Adesso che l'Argentina è sull'orlo dell'insurrezione e i mercati internazionali aspettano a breve quello
che viene definito il default, il collasso di questo paese che, meno di cinquant'anni fa, rappresentava
la "terra promessa" per tanti emigranti, vorrei che i famosi organismi finanziari che da sempre ci impartiscono
lezioni sulla indiscutibilità del modello economico capitalista (e con loro la grande stampa e tanti
prestigiosi opinionisti televisivi) avessero finalmente il pudore di dichiarare il fallimento delle
loro certezze sul primato del modello economico neoliberale.
Anzi, il suo tramonto - come è avvenuto, dodici anni fa, per il comunismo.
L'Argentina grande come un terzo dell'Europa, con poco meno di 40 milioni di abitanti, ricca di tutto
(minerali, petrolio, ogni tipo di cultura, allevamenti, riserve biogenetiche) è infatti drammaticamente
sull'orlo della povertà più nera, spolpata prima da governi militari corrotti dove tutti i generali
della giunta avevano sempre, come minimo, un posto nei consigli di amministrazione delle multinazionali
nordamericane, e poi definitivamente disintegrate dalle privatizzazioni avvenute durante i due mandati
del presidente Menem che non ha solo tradito i suoi elettori peronisti attenti al sociale, ma ha messo
in vendita l'intero paese a prezzi di liquidazione.
Un'operazione di saldi che ha favorito una colossale corruzione e l'arroganza di una classe di potere
che ha dato vita a un regime non a caso definito "menemismo".
Gli argentini, obbligati, negli ultimi dieci anni, a rispettare come soldatini le ricette economiche
del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale vivono così ora in un paese che non è più
loro.
Il petrolio e il gas sono degli Stati uniti.
La telefonia è degli italiani.
La compagnia aerea di bandiera, l'Aereolinas, venduta alla Iberia spagnola pur essendo, quando era
statale, in attivo, è stata fatta fallire, dopo vari passaggi di proprietà, dall'ultimo padrone, una
finanziaria, e non esiste più.
Così l'Argentina, un paese australe con l'esigenza vitale di comunicare con il mondo non ha più un
vettore nazionale e avendo nel frattempo "tagliato" molte tratte ferroviarie perché non remunerative,
fa ora vivere ai propri cittadini disagi da inizio secolo per raggiungere certe località mentre è
costretta, per il trasporto aereo, ad adeguarsi alle esigenze operative di alcune compagnie straniere.
E' la logica perversa del neoliberismo dove lo stato, ormai ostaggio della finanza speculativa, tutela
solo una categoria piccola e privilegiata di cittadini. Il gruppo francese Carrefour che, con il 30
per cento è attualmente il leader in Argentina della grande distribuzione, con 22 ipermercati, 130
supermercati e 227 negozi hard discount ha chiuso per esempio ieri tutti i suoi punti vendita preoccupato
dagli assalti della gente alle tiendas di alimentari al grido di "abbiamo fame".
Se la deriva sociale continuerà, la Carrefour non potrà fare altro che andarsene lasciando in ginocchio
un paese che in pochi anni ha visto scomparire buona parte del piccolo commercio.
Domingo Cavallo, superministro dell'economia che proprio dieci anni fa, nel 1991, quando era nel
governo Menem, equiparando il peso argentino al dollaro statunitense ha dato inizio ad un decadimento
sociale che ora ci accorgiamo essere senza fine, si è dimesso dopo aver fallito il suo compito di
presunto risolutore dell'emergenza.
Un compito che il governo di centro-sinistra del radicale De la Rua ha ereditato, un anno fa, da Menem.
De la Rua, accettando le dimissioni di Cavallo, come già aveva fatto con quelle di José Luis Machinea
e di Ricardo Lopez Murphy, che lo avevano preceduto senza successo alla guida dell'economia, ha sancito
anche l'inadeguatezza del suo governo progressista che, con un autogol senza precedenti, aveva pensato,
nella primavera scorsa, di tirarsi fuori dalle sabbie mobili della bancarotta richiamando il più neoliberista
degli ex ministri del governo peronista.
Quel Cavallo che, dopo essere stato consulente della giunta militare, aveva portato, prima di litigare
con Menem, la disoccupazione alla cifra record del 20 per cento. Una cifra mai più diminuita e che
corrisponde a 3 milioni e 400mila persone senza lavoro. Nel disperato governo di De la Rua, Cavallo,
uomo del Fondo monetario internazionale, aveva pieni poteri, perfino quello di creare o sopprimere
ministeri o di diminuire, come ha fatto impunemente, gli stipendi statali del 20 per cento.
I risultati della sua gestione sono davanti a tutti.
E anche la debacle della sinistra quando crede di adeguarsi ai tempi e di essere moderna sposando
le sciagurate scelte liberiste imposte da organismi economici internazionali come Fondo monetario
e Banca mondiale. Ora che i morti, mentre scriviamo, sono già 14 e centinaia i feriti nella repressione
decisa dalla polizia argentina per bloccare questa incontenibile "battaglia per il pane" di quello
che fu un paese leader del continente, il Fondo monetario si sveglia e fa sapere "di essere in ansia".
Proprio il Fondo monetario le cui "ricette" hanno salassato l'Argentina.
Non stupisce invece che Berlusconi esprimendo la stessa preoccupazione afferma che il suo governo
cercherà di dare una mano all'Argentina non solo perché "ci sono là molti italiani che rappresentano
il nostro paese in modo operoso", ma anche perché l'Argentina "ha sviluppato politiche nelle sedi
internazionali molto vicine all'Italia".
Sono le famose politiche neoliberali che hanno annichilito la patria di Gardel, Borges, Piazzolla,
Maradona e anche di tutti quei figli e nipoti di emigranti italiani che adesso, per ironia della storia,
chiedono di fare il cammino inverso dei loro nonni e dei loro padri costretti fino a quarant'anni
fa a partire dall'Italia per cercare nella terra del Rio della Plata e delle pampas un modo per sopravvivere.
Ma evidentemente Berlusconi non se n'è accorto. Non ci sorprende.
Ora che l'Argentina brucia, così come a luglio quando il movimento antiglobal chiedeva di farsi ascoltare
a Genova, c'è chi sostiene che quello che sta accadendo è il risultato "di un piano premeditato di
agitatori professionisti". Purtroppo sappiamo che non è così e l'Argentina è solo la punta di un iceberg,
quello di una umanità con le spalle al muro.