Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf di ritorno da Porto Alegre: «Solidarietà con il popolo degli Stati uniti d'America»
«Siamo l'alternativa alla barbarie»

«Il primo pensiero è stato per la gente. E' stato il vice sindaco di porto Alegre che era venuto a prendermi all'aeroporto a dirmi le prime notizie: ancora non sapevo del crollo delle torri e pensavo allo strazio dei passeggeri degli aerei dirottati. Poi ho visto tutto il resto in tv, insieme ai dirigenti del Pt (il partito dei lavoratori, ndr)». Inizia così il racconto di Vittorio Agnoletto, rientrato ieri dalla capitale del Rio Grande do Sul dove il comitato organizzatore del Forum sociale mondiale doveva riunirsi per lanciare il suo secondo congresso. «Immediatamente - dice ancora il portavoce del Genoa social forum - abbiamo deciso di diffondere una dichiarazione di condanna del terrorismo e di solidarietà con il popolo degli Stati uniti d'America».

Agnoletto, in poche ore la situazione è degenerata: si fanno sempre più forti le voci di rappresaglie.

Nessuno pensi di utilizzare questa tragedia come ritorsione contro popoli e stati, assecondando una generica esigenza di dimostrazione di muscoli. Il migliore antidoto è lo sviluppo del movimento democratico e di massa, l'unico strumento capace di bloccare le capacità di reclutamento del terrorismo in aree del mondo di assoluta disperazione.

In Italia c'è chi tenta di far passare l'equazione che il movimento contro la globalizzazione liberista sia il brodo di coltura di certi fenomeni.

Francamente quando l'ho saputo non ci credevo: non credo che una persona intelligente possa stabilire una qualsiasi relazione tra chi getta le bombe e chi si batte per un altro mondo più giusto e meno violento. Rivendico il diritto a criticare il governo americano e le sue scelte per la costruzione dello scudo stellare o il suo appoggio a istituzioni internazionali come Nato, Fmi, Wto ma rivendico anche il diritto di portare la solidarietà al popolo statunitense. Ogni tentativo di accomunarci agli autori delle stragi è un falso etico.

Intanto si profila l'ipotesi di un altro G8, l'idea è partita da Berlusconi che s'è autocandidato ad ospitarlo.

Mi sembra un modo per strumentalizzare quanto avvenuto, che è comunque una tragedia, trasportandolo nel proprio cortile di casa. Noi continuiamo a ritenere illegittimo che il vertice degli Otto grandi possa dare una risposta ai fatti di Washington e di New York.

E chi dovrebbe prendere posizione?

Tocca all'Onu, al consesso di tutte le nazioni, l'unico che possa contemporaneamente condannare gli atti di terrorismo e portare una critica alle ingiustizie sociali che separano il Nord dai Sud del mondo, condannando a morte interi continenti.

I social forum italiani si stanno interrogando, fin dalle primissime ore, sui nuovi scenari determinati dall'attacco agli Usa.

E' necessaria, secondo me, una pausa di riflessione ma non perché finora abbiamo avuto posizioni sbagliate quanto perché è necessario riflettere sul tentativo che la destra sta facendo per separare, utilizzando anche le vicende americane, la parte più attiva e militante del movimento dalla più ampia area di consenso per i nostri contenuti che abbiamo registrato finora.

E questo, pensando a Napoli, all'imminente scadenza del meeting anti Nato, come si traduce?

Non voglio, e non posso dare indicazioni, ma anche nel dibattito di questi giorni terrei sempre questa considerazione: che la prima preoccupazione di un movimento deve essere quella di non perdere il contatto con la propria gente, ossia con quelle aree di società civile che simpatizzano per le tematiche che portiamo avanti. Il messaggio potrebbe essere questo anche per Napoli: allarghiamo le alleanze che faticosamente abbiamo costruito.

E per contestare le politiche di riarmo e di guerra?

Il Gsf ha proposto già una settimana di mobilitazione con iniziative in ogni città e che verranno realizzate in autonomia dai singoli forum. Esistono strumenti molteplici per esprimersi e per impedire l'isolamento della parte più attiva del fronte contro la globalizzazione liberista. Bisogna mettere al centro delle iniziative la grande elaborazione di critica alle guerre e ai terrorismi. Cultura, letteratura, arte, musica, poesia: i percorsi di interi popoli parlano di questo e oggi il problema è quello di aumentare il confronto con il maggior numero di persone che stanno vivendo con disorientamento questa fase.

Torniamo a Porto Alegre. Qual'è stata la prima reazione tra i membri del Forum social mundial?

Quella di una fortissima preoccupazione di tutti i delegati dei vari continenti. Di fronte alla vulnerabilità palese dei sistemi di sicurezza, la reazione collettiva potrebbe essere quella di una chiusura a riccio col bisogno di individuare a tutti i costi un avversario da battere, anche a rischio di inventarlo. La ricaduta, sulle reti che si oppongono alla globalizzazione in tutto il mondo è di essere criminalizzate. In Brasile, ad esempio, sarà un anno decisivo, ci saranno le elezioni, le ultime in cui Lula potrà ricandidarsi.

Sembra che l'occidente stia mettendo a punto una “zona rossa” universale.

Ma così si farà sempre più profondo il fossato che già esiste con i Sud del mondo. Il mondo occidentale ritiene di essere l'unico depositario della civiltà e questo va evitato. Per questo il prossimo Forum sociale mondiale si terrà India: il percorso di liberazione passa per i continenti più disperati.

E che ne sarà del movimento americano che, anche prima di Seattle, aveva dato prova di grande vitalità?

Sicuramente saranno gli attivisti americani quelli più in difficoltà in questo momento. In situazioni di paura diffusa, c'è il pericolo che ci si rifugi in seno alla già sperimentata identità nazionale. In queste condizioni la repressione si potrà scatenare nell'idea che chiunque critichi le multinazionali o la Casa Bianca sia un fiancheggiatore del terrorismo.

Checchino Antonini
Roma, 14 settembre 2001
da "Liberazione"