Dopo gli attentati negli Stati Uniti.
Una condanna ed alcune riflessioni

Mancano ancora molti elementi, compresa la rivendicazione o le rivendicazioni, e molti particolari rimangono oscuri, ma riteniamo di inviare comunque questo primo commento per suggerire alcuni argomenti ai compagni, che affronteranno una campagna dei mass media preoccupante e disorientante.

Dopo gli attentati negli Stati Uniti. Una condanna e alcune riflessioni

Nessuno, per quanto avversario della politica israeliana e di quella degli Stati Uniti (non solo in quanto complici della politica terrorista dei sionisti, ma come promotori di moltissimi crimini in tutto il mondo) può esitare un momento prima di condannare l'incredibile serie di attentati compiuti da commandos suicidi, da chiunque siano stati ispirati.

Ma occorre ragionare a mente fredda su molte questioni.

E occorre capire:

Chi ha innescato la spirale di odio?

Non si può vedere solo chi in un momento dato ha sferrato un colpo più grosso, e con una mancanza totale di rispetto per le vite innocenti.
Non sappiamo ancora il numero delle vittime, ma probabilmente supera di molto quello di qualsiasi altro episodio precedente. Tuttavia se fossero state contate solo in centinaia invece che in migliaia o decine di migliaia, non sarebbe mutata la condanna, ma neanche sarebbe stata meno necessaria la riflessione razionale sui rapporti causa ed effetto.
La quantità genera stupore e orrore, ma la qualità è la stessa delle rappresaglie che uccidono solo pochi palestinesi al giorno.

Chi ha dato l'esempio dei massacri indiscriminati di civili?

Pensiamo ovviamente a quelli israeliani a Sabra e Chatila e a Tunisi, oltre che in tante altre località del Libano, della Palestina, dell'Iraq, ma anche ai massacri di civili curdi da parte della filo occidentale Turchia, o di integralisti islamici da parte del regime siriano, "nostro" alleato nella infame guerra del Golfo (che si saldò con un bilancio di centinaia di migliaia di vittime innocenti, contro poche decine di "crociati", caduti in genere in incidenti).

Ma ci sono altre domande

Le reazioni dei palestinesi

Alcuni palestinesi sono stati ripresi mentre manifestavano la loro gioia, come nel 1991 facevano quando arrivavano - spesso fuori bersaglio, colpendo anche loro - i miseri missili Scud di Saddam Hussein.
Manifestare l'odio non è bello, non è elegante, stravolge la faccia (come scriveva Brecht), ma perchè non domandarsi cosa li ha portati a questo?
Contrariamente a quanto si ripete in buona o cattiva fede, i due popoli avevano convissuto per molti secoli, e l'odio è stato innescato durante l'insurrezione palestinese del 1936-1939 dalla partecipazione dei sionisti alla repressione britannica, che uccise oltre 5.000 palestinesi.
La mancanza di prospettive di una pace a cui avevano creduto (e a cui fingono di credere ancora solo statunitensi ed europei) ha ridato spazio al terrorismo, che invece era stato messo fuori gioco sia nella prima fase dell'intifada, sia per molti mesi durante la ripresa delle azioni di massa che vengono chiamate "la seconda intifada".
Solo quando si e ' visto che nessuno muoveva un dito per aiutarli, e Arafat continuava a inseguire l'illusione di un intervento dell'Europa e degli Stati Uniti, hanno cominciato ad appoggiare le azioni suicide di Hamas e Jihad, e ora questa, chiunque ne sia l'organizzatore.

La vulnerabilità degli USA

Una riflessione importante va fatta anche sulla vulnerabilità degli Stati Uniti, e in genere delle società capitalistiche avanzate super tecnologizzate.
Ne avevamo avuta una prova a Genova con l'impotenza (a meno che non fosse complicità) del massiccio schieramento di "Forze dell'Ordine" nei confronti dei Black Block (veri o presunti o infiltrati mascherati), mentre si accanivano sugli inermi.
Ma ora la verifica è più sconvolgente:

Il meccanismo delle ritorsioni

Nessuno di noi, ovviamente, poteva prevedere le dimensioni e la ferocia spropositata di questo atto odierno.
Tuttavia molti di coloro che si battono per una vera pace in Palestina (compresi quegli israeliani che si oppongono all' escalation repressiva, preferendo il carcere alla partecipazione ad essa), avevano scritto che il meccanismo delle rappresaglie innescava inevitabilmente risposte disperate e folli.
Tanto più se in risposta a chi sceglieva individualmente di morire (seguendo l'esempio di Sansone con i Filistei) si colpivano edifici civili o si assassinavano a freddo dirigenti palestinesi sicuramente estranei alla Jihad e ad Hamas.
Una risposta criminale e sicuramente inefficace, che spingeva altri disperati a candidarsi come "martiri".
L' ultimo, con grande stupore di Israele, era un palestinese di 55 anni, cittadino israeliano, sia pure di second'ordine.
Ma la risposta è stata ancora una volta il bombardamento di "obiettivi" nei territori occupati.
Certo quei pacifisti israeliani che denunciavano la spirale del terrore pensavano soprattutto a chi si faceva saltare in aria con un autobus o una discoteca, ma la logica è la stessa.
Quando si innesca una situazione di guerra, ciascuna parte cerca di recare il massimo danno all'avversario.
E la sensazione che gli Stati Uniti sono pienamente corresponsabili del terrorismo di Stato israeliano può avere spinto a cercare bersagli negli Stati Uniti, colpendo anche civili sicuramente innocenti (o che avevano la solo colpa di non preoccuparsi di quello che il loro governo faceva o incoraggiava in tante parti del mondo).
Capiremo comunque meglio quando e se arriveranno rivendicazioni: finora ci sono state solo condanne, da tutti governi arabi e senza eccezione dai dirigenti palestinesi.

No alle condanne a senso unico

Dunque la nostra condanna di questi atti terroristici è netta e incondizionata.
Ma non deve impedirci di riflettere sulle cause profonde, antiche e recenti, e non deve in alcun modo farci unire al coro delle condanne a senso unico di chi non ha mai voluto condannare il terrorismo di Stato israeliano, o le complicità degli Stati Uniti in tantissime atrocità, in America Latina, in Indonesia, ecc.
Né possiamo dimenticare i crimini coloniali di tanti Stati europei nel passato, ma anche quelli recenti, ad esempio nel Congo ex belga, o della Francia negli spaventosi massacri in Ruanda e Burundi.
E che dire del genocidio silenzioso, per fame, per malattie curabili e non curate (a partire dall'AIDS) in Africa e in tante parti del mondo?
A questo proposito vorrei ricordare che un uomo meraviglioso come don Lorenzo Milani aveva chiuso il suo ultimo libro, Esperienze pastorali (subito fatto ritirare dal Vaticano), riproducendo alcune macchie di sangue sull'ultima pagina, e immaginando che fosse stata un' irruzione dei popoli oppressi del "terzo mondo" a provocare la sua morte.
E faceva scrivere a un ipotetico vescovo cinese giunto molti decenni dopo a ricristianizzare l'Europa devastata: "questo sangue non è di martiri".
Era una finzione letteraria ardita e provocatoria, ma come sempre in quell'uomo profetica: chi chiude gli occhi ogni giorno sugli orrori del mondo, prepara una catastrofe irreparabile della nostra civiltà.

Antonio Moscato
Roma, 11 settembre 2001
articolo da "Bandiera Rossa News", 18 febbraio 2001