Gli Usa hanno già ottenuto quel che volevano da molto tempo. Bin Laden non c'entra

Ipocrisia di guerra

Golfo, Kosovo e Afghanistan, una crescente autonomia degli Stati Uniti, sempre contrari ad istituzioni politiche sovranazionali. Dal punto di vista americano il conflitto è già finito.

“Ipocrisia”, dal greco hypó (sotto) e krísis (giudizio), è il tratto specifico dell'attore, di chi non rivela il proprio “giudizio”.
In tutta la faccenda Afghanistan, compresa la manipolazione delle cinquemila vittime innocenti di New York (di fronte alle quali non si può non essere dolorosamente solidali e che non si possono sfruttare cinicamente per altri fini mai manifestati pubblicamente), si danno diversi livelli interpretativi, che riflettono come specchi un senso, ma ne lasciano molti altri nell'ombra.

Crocevia afghano

Afghanistan, terra al centro dell'Asia centrale. Alessandro vi giunse nel 328 avanti Cristo, a Ghazni (pochi chilometri a sud di Kabul).
I greci Seleucidi la occuparono come provincia orientale (dal 301 a. C.).
Il buddismo ne raggiunse i deserti e le montagne al tempo del re indù Asoka (272-231 a. C.).
Fece parte del regno della Bactriana (a partire dal 231 a. C). Fu il centro dell'impero di Kushán o Kushanas (fino al 227 a. C.). Il suo primo re noto era Kanishka I (2.23 d. C.), fervente simpatizzante del buddismo.
I persiani Sassanidi occuparono il territorio afgano per cinquecento anni (226-750 d. C.).
Permanente è stata la presenza dell'Islam negli ultimi 1.250 anni. Kabul è sempre stata la “porta” dell'India, percorso obbligato delle carovane indiane che muovevano verso la Persia, Bisanzio o la Cina. Non lontano da Samarcanda e da Buchara, la terra del filosofo Avicenna.
Di fronte alla guerra cui assistiamo ogni giorno attoniti ed afflitti, l'intellettuale militarista Samuel Huntington potrebbe farci credere che si tratti de “Lo scontro di civiltà”, di una sorta di riconfigurazione dell'ordine mondiale; in realtà, si tratta di qualcosa di più semplice e chiaro, il cui significato tuttavia viene celato da un groviglio di argomenti e dichiarazioni del tutto apparenti.
Henry Kissinger ci ha insegnato che la politica non è ispirata da buone intenzioni, ma dalla difesa dei “propri interessi” (in questo caso, dei nordamericani).
Da destra o da sinistra non si fa che inculcarci l'idea che si tratta di una “crociata contro il terrorismo”, quasi che non sia stata la Cia maestra di terrorismo in Africa (ad esempio contro l'Angola) o in America Latina, in sequenza crescente dal 1954 ad oggi, dal colpo di Stato contro Jacobo Arbenz in Guatemala passando per i “contras”, terroristi ostili al governo democratico del Nicaragua.
Quasi che i terroristi ora perseguitati in Afghanistan non fossero i disciplinati “apprendisti stregoni” di questa stessa scuola. “Terrorista”, secondo la definizione oggi vigente, è colui che attenta ai “nostri attuali interessi”. Gli odierni terroristi sbagliano, allora, perché non sanno che i “nostri interessi” sono cambiati.
Certuni ritengono che gli Stati Uniti si siano infilati in un labirinto senza uscita; altri pensano che non possano vincere perché ora “si impegoleranno” in un conflitto infinito; altri sono convinti che la prossima guerriglia comporterà la perdita di molte vite; altri ancora credono che non scoveranno mai Osama Bin Laden; o che ce lo faranno vedere morto, facendone un martire musulmano; e così via.
Quello che questi vaticinatori non colgono è che la guerra, per gli “interessi” dei quali parla Kissinger, ha già raggiunto il proprio obiettivo.

Mani sull'Asia centrale

In che cosa consiste questa vittoria? Nell'avere installato alcune basi, nell'essersi l'esercito nordamericano insediato nel Nord dell'Afghanistan, nel “centro dell'Asia centrale” per “sempre”.
Gli Stati Uniti, durante la Guerra Fredda - così detta per i produttori di armi, non per i popoli del Vietnam, del Mozambico, del Nicaragua, del Kosovo o dell'Afghanistan, che la “sentono” ben calda - ha costituito il baluardo del diritto internazionale sulla base dell'Onu e di altri organismi, per opporsi all'Urss.
Dopo l'89 questa politica non serve più. Peter Spiro dimostra come gli Stati Uniti si siano ritirati da (e si siano opposti a) tutti gli organismi internazionali (non pagavano le quote all'Onu, non appoggiano un Tribunale internazionale, non firmano il protocollo di Kyoto, non cercano di ridefinire Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, si oppongono a un'effettiva forza internazionale di pace dell'Onu, non approvano la Legge della Convenzione del mare né quella della biodiversità, ecc.).
Lo stesso miliardario filantropico George Soros, che non può essere tacciato di estremismo, sostiene la necessità di istituzioni internazionali per evitare una futura crisi finanziaria globale, ma si scontra con il fatto che oggi sono gli Usa il principale nemico di queste istituzioni politiche globali.
Soros definisce la dottrina dell'isolazionismo nordamericano il nuovo “fondamentalismo di mercato” (market fondamentalism), cui sicuramente appartiene la squadra di G. W. Bush.
In contrapposizione all'attuale politica estera americana, egli propone una “Alleanza degli Stati democratici” di tutta la terra. Devo ammettere che, paradossalmente, l'opera di Soros è molto più interessante, aggressiva e realista della visione postmoderna di Hardt-Negri.

Espansione globale

Se prendiamo infatti in esame gli ultimi tre conflitti armati, possiamo vedere come vi sia un'accresciuta autonomia nell'operato degli Stati Uniti.
Nella guerra del Golfo si è operato con l'appoggio dell'Onu, della Nato, dei paesi arabi e di molti paesi del Terzo mondo.
Nella guerra del Kosovo si è operato soltanto con la Nato. In quella dell'Afghanistan si è deciso e si è intervenuti da soli. Non c'è stato bisogno di alcuna effettiva collaborazione di nessuno, al di fuori dell'esercito americano (l'appoggio di Blair è del tutto simbolico).
Si possono perciò confermare ancora una volta le ipotesi della politica dei “new sovereignists” di Spiro e del “fondamentalismo di mercato” di Soros.
Con queste tre guerre si è perseguito un unico obiettivo: l'espansione globale della propria presenza militare - come garanzia dell'espansione del mercato globale, con particolare riferimento alla principale fonte di energia, il petrolio.
Possiamo perciò concludere che gli Stati Uniti hanno già vinto la guerra dell'Afghanistan, come hanno vinto quella del Golfo pur lasciando al potere Hussein (che non può ormai in alcun modo opporsi ai loro “interessi”).
Le cinquemila vittime nowyorkesi dell'attentato sono il triste e ripugnante prezzo dell'irrazionalità terrorista (che condanniamo), come le migliaia di civili uccisi dai bombardamenti e poi dalla fame, la denutrizione, il depauperamento, le vendette intestine fra afghani, ecc. sono il triste e ripugnante costo dell'irrazionalità contraria (quella del “fondamentalismo di mercato”); le cose sarebbero infatti potute andare diversamente, ma in questo caso non si sarebbe ottenuta la soddisfazione degli “interessi” strategici, protetti dal fatto di “mettere piede” nelle vicinanze dell'80% delle riserve petrolifere dell'umanità, che si trovano a poche migliaia di chilometri tutt'intorno all'Afghanistan, al confine con l'ex Urss, con la Cina e in prossimità dell'India: vale a dire, il centro geopolitico militare ed energetico non solo dell'Asia ma dell'intera umanità.

Cinismo dei pretesti

Per questo protesto contro l'utilizzazione ipocrita del dolore del popolo newyorkese nello scatenare una guerra pianificata da tempo; ma le cinquemila vittime hanno permesso di sormontare le barriere che la prudenza e la razionalità avrebbero opposto a uno scatenamento così violentemente aggressivo.
Si sono strumentalizzati il dolore, il patriottismo, lo spirito del “Far West” (“portatemelo, vivo o morto! ”) ed altre sane motivazioni, nobili, legittime, occultando (l'“ipocrisia” di cui sopra…) le finalità strategiche, gli “interessi” reali dell'industria degli armamenti e soprattutto dei petrolieri texani.
La guerra del Golfo ha consentito agli Stati Uniti di imporre, per sempre, la loro presenza in Arabia Saudita (la “Terra Santa” dell'Islam) e nel Kuwait (nel cuore del Medio Oriente petrolifero).
La guerra del Kosovo, non guidata da petrolieri, ha emarginato la Russia post-sovietica e manovrato a proprio volere l'Europa e la Nato.
Con la guerra d'Afghanistan gli Stati Uniti disporranno di basi nel nord di questo paese; qualsiasi sia il nuovo governo dovrà consentire che per il proprio territorio passino il gas e il petrolio dei vicini, a parte altri eventuali servigi futuri.
L'umanità, al contrario di quel che pensa I. Wallerstein che ritiene che gli Stati Uniti abbiano iniziato la loro decadenza, dovrebbe forse prestare attenzione alle parole di G. Soros e ricercare una “Alleanza degli Stati democratici” per avviare il lento compito della costruzione di istituzioni internazionali e politiche globali efficaci.
I nuovi e vecchi, i “micro” (di M. Foucault) e “macro” (di K. Marx) movimenti sociali dei popoli esclusi debbono persistere nei loro quotidiani compiti di critica, di iniziativa solidale, di organizzazione locale e globale.
L'“Impero” - sia quello di Hardt-Negri o quello di Soros - gode purtroppo di ottima salute… ma non va dimenticato che ha “i piedi di argilla”.
L'“argilla” è la fame dei popoli e il loro amore per la Vita. Ancorché ci si voglia sospingere al suicidio collettivo (antiecologico e devastantemente guidato dal “fondamentalismo di mercato”) noi pensiamo che la Vita sia più forte della Morte!. (*) Filosofo e teologo della liberazione argentino-messicano. Traduzione dal castigliano di Titti Pierini
Enrique Dussel
Filosofo e teologo della liberazione argentino-messicano.
Traduzione dal castigliano di Titti Pierini
27 novembre 2001
da "Liberazione"