Il movimento antiglobal è un fatto di enorme rilevanza.
Esso misura, dopo vent'anni, la crisi di egemonia delle politiche liberiste
presso ampi settori di giovani generazioni. E proprio l'irruzione di una
nuova generazione dà il segno caratterizzante del movimento come le stesse
manifestazioni di Genova documentano in modo impressionante.
Per di più proprio quelle manifestazioni, e ancor più le iniziative in tutta
Italia di martedì 24, hanno rivelato in forme diverse i segnali di simpatia
popolare che circondano il movimento, le potenzialità di ricomposizione
attorno ad esso di generazioni diverse del popolo della sinistra, il suo
rilevante impatto politico.
Cogliere questi elementi è importante sul piano dell'analisi e decisivo sul
piano della nostra azione politica.
L'inserimento profondo nel movimento è infatti il primo compito di tutto il
nostro partito: ciò che significa non solo contributo di presenza alle
manifestazioni, ma lavoro attivo di costruzione del movimento stesso,
partecipazione piena alle sue strutture, promozione diretta delle sue
iniziative.
La sottovalutazione di questa priorità - come mi è parso di cogliere nelle
posizioni espresse dai compagni Burgio e Grassi - credo vada apertamente
combattuta nel Prc.
Ma l'internità al movimento deve essere la base di una nostra battaglia
per l'egemonia, non la bandiera ideologica della sua rimozione. E questo a
me pare il punto centrale di riflessione critica su cui concentrare il nostro
dibattito.
Temo infatti di cogliere nelle interviste del nostro compagno segretario, come
negli interventi dei compagni Giordano e Ferrero, una vera e propria mistica
del movimento antiglobalizzazione, combinata con una identificazione totale
del partito, persino teorizzata, nelle posizioni espresse dalle direzioni
attuali del movimento. Considero questo posizionamento sbagliato e
profondamente dannoso. Dannoso non solo per il partito, che rischia di ridursi
ad appendice del GSF, o a suo semplice collante.
Ma soprattutto per il movimento, tanto più dopo i fatti di Genova: quando da
un lato il nuovo livello dello scontro politico sollecita uno sviluppo della
coscienza politica di migliaia di giovani; e dall'altro proprio la cultura
riformistico-pacifista dell'attuale direzione del GSF ostacola di fatto tale
evoluzione.
Guardiamo al dibattito in atto nel movimento dopo Genova.
La questione ad esempio dell'autodifesa, e quindi dei “servizi d'ordine”,
è stata posta obiettivamente dai fatti: dall'esperienza pratica, a tratti
drammatica, di centinaia di migliaia di manifestanti, oggetto indifeso delle
brutalità poliziesche e, su un piano diverso, delle incursioni del “blocco
nero”.
E' possibile allora riproporre, come se nulla fosse accaduto, l'integralismo
dogmatico del pacifismo? Ho un sincero rispetto per le filosofie della
non-violenza, conosco l'influenza vasta che esse esercitano nel corpo
giovane del movimento (come per altro l'esercitavano in vasti settori
critici di gioventù prima del '68).
Ma ciò non sposta di una virgola la realtà obiettiva: decine di migliaia di
mani alzate non solo non hanno evitato la violenza poliziesca, ma hanno
purtroppo costituito il bersaglio più comodo (e per questo paradossalmente
incentivante) di quella violenza.
Così come la rappresentazione mediatica di “guerre” finte (stile tute
bianche), che Luigi Manconi presentava su Repubblica come utile
sublimazione collettiva della violenza, ha purtroppo incontrato una polizia
per nulla disposta a recitare la parte in commedia che le era stata “teoricamente”
assegnata.
Occorre allora una svolta seria. Il servizio d'ordine, ampio, unitario,
organizzato, non è affatto “deriva militarista e minoritaria”: è all'opposto
lo strumento indispensabile per tutelare le manifestazioni pacifiche di massa
dalle aggressioni dello Stato o dal violentismo vandalico di forze marginali;
per sottrarre migliaia di comuni manifestanti ad una sensazione
pericolosissima di abbandono e di panico.
Significa questo ignorare le forme di autotutela “legale”, “giornalistica”,
“d'opinione”?
Tutt'altro: esse sono della massima importanza. Ma contrapporre la
rivendicazione del “controllo dell'opinione pubblica” alla necessità del
servizio d'ordine (come fanno Bertinotti e Ferrero) credo rappresenti una
posizione del tutto astratta, che vedo discendere in ultima analisi da un
presupposto di fondo, questo sì “ideologico”: la rimozione strategica
dalla visione comunista del problema stesso della forza, ridotto ad un
semplice problema di consenso.
Ma così temo si finisca col riproporre nelle giovani generazioni i miti ingenui di quell'illusione riformista che lungo l'intero Novecento ha causato tragedie di massa infinitamente più grandi di quelle prodotte dai peggiori avventurismi militaristi. Il Cile non docet?
Parallelamente, dopo i fatti di Genova, si pone l'esigenza di una
stagione nuova nella politica di massa del movimento.
L'incontro più largo con la classe operaia e il mondo del lavoro si
ripropone come tema centrale e ineludibile. Tanto più in vista del passaggio
di autunno. Il governo Berlusconi, obiettivamente provato dai fatti di Genova,
sarà chiamato dal proprio blocco sociale ad un attacco profondo alle
condizioni sociali di grandi masse. E questo in un contesto segnato dalla
crisi di consenso del liberismo, dalla straordinaria lotta dei metalmeccanici,
ma anche da un impressionante vuoto di indicazione e di prospettiva per i
lavoratori da parte delle loro vecchie direzioni (vertice FIOM incluso).
Il movimento antiglobal non può essere ovviamente il surrogato di una
direzione alternativa del movimento operaio ma potrebbe svolgere in questo
quadro un ruolo prezioso di possibile detonatore sociale, forte di un capitale
d'ascolto presso il popolo della sinistra che i fatti di Genova e la
contrapposizione a Berlusconi hanno rafforzato enormemente.
Ma allora il rapporto col mondo del lavoro non può ridursi ad un cartello di
buone relazioni (preziose) con le rappresentanze del sindacalismo di classe,
alla registrazione dell'adesione (preziosa) della FIOM alle manifestazioni
di Genova, alla pressione su Sergio Cofferati.
Occorre che il movimento promuova una vasta iniziativa diretta verso le
grandi masse: una proposta pubblica, rivolta a milioni di lavoratori, precari,
giovani disoccupati, per una comune azione di massa in autunno attorno a una
comune piattaforma: una piattaforma di rivendicazioni unificanti che rompa con
vent'anni di concertazione e punti a una vera esplosione sociale di
lavoratori e giovani contro le classi dominanti e il governo delle destre. E'
l'unico evento che può rovesciare Berlusconi e smuovere nel profondo, da un
versante di classe, l'intera situazione politica italiana, nell'interesse
comune del movimento operaio, delle più generali istanze antiglobal e persino
delle preoccupazioni “democratiche”.
Ma può il movimento candidarsi a questo ruolo di detonatore di un blocco
sociale più vasto senza che al suo interno maturi come riferimento egemone la
centralità del conflitto fra capitale e lavoro, senza che sia contrastata e
superata quell'autorappresentazione di “movimento dei movimenti”,
sommatoria autocentrata ed autosufficiente dell'universo antagonista, o più
spesso, di un'indistinta società civile progressista?
E qui si ripropone, ancora una volta, la necessità di un'aperta battaglia
di egemonia dei comunisti, certo capace di dialogo con la sensibilità attuale
del movimento ma determinata sul proprio progetto.
E' necessaria, in definitiva, una chiarezza strategica di fondo sul
nostro rapporto di comunisti con “l'antiliberismo”: questione su cui il
dibattito in corso su Liberazione mi pare invece registri una
confusione profonda.
L'antiliberismo è oggi certamente per milioni di giovani nel mondo un
sentimento di reazione salutare e di svolta contro le politiche dominanti del
Capitale: in questo senso ha una valenza assolutamente progressiva e
rappresenta una nuova base di possibile maturazione di una prospettiva
anticapitalistica di massa.
Ma l'antiliberismo è anche un insieme di culture, strategie, programmi di
settori politici intellettuali, di un'ala della burocrazia
socialdemocratica, di parti rilevanti dell'istituzione Chiesa, di buona
parte del ceto politico verde: e in questo senso esso non si manifesta solo
come critica delle politiche dominanti, ma anche come alternativa esplicita
alla centralità di classe, al socialismo, alla rivoluzione.
Come tentativo di tradurre e contenere su un terreno ideologico riformista e
pacifista (per di più velleitario e utopico) spinte e pulsioni di rivolta, in
particolare tra i giovani, che potrebbero altrimenti dislocarsi su un
orizzonte di alternativa di sistema.
Non vedere il lato progressivo dell'antiliberismo dal punto di vista di
massa, con un atteggiamento di distacco dottrinario, sarebbe prova di un
settarismo imperdonabile.
Ma non cogliere il lato conservatore dell'ideologia antiliberista nella sua
espressione organizzata oggi egemone, significa di fatto subordinarsi ad essa.
Come comunisti possiamo e dobbiamo invece favorire, nel movimento, la maturazione anticapitalistica dei sentimenti di massa antiliberisti proprio contrastando con una proposta di fondo di alternativa anticapitalistica l'antiliberismo riformista.
E' facile? No, è molto complesso.
Ma tanto più oggi a me pare l'essenziale. … L'essenziale, s'intende,
se il nostro progetto punta ad assumere l'attuale disgelo come terreno di
rilancio di una prospettiva rivoluzionaria, in Italia e nel mondo, nel cuore e
nella ragione di una giovane generazione.
Se invece assumessimo il disgelo (legittimamente) come laboratorio di
ricomposizione di una sinistra plurale di governo “jospiniana” con l'apparato
liberale Ds in vista del 2006 (magari benedetta dal cemento simbolico di una
proposta comune di Tobin Tax), allora non sarebbe certo necessaria alcuna
battaglia di egemonia nel movimento.
Ma quello temo sarebbe il vero disastro: un apparente movimentismo radicale
come leva di un'operazione politicista subalterna; un film già visto troppo
volte dalle vecchie generazioni nel secolo che ci è alle spalle. Milioni di
giovani che oggi rialzano la testa meritano davvero una prospettiva nuova.