Intervista ad Alain Frilet, responsabile per
l'Asia di Medecin sans Frontières

«L'Afghanistan oggi, un luogo infernale»

Scontri a fuoco, ordigni inesplosi, catastrofe sanitaria e carestia... E i bombardamenti continuano

Anni di guerra civile e mesi di duri bombardamenti occidentali hanno messo l'Afghanistan in ginocchio. Quello che era tristemente noto per essere il paese con la speranza di vita più bassa del mondo è ancora oggi, malgrado l'insediamento del governo Karzai e la supposta unità nazionale, un luogo infernale, privo di strutture mediche adeguate, pieno di pericoli e dove si può morire per una semplice bronchite. Ne parliamo con Alain Frilet, responsabile delle questioni per l'Asia centrale di Medecins sans Frontières, l'organizzazione umanitaria francese, con sedi e volontari in centinaia di paesi.

Come si vive oggi in Afghanistan e come va avanti il vostro lavoro?

Per quanto la caduta del regime dei talebani abbia ridotto l'intensità della guerra, la situazione sul territorio rimane altamente critica e instabile. Per farle un esempio, le nostre équipes di medici possono operare soltanto sul cinquanta per cento del paese, essenzialmente nella parte nord, dove i nostri volontari intervengono in una quarantina di cliniche, con sostegno medico, distribuzione di farmaci e anche con corsi di formazione per medici locali. Riusciamo a coprire tutta la latitudine che da Herat arriva fino a Jalalabad passando per la capitale Kabul. Purtroppo a sud di queste zone è tuttora impossibile lavorare. Benché i giornali ne parlino sempre meno, in Afghanistan gli scontri a fuoco tra le diverse fazioni tribali sono all'ordine del giorno e al confine con il Pakistan i bombardamenti americani continuano senza sosta.

In un tale contesto sembra assai difficile pianificare un'azione umanitaria.

In effetti le condizioni di lavoro sono molto precarie. Tanto più che il contesto è davvero emergenziale. In special modo per quel che riguarda igiene di vita e alimentazione. I bambini al di sotto dei cinque anni sono i soggetti più a rischio, dalle infezioni polmonari alla malnutrizione, molti di loro moriranno prima della fine dell'anno. Una banale diarrea può causare danni enormi se non è curata in tempo. Anche gli aiuti internazionali possono ben poco se non ci sono infrastrutture capaci di garantire la loro distribuzione. Senza calcolare i milioni di profughi che vivono nelle zone limitrofe, specialmente in Iran e in Pakistan e che oggi hanno intenzione di rientrare in patria. Un'altra nostra preoccupazione è l'arrivo della primavera, quando molti contadini rientreranno nei loro campi e si renderanno conto che la gran parte di essi è inutilizzabile. Da anni la siccità li ha resi sterili e incoltivabili e la neve dell'inverno è stata insufficiente per poterli irrigare a dovere.

Quali sono i vostri rapporti con la forza internazionale?

A dire il vero ben pochi, noi facciamo il nostro lavoro in maniera autonoma. Non voglio accusare nessuno, ma se non si capisce che il continuare a sganciare bombe sulla popolazione civile, oltre a creare ulteriore instabilità, provoca una vera e propria catastrofe umanitaria, la soluzione all'emergenza è ancora lontana. Anche le derrate alimentari distribuite subito dopo l'inizio della guerra si sono rivelate un boomerang in quanto la loro confezione assomigliava incredibilmente a quella delle bombe a frammentazione, una confusione che ha fatto morire migliaia di persone. Difatti l'esperimento è durato solo pochi giorni. Tutto ciò non è serio.

Ma poco fa lei ha ammesso che ora l'intensità della guerra è diminuita

Certo. Vogliamo parlare però delle centinaia di migliaia di ordigni inesplosi e disseminati per il territorio? Le pongo ancora una volta il problema terribile delle bombe a frammentazione. Questo particolare tipo di esplosivo è composto da tre elementi che combinati danno luogo ad un cocktail micidiale. Per renderle l'idea le dico che una bomba a frammentazione è come una bomba anticarro più un ordigno incendiario ed una mina anti-uomo messe insieme. Si immagina l'effetto che possono provocare quando vengono raccolte da qualche afghano ignaro del pericolo?

Daniele Zaccaria
Parigi, 23 febbraio 2002
da "Liberazione"