Il movimento dei movimenti è da oggi formalmente un movimento contro il neoliberismo e la guerra.
Lo è nelle sue azioni e mobilitazioni, ma anche nella sua identitá di fondo. Nel documento finale,
che potete leggere qui accanto, si dice chiaramente che l'opposizione alla guerra è uno dei nostri
elementi costitutivi.
Non era un risultato scontato. La discussione sul punto 4, quello su terrorismo e guerra, è stata
sofferta e lunga, in particolare sulla definizione di terroristi data agli attacchi aerei contro le
Torri gemelle. Se da un lato alcuni movimenti del nord e della stessa Europa fanno ncora fatica a
tenere ferma la connessione tra dominio liberista e dominio di guerra, dall'altro esistono soggetti
del Sud del mondo o delle aree direttamente implicate nella guerra, come India e Pakistan, che vedono
i fatti del pianeta da un'altra prospettiva e che non ci stanno a definire l'11 settembre come uno
spartiacque.
In fondo, è il ragionamento, vittime civili, massacri, atti terroristici da parte degli stati occidentali
si sono verificati, in gran numero, anche prima dell'attacco alle Twin Towers; e continueranno a verificarsi.
Un punto di vista comprensibile, da accordare a quella sensazione che molti di noi hanno avvertito
nel vedere prima lo schianto di Manhattan e poi le bombe su Kabul, che l'11 settembre apriva una nuova
fase della globalizzazione, quella della sua versione militare e imperiale e che il terrorismo sarebbe
diventato una variabile costante in questo schema.
La cerniera italiana
Non a caso nella discussione un ruolo centrale lo ha giocato la delegazione italiana.
L'esperienza unitaria di un anno intero di lavoro comune, quella della lotta sul campo contro la guerra
e il terrorismo (la Perugia-Assisi e poi il 10 novembre) hanno permesso agli italiani, che pure si sono
divisi sull'approccio da tenere (con i Cobas convinti che la definizione di terrorismo sia ormai percepita
in termini piú negativi di quanto lo sia la stessa guerra, e che questo porti a una sua giustificazione),
di arrivare a una formulazione comune e unitaria, la stessa che dopo un'ulteriore verifica e un ennesimo
braccio di ferro, viene inserita nel documento.
Netta condanna dunque agli attentati terroristici dell'11 settembre, ma anche la sottolineatura dei
metodi terroristici utilizzati dagli Stati Uniti nella guerra in Afghanistan, una guerra inscritta in
un processo di guerra globale permanente.
E' peró importante rimarcare che se la discussione è stata faticosa, complessa e articolata, ció
è dovuto alla natura stessa del movimento.
Porto Alegre rappresentava molto: la conferma del lavoro svolto lo scorso anno; la verifica dopo gli
attentati dell'11 settembre e dopo la guerra; la conferma di un metodo di lavoro.
Queste scommesse sono state tutte vinte, anche se la crescita - in un anno si è passati da 4mila a quasi
15mila delegati, la delegazione italiana da 150 a piú di mille - ha posto problemi inediti. Se ne discuteva
l'altra sera nella riunione della delegazione italiana - riunione serale, all'aperto, un po' seduti
in terra, un po' in piedi - convocata per esprimere un ultimo parere sul documento finale.
Qualcuno, quelli di Lillput ad esempio, poneva il problema di riassumere la ricchezza estrema dei dibattiti
svoltisi nelle oltre 800 commissioni, nelle conferenze centrali, nei seminari, nelle iniziative improvvisate.
Ma come fare? In realtá questa crescita impetuosa e, forse imprevista, spiazza tutti: Noam Chomsky ha
dovuto parlare in una sala troppo piena, tanto da dare vita a qualche spiacevole malumore; ieri mattina
Michael Lowy e Frei Betto hanno tenuto la loro conferenza sui Valori di una Civiltá Solidale in una
sala cosí zeppa che c'era la fila fuori per entrare. Ma nello stesso tempo, nel meeting organizzato
dal Forum di San Paolo (partiti e forze politiche della sinistra latinoamericana) c'era pochissima gente.
Eppure i due intellettuali brasiliani hanno affabulato la sala parlando dell'attualitá del socialismo,
della sua urgenza e della sua necessitá. Evidentemente il sentimento genereale dice: parliamo pure del
futuro, riaffrontiamo i nodi della trasformazione sociale, ma senza i vecchi partiti in mezzo, o perlomeno
senza le tradizionali mediazioni istituzionali, spesso troppo moderate.
Crisi e rinascita della politica
Questo nodo si era presentato anche in occasione del forum parlamentare. Lá la contestazione degli
italiani e degli argentini aveva simbolicamente segnato il punto di rottura tra la politica, tradizionalmente
intesa, e il movimento. Una rottura che, scorrendo i documenti approvati, risalta anche sul piano politico.
Se i parlamentari hanno dovuto ricorrere a un artificio - la votazione su due testi differenti, uno
reticente sulla guerra, l'altro invece piú netto, incrociando i rispettivi voti - per uscire in forma
unitaria dal Forum, i movimenti sociali sono riusciti invece a darsi non solo un orientamento preciso
e condiviso, ma anche a definire un proprio atto costituitivo.
Il punto da seguire con attenzione è questo: esiste una crisi della politica tradizionale in presenza
di una rinascita della partecipazione politica.
Non è un caso se Rifondazione, qui a Porto Alegre, ha giocato gran parte della sua strategia, provando
a sperimentare sul campo quella nuova contaminazione tra partito e movimenti che costituisce l'asse
del documento congressuale.
E' un punto di non facile enunciazione e nemmeno lineare. Movimenti e partiti sono, e soprattutto vengono
percepiti, come soggettivitá distinte e distanti e questo fa maturare diffidenze e sospetti.
E invece - lo diceva ieri mattina Bertinotti parlando a una splendida manifestazione dei Sem Terra,
guarda caso, ancora sull'alternativa socialista - il movimento è l'unico ambiente in cui possa rinascere
una progettualitá e un nuovo partito, una sinistra che si batta per la trasformazione socialista. Come
accordare questi due livelli, come scioglierli in una dinamica nuova, è una delle questione che ci attende.
Se ne parlerá ancora, in Italia e non solo. Sicuramente in Europa. Gli italiani, sempre loro,
hanno ottenuto anche il via libera a organizzare il primo social forum europeo. Si terrá tra ottobre
e novembre - insieme a tanti altri social forum continentali, tra cui quello, giá fissato, di
Quito in Ecuador per il Sudamerica - anche se la cittá ancora non si conosce. La delegazione italiana
ne ha cominciato a discutere, ipotizzando i nomi di Venezia, Firenze o Napoli. Si tratterá di
vedere se ci sono autocandidature ulteriori, ma quello che è certo è che sará una prova di fuoco.