Dopo elezioni 2004

«E' l'ora di una costituente»

Bertinotti: «Serve un nuovo soggetto politico unitario e plurale, ma non basta la somma dei partiti a sinistra del triciclo. Sarebbe un'operazione politico-culturale povera»

All'indomani delle elezioni, si pone evidentemente il problema di quale sbocco dare ai voti incassati dalle forze della sinistra d'alternativa. Mi pare che tu escluda ipotesi come la federazione o qualsiasi forma di «sommatoria». E' così?

Sì, per due motivi. Intanto c'è una parte consistente della sinistra d'alternativa che oggi è dislocata dentro il listone: il correntone diessino. Si tratta di un elemento importante, essenziale per la costruzione della sinistra d'alternativa, cui non ci si può risolvere con un invito a separarsi dal loro partito d'appartenenza. In secondo luogo, una definizione della sinistra d'alternativa secondo una geografia basata sul confine dei partiti è qualitativamente inadeguata. Un progetto del genere guarda alla costruzione di una nuova soggettività semplicemente sulla base delle forze politiche aldilà del listone. Si orienta solo per differenza. Sorvola sulle caratteristiche politico-culturali delle varie forze, mentre se c'è un elemento positivo che caratterizza la situazione italiana è proprio la crescita delle varie culture critiche alternativa. Ma questa è un'operazione la cui povertà politica e culturale salta immediatamente agli occhi.

E' vero. Ma allora resta aperto il problema di come far pesare concretamente, nella definizione del programma dell'opposizione, la forza della sinistra d'alternativa...

Il modello è la mozione presentata alla camera per il ritiro delle truppe dall'Iraq. Quel modello prevede tre distinti passaggi. Prima una presenza nei movimenti e l'assunzione degli obiettivi da loro espressi. Poi un'iniziativa comune con tutte le forze, ovunque collocate, che assumono come propria quella piattaforma. Infine l'influenza di questi due punti sull'intero campo delle opposizioni per la costruzione di un'ipotesi unitaria. Un modello del genere, vorrei aggiungere, è contrario a quello della trattativa, che pure noi abbiamo adottato in fasi diverse. Ad esempio ai tempi del governo Prodi.

Cosa è cambiato da allora?

La trattativa c'è quando due o più parti distinte si siedono a un tavolo e negoziano. Con il governo Prodi noi facevamo così. Negoziavamo. C'era un rapporto contrattuale. Ma questo succedeva perché allora noi supplivano alla mancanza di movimenti sociali e di conflitto. Quando il vuoto si riempie di movimenti, e diventa un pieno, la situazione cambia radicalmente. Tornare a quello schema significherebbe oggi impedire ai movimenti di esercitare una pressione pervasiva.

Perché, a tuo parere, i diversi partiti della sinistra radicale, coalizzati, non possono incaricarsi di rappresentare le istanze dei movimenti?

Prima di tutto perché gli stessi movimenti non lo accetterebbero. E poi perché, se anche lo accettassero, si impoverirebbe la loro capacità di influenzare anche gli altri, le forze al di fuori di quelle autoelettesi a rappresentanti dei movimenti.

Tutto questo, però, non risponde alla domanda sul cosa fare di quel 13% che ha votato per la sinistra d'alternativa...

Ripeto che è più del 13%. Al di fuori dei partiti che hanno ottenuto questa percentuale ci sono forze anche più radicali e d'alternativa.

Questo rende solo più urgente la domanda: cosa fare di questa forza che va oltre il 13%?

Apriamo una fase costituente. Tenendo conto di questo 13%. E degli 11 milioni di voti del referendum sull'art. 18. E dei movimenti di cui abbiamo parlato sinora. Proviamo a definire i luoghi di confronto che possono produrre l'avvio del processo costituente di una nuova soggettività politica. Aperti a tutte le realtà che condividono un impianto politico-programmatico comune e d'alternativa.

Processo costituente verso cosa? Verso un soggetto partitico?

Si tratterebbe certamente di una approssimazione verso la costituzione di un soggetto politico. Io penso che la costituzione di un soggetto politico unitario e plurale sia necessaria, che Rifondazione comunista debba lavorare in questa direzione e che le elezioni abbiano dato un impulso in più in questo senso. Quel che proprio non mi convince è la somma di tutte le forze a sinistra del listone. Insisto: è invece necessario avviare un processo che identifichi i nuovi luoghi dell'aggregazione politica e del lavorare insieme. Per una volta, si può citare Lenin: «Meglio meno ma meglio».

Dopo le elezioni, ritieni che si debba lavorare per arrivare il prima possibile alla crisi di governo?

Ritengo che vada messa all'ordine del giorno l'interruzione anticipata della legislatura e che si debba impostare una strategia coerente alla realizzazione di questo obiettivo. E questo perché mi sembra che esistano le condizioni strutturali per raggiungere un simile obiettivo. Direi che è entrato in crisi l'intero blocco socio-culturale che sorreggeva il governo Berlusconi.

La candidatura di Prodi è ancora certa e inattaccabile?

A due anni dalle politiche nessuno è in gradi di azzardare previsioni. Se, come io credo, la crisi non riguarda solo il governo ma un intero sistema di governo, possono verificarsi terremoti a ripetizione. Non so se si voterà davvero tra due anni. Non so se reggerà il sistema elettorale maggioritario. Quel che posso dire che è che rebus sic stantibus non vedo problemi sulla candidatura Prodi. Mentre ne vedo molti sulla definizione del programma.

Quali?

E' preoccupante la mancanza di un dibattito forte e partecipato sulla definizione di un programma da contrapporre alla destra, Questa mancanza ha raggiunto dimensioni sconcertanti. Non c'è neppure un segnale di avvio di questa discussione.

Avete già preso una decisione in merito all'elezione o meno del candidato indipendente dei disobbedienti nelle vostre liste, Nunzio D'Erme?

Non ancora. Credo che lo faremo tra oggi e domani. In ogni caso, dovremo scontentare qualcuno, e io invito già da ora chi verrà scontentato a relativizzare il problema e a mettere invece l'accento sulla collaborazione politica. Tutte le querelles intorno alla rappresentanza parlamentare sono irrilevanti per gli elettori.

E' vero, come scrivono alcun i giornali, che stai per lasciare la segreteria del Prc?

Non ci penso nemmeno.

Andrea Colombo
Roma, 16 giugno 2004
da "Il Manifesto"