Il tema della guerra e dell'opposizione alla guerra sarà caratterizzante
di un'intera fase politica e ciò a prescindere dal quando e dal come della
guerra e dalla durata materiale del conflitto. Questo tema è già oggi una
discriminante fondamentale ed è per noi decisivo il come si affronta la questione
della qualificazione dell'opposizione alla guerra. Questo tema già ha determinato
un vero terremoto fino nelle relazioni politiche e tra gli stati. E' il contrario
stesso della stabilità e dello "statu quo". Possiamo dire, che è veramente
finito il dopoguerra, una intera lunga fase della vita politica mondiale.
Avevamo già visto, nelle precedenti crisi internazionali, i contorni di questa
nuova fase, oggi, ormai, si cambia completamente pagina. Grande diviene l'incertezza
in ciò che sembrava più stabile, ovvero le relazioni internazionali.
Questa guerra, inoltre, si intreccia con una strisciante crisi economica ed
è, altresì, opinione diffusa, nei medesimi economisti di ispirazione liberale,
che la guerra sarà del tutto inefficace anche come risposta a quella crisi.
Siamo, quindi, dentro un quadro di crisi per molti versi irreversibile. Ha
prevalso, in chi dirige l'impero nordamericano e nei suoi più stretti alleati,
una tendenza estremistica. Questo non è un elemento di superfetazione bensì
un elemento strutturale su cui fonda il proprio progetto l'amministrazione
Bush, il suo brodo di cultura pesca nel fondo delle culture fondamentaliste
che mai così compiutamente acquistano il ruolo guida delle funzioni di indirizzo
della politica di governo.
Questo estremismo trova un'assonanza con i suoi più stretti e fedeli alleati.
Fatte le debite proporzioni, non si può non vedere una somiglianza con il
governo Berlusconi. Nel terremoto determinato dalle contraddizioni del mondo
e dalla crisi economica non serve una risposta di mediazione che tenga una
situazione di stallo ma va tentato l'affondo della risposta estrema. In questo
senso, si può fare a meno del consenso. La crisi che provoca l'insieme di
questi fattori destabilizzanti è clamorosa. Basti vedere il caso emblematico
del new labour di Tony Blair.
Mai un movimento per la pace è stato così forte e così egemone nell'interpretare i sentimenti di fondo della società. Si è data voce così allo spalancarsi di una crisi senza precedenti del rapporto tra governo e paese, in forme estreme si pone, quindi, il tema di una vera e propria crisi istituzionale. La nostra bussola, in questo sommovimento profondo, è quella di stare dentro i nuovi percorsi del movimento e di lavorare compiutamente alla maturazione del rapporto tra crescita del movimento e costruzione di un nuovo modello di società. E' nel vivo di questo processo che abbiamo di fronte tre compiti principali:
In questo ambito, dobbiamo inserire il tema del nostro rapporto con il centro sinistra. Come è noto, alcuni giorni fa, abbiamo avuto, su richiesta dell'Ulivo, un incontro. C'è evidentemente, nella dirigenza del centro sinistra, una propensione continuista, una sorta di coazione a ripetere: l'idea illusoria di sottrarsi alla crisi dell'impianto fondamentale del centro sinistra semplicemente riproponendo il tema dell'allargamento delle alleanze. Ma sarebbe sbagliato, anche qui, che non vedessimo anche le novità che si presentano, almeno su due punti. La prima è l'influenza della crescita del movimento (ciò nel senso che l'ulivo non riesce più ad essere impermeabile e il rapporto con il movimento ne condiziona evidentemente le posizioni); la seconda è l'articolazione interna delle posizioni dentro il centro sinistra. Non c'è nodo di fondo della vita politica e sociale che non determini immediatamente un'articolazione (spesso una divaricazione) di linguaggi dentro le varie componenti del centro sinistra. La guerra unilaterale probabilmente "grazierà" il centro sinistra ma, sul rapporto guerra - ONU, sulle politiche sociali, sul referendum, le contraddizioni sono grandi e alla luce del sole. Nel nostro incontro con il centro sinistra abbiamo bandito la discussione sul 2006 e le elezioni politiche. Dobbiamo derubricarla anche nella nostra testa. Sarebbe, infatti, una discussione del tutto priva di significato, puro politicismo. Al contrario, la nostra proposta è innanzitutto di igiene politica: il tema di oggi è aprire un confronto sulla qualificazione dell'opposizione. E, dentro questo quadro, possono utilmente svolgersi confronti tematici e programmatici.
E' evidente, che il nostro punto di applicazione prioritaria resta il movimento.
La crescita e la capacità di incidenza sul tema della guerra sono eccezionali.
Dobbiamo, però, vedere attentamente anche il tema del conflitto sociale. La
manifestazione del 15 marzo a Milano della Cgil su pace e diritti è molto
importante. Noi ci saremo con una partecipazione convinta e una posizione
articolata, nel senso che pone almeno altre due questioni ancora irrisolte.
Una riguarda una conseguente decisione del maggiore sindacato italiano a favore
del referendum per l'estensione dell'articolo 18, l'altra pone il tema dell'impegno
concreto per l'esito delle più importanti vertenze contrattuali.
Il rischio di una nuovo esito negativo del contratto dei lavoratori metalmeccanici
può portare a conseguenze generali disastrose, ovvero la messa in discussione
del contratto nazionale unitario di lavoro (d'altra parte, i disegni di legge
del governo vanno nella medesima direzione).
C'è, quindi, il rischio reale che, sul terreno sociale, alla scesa in campo
di un movimento straordinario, corrisponda una assenza di sbocchi concreti.
Si ripropone in maniera acuta, quindi, il tema del rapporto tra movimento
ed efficacia. E' proprio per questo motivo, che dobbiamo agire di più politicamente
sul referendum. Dobbiamo di più insistere sul referendum come occasione concreta
di sbocco al movimento, come possibilità concreta di svolta nel rapporto movimento/risultati.
Contro la guerra il movimento si dimostra veramente l'elemento decisivo.
Dobbiamo sottolineare appieno non solo la crescita quantitativa, bensì quella
qualitativa del movimento. Due soli esempi. Il primo simbolico delle bandiere
per la pace, un vero, grande fenomeno di massa, l'altro al contempo simbolico
e concreto: la pratica della disobbedienza. La disobbedienza rappresenta davvero
una importante novità, è la filiazione più conseguente e creativa del nuovo
movimento per la pace. Vale per l'oggi, varrà ancora di più per il futuro,
anche quello prossimo.
Gli Usa, possiamo ritenere, faranno la guerra senza l'avallo dell'Onu, probabilmente
eludendo il voto del Consiglio di Sicurezza. Si apre, nel contempo, una crisi
nei rapporti internazionali e una crisi istituzionale. Si apre, anche formalmente,
sulla base della versione moderata del rapporto di legittimazione della guerra
fornita esclusivamente dall'Onu (versione che è stata assunta dai più alti
vertici istituzionali, a partire dalla Presidenza della Repubblica) un problema
reale di legittimità di qualsiasi forma di sostegno o di appoggio, diretto
o indiretto alla guerra.
E' assolutamente giusto, a questo punto, chiedere alle più alte cariche delle
nostre Istituzioni, sulla base delle interpretazioni da loro date (per noi,
lo ripetiamo, non adeguate), di legittimazione di una guerra solo in ambito
di un mandato Onu, di essere conseguenti e di impedire qualsiasi coinvolgimento
di persone, e mezzi nonché di qualsiasi appoggio logistico o uso del territorio
funzionale alla guerra. E' giusto portare la disobbedienza all'illegittimità
della guerra nei luoghi delle istituzioni, della politica, oltre che di movimento
e dobbiamo agire concretamente, nelle ulteriori fasi di destabilizzazione
che la guerra ulteriormente prepara, a partire dallo sciopero generale europeo.
La disobbedienza diviene una nuova ispirazione dell'agire politico che, per
esprimere compiutamente le sue potenzialità, va posta, in modo netto e inderogabile,
dentro la teoria e la pratica della nonviolenza, altrimenti implode. Su questo
punto, dobbiamo condurre una radicale battaglia politica e culturale.
Dobbiamo valorizzare il referendum, anche come rinascita della democrazia
contro il suo restringimento provocato dal prevalere della logica maggioritaria.
Dobbiamo avere piena consapevolezza della concreta possibilità di vittoria.
Anche grazie al carattere aperto della promozione e gestione del referendum
nuove forze si dislocano a favore della vittoria del si. Questo è l'orientamento
che si annuncia prevalere nella medesima sinistra dei Ds (il correntone).
Una pressione positiva ed unitaria, e al tempo stesso ferma, va esercitata
nei confronti della Cgil. Un pronunciamento per il SI è realmente possibile
e il pronunciamento di importanti camere del Lavoro e di intere categorie
incoraggia in tale prospettiva. Dobbiamo fare del referendum una battaglia
trainante per una nuova fase politica, come elemento di svolta e cogliere
i nessi, per esempio, con le drammatiche condizioni di precarietà del Sud,
così come occorre connettere i movimenti reali, anche su temi specifici, con
i processi innescati con la vittoria del SI. Un'intera stagione politica e
sociale può cambiare e il referendum rappresenta quell''elemento di svolta.
Dobbiamo assumere la consapevolezza che possiamo nuovamente incidere realmente.
Anche la questione Rai, in una certa misura, è significativa di questa nuova
situazione. Abbiamo avuto la capacità di cogliere un elemento di movimento
e di connetterlo alla situazione reale (il decadimento del servizio pubblico
dovuto allo smantellamento degli apparati e ai processi di privatizzazione,
dei quali neanche il centro sinistra è stato senza responsabilità).
Anche la caduta della proposta iniziale dei Presidenti delle camere, dovuta
fondamentalmente all'ostilità delle forze di governo, dimostra la contraddizione
che è stata posta, cogliendo quell'elemento di movimento. Ciò dimostra come,
anche la manovra politica, se connessa alle questioni reali e in rapporto
al movimento, cessa di essere configurata come "opera del maligno" (ovvero
dentro la sfera separata della politica politicante) per divenire uno strumento
che può accompagnare la crescita del movimento, consentendo delle utili incursioni
che aprono nuovi spazi. Un problema più generale ci viene posto dalle grandi
novità che si introducono nella vita politica e sociale, quello di accompagnare
la crescita del movimento e dello sviluppo delle forme di lotta con una nuova
elaborazione per costruire, così, una nuova cultura politica. Su questo tema,
pure così arduo, occorre misurarsi.