indietro.
Il posto dove le strade sono deserte e le case sono rovine bruciate, dove sembra sempre l'imbrunire e cammini stretto ai muri verso gli spari che risuonano in lontananza, ascoltando il rumore dei tuoi passi sui vetri rotti. In guerra, il suolo č sempre coperto di vetri rotti. “Territori comanche” č lą dove li senti scricchiolare sotto i tuoi scarponi e anche se non vedi nessuno, sai che ti stanno guardando. Lą dove non vedi i fucili ma i fucili vedono te».

La descrizione del territorio comanche č di Arturo Perez-Reverte, un collega spagnolo che ho incrociato in Bosnia. Nel '94, Perez-Reverte decise che era arrivato il momento di cambiare mestiere. Come fa dire al reporter Barles, della Tv Espańa, uno dei protagonisti del suo romanzo veritą, «č meglio essere giovani, credere nei buoni e nei cattivi, avere gambe salde, sentirsi protagonista coinvolto e non semplice testimone.
Dai quaranta il lą, in questo mestiere diventi maledettamente vecchio». Maria Grazia Cutuli di anni ne aveva 39, eppure si dava un gran daffare per avere titolo professionale a frequentare abitualmente “territorio comanche”.
Nella scelta personale di Maria Grazia, personalmente mi ritrovo.
Mi riconosco nella pazza sicumera di Julio Fuentes che i quaranta si era gią lasciato alle spalle, con cui ho condiviso la stupida illusione della immortalitą e dell'impossibile. Con Julio, tante trincee e infinite chiacchiere da ristorante di albergo.
Ora quei due bravi colleghi sono diventati i nostri eroi, i martiri di una categoria che anche sulle trincee rischia troppo spesso di raccontare prima di tutto se stessa.
Io voglio poter piangere, silenziosamente e di nascosto per Maria Grazia, per Julio, per gli altri due colleghi di cui gią non ricordo pił il nome.
Anche a loro forse dedicheranno una strada nei loro paesi d'origine, e non ne saranno certo esaltati. Muori e le consolazioni - infinitesimo risarcimento - sono giustamente per chi resta. A non piacermi č il rito autoreferenziale della categoria e il lutto istituzionale che lo accompagna.
La morte di uno di noi č in genere l'occasione per quei pochi giornalisti di strada che restano di presentare il conto ai colleghi di desk rispetto alle carriere (spesso giustamente) non fatte.
E' l'occasione per gli eterni trasformismi di chi insegue il video ma non disdegna sfoggiare il giubbetto “Prada war”.
Gli editori che cancellano nel contratto la figura professionale dell'inviato esaltano il ruolo fondamentale dei sopravvissuti.
Gli editori democratici, che non hanno i soldi per mandare nessuno a farsi ammazzare, ci esaltano con le attenzioni dell'approfondimento.
Le nostre organizzazioni sindacali, dopo aver firmato decenni di contratti appiattiti su un giornalismo essenzialmente gerarchico, ci intitoleranno una sala da dibattiti congressuali.
Grazie, no. Non c'č strada attorno a Saxa Rubra che valga una nuova lapide.
Rispetto alla politica poi, il chiarimento che vorrei, pre mortem possibilmente, č quello dei rispettivi ruoli. Siete voi a controllare noi (attraverso la proprietą dei giornali, o il consiglio di amministrazione della Rai, o la “vicinanza” di Mediaset), o siamo noi giornalisti ad avere una funzione costituzionale di controllo sul vostro operato?
Non amo le commemorazioni da parte di chi i giornalisti li ha comprati e venduti sino al giorno prima, usandoli e trattandoli come tanti straccetti kleenex.
Certo, quei giornalisti sono stati disponibili all'uso, ma questo non toglie nulla alla perversione del sistema che č stato creato e che continua ad essere alimentato.
Alla fine, torni a pensare ai tuoi morti, e vorresti da parte di tutti, un soprassalto di dignitą.
Andare oltre al vizio dell'autoreferenzialitą, andare oltre al sindacalese, alla politica di opportunismo e di abbordo. Iniziare a discutere, ad esempio, di come la stampa italiana ha seguito sino ad oggi le guerre recenti, come poteva fare meglio, come dovrebbe essere fatto.
Discutere di giornalismo con “le stellette”, del diritto al dissenso, del “dovere” di continuare ad esercitare la dovuta funzione critica anche in “tempo di guerra”. Le guerre di oggi nascono orfane e muoiono sempre senza figli. Non ci sono mai cause, e conseguenze.
La guerra esiste solo se va in prima pagina. Prima e dopo ha spazio se č occasione di rissa politica interna. Non c'č un prima, e non c'č un dopo.
E' il vizio di un giornalismo italiano disattento e provinciale? Sono le conseguenze di un mondo politico piccolo ed egoista, che lega al circuito fra Montecitorio e Palazzo Chigi le sole attenzioni pretese dai media? Parliamone, finché siamo in tempo. Prima degli altri morti e senza toccare i morti di ieri, per favore.
Ennio Remondino
Roma, 24 novembre 2001
da "Liberazione "