Parla il giornalista più famoso d'America, Walter Cronkite
Dopo l'attentato al WTC un pericolo c'è:
La caccia alle streghe

Ottantacinque anni, i capelli di un bianco candido, la faccia di chi è abituato ad affrontare la telecamera. Walter Cronkite è stato per mezzo secolo il volto televisivo più amato e rispettato d'America. Quarantanove anni di onorato servizio come corrispondente di guerra e inviato speciale per la rete americana Cbs news, diciannove passati a condurre il principale telegiornale. Questo bel vecchio dagli occhi azzurri, dopo essere stato a Londra sotto i bombardamenti tedeschi, dopo aver vissuto a Mosca al tempi della Guerra fredda e dopo essere stato la coscienza critica degli Usa durante la guerra del Vietnam, quest'uomo oggi non ha dubbi: «la reazione americana agli attentati di New York e Washington sarà inimmaginabile, qualcosa che non abbiamo mal visto prima».

Passano le ore e sempre più entriamo in un clima da Terza guerra mondiale, soprattutto dopo le decisioni prese in ambito Nato. Ritiene la guerra un epilogo possibile?

La mia sfera di cristallo negli ultimi anni si è appannata e non sempre in passato i miei pronostici si sono rivelati esatti. Non so se sarà guerra. Quello che mi sento sicuro di affermare è che la reazione americana sarà senza precedenti, assisteremo a qualcosa di inedito, che non abbiamo mai visto e che non possiamo neanche lontanamente prevedere.

Durante la tragedia lei era a Firenze. Ha assistito quindi agli eventi guardando la televisione. Qual è stata la sua prima impressione, dopo aver assistito da vicino a tante guerre nella sua vita, nel vedere crollare le torri di Manhattan?

In guerra ho visto molte volte cose terribili. Ed ero a Londra durante la seconda guerra mondiale, quando fu bombardata. Ma non ho mai visto nulla del genere, non credo sia mai avvenuto un disastro di questa portata. La nostra intera civiltà da oggi cambierà completamente.

Anche se distante, lei sicuramente può dirci quali pensa saranno le reazioni del popolo americano e il suo attuale stato d'animo...

Si. nonostante la lontananza credo di poter interpretare il sentire comune degli americani Sono assolutamente sotto schock e lo resteranno ancora a lungo. Non sarà facile per nessuno di noi imparare a convivere con una tragedia di queste dimensioni. Del resto, dovete capire che il territorio americano, dopo l'invasione britannica del 1812, non aveva mai subito un evento del genere. Parlo ovviamente dell'America continentale, Pearl Harbour esclusa. Ma questo è un evento ancora più grave.

Quali pensa saranno gli effetti più evidenti sulla società americana e su tutto l'Occidente?

Sì, è giusto sottolineare che l'attacco è a una civiltà, non solo ad un paese. L'America è stato l'obbiettivo fisico, ma l'attacco è a tutto l'Occidente. Per quanto riguarda le conseguenze, in poco tempo ci troveremo a vivere in un contesto sociale completamente diverso da quello di ieri ,che ormai rappresenta il passato. La sicurezza sarà la prima preoccupazione di tutti i governi, il problema è vedere e controllare sino a che punto si spingerà questo bisogno di sicurezza.

Cioè, quale ritiene sia il rischio più grande?

Una forte limitazione di ciò che abbia modi più caro, ovvero la libertà. Quando il terrorismo si è affacciato nell'era moderna, circa 25 anni fa, sono iniziati i controlli negli aeroporti, negli edifici pubblici, lungo le strade, nelle scuole. E noi ne eravamo infastiditi. Bene, quello era niente rispetto a ciò che succederà nei prossimi mesi.

Una limitazione della libertà che potrebbe colpire anche la stampa?

E' la cosa su cui dobbiamo vigilare con più attenzione. Perché la stampa televisiva e scritta riceverà incredibili pressioni. Dobbiamo tenere alta la guardia sulle pressioni da parte soprattutto degli organismi militari che tenteranno di imporre la censura nel paese. Sono stato inviato di guerra e so quali sono le necessità dei militari. Ma noi giornalisti dobbiamo tenere presente che il nostro dovere primario è quello di difendere il diritto della gente di sapere cosa il governo fa in nome del popolo che rappresenta.

Lei crede che l'opinione pubblica americana si aspetti da Bush una reazione molto dura e che non si sia sentita sufficientemente protetta?

Credo che nella rabbia e nell'angoscia del primo momento il popolo americano possa accusare Bush di non aver fatto abbastanza e anche chiedere misure estreme. In situazioni come queste è altissimo il pericolo di scatenare una nuova caccia alle streghe. E questo avrebbe ripercussioni molto forti sulla nostra società perché vedrebbe coinvolte persone innocenti prese di mira solo per la loro nazionalità, la loro cultura o la loro religione. Non dobbiamo dimenticarci della caccia alle streghe ai tempi del comunismo, sia nel dopoguerra che durante tutta la Guerra fredda. E anche noi giornalisti, se questo dovesse avvenire, correremmo notevoli pericoli.

A proposito di giornalisti: come ritiene si siano comportati I suoi colleghi americani in queste ultime ore?

Ho visto principalmente i programmi della Cnn e devo dire che si sono comportati egregiamente. Hanno saputo mantenere la calma e non hanno mal dato segni di panico nemmeno nei momenti più difficili. Inoltre non si sono avventurati nell'indicare possibili colpevoli, in attesa di indicazioni dalle fonti ufficiali. Io mi sarei comportato nello stesso modo.

Eppure, anche dai dibattiti televisivi e dalle prime inchieste del giornalisti, molte domande su quello che è successo sono ancora senza risposte, non crede?

Non c'è dubbio. Ma è stata una mossa saggia da parte dei giornalisti non aprire troppe questioni. In questo momento il popolo americano ha bisogno di notizie, di capire quanti sono i morti, chi sono, cosa stanno facendo i soccorsi. Ma le domande che ci dovremo porre subito dopo l'emergenza riguardano la sicurezza dei nostri aeroporti, l'efficienza dei servizi segreti, il modo in cui il governo americano intende organizzare la propria difesa di fronte a un attacco di questo tipo.

Non crede che la politica Mediorientale del governo Bush abbia inasprito la tensione internazionale?

Non sono in grado di ragionare a questo livello sulla politica estera americana.

Ma cosa crede abbia scatenato tanto odio nel confronti della sua nazione?

Non lo so, è una delle domande che dobbiamo porci con più urgenza. Ripeto, è un attacco alla civiltà occidentale, l'America è solo l'obbiettivo fisico. Di quest'odio faranno parte anche degli elementi di invidia per una terra e un popolo ricchi. Ma credo che molti sarebbero d'accordo con me nell'individuare le cause di questo attacco anche nell'atteggiamento americano in questioni di politica estera. Un atteggiamento spesso arrogante, con una marcata tendenza a decidere anche su cosa debba fare e in che direzione debba andare il resto dei mondo.

Roberta Ronconi
Roma, 14 settembre 2001
da "Liberazione"