...guerra del Bene contro il Male...
Ma bin Laden è figlio dell'impero

Si chiama proprio così: War against Terrorism. Guerra contro il terrorismo. Addirittura, guerra del Bene contro il Male: a significare, stante la nota non innocenza del linguaggio, l'ineluttabilità di una scelta che così formulata non ammette alternative, né etiche né politiche, in un'ottica razionale, consapevole, «occidentale», chi può scegliere di stare dalla parte del Nemico assoluto?
E chi può ritenere non necessaria la lotta ai terroristi stragisti, la loro sconfitta? Così, la pioggia dei Cruise sull'Afghanistan, giorno dopo giorno, l'invasione prossima di quel disgraziato territorio, la morte e le sofferenze di altre migliaia di persone, per armi, fame o esodo, diventano il prezzo necessario - magari doloroso ma obbligato - per salvare l'umanità dalla furia terrorista.
Ed ecco l'accusa (qualche volta la domanda perfino sincera) che ci viene scatenata addosso: voi che non volete questa guerra santa dell'Occidente, voi che parlate di pace, che cosa proponete? Qual è la vostra terapia contro il terrorismo? Esiste una soluzione che non sia complicità con bin Laden e i Taliban?

Esiste, certo, un'altra strada, un'altra strategia,. un'altra idea di civiltà occidentale. Per farla emergere è essenziale liberare le cose dal velo delle parole e dei nominalismi che le imprigionano: bisogna tornare, insomma, alla sostanza dei processi reali. Qui, la coppia guerra- terrorismo si ricompone nella sua unità anche quella formale.
Guardate il gigantesco scontro mediatico tra Busn e bin Laden, guardate come si sorreggono e si alimentano a vicenda al primo attacco militare degli Stati Uniti, il "miliardario saudita" ha replicato con un messaggio tanto tremendo quanto «sapiente» nella preconfezione, capace, cioè, di usare con straordinaria prontezza le risorse della comunicazione planetaria.
L'uomo dalla faccia cupa che sfida la massima superpotenza mondiale, con quel grido «America, non avrai più pace» ascoltato da centinaia di milioni di persone di tutti i paesi della terra, è oggi più forte e pericoloso di ieri lo legittima il terrore della guerra, il terrorismo della pura potenza militare, che dispiega i suoi effetti ciecamente, come rappresaglia, vendetta, ritorsione.
Se, come è purtroppo prevedibile, risponderà con altro terrore, con la sua simmetrica guerra santa (che per accidente linguistico si chiama jiahd), sarà il mondo intero la vittima di una spirale catastrofica, di cui è difficile immaginare gli esiti.

Molto più prevedibili, invece, sono fin d'ora gli effetti concreti della «guerra al terrorismo» così condotta: una moltiplicazione drammatica degli attentati, degli incidenti inspiegabili, degli strikes, dei colpi, ad alto impatto simbolico.
Ma anche, in parallelo, una sostanziosa intensificazione nel Sud del pianeta dell'odio di massa verso gli Stati Uniti. nonché del consenso di cui già oggi fruiscono le correnti fondamentaliste. L'amministrazione di Washington, del resto, sa bene che, dopo l'attacco all'Afghanistan (e domani, chissà, all'Iraq o all'Algeria), da questa catena consequenziale non si sfugge: e lo dichiara apertamente, quando annuncia un conflitto destinato a durare anni, anzi decenni, come la "guerra fredda" già evocata dal ministro Rumsfeld.
Ecco che, di nuovo, nella realtà il binomio guerra-terrorismo marcia in un'unica direzione: una sorta di deflagrazione della civiltà, che degrada tutti - i futuri vincitori come i probabili vinti - a una condizione premoderna, senza diritti, libertà, razionalità politica. Assicurare alla giustizia i leader terroristi, colpire i responsabili dell'attentato di Manhattan, smantellare le reti Al Quaeda, sarà, come già è oggi, l'ultimo dei problemi in agenda: questo era, sarebbe. compito peculiare della comunità internazionale nella sua forma più alta, l'Onu, di un paziente e tenace lavoro di intelligence, come oggi si usa dire, infiltrazione, spionaggio, cooperazione di servizi e Stati, di un vero Tribunale internazionale capace di vagliare gli atti e di emettere sentenze.

La verità è che, dopo l'11 settembre e dopo il 7 ottobre, guerra e terrorismo si vanno facendo endemici: entrambi sono frutto della crisi di quella globalizzazione che non ottempera più alle sue mirabolanti promesse, che è minacciata dalla recessione economica, che è contestata sempre più attivamente da un movimento radicato in tutto il mondo. Entrambi chiamano, dunque, alla gestione militare di questa fase della storia: nemici assoluti quanto interdipendenti.

Se bin Laden ha giurato morte all'impero, è anche perché egli stesso (e i suoi tanti simili) sono una creazione «spuria» dell'Impero, delle Borse, della modernizzazione capitalistica. Se l'Impero ha dichiarato guerra a bin Laden, è perché solo attraverso questa guerra può sperare di mantenere il comando planetario.

Per questo, oggi, solo il popolo della pace lotta davvero contro la barbarie terrorista. Per non perdere la speranza.

Rina Gagliardi
Roma, 9 ottobre 2001
da "Liberazione"