Questa giornata, il 10 novembre del 2001, merita di rimanere a lungo nella nostra memoria, quella della ragione e quella dei sentimenti. Il grande popolo della pace ha riempito le strade di Roma, in uno dei cortei più imponenti che si siano visti nel dopoguerra: una marea di giovani, e di donne e uomini di tutte le generazioni, si sono ritrovati dietro a quello striscione semplice ed inequivoco: No War, no alla guerra, no al terrorismo, no ad ogni tipo di violenza distruttiva.
Che cos'era, se non il paese reale, quello in carne ed ossa, quello che
scopre e riscopre la politica come soggettività e azione diretta, quello che
le istituzioni si rifiutano di rappresentare? Certo, di rado la distanza tra
la «società civile» e la «società ufficiale» si è fatta così grande, anzi
così abissale.
Ieri a Roma, il movimento si è fatto sinistra, e la sinistra si è fatta, di
nuovo, popolo, con la consapevolezza di essere, in realtà, la «maggioranza»
morale e politica del paese. Ma erano stati appena 67 i deputati e i senatori
che, qualche giorno fa, si erano espressi contro l'ingresso nel nostro Paese
nella guerra globale di Bush: non più del 6 per cento delle assemblee elettive.
C'è qualcosa di radicalmente errato, dunque, nel rapporto attuale tra le istituzioni
- la rappresentazione formale della volontà popolare - e la società. Quel
sei per cento, così povero nella sua apparenza quantitativa, così marginale
nella sua collocazione parlamentare, rappresenta un'istanza di massa
larghissima: le bombe sull'Afghanistan non solo non servono alla lotta contro
il terrorismo, ma ne aumentano a dismisura il pericolo. E quel 94 per cento
di parlamentari, così bipartisan, così numericamente schiacciante, in realtà
è minoritario.
Come minoritari, rispetto alle rispettive opinioni pubbliche, sono quasi tutti
i governi dell'occidente. Un altro dato straordinario ha caratterizzato la
giornata di ieri.
La manifestazione, che era stata indetta dal solo Social Forum di Roma, non
aveva alle sue spalle né strutture possenti né un'organizzazione particolarmente
accurata: all'opposto del raduno del Polo, che usufruiva nientemeno che del
sostegno del governo, della presenza del presidente del consiglio, dell'ambigua
latitanza di quel che è stato il centrosinistra. In conseguenza, i media hanno
tentato di boicottarla in tutti i modi possibili - anche lanciando alla vigilia
allarmismi ingiustificati, voci di scontri ravvicinati, annunci di grandi
tensioni, fondati, in verità, sul nulla.
Poi, la diretta di Raiuno ha fatto di tutto per oscurarla, ridimensionarla,
minimizzarla: una vera e propria operazione di regime, priva di qualsiasi
correttezza politica e informativa.
A dispetto di un dispiegamento così diseguale di risorse e di potenza, a dispetto
di Bocelli, Pavarotti, Sordi e mille altre scorrettezze che hanno dominato
il pomeriggio televisivo, la manifestazione ha «vinto» perfino la battaglia
della visibilità: il confronto a distanza tra le due piazze parlava chiaro.
La realtà reale - scusate il bisticcio retorico - ha prevalso su quella virtuale:
sugli show, sulla retorica, sulla politica-spettacolo.
Anche per queste ragioni la giornata di sabato 11 novembre resterà per tutti
noi - per il popolo dell'antiliberismo e della pace - una giornata storica.
Ne sono stati protagonisti decine e decine di migliaia di persone - protagonisti
pacifici, colorati, festosi - che si sono assunti l'impegno di dar voce non
solo alle ragioni della pace, ma anche a quelle, più generali, di un'alternativa
allo stato delle cose esistenti. Non vorremmo peccare di trionfalismo: un
corteo, pur grande, è un corteo, non ancora una soggettività politica organizzata.
Ma questo corteo, appunto, conteneva una speranza nuova: quella di
un movimento che sta diventando maggiorenne. Libero da complessi minoritari,
libero di progettare, giorno dopo giorno, un futuro diverso.