Forse il nuovo secolo ha avuto veramente inizio l'11 settembre. Ma, contrariamente a Jean Baudrillard, che vede negli attentati dell'11 "un evento assoluto" (Le Monde del 3 novembre scorso), Balzac afferma in "César Birotteau" che "gli eventi non sono mai assoluti". Soltanto il miracolo è l'evento assoluto. Non appartiene alla storia, bensì alla teologia. L'evento secondo Baudrillard è proprio miracoloso tanto da "sfidare qualsiasi forma di interpretazione". Ma in un mondo prosaico e profano, l'evento ha un prima e un dopo. Si inscrive in una trama di condizioni e circostanze logiche.
L'insensatezza stessa ha le proprie ragioni. Sarebbe rassicurarsi a buon mercato se ci attribuissimo il monopolio dell'intelligenza, escludendo Bin Laden o Al Qaeda dalla razionalità (come fa Jean-François Revel) o richiudendoli nel cerchio maledetto della "pazzia furiosa" (come fa Chirac). Capire non è giustificare. Di questi tempi si scrivono un sacco di idiozie. Lo sforzo necessario per capirli non significa assolutamente giustificarli. La violenza di un mondo che Bush padre, solo dieci anni fa, prometteva riconciliato, rappacificato e ben ordinato, non nasce dal cervello di Bin Laden o di chiunque altro. Cresce e prolifera dall'ineguaglianza e dall'ingiustizia che, anno dopo anno, i rapporti dell'ONU sul tasso di sviluppo umano dimostrano essere in costante aumento, non solo tra i Paesi del Nord e del Sud, ma anche in seno ai Paesi ricchi e tra i sessi.
All'opulenza degli uni fanno da contrappeso lo sfruttamento e l'oppressione degli altri. Non si riuscirà a far arretrare la violenza, senza attaccarla alla base. In questo campo non ci sono magiche scorciatoie.
I nostri giornali e le nostre antenne sono strapiene di sagge considerazioni sulla crisi dell'ordine westfaliano e sul declino degli Stati nazionali come forma dominante della politica moderna. Questa diagnosi pecca spesso di estrapolazione frettolosa.
Tuttavia, se vale per i vecchi Stati-nazione europei, vale a fortiori per gli Stati tardivi e fragili nati dalla decolonizzazione, che non hanno avuto ne' il tempo ne' i mezzi per unificare dei popoli, consolidare uno spazio pubblico, dare consistenza ad una società civile. Menomati al loro nascere da un inserimento subordinato nel mercato mondiale e investiti in pieno dalla globalizzazione capitalista, essi sono spesso destinati ad una crisi convulsiva di cui si intravedono due terrificanti sbocchi possibili: o la caduta in una ricerca genealogica delle origini, che ha come risultato l'etnicizzazione della politica e i fantasmi purificatori; oppure la fuga in avanti in spazi geopolitici allargati in cui la comunità confessionale funge da consolazione per le introvabili legittimità nazionali.
Nelle regioni del mondo in cui le frontiere sono frutto in larga parte delle occupazioni e delle spartizioni coloniali, la "comunità dei credenti" riunita da una fede transnazionale replica in modo inquietante ma per niente illogico alla costruzione della "potenza Europa" di cui straparlano i nostri governanti, oppure al grande mercato delle Americhe egemonizzato dagli USA. Il fondamentalismo islamico non ha il monopolio di questa (ri)confessionalizzazione della politica. La provocazione di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee scommetteva deliberatamente su questa dinamica: preferisce evidentemente lo scontro religioso tra lo Stato ebraico e il fondamentalismo islamico al conflitto politico con un movimento palestinese laico sui diritti sociali e politici uguali per tutti i cittadini della regione. Queste turbolenze politiche e territoriali sono parte fondamentale della nuova spartizione del mondo richiesta dalla mondializzazione imperialista.
L'indebolimento degli Stati-nazione e la negazione delle sovranità popolari come inevitabile corollario rimettono in discussione la definizione weberiana dello Stato in quanto detentore del monopolio della violenza organizzata. Sarebbe ingannevole credere che una circolazione senza frontiere dei capitali e delle merci possa verificarsi senza una circolazione senza frontiere della violenza e senza una disseminazione dei suoi attori non statali. E altrettanto illusorio sarebbe immaginare che la privatizzazione generalizzata della produzione, dei servizi, dell'informazione, del diritto, della materia vivente, del sapere, dello spazio, possa non condurre anche ad una privatizzazione dell'esercizio della violenza, tanto più perchè vi si prestano le tecniche degli armamenti.
La scalata militare, poliziesca e delle politiche della sicurezza da parte delle potenze dominanti appare allora come la contropartita necessaria del liberismo di mercato. Gli stupefacenti progetti attualmente in discussione al Parlamento europeo e il neo-keyneisanesimo militare americano ne sono la prova lampante: come scrive Ulrich Beck (Le Monde del 10 novembre scorso), il liberismo conquistatore precipita a sua volta nel passato delle illusioni. Peccato che il defunto François Furet non sia più qui per constatarlo.
La crisi degli Stati-nazione va di pari passo con una destabilizzazione delle categorie intorno alle quali, dal tempo delle rivoluzioni dei Lumi in poi, si organizza il pensiero politico: la sovranità, il popolo, la rappresentanza, le frontiere, il cittadino, l'esterno. I ricorrenti dibattiti sui clandestini, la crisi della politica, le aporie democratiche della costruzione europea, ne sono la dimostrazione quotidiana.
Nei recenti conflitti gli obiettivi di guerra paiono via via sempre più vaghi, se non addirittura indefinibili: catturare Bin Laden, rovesciare il regime talebano, imporre un nuovo ordine imperiale in Asia Centrale o controllare stabilmente le vie del petrolio? Nel suo discorso del 20 settembre scorso, Gorge W. Bush ha risposto che si trattava niente meno che di debellare il terrorismo.
Di conseguenza, il nome iniziale dell'operazione, "Giustizia infinita", non sembra più un lapsus inopportuno. Contro un nemico inafferrabile e proteiforme, le cui forze vengono alimentate continuamente dalla miseria del mondo, la guerra sarebbe effettivamente illimitata: "La nostra guerra contro il terrore inizia con Al Qaeda - precisava Bush figlio - ma non finirà lì. Terminerà solo quando ogni gruppo terroristico in grado di colpire su scala mondiale non sarà individuato, arrestato e debellato". Alle Calende greche, o quando gli asini voleranno.
In questa guerra senza limiti, la proporzione tra il fine e i mezzi non ha più senso. In nome della purezza del fine (la "guerra etica" cara a Tony Blair!), tutti i mezzi sono validi. Il discorso di Bush lo preannunciava senza mezzi termini: questa guerra "potrà avere azioni spettacolari diffuse in televisione", ma anche "operazioni segrete, segrete anche se andassero a buon fine". In questa guerra dell'ombra senza testimoni, tutti i colpi sono ammessi. Passando dalla "mondializzazione felice" alla beatitudine atomica, Alain Minc (Le Monde del 7 novembre scorso) estremizza approvando risolutamente il bombardamento di Hiroshima.
Data la sproporzione delle forze e dei mezzi, la Santa Alleanza imperialista ottiene vittorie militari, ma a prezzo di quali bombe politiche a scoppio ritardato? Su quale scala temporale si misurano le vittorie e le disfatte nella storia? In realtà, il terrore aereo, che non vede le popolazioni civili, corrisponde perfettamente alla guerra illimitata senza obiettivi dichiarati. Chi vuole questa guerra vuole anche il suo ingranaggio. La dottrina militare americana ufficiale della "guerra asimmetrica" si inscrive in questa logica in cui il diritto internazionale si dissolve nella morale del più forte, in cui la guerra non è più veramente la guerra, ma una crociata (anche questo lapsus non era gratuito) secolare della civiltà contro la barbarie, una semplice retata di polizia internazionale per castigare dei delinquenti. Per questi motivi i Governi coinvolti in queste operazioni punitive si esimono ormai da dibattiti e da votazioni parlamentari: nessuna guerra, nessuna dichiarazione di guerra, nessun crimine di guerra! Chi s'è visto, s'è visto!
La nozione di terrorismo al singolare nasconde parecchie inesattezze e approssimazioni. Per le autorità d'occupazione tedesche, i fucilati dell'Affiche Rouge furono terroristi. Per le autorità britanniche in Palestina, Begin e Shamir furono terroristi. Per i governanti francesi, i combattenti per l'indipendenza dell'Algeria, furono terroristi. Per Milosevic, lo furono i combattenti albanesi e, per Putin, i combattenti ceceni.
Se ci vuole una definizione, quella che figura nei manuali militari dell'esercito americano non è la più malvagia. Il terrorismo è ufficialmente definito come "il ricorso calcolato alla violenza contro dei civili a scopo di intimidazione e di coercizione per raggiungere obiettivi politici, religiosi, ideologici, o di altro genere." A rigor di logica, questa definizione si attaglia perfettamente alla guerra coloniale portata avanti dall'imperialismo francese in Algeria, agli interventi statunitensi occulti in America Latina, alla guerra di "bassa intensità" in Centro America (malgrado la condanna formale del Tribunale dell'Aja).
Non giustifica assolutamente i crimini dell'11 settembre scorso, ma rivela tuttavia la simmetria nascosta della guerra asimmetrica. Condanniamo questi attentati, non solo per ragioni cosiddette morali, ma per ragioni indissolubilmente morali e politiche. Ragioni che vanno di pari passo, contrariamente a quanto vuol far credere Monique Canto-Serber (Le Monde del 4 ottobre scorso), che fa di Bin Laden un figlio spirituale di Saint-Just e di Trotzki. Quest'ultimo ha per caso fornito "la giustificazione del terrorismo" sostenendo il "carattere assoluto del fine perseguito e l'indifferenza riguardo ai mezzi?". Trotzki chiede al contrario: "Il fine che giustifica i mezzi suscita immediatamente una domanda: e che cosa giustifica il fine?". Poichè "nella vita pratica, così come nel movimento storico, il fine e i mezzi cambiano continuamente di posto."
Noriega, Pol Pot, Bin Laden, i talebani sono stati ieri le creature e i mezzi della politica imperialista. Sono diventati, con un rovesciamento dialettico esemplare, i fini della guerra senza fine contro il terrorismo, prima di ridiventare, se non sono troppo consumati da questo gioco di rimbalzo, i mezzi di nuovi fini! Non stupisce che questa morale dalla geometria variabile abbia bisogno di chiamare a rinforzo le certezze di una morale eterna che, come sottolineava con perspicacia Trotsky, "non può fare a meno di Dio": "Noi sappiamo che Dio non è neutrale" dichiara in effetti Gorge W. Bush.
Gli attentati dell'11 settembre non sono per niente un fatto d'armi antimperialista. Non aumentano la fiducia dei popoli nella propria forza emancipatrice. Non fanno avanzare di un pollice la causa delle donne afgane, al contrario. Mettono gli oppressi/e gli uni/e contro gli altri/e. Favoriscono la grande coalizione imperiale che lascia mano libera a Putin in Cecenia e ai burocrati cinesi contro i loro oppositori. Facilitano il ricorso al ricatto del terrorismo da parte dei dirigenti israeliani e aumentano la pressione sulla resistenza palestinese per costringerla a nuove concessioni. Introducono i germi della divisione nel movimento contro la globalizzazione capitalistica in pieno sviluppo dopo Seattle, Porto Alegre e Genova. Forniscono pretesti per un inasprimento delle misure liberticide e per il rilancio (annunciato ben prima dell'11 settembre) della corsa agli armamenti.
Il fondamentalismo religioso non è la forma finalmente raggiunta dell'emancipazione sociale, e Bin Laden o il mullah Omar non ne sono per niente i nuovi campioni. Dopo le delusioni e le sconfitte del XX secolo, incarnerebbero piuttosto un "antimperialismo degli imbecilli", così come l'antisemitismo ha potuto costituire un tempo "il socialismo degli imbecilli".
Tuttavia, per sfuggire all'ingranaggio della Crociata secolare e della Jihad, non è sufficiente somministrare ai dannati della Terra lezioni di morale. Quale speranza di futuro possono nutrire popolazioni condannate a vegetare nei campi profughi o a sopravvivere fra le rovine? Perchè non dovrebbero andare a cercare in Cielo la salvezza che non si aspettano più in Terra? Possiamo raccomandare ai milioni di rifugiati afgani o palestinesi di costruire i propri sindacati e di eleggere saggiamente i propri deputati come se vivessero in una società decente e civilizzata?
Per combattere questa disperazione alla radice, è certamente necessario, come conviene il recente Premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, debellare la povertà, le ineguaglianze, il debito del Terzo mondo, i crimini sociali dell'ordine mondiale. Ci vorrà molto tempo, indubbiamente. In compenso, certe risposte politiche possono essere rapide. E innanzi tutto porre rimedio all'ingiustizia fatta ai Palestinesi.
La crisi internazionale non si limita certo alla questione palestinese ma ne è parte fondamentale, così come l'eliminazione dell'embargo sull'Irak. Lo riconoscono loro malgrado gli intellettuali de "Les Temps Modernes", quando focalizzano tutta l'attenzione sulla questione israeliana.
I crimini, come dicono i manifestanti americani contro la guerra, riguardano la giustizia internazionale, non la vendetta. Inoltre bisognerebbe che questa giustizia non fosse a senso unico e che gli Stati Uniti, che dovrebbero render conto di molti crimini di guerra, vi fossero anch'essi sottoposti. Celebrando "la superiorità assoluta della democrazia", Alain Minc non si discosta, benchè lo neghi, da Berlusconi e "dallo scontro di civiltà". Questa democrazia senza aggettivi è astratta tanto quanto il terrorismo al singolare di Baudrillard. Vi sono, nella storia, forme e metamorfosi democratiche. La democrazia greca ebbe la schiavitù come condizione e come parte maledetta.
Le democrazie occidentali hanno il colonialismo, il saccheggio e la dominazione dei popoli paria. Ne' Trotzki, ne' Rosa Luxemburg, ne' Che Guevara avrebbero potuto concepire gli attentati criminali dell'11 settembre perchè la logica della lotta di classe frantuma il panico suscitato dalla mancanza di identità e le appartenenze gregarie. Distrugge i condizionamenti di campanili e cappelle. Vieta ogni azione che prenda ciecamente a bersaglio altri oppressi. A voler negare o rifiutare la lotta di classe, si ha come risultato la guerra delle etnie e delle religioni, le guerre sante e i contraccolpi della barbarie.
La soluzione alternativa sta dalla parte del nuovo internazionalismo profano, delle resistenze alla globalizzazione di mercato. È una via stretta. Non ce ne sono altre.