Abbiamo assistito in diretta Tv, mentre svolgevamo la nostra riunione di direzione, a un evento sconvolgente, a una gigantesca tragedia.
Ciò che ieri è accaduto a New York e a Washington, anche se mancano a
tutt'ora le informazioni e gli elementi necessari per una compiuta
valutazione politica, ha certo pochi paragoni storici.
Di fronte a questo trauma, che certo inciderà in profondità sugli equilibri
internazionali, sulla politica e sulla nostra stessa iniziativa politica, ci
sentiamo di dire, prima di tutto, che siamo sconvolti dalla distruzione di
vite umane che è stata così freddamente e barbaramente perpetrata.
Non siamo in grado di definire né le responsabilità né la dinamica
effettiva degli eventi.
Non esiste ancora un bilancio ufficiale del numero delle vittime.
Ma sembra certo che esse siano molte migliaia di persone, donne e uomini
incolpevoli.
La violenza distruttiva della guerra investe ora l'ordinaria quotidianità.
Qui è tutto improvviso, imprevisto, privo di comprensibilità.
E' stato colpito anche il simbolo di una civiltà, di un Paese, di un
impero. Una sequenza di attentati che sembrano denotare un livello molto
elevato di potenza organizzativa, ma che definiscono soprattutto una cieca
disumanità distruttiva: rispetto ad essa la nostra condanna è irriducibile -
assoluta.
Non c'è nulla che giustifichi l'uso di una tale violenza.
Non ci sono ragioni in nome delle quali sia lecito pagare un prezzo così alto
in termini di vite umane.
L'altro elemento traumatico è l'estrema vulnerabilità di tutti i simboli
della civiltà occidentale.
Anche quelli dei vertici e dei poteri più alti, che sembrerebbero corazzati
contro ogni pericolo, si sono rivelati vulnerabili, come qualsiasi altro luogo
della nostra quotidianità.
Anche questo ci propone una riflessione di fondo su questa fase e su quella
che abbiamo definito come crisi dei processi di globalizzazione.
Intanto, dobbiamo batterci perché a questa tragedia non seguano ritorsioni
tali da mettere in moto soltanto ulteriori spirali distruttive.
Diciamo no alle politiche di ritorsione, così come diciamo no a ogni tipo di
fondamentalismo, politico, religioso, imperiale.
Dobbiamo sapere che la nostra stessa azione politica, adesso, diventa molto
più difficile, proprio nel momento in cui il movimento tende a crescere e a
radicarsi su scala nazionale e internazionale: il pericolo è grande per la
politica in quanto tale e per gli stessi spazi di agibilità democratica.
Quando fenomeni così grandi, enormi, di distruttività e di guerra prendono
il sopravvento, la prospettiva che si affaccia è sempre quella della «notte
della politica».
Noi continuiamo a ritenere, all'opposto, che l'unico antidoto efficace
alla violenza è la partecipazione politica, è il protagonismo di massa.