A colloquio con Giulietto Chiesa sulla guerra, la geopolitica e gli affari

Afghanistan, quale vittoria?

Un allarmante rapporto della Cia, reso noto l'altro ieri, annuncia che l'Afghanistan rischia di precipitare nel caos con i "signori della guerra", armati peraltro dagli americani, sempre più aggressivi fra loro e con un governo provvisorio sempre più debole nell'affrontare gli scontri fra le etnie. L'Agenzia di intelligence americana vede nella costituzione di un esercito nazionale afghano la soluzione ai rischi di una possibile nuova guerra civile nel paese, ma la creazione di un esercito regolare prevede tempi lunghi: sei mesi, secondo quanto riferisce il rapporto Cia. Nel frattempo il ministro del Turismo del governo Karzai è stato assassinato mentre tagiki, uzbeki e pashtun sono tornati a scontrarsi al nord come al sud del paese. Nel frattempo nessuno parla più dell'Afghanistan, nè di Osama bin Laden o del mullah Omar che fino a poche settimane fa riempivano le prime pagine di tutti i giornali.
Di queste cose abbiamo parlato con Giulietto Chiesa, esperto delle repubbliche asiatiche ex sovietiche.

Gli Stati Uniti adesso sembrano in difficoltà nell'affrontare il dopo-talebani. Che cosa succede in Afghanistan?

E' evidente che il problema è di gran lunga più complesso di come è stato presentato. Così come la vittoria che è stata promulgata ufficialmente è in realtà una vittoria di Pirro: nessuno dei problemi alla radice della questione e stato affrontato e risolto. Sono stati eliminati i talebani, ma tutte le cause profonde di questo fenomeno non sono state eliminate, né i bombardamenti potevano farlo.

A quali cause ti riferisci esattamente?

Mi riferisco in primo luogo ai grandi interessi geopolitici che hanno provocato il disastro degli ultimi vent'anni. Non attribuisco alle ostilità interetniche afghane un'importanza determinante in questa tragedia. Tant'è vero che prima dell'intervento sovietico e prima che l'Afghanistan diventasse "interessante" per le potenze esterne le etnie afghane sono riuscite a convivere tranquillamente per decenni. E' evidente dunque che non sono le etnie la causa della guerra ma gli interessi esterni stessi delle grandi potenze che hanno travolto la fragile storia di questo paese.

Quali sono gli interessi ancora in campo che il conflitto americano non ha risolto?

In primo luogo gli interessi pakistani sull'Afghanistan, poi quelli iraniani che contrastano alla radice con quelli pakistani, in terzo luogo gli interessi russi sull'area e infine quelli americani che, in coincidenza con la scoperta dell'immenso bacino petrolifero del Mar Caspio, sono diventati dominanti. Ripeto, sono proprio questi interessi esterni che hanno provocato la guerra afghana e che l'hanno portata avanti per vent'anni.

Quindi la cacciata dei talebani da Kabul non ha risolto niente.

Appunto. Non solo non sono stati risolti i problemi, ma le etnie continuano a essere usate dai protagonisti esterni come grimaldelli per giocarsi ognuno le proprie carte. Non esiste, ad esempio, alcun accordo fra Russia e Stati Uniti, come sostengono solo alcuni pennivendoli ignoranti che scrivono prevalentemente sulla stampa italiana, è evidente invece che sia Washington che Mosca stano facendo i propri giochi, gli uni usando i pashtun e gli altri i tagiki. E questo vale anche per l'Iran: più l'America alza la voce, considerando l'Iran un "asse del male", più Teheran mette i bastoni fra le ruote dell'amministrazione Bush facendo agire in Afghanistan le tribù sciite dell'ovest del paese. Più Washington si ingegna a trovare una soluzione americana più i tagiki e gli uzbeki protestano e più prende posizione in Afghanistan a favore del Pakistan meno la Russia, alleata dei tagiki, è lieta. Voglio dire che, poichè tutte queste questioni sono ancora aperte, la guerra afghana non è finita affatto e minaccia di ripartire in ogni momento.

Anche i problemi economici sono determinanti nel caos afghano?

Gli americani e in parte gli europei si sono illusi che innondando il paese di dollari e comprando i capi militari si potesse risolvere ogni problema. Ma perchè questo meccanismo funzionasse occorreva una grande quantità di denaro. I capi che hanno gestito l'Afghanistan hanno anche gestito l'immenso traffico della droga: un traffico che ora deve essere sostituito con un analogo gettito finanziario che viene calcolato nell'ordine di almeno dieci miliardi di dollari.

La stessa cosa vale per il Pakistan

Anche l'economia pakistana era strettamente connessa con il flusso di denaro proveniente dalla vendita della droga. E allora, o gli Usa compensano questo flusso con un altro analogo, oppure sarà sempre più difficile tenere buone le élite pakistane che avevano messo in piedi il regime dei talebani proprio per garantirsi questo traffico. Ora il problema è che queste élite cercheranno di creare il massimo delle difficoltà agli Usa. L'allenza fra Bush e Musharraf non risolve alcun problema: nel Pakistan ci sono troppi interessi che non collimano con quelli americani. Come si vede dunque, la situazione è talmente complicata e pericolosa da escludere una facile soluzione pacificatrice attraverso un intervento sui comandanti militari afghani.

Paola Pittei
Roma, 23 febbraio 2002
da "Liberazione"