Il 26 febbraio 1993, terroristi islamici fecero esplodere una
bomba in un parcheggio sotterraneo delle Twin Towers di New York, con il
risultato di sei morti e centinaia di feriti.
Gli attentatori osservavano
dall'altra sponda del fiume Hudson, ma gli edifici non crollarono come essi
avevano sperato.
Un anno prima dell'11 settembre, Paul Rogers, professore di
studi sulla pace presso la Bradford University, scrivendo su quell'evento,
cosi' commentava: "Se quell'attacco avesse avuto gli effetti ricercati, i
risultati sarebbero stati disastrosi non solo per la citta' di New York ma
per l'insieme degli Stati Uniti".
Ma, sosteneva Rogers, non avrebbero
portato gli Stati Uniti ad un ripensamento fondamentale dei loro rapporti
con il terzo mondo.
"Un risultato piu' probabile sarebbe stato una
massiccia e violenta reazione militare contro qualsiasi gruppo, ovunque nel
Medio Oriente, che si fosse pensato avesse anche la piu' tenue connessione
con l'attacco".
E cosi' e' stato. Ma la risposta militare USA all'attacco
contro il World Trade Center, e il Pentagono aveva dietro di se' molto di
piu' che la arroganza imperiale, benche' ce ne fosse in abbondanza.
Bush e
la squadra di reaganiani riciclati che ha intorno hanno lanciato una
offensiva militare e politica il cui obiettivo centrale era di estendere con
la forza l'egemonia del capitalismo USA e dello Stato americano su scala
mondiale e nel contempo di colpire duramente quanti siano percepiti come
nemici o rivali dell'amministrazione Bush: al centro sono i movimenti di
liberazione del terzo mondo, il movimento per la giustizia globale, i rivali
politici interni e gli Stati europei, rivali sul terreno economico e
politico.
Qualsiasi resoconto dell'anno trascorso dall'11 settembre deve
rispondere alla domanda: in quale misura l'offensiva ha avuto successo? E
questo che cosa ci fa vedere del carattere dell'amministrazione Bush, delle
sue concezioni geopolitiche e dei suoi obiettivi a lungo termine?
Occorrera' ricordare che la guerra al terrorismo era stata
lanciata in origine all'insegna della cattura e della punizione degli
attentatori.
Dal punto di vista militare, la guerra all'Afghanistan,
lanciata il 5 ottobre, e' sembrata dare come risultato una schiacciante
vittoria con minime perdite, ne' avrebbe potuto andare diversamente data le
grande quantita' di potenza di fuoco impiegata e la totale superiorita'
aerea USA.
Il "cambiamento di regime" e' stato certamente raggiunto in
Afghanistan, anche se i talebani sono stati rimpiazzati da un governo il cui
potere non si estende oltre Kabul, mentre il paese ritorna alla guerra
etnica e al controllo da parte di signori della guerra regionali.
Cio' non
importa un fico secco agli Stati Uniti che hanno lasciato la "costruzione
della nazione" agli europei.
Il collasso del regime dei talebani a Kabul
nel dicembre 2001 porto' alla celebrazione della "vittoria" da parte di Bush
e dei suoi sostenitori internazionali, ma certo se si giudica sul metro
della effettiva lotta al terrorismo -cioe' della reale eliminazione di Bin
Laden, dello smantellamento di Al-Qaida e dell'affrontare le reali cause del
terrorismo- e' stato un fallimento.
Se cio' non turba piu' di tanto la
squadra Bush-Cheney-Rumsfeld-Wlfowitz-Rice e' perche' per loro il terrorismo
della varieta' Al-Qaida e' un piccolo problema, e la sua sconfitta un
obiettivo del tutto marginale.
Dicembre 2001 ha anche visto in Europa la prima significativa opposizione pubblica alle azioni degli USA che andava al di la' del movimento antiguerra e della sinistra; questa era centrata su un fuoco di fila di critiche al trattamento da parte degli Stati Uniti dei prigionieri talebani e di Al-Qaida a Guantanamo, alla sbrigativa messa da parte della Convenzione di Ginevra da parte di Rumsfeld, al diffuso sospetto tra gli europei che i prigionieri venivano torturati.
I rapporti con gli Stati europei furono veramente turbati dal
discorso di Bush sullo stato dell'Unione, del gennaio 2002, quello con l'
"asse del male" Quel discorso rappresenta la dichiarazione programmatica
pubblica centrale degli obiettivi degli Stati Uniti.
Come ha fatto notare
Peter Gowan, "Il discorso era finalizzato a impegnare tutte le forze interne
e internazionali raccolte nella coalizione di Bush contro il terrorismo in
una serie di obiettivi totalmente nuovi, vale a dire a impegnarle nel
sostenere il diritto degli Stato Uniti a intraprendere azioni militari
preventive per attaccare e rovesciare i regimi dell'Iraq, dell'Iran, della
Corea del Nord ed altri Stati identificati come ostili agli Stati Uniti e
accusati da questi di sviluppare armi di distruzione di massa.
Il discorso
rendeva anche manifestamente chiaro che l'amministrazione Bush si stava
impegnando in una iniziativa militare e politica contro un ampio arco di
forze islamiche e arabe nel Medio Oriente, collegate tra loro non da
Al-Qaida ma dal conflitto Israele-Palestina.
Quattro delle cinque
organizzazioni "terroriste" individuate nel discorso erano collegate a quel
conflitto e altrettanto erano due dei tre Stati: l'Iran e l'Iraq.
Il terzo
Stato, la Corea del Nord, era collegata all'Iran per il fatto che veniva
accusata di vendere all'Iran missili a medio raggio.
L'Iran poi, a sua
volta, viene scelto per il suo sostegno agli Hezbollah e la sua presunta
fornitura di armi all'autorita' palestinese.
Bush ha lanciato una sfida a tutti quegli Stati europei che
potrebbero esitare davanti a questa nuova dottrina di attacchi militari
preventivi, "Alcuni governi saranno timidi di fronte al terrore.
Non ci
devono essere equivoci su questo punto.
Se essi non agiscono, l'America
agira'".
Il discorso sull'"asse del male" ci porta al cuore di quel che e
' nuovo negli obiettivi e nei metodi della squadra di Bush, in opposizione
alle amministrazioni precedenti.
I membri centrali della squadra di Bush,
quasi tutti in servizio sotto Reagan (specialmente i "militari": Wolfowitz,
Cheney e Rumsfeld), sono convinti sostenitori della concezione che si sono
create le condizioni per un diffuso impiego della forza militare e che la
forza militare puo' facilmente venire tradotta in un rafforzamento del
predominio politico ed economico americano su tutto il mondo.
Contrariamente
al mito popolare, negli Stati Uniti il militare e' sottoposto alla politica
e all'economia, e cosi' e' stato sempre da quando la seconda guerra mondiale
ha dimostrato che i militari non potevano organizzare una guerra e dovevano
essere tolti dagli impicci dagli uomini d'affari e dagli amministratori che
avevano esperienza di logistica, pianificazione e approvvigionamenti.
Gli
intellettuali del dipartimento della difesa sono raramente ufficiali in
servizio e spesso hanno legami piu' forti con il mondo accademico e quello
degli affari.
In esposizioni caricaturali, un militarismo irriflessivo viene
assunto come una costante della politica USA, ma non e' cosi'.
Ad esempio,
il precedente consigliere per la sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski,
non certo un progressista dal cuore tennero, mette in secondo piano il ruolo
della forza militare USA nel suo classico del 1997 sulle relazioni
internazionali, The Grand Chessboard (La grande scacchiera.
Brzezinski
sostiene "...l'America e' troppo democratica all'interno per essere
autocratica all'estero.
Questo limita l'uso del potere dell'America in
particolare la sua capacita' di intimidazione militare.
Mai prima d'ora una
democrazia populista (sic - P. Hearse) ha conseguito il dominio
internazionale.
Ma il perseguimento del potere non e' un obiettivi che
susciti la passione pubblica, eccetto in condizioni di improvvisa minaccia o
sfida al senso pubblico del benessere nazionale.
La negazione di se'
economica (cioe' la spesa per la difesa) e il sacrificio umano (le perdite
anche tra i militari di professione) richiesti nello sforzo non sono
congeniali agli istinti democratici.
La democrazia e' nemica della
mobilitazione imperiale...".
Nell'era dell'"Asse del Male" sembra un ragionamento di un'altra
epoca.
Brzezinski potrebbe naturalmente sostenere che la sua concezione non
poteva mettere in conto un avvenimento come l'11 settembre, che e'
precisamente la "improvvisa minaccia o sfida" che poteva creare uno scenario
alternativo.
Nondimeno la concezione generale di Brzezinzki e' di mettere in
rilievo che l'egemonia USA dipende da un insieme di vantaggi, dei quali la
potenza militare (specialmente latente) e' semplicemente un fattore.
Questi
includono il predominio economico, la supremazia tecnologica, la forza di
attrazione del modello politico USA, l'attrazione magnetica -in particolare
per i giovani- della cultura popolare USA, la potenza militare (il controllo
vitale degli oceani) e in generale il successo e l'attrattiva dimostrabili
del "modello di societa'" USA che mobilita in particolare l'immaginazione
delle persone piu' dinamiche, creative ed ambiziose in tutto il mondo.
L'uso
effettivo della potenza militare USA sarebbe per Brzezinski un fattore
declinante nel mondo post-sovietico.
Al contrario, la manovra, la
diplomazia, la costruzione di coalizioni, la cooptazione e lo spiegamento
deliberato dei propri punti di forza politici sono diventati gli ingredienti
centrali dell'esercizio vincente del potere geo-strategico".
I nuovi
guerrieri di Bush hanno gettato queste idee nel bidone della spazzatura con
un risonante fragore.
Tutti i partecipanti ai dibattiti tra gli intellettuali legati
alla difesa USA concordano nel ritenere che la chiave dell'egemonia USA e'
la loro capacita' di dominare la "Eurasia": la massa continentale dell'
Europa e dell'Asia, inclusi il Medio oriente al sud, la Cina e il Giappone
come cardini a est e l'Europa occidentale all'estremo opposto.
Questa area
comprende la grande maggioranza delle risorse economiche, naturali e di
popolazione del mondo, e supera di gran lunga le Americhe in tutti i campi.
Il dominio dell'America si basa sul fatto che gli USA sono militarmente piu'
forti di qualsiasi singolo potenziale concorrente euroasiatico e la
divisione politica (finora) tra potenziali alleanze eurasiatiche impedisce
la competizione antiUSA.
Qual e' il peso che la squadra di Bush da' agli
obiettivi politici e militari per tenere sottomessa la Eurasia?
In primo luogo la concezione sostenuta da Brzezinski e altri,
secondo cui l'Europa occidentale rimarrebbe sotto la tutela USA e' trattata
con estremo sospetto.
In secondo, la visioni tradizionale di quello che
costituisce il nucleo strategico dell'Eurasia, si e' spostata in modo
spettacolare a est, con un'importanza molto maggiore attribuita all'Asia
centrale e orientale.
In terzo luogo, viene riaffermata l'importanza
vitale, strategica ed economica del Medio oriente, inclusa beninteso la
percezione che la principale sfida al dominio USA nella regione viene dagli
europei.
E' in questo contesto che vanno valutati i nuovi dispiegamenti
di forza militare USA.
La squadra di Bush comprende un gran numero di
esperti dell'Asia orientale e questi non hanno alcun dubbio di dove stia la
piu' grande singola potenziale minaccia del futuro al capitalismo USA: in
Cina.
Le nuove basi militari USA in Aghanistan, Tagikistan e l'Uzbekistan
integrano l'aumentato impegno nella Corea del sud e a Taiwan, e l'invio di
10.000 militari nelle Filippine mira ovviamente a rafforzare la presenza USA
in Asia e a circondare la Cina, nella speranza di spezzare futuri tentativi
della Cina di farsi guida di alleanze politiche in Asia orientale.
La politica USA nel Medio oriente, in particolare il sostegno acritico alla guerra permanente di Sharon contro i Palestinesi, la pressione per lanciare una guerra per rovesciare Saddam in Iraq e le crescenti minacce contro l'Iran, servono a minare l'influenza politica dell'Europa nella regione, riducendo le iniziative politiche della UE verso la Palestina a una patetica farsa di dichiarazioni impotenti, e a intralciare (almeno nelle intenzioni) il funzionamento dei legami economici dell'Europa con l'Iraq e l 'Iran.
Come ciliegina sulla torta, Bush ha messo a segno un successo di
grande portata nell'usare la guerra al terrorismo per minacciare e
"comprare" il sinistro regime di Putin in Russia, con il sostegno USA alla
guerra in Georgia e la promessa di benefici economici e politici futuri in
cambio dell'abbandono delle obiezioni della Russia alle guerre stellari e
all'espansione della NATO all'est.
Questo rappresenta un capovolgimento
totale rispetto alle aspettative di una resistenza russa agli obiettivi
economici, politici e militari europei degli USA.
In alcuni paesi la guerra degli USA al terrorismo e' stata vista
con perplessita', come un tipico eccesso della rozzezza yankee, ma che non
ha molto significato per la politica interna, sia per la destra che per la
sinistra.
L'incapacita' di molta parte delle forze politiche francesi di
essere particolarmente stimolate dalla guerra e' un caso tipico.
E' vero
invece che l'offensiva di Bush ha avuto l'effetto di tendere a rafforzare le
forze reazionarie e di destra ovunque, e specialmente quelle che si sono
apertamente allineate agli obiettivi degli USA.
Tali effetti reazionari
sono molteplici e qui ne richiamiamo solo alcuni.
Gli alleati degli USA impegnati in guerre controrivoluzionarie
hanno auto via libera per andare all'attacco, in particolare in Medio
oriente, in Colombia e nelle Filippine.
In Colombia, gia' l'ex presidente
Pastrana aveva rilanciato l'offensiva contro la guerriglia di sinistra delle
FARC, ed il suo successore ancora piu' di destra, Uribe Velez, un perfetto
rappresentante dei guerrafondai neoliberisti, proseguira' la guerra con
grandi quantita' di aiuti americani e l'appoggio di forze speciali segrete.
Nelle Filippine, l'invio di 10.000 "consiglieri" USA ha come obiettivo centrale il ristabilimento di una forte presenza USA nel paese, ma promuovera' anche azioni armate contro i ribelli islamici.
Le principali vittime della guerra controrivoluzionaria sono stati ovviamente i palestinesi, con il sacrificio da parte del Dipartimento di Stato del tradizionale ciclo di negoziati di pace a favore del sostegno totale ad Israele.
La guerra al terrorismo ha rafforzato le posizioni del razzismo
e della xenofobia, in particolare nell'Europa occidentale.
L'aver fatto di
Bin Laden il nemico pubblico numero uno e l'averlo rappresentato soprattutto
come islamico, ha rafforzato gli stereotipi popolari nella successione:
"Mussulmano=Immigrato=Criminale=Terrorista".
In un recente sondaggio di
opinione in Italia il 40% degli intervistati ha affermato che gli immigrati
sono una minaccia all'ordine pubblico e alla sicurezza, e questo in un paese
che e' principalmente una via di transito per gli immigrati, non la loro
destinazione finale.
La reazione xenofoba ha avuto ovvie conseguenze
negative nel successo della lista Pym Fortuyn in Olanda, il voto a Le Pen
nelle elezioni presidenziali francesi, i successi piu' ridotti del British
National Party e il quasi totale consenso anti-immigrati nei mezzi di
informazione e nella politica ufficiale inglesi.
Un potenziale asse pro USA, non ancora consolidato, e' emerso in
Europa attorno ai dirigenti politici piu' di destra, segnatamente Berlusconi
in Italia, Aznar in Spagna e Blair in Inghilterra.
L'inclinazione pro USA
dei loro governi e' molto piu' marcata che a Parigi e Berlino.
Ovviamente
tutti i governi in questione sono sostenitori del modello neoliberista, ma
la posizione USA ha l'effetto di rafforzare le loro ali destre piu'
aggressive, quelle piu' decise a cercare di ricacciare indietro le
condizioni e i diritti dei lavoratori.
Gli effetti reazionari piu' significativi si sono avuti
ovviamente proprio negli Stati Uniti.
Ricordiamo che per l'inizio di
ottobre 2001 era prevista a Washington una gigantesca manifestazione per la
giustizia globale, che fu immediatamente affondata dall'attacco dell'11
settembre.
Il movimento USA per la giustizia globale, anche se non morto,
ha avuto difficolta' da allora a organizzare mobilitarsi in numericamente
significative.
Quella che e' seguita all'11 settembre e' stata una
mobilitazione reazionaria su una scala quale non si era vista dai giorni piu
' oscuri del maccartismo e della guerra di Corea, all'inizio degli anni
1950.
E' difficile immaginare dall'esterno l'ampiezza di questa, era
molto difficile opporsi all'ondata di nazionalismo patriottico, eccitato
dalla partecipazione di figure pubbliche di primo piano di tutte le classi
sociali: politici, personalita' dell'informazione, stelle del cinema e dello
sport, musicisti rock e capi religiosi.
Voci dissidenti sono emerse
gradualmente, ma come nei giorni della caccia alle streghe degli anni 1950,
le figure pubbliche sanno che saranno vilipese e che mettersi fuori linea
spezzera' le loro carriere.
La capacita' del movimento radicale USA di
uscire a questa situazione sara' un elemento decisivo per il successo o meno
dell'offensiva di Bush.
Al vertice dell'eccesso di violenza imperialista e dell'
offensiva reazionaria e' stata la guerra contro i diritti umani.
Si possono
citare numerosi esempi di questa, ma forse i piu' simbolici sono stati negli
stessi Stati Uniti.
Quasi un anno dopo, centinaia di persone sono ancora
detenute senza processo, e di molte di esse non si sa dove.
Non contenti di
avere stracciato la Convenzione di Ginevra e di ricorrere alla tortura a
Guantanamo, gli USA ora si arrogano il diritto di arrestare, incarcerare,
senza processo torturare o disporre in altro modo di chiunque nel mondo essi
sospettino di coinvolgimento in quello che definiscono terrorismo.
Quali sono gli ostacoli al successo totale del tentativo degli USA di rimodellare la politica mondiale mediante l'uso e la minaccia della violenza militare? Dal mio punto di vista, il dilemma si puo' spiegare in questo modo: nel tentativo di intraprendere una iniziativa spettacolare rivolta contemporaneamente a un cosi' grande numero di rivali, l' amministrazione Bush approfondisce necessariamente l'antagonismo di un grande arco di forze governative e non governative su scala mondiale, che separatamente o in alleanza possono fare fallire l'intera impresa.
Perche' bisogna anche vedere l'altro lato della medaglia; se
tutta l'iniziativa si risolve in un fiasco le conseguenze negative per il
capitalismo USA saranno sulla scala della sua sconfitta in Vietnam, e forse
anche maggiore.
E' un grande errore politico in questo periodo cruciale
sopravvalutare l'efficienza del potere militare USA e sottovalutare il
potenziale di opposizione.
Il primo, e gigantesco, ostacolo al successo e' la spettacolare
crisi delle grandi imprese e il collasso del mercato borsistico negli Stati
Uniti stessi.
Questo e' un ulteriore stadio nelo sgonfiamento del
"dot.com.boom", una massiccia crisi di sovra accumulazione di capitale,
iniziata con le esplosioni finanziarie in Asia nel 1997 e in Russia nel
1998.
Il mercato azionario e' in caduta da oltre due anni e nessuno e' in
grado di dire se la fine e' in vista.
Decisiva per gli effetti ideologici
della vicenda e' la presa di coscienza da parte di milioni di persone che al
centro delle operazioni del capitale finanziario c'e' la frode (e non e' qui
il punto se la frode sia o no legale).
Milioni negli USA sono stati
defraudati dei loro risparmi o vedranno crollare o sparire il valore delle
loro pensioni.
Le ipotesi della attrattiva del "modello di societa'" USA
saranno sottoposte a una dura verifica da questi avvenimenti.
A cio' si
aggiungono gli stretti legami con le grandi imprese di molti che stanno ai
vertici dell'amministrazione Bush; questa e' una costante nella politica
USA, ma la storia personale di Bush e Cheney come uomini di affari sta
diventando a dir poco imbarazzante.
Quando Bush dice: "Il popolo americano
puo' perdere la fede nel nostro sistema di libera impresa" significa che sta
capitando qualche cosa di grave.
E' possibile che i rinnovati sforzi di
dare avvio concreto alla guerra all'Iraq siano legati al timore dei
repubblicani di essere puniti nelle elezioni di medio termine di novembre
per il malessere economico, tant'e' che i democratici hanno largamente
sostenuto la guerra al terrorismo ma sono stati pronti a puntare il dito
sulla corruzione delle grandi imprese.
Il secondo pericolo per la squadra di Bush sta nella risposta
dei suoi "alleati" europei a un attacco all'Iraq.
Da un lato il problema e'
reso piu' gestibile dalle vittorie delle destre elettorali in Europa.
Ma l'
imponderabile e' l'ampiezza delle mobilitazioni e del sentimento pubblico
contro la guerra.
In tale contesto dobbiamo notare che il timore di molti
che il movimento per la giustizia globale potesse crollare di fronte all'
offensiva antiterrorista USA non si e' realizzato.
Al contrario, il
movimento per la giustizia globale ha contribuito a mettere in piedi un
movimento antiguerra, con il quale si e' fuso, su una scala non piu' vista
dopo il Vietnam.
I preparativi per la guerra N° 2 all'Iraq stanno causando
importanti frizioni con i governi europei.
I nuovi guerrieri di Bush hanno
ragione a mettere in dubbio le precedenti ortodossie sulla subordinazione
politica dell'Europa.
La ragione di cio' e' ironica.
Come e' stato
analizzato a lungo in un importante articolo di Peter Gowan, il collasso
dell'Unione Sovietica ha da un lato enormemente aumentato la forza relativa
degli Stati Uniti e contemporaneamente minato la struttura della sua
dominazione politica sull'Europa, cioe' la NATO come risposta alla minaccia
sovietica.
Dopo l'11 settembre ci sono state gigantesche mobilitazioni
contro la guerra e per la giustizia globale, tra le piu' significative il
successo del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, e l'enorme
mobilitazione di Barcellona con 600.000 partecipanti.
I centri del
movimento contro la guerra, al tempo dell'attacco all'Afghanistan, sono
stati l'Italia e l'Inghilterra.
Gli annunci mortuari nella stampa di destra
nordamericana e britannica dopo l'11 settembre sulla fine del movimento per
la giustizia globale sono stati smentiti dagli avvenimenti.
La scena e'
pronta per una enorme manifestazione di sentimenti antiguerra se l'Iraq sara
' di nuovo ferocemente attaccato.
Come abbiamo osservato, solo negli Stati
Uniti il movimento per la giustizia globale e' stato respinto decisamente
indietro.
Infine, la guerra al terrorismo si svolge in un clima di
instabilita' internazionale - che contribuisce ad accrescere- che puo' avere
conseguenze imprevedibili.
Ad esempio, problemi terribili per gli USA sono
stati causati dal conflitto tra India e Pakistan, che ha causato una
situazione quasi di panico a Washington sulla prospettiva di una guerra
nucleare e deviato ingenti risorse in direzione di una (temporanea)
soluzione.
Instabilita' globale e agitazioni che minano la credibilita' del
modello neolberista, hanno caratterizzato nell'anno passato in particolare l
'America Latina, con agitazioni politiche in Paraguay, il collasso dell'
economia argentina, e con una replica in attesa tra le quinte in Uruguay e
Brasile.
La massiccia mobilitazione e l'autoorganizzazione delle masse non
sono pero' riuscite a produrre una alternativa popolare a livello di
governo, una seria sfida della sinistra per il potere.
La causa di cio' non
e' un mistero per chiunque abbia una qualche familiarita' con le teorie
marxiste della crisi capitalista e della politica di massa: l'assenza di una
forza politica dotata di un minimo di visione politica e di sentimento
rivoluzionario che abbia una reale base di massa e possa dirigere le
divergenti istanze di potere e mobilitazione popolari verso una lotta
unificata per la conquista del potere.
Quasi certamente piani particolareggiati e un calendario
preliminare per la guerra all'Iraq sono gia' stati preparati dagli USA di
concerto con il governo inglese.
I media internazionali sono pieni di voci
secondo cui le bombe ricominceranno a cadere in ottobre, e tale data ha la
logica di essere nella scia delle commemorazioni nazionali dell'11 settembre
nelle quali la guerra al terrorismo sara' riaffermata e l'unita' di intenti
nazionale (nelle intenzioni) infiammata; e di venire prima delle elezioni di
medio termine di novembre per un terzo dei seggi al Senato, con la speranza
di rialzare i cadenti indici di popolarita' di Bush.
In effetti, Bush, Rumsfeld, Wolfowitz e il resto con i loro
discorsi si sono cacciati in una posizione per cui non fare la guerra per
rimpiazzare Saddam sarebbe visto come una sconfitta di grandi proporzioni, e
minerebbe realmente la credibilita' della dottrina degli attacchi preventivi
contro gli Stati canaglia.
La guerra al terrorismo dipende dal criterio
dell'Iraq.
Se tutto questo agitare di minacce non riesce nemmeno a far
fuori Saddam Hussein allora e' pressoche' inutile.
Nel momento in cui scriviamo (inizio di agosto) gli USA sono
vicini a respingere come irrilevante la loro stessa richiesta di ispezione
delle armi, avendo sentore che Saddam potrebbe anche accettarla: una sicura
indicazione che gli USA sono determinati alla guerra, se necessario senza
neanche darsi la pena di mettere in piedi una storia piu' o meno credibile
sulle "armi di distruzione di massa".
Le voce, probabilmente messe in giro da Downing Street, secondo cui Tony Blair sostiene in pubblico
la guerra ma in segreto cerca di dissuadere George Bush, sono probabilmente irrilevanti, anche se
per una improbabile eventualita' fossero vere.
Il sig. Blair serve
a qualche uso per Bush, ma determinare la strategia USA non e' uno di
questi.
Siamo ora di fronte alla prospettiva di un altro scoppio di
violenza imperialista, altre decine di migliaia di morti e un altro scoppio
di reazione politica che la accompagneranno.
Cio' che Bush e i suoi
consiglieri ci offrono non e' una guerra decisiva per sconfiggere "l'asse
del male" ma un nuovo paradigma di come l'impero americano manterra' il suo
dominio d'ora in poi: la guerra permanente.
La sconfitta di questa
prospettiva barbarica esige il massimo sviluppo della mobilitazione
antiguerra nel mondo intero.