Oggi con questo voto della Camera l'Italia entra in guerra.
Ieri un autorevole editorialista di uno dei più importanti giornali italiani
ha scritto: «L'Italia è impegnata in una guerra senza quartiere quale non
abbiamo più combattuto dopo il 1945».
Si fatica perfino ad accettare questa novità, proprio perché è così inquietante.
Il terrorismo è morte, il terrorismo è un crimine contro l'umanità.
Questo terrorismo, che l'umanità dovrebbe fronteggiare efficacemente, è un
disegno politico pericoloso, drammatico, inquietante. Bisogna avversarlo non
solo per i mezzi inumani che usa, ma per i fini di società che persegu: qualora
essi risultassero vincenti, darebbero luogo a forme di oppressione sconosciute.
Ma la guerra è una risposta ingiusta ed inefficace.
E se un aggettivo come ingiusto può essere considerato il prevalere
delle ragioni etico-morali sulla politica, a cui la politica potrebbe volersi
ribellare in nome del realismo, inefficace è la categoria principale
della politica.
Questa guerra è ingiusta ed inefficace. Ingiusta, come testimoniano i morti
incolpevoli, le popolazioni afghane che fuggono la morte, i talebani, ed ora
anche le bombe; come testimoniano in Afghanistan le donne e gli uomini di
Emergency.
Questa guerra è ingiusta ma è inefficace.
Ormai è più di un mese: tutti gli obiettivi dichiarati sono falliti, falsificati,
contraddetti.
Non un solo terrorista è stato preso; al contrario, il fondamentalismo e il
fanatismo sono cresciuti in aree a rischio nel mondo. Paesi il cui governo
è indispensabile nella lotta al terrorismo rischiano di essere pesantemente
destabilizzati.
Persino le parole giuste e buone rischiano di suonare ipocrite. E molti che,
negli scorsi anni, non sapevano neppure trovare una parola di solidarietà
con il popolo palestinese, hanno scoperto, dopo la guerra, le sue ragioni
e ci hanno proposto una soluzione giusta: due popoli, due Stati.
Ma nessuno ferma la macchina da guerra di Israele.
E le proposte di aiuto a quel popolo e a quei territori vengono smentite da
una spirale di guerra.
Addirittura prendono un suono sinistro le parole che vorrebbero, con gli interventi
economici, costringere i palestinesi ad accettare ciò che hanno rifiutato
ieri, come domani, perché inaccettabile. E' cominciata la guerra.
E dopo un mesi di fallimento è cominciato l'ingresso dell'Italia nella guerra,
a segnare una escalation ed un protagonismo incomprensibili. E' cominciata
così la notte della nostra politica: la morte della politica ridotta alla
sua protesi militare. Si è detto che la guerra è cosa troppo seria perché
la possano fare i generali: ora, la politica viene fatto dai generali. Tuttavia,
questa scelta di guerra non è neppure una scelta innocente: dal momento che,
con tutta evidenza, essa non riesce a combattere il terrorismo, ne vanno ricercate
anche altrove le ragioni. Sono ragioni inquietanti, che riguardano la geopolitica,
l'ordine mondiale.
Risparmiateci la vostra ipocrisia!
L'Onu è distrutta, l 'Europa è schiantata da questa guerra, ridotta ad una
pallida comparsa. Persino la Nato, di cui certo non saremo noi a piangere
la fine, è sostanzialmente cancellata, come qualsiasi forma di alleanza stabile,
sostituita da un'alleanza a geometria variabile, decisa dal governo della
globalizzazione e dal suo pivot. Siamo ormai entrati nella seconda globalizzazion:
la globalizzazione dello stato di crisi, di cui il terrorismo e la guerra
sono le manifestazioni più drammaticamente evidenti.
Siamo entrati in una condizione di instabilità assoluta e di incertezza.
Questa seconda globalizzazione, che produce nuove ingiustizie ed incertezza,
calamita un nuovo ordine delle grandi alleanze triangolari tra gli Usa, la
Russia e la Cina.
L'entrata in guerra per paesi, nazioni e Stati sembra essere l'acquisizione
di uno status-symbol di potenza, la fissazione di una sorta di gerarchia
mondiale, sotto la quale rimane l'incertezza, la crisi, l'ingiustizia, che
rappresentano il male principale del mondo. E così la guerra lavora anche
rispetto alla crisi economica, che si era manifestata prima e che è stata
accentuata dalla guerra: 450 mila licenziati negli Usa in ottobre.
Di questo non si parla, mentre gli stessi Stati Uniti cambiano le loro forme
di governo dell'economia - con i sussidi, con un nuovo intervento pubblico,
alla faccia delle politiche neoliberiste - e dovunque si cercano risposte
che non si trovano. Non è alle porte il New Deal che seguì Pearl
Harbour; ma una richiesta di Union sacrée, dentro alla quale, anche
nei paesi europei e nordamericani, vengono calpestate le istanze di giustizia
sociale e in specie quelle del mondo del lavoro.
E la politica tace sul rapporto tra petrolio e sviluppo: tace per pudore o
per ipocrisia. Il 65-70 per cento delle risorse petrolifere del mondo stanno
tra il Kazakistan e il Mar rosso. Bin Laden, con il suo partito del terrore,
punta a diventare il signore di questa rendita petrolifera.
Ma quanto conta questa risorsa nella guerra e nella scelta di guerra? Qui
c'è il silenzio della politica, qui c'è la parola alla guerra. Non ho alcuna
avversione per le manifestazioni, anzi.
E neanche giudico le manifestazioni per chi le convoca. Partecipo o mi oppongo
a seconda della loro natura e della loro piattaforma.
La manifestazione indetta in Italia, a favore degli Stati Uniti d'America,
riecheggia il «con me o contro di me», e questo allude - che lo si voglia
o no - ad una gerarchia delle civiltà: se ce ne è una che viene per prima,
ce ne è un'altra che viene per ultima, e questo è inaccettabile. E' inaccettabile
mettere una cultura sopra le altre: siamo americani come siamo arabi, siamo
europei come mediterranei, siamo bianchi come siamo neri, siamo portatori
di ogni diversità.
Senza questa accettazione, la guerra rischia di diventare infinita. Perciò,
manifestiamo per la pace, per fermare la guerra. Io sento come «notte della
politica» la grande alleanza, che si determinerà con il voto sul dispositivo
di ingresso dell'Italia nella guerra, tra il governo di centrodestra e la
sua maggioranza, da un lato, e la parte prevalente del centrosinistra, dall'altro.
Lo sento come la notte della politica, perché penso che la politica sia «grandi
scelte»: pace contro guerra, un modello di sviluppo rispetto ad un altro.
Per questo possiede una forza così grande il popolo di Seattle, che parla
di un altro mondo possibile.
Quando le grandi differenze si occultano, non c'è l'unione del popolo e della
patria: c'è l'esclusione dalla politica di tanta parte del popolo, di questo
popolo italiano, che ha una vocazione di pace, che, oggi, questo voto tradisce.
Per questo noi ci opponiamo.
E per questo vorremmo dire, senza polemiche interne, che si capisce per quali
ragioni da questo voto esca così unito e forte il centrodestra, che ha nel
suo Dna anche la guerra, mentre invece il centrosinistra esce diviso e lacerato,
perché è esposto alla crisi. La guerra sempre ha diviso la sinistra, e la
sinistra è ricominciata dall'opposizione alla guerra