La reazione degli Usa all'attacco terroristico dell 11 settembre e la sua proiezione militare globale, sono un fulmine a ciel sereno che inaspettatamente si scatena, o una accentuazione e accelerazione esponenziale - favorita dall'attacco terroristico - di una linea da tempo in gestazione?
Assai prima del 11 settembre 2001 la nuova amministrazione Bush aveva reso evidente il proprio obiettivo strategico in campo internazionale: vincere la competizione globale economica e politica del XXI secolo, assicurare agli Stati Uniti (al capitalismo americano, cioè all'imperialismo americano) una egemonia mondiale incontrastata, con una schiacciante superiorità tecnologico- militare, con l'uso spregiudicato e unilaterale ditale primato e, se necessario, con il ricorso alla guerra.
Il numero di luglio 2001 di Le Monde Diplomatique, ha dedicato due importanti articoli a sostegno di questa tesi, definendo la nuova amministrazione Usa "un governo da guerra fredda". E ha ricordato che
"Bush e la sua squadra di governo:
"Un giorno dopo l'altro - scrive Le MondeDiplomatique - si allunga la lista di questi atti piromani che manifestano la volontà costante di privilegiare l'azione unilaterale, ed il concomitante rifiuto dell'eventualità che i trattati multilaterali ed il diritto internazionale possano circoscrivere, per quanto marginalmente, la sovranità degli Stati Uniti. Al punto che John Bolton, da poco nominato assistente di Colin Powell agli Affari esteri, avrebbe affermato in privato che "il diritto internazionale non esiste.. D'ora in poi verrà data priorità allo sviluppo e allo spiegamento di forze "high-tech" flessibili, capaci di intervenire ovunque nel mondo, e alla corsa tecnologica (per) garantire in modo permanente il primato delle forze armate Usa". E, con buona pace dei teorici (alla Toni Negri) della "fine dell'imperialismo" e della nascita di un "impero senza centro" in cui si dissolverebbero gli Stati-nazione, si sottolinea che "la potenza militare conserva inalterata tutta la sua importanza nelle relazioni tra Stati", come hanno avuto modo di constatare alcuni importanti "concorrenti economici" degli Usa come "tedeschi e giapponesi", rivelatisi "più che mai subalterni rispetto alla potenza militare americana".
Secondo Le Monde Diplornatique, quella che lo stesso Bush ha definito " «la strategia americana di guerra per il XXI secolo» ...poggerà su tre pilastri.
Questa "strategia del primato" è stata elaborata dal Pentagono già nel 1992 in un documento riservato, Defense Policy Guidance 1992-1994, all'indomani della guerra del Golfo (cit. in MD, aprile 1992). Scritto a quattro mani da Paul Wolfowitz e I. Lewis Libby; oggi segretario aggiunto alla difesa l'uno e consigliere per la sicurezza del vice-presidente Dick Cheney l'altro, il documento esortava decisamente a "impedire a qualsiasi potenza ostile il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza", a "dissuadere i paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership o a ribaltare l'ordine politico ed economico costituito" e a "impedire l'ascesa di un futuro concorrente globale".
Tesi successivamente riprese ed elaborate da Zbigniew Brezinsky ne La grande scacchiera, dove si precisa che il cuore della "partita per la supremazia globale è l'Eurasia, il continente più grande del globo, dove vive il 75% della popolazione mondiale ed è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo, che incide per il 60% sul Pil mondiale e per tre/quarti sulle risorse energetiche conosciute". E dove, osserva Il Manifesto (4.9.2001), la principale preoccupazione degli Stati Uniti - che in quella regione non sono egemoni - è quella di "impedire la formazione di una triade Russia-Cina-India, di cui è potenziale precursore il trattato di amicizia e cooperazione fumato a luglio da Mosca e Pechino". Mentre Il Foglio (26.09.2001), citando uno dei maggiori esperti di geopolitica asiatica, Alessandro Grossato, titola: "L'Eurasia è il cuore della Terra, chi la prende possiede il mondo".
E' appena il caso di ricordare che l'Afghanistan si trova a proprio nel cuore dellEurasia, al crocevia tra Russia, Cina e India. Scrive Il Manifesto (21.09.2001) che l'area in cui gli Stati Uniti stanno attuando "l'azione militare, ufficialmente diretta a scovare ed eliminare Bin Laden e la sua organizzazione terroristica. È per gli Usa di crescente valore strategico: la zona comprendente Afghanistan e Pakistan confina, da un lato, con Cina e India (potenze emergenti che gli Usa temono) e, dall'altro, con il sempre più importante "corridoio petrolifero" che va dal Caspio al Golfo. Qui Bush, un uomo solo al comando, anzi un petroliere al comando - qualcuno si ricorda che lui e il vicepresidente Cheney, sono potenti rappresentanti delle lobby petrolifere americane? - intende piantare le prime bandiere della sua crociata infinita".
Si pone a questo punto la domanda: per quale motivo gli Stati Uniti, che pure continuano ad essere la più importante potenza economica e tecnologica del pianeta, attribuiscono un peso così determinante alla supremazia militare nella competizione globale del XXI secolo, proprio all'indomani del crollo del sistema sovietico, cioè del loro principale antagonista del secolo scorso?
Nel 1945, all'indomani della seconda guerra mondiale, l'economia Usa incideva per il 50% sull'intero PIL mondiale, con una egemonia economica planetaria indiscussa, anche nell'ambito del mondo capitalistico.
Oggi tale incidenza Usa si è dimezzata, quella dei paesi oggi riuniti nell'Unione europea è cresciuta a un livello equivalente (25%), mentre il solo Giappone si colloca all'11%.
Gli effetti di questo riequilibrio sono stati accentuati dal crollo del sistema sovietico, il cui antagonismo nei confronti del mondo capitalistico induceva le maggiori potenze Occidentali ad accentuare gli elementi di coesione e compattezza politico-militare attorno alla leadership statunitense, l'unica in grado di bilanciare il potenziale nucleare dell'Unione Sovietica e di garantire la supremazia complessiva del sistema capitalistico a livello mondiale, nei confronti della sfida rappresentata dal socialismo e dalle lotte di liberazione dei popoli.
Il venir meno della "minaccia" sovietica ha reso più evidenti e liberi di manifestarsi interessi competitivi tra le diverse potenze capitalistiche e imperialistiche: elementi di concorrenzialità che possono assumere forme e intensità diverse nelle diverse situazioni storico-politiche, ma che sono strutturalmente inerenti alla natura stessa del sistema capitalistico e che nel corso del '900 sono stati all'origine di ben due guerre mondiali.
Questi elementi di competizione vengono accentuati da una dinamica dello sviluppo dell'economia mondiale in cui sono destinati a crescere gli elementi di multipolarità e di emersione di nuove potenze regionali.
Secondo uno studio recente dell'Ocse, l'Organizzazione dei paesi capitalistici più sviluppati, stante gli attuali e/o prevedibili indici di sviluppo dei diversi paesi, nel 2020 le tre maggiori entità del mondo capitalistico (Usa, Giappone e Unione europea: la cosiddetta triade), che oggi esprimono- come abbiamo visto - oltre il 60% del Pil mondiale, scenderebbero al 28% (Usa 11%, Giappone 5%, Ue 12%) Contestualmente, quelle che vengono considerate le cinque economie regionali emergenti (Cina, Russia, India, Brasile, Indonesia) - che oggi incidono complessivamente per il 20% sul Pil mondiale - crescerebbero fino al 35% (rispetto al 28% della "triade").
Se questo è il quadro, si comprende assai bene la ragione strategica che induce la parte più aggressiva dell'imperialismo americano e del suo Stato-nazione - che è oggi la fondamentale fonte di guerra - a fronteggiare e bilanciare i pericoli di un possibile ridimensionamento della propria influenza sull'economia mondiale (e sul controllo delle fondamentali materie prime e fonti di energia - petrolio, gas naturale, minerali e metalli strategici -sangue vitale dell'economia moderna) con il perseguimento di una schiacciante superiorità militare.
Per dirla con Gramsci, con una egemonia fortemente "corazzata di coercizione": nei confronti delle altre potenze capitalistiche e imperialistiche; nei confronti di paesi che possano vedere l'affermazione di un modello sociale e politico alternativo al capitalismo; con l'incognita rappresentata da grandi realtà che sono dentro una transizione dagli esiti non prevedibili, come la Cina e per altri versi la Russia; nei confronti di un moto di liberazione di popoli e paesi in cui vive (male) la grande maggioranza della popolazione del pianeta, e che certo non scomparirà dalla scena della storia, in un mondo ancora tanto caratterizzato da iniquità e squilibri, a tutte le latitudini.
E di cui si è avvertita forte e chiara la presenza nella recente conferenza internazionale di Durban, in Sudafrica.
Ha ben sintetizzato Giulietto Chiesa su Liberazione (25.09.2001): "per preservare il potere e la ricchezza di cui dispongono, gli Stati Uniti sono pronti ad andare a una guerra contro i restanti cinque sesti dell'umanità".