Il governo Berlusconi si è appena insediato. Tra una settimana
conosceremo, dalla viva voce del nuovo presidente del consiglio, le linee
politiche e programmatiche alle quali si ispirerà l'esecutivo di
centrodestra. Ma già dalla sua composizione - oltre che, naturalmente, dai
propositi dichiarati dal leader della «Casa della libertà» nel corso di
questi mesi - emerge con nettezza il suo profilo politico generale: il profilo
di un governo borghese e di classe, che rappresenta una novità
effettiva rispetto ai governi del decennio '90.
Vorrei cercare di essere molto chiaro: l'espressione «governo borghese» ha
un significato analitico, prima che ideologico.
Non è un epiteto, o un'invettiva. E' un giudizio di fatto, che
coincide, certo, con un giudizio di valore, ma che non ci esime,
appunto, da uno sforzo interpretativo: un cimento, questo sì classico, di
lettura marxiana dei processi reali che stanno a fondamento del successo del
centrodestra e, soprattutto, della sconfitta del centrosinistra.
In breve: il «Berlusconi 2» non è l'ennesima riedizione dei governi
moderati, o reazionari, o classisti, attraverso i quali le classi dominanti
hanno via via tentato di imporre i loro interessi.
E', invece, l'espressione organica di un patto sociale e politico tra
diverse e distinte articolazioni del fronte padronale, finora in conflitto tra
di loro: in particolare, tra il capitalismo «classico» e delle grandi
famiglie, e la piccola borghesia imprenditoriale del Nord e del Nord-Est. In
questa relativamente inedita alleanza, la nota dominante - la finalità
prevalente - è la competività internazionale di cui hanno bisogno i
maggiori potentati economici, a cominciare dalla Fiat.
Da questo punto di vista, l'asse effettivo del governo Berlusconi si
colloca, fino in fondo, nel capitalismo internazionalizzato e interdipendente:
è l'asse della politica nell'epoca - e al servizio - della
globalizzazione.
Renato Ruggiero è il ministro che incarna massimamente questo progetto:
che è politico in senso stretto, ma anche politico-culturale e, ovviamente,
ricco di implicazioni sociali.
Non è certo un caso che la figura più direttamente legata al potere Fiat sia
il ministro degli esteri, fino ad ieri a capo dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio: perché le scelte vere in tema di «sviluppo» e
«modernizzazione» passano oggi dalla chiave di volta dell'economia
mondializzata - assai più che non dai tradizionali dicasteri economici.
Così come non è un caso che Gianni Agnelli si sia subito espresso non su una
questione nazionale, ma, appunto, su un grande problema planetario come quello
del clima e della (non) ratifica dell'accordo di Kyoto: lo schieramento dell'Avvocato
(e del governo di centrodestra) con il nuovo padrone della Casa Bianca non è
il risultato di un normale riflesso pavloviano di tipo filoamericano, ma di
una rinnovata convergenza di interessi strategici.
Nella stretta della crisi economica che si riaffaccia a livello mondiale,
nelle crepe del processo di globalizzazione, nella spietatezza della
concorrenza internazionale, il capitalismo italiano, in testa l'ala che un
tempo veniva definita “illuminata”, imbocca decisamente la strada
iperliberista e sceglie il modello nordamericano: ogni vincolo, compreso il
più modesto, viene da esso vissuto come un freno, o un impaccio di cui
liberarsi.
Appunto, come l'accordo di Kyoto, o altri impegni internazionali analoghi
che, per quanto di modesta entità, pongono un limite all'espansione dei
capitali transnazionali e ai poteri delle nuove fantasmatiche tecnocrazie
iperborghesi.
E ogni politica di patto sociale stabile e organico, comunque connessa al
modello sociale europeo al quale si riferisce il presidente francese Lionel
Jospin, viene “denunciata”, anche e soprattutto in quanto è per ora
archiviata ogni scelta di tipo redistributivo.
E' per queste ragioni di fondo che la grande borghesia italiana ha scelto
di sostenere Berlusconi, dopo averne diffidato per anni. E che, in parallelo,
Berlusconi è stato scelto dai poteri forti, che oggi,
paradossalmente descrivono il lato più “feroce” e agguerrito del nuovo
esecutivo.
Ma Berlusconi, appunto, era anche l'interprete possibile di un progetto
politico: la connessione con il salotto buono borghese della nuova
imprenditorialità selvaggia, cresciuta nel disordine dei vari “miracoli
economici” di questi anni - quella che ha espresso varie pulsioni di tipo
sovversivo e separatista, quella che ha sempre lamentato la propria
sottovalutazione materiale ed economica, quella, insomma, che ha alimentato la
crescita elettorale della Lega Nord.
Solo che oggi questa componente del capitalismo italiano, compresi gli umori
che le stanno attorno, si trova a vivere più gli effetti critici della
globalizzazione, che non le sue potenzialità espansive: dunque, si esprimono
qui istanze di natura più nazionale, eventualmente protezionistica,
di maggiore disponibilità al compromesso sociale.
Il leader della Cdl, in questo senso, ha portato a compimento un'operazione
tutt'altro che scontata: ha impastato, giorno dopo giorno, il liberismo con
il populismo, l'anticomunismo viscerale con l'antistatalismo, la rivolta
fiscale con la demagogia, la centralità assoluta dell'impresa globale e
immateriale (la comunicazione) con le virtù classiche dell'imprenditoria
fai-da-te.
L'alleanza con Bossi, in questo senso, equivale a un autentico processo di
metabolizzazione, nella Cdl, sia del blocco di consenso sia delle tematiche
peculiari del leghismo: il cemento forte è l'antipolitica, culturalmente
parlando (la retorica contro i partiti e le burocrazie) e, politicamente
parlando, l'anti-Stato, cioè la distruzione dello Stato sociale, che già
oggi trova nei nuovi poteri delle Regioni un formidabile strumento.
Per ciò che sarà necessario fare a livello centrale, si scorrino i profili
dei ministri scelti: il leghista Maroni allo Welfare e al Lavoro (che
significa anche un ben calcolato scarico delle inevitabili contraddizioni), e
alla direzione dei due servizi pubblici centrali - la scuola e la sanità -
due esponenti («tecnici») anche al grado ideologicamente più intenso della
privatizzazione totale.
Parte integrante della ricetta berlusconiana, è, infine, l'inserimento
nella squadra di governo di molte figure di partito: dai leader di tutte le
singole componenti del centrodestra, destinati così a perdere una parte
sostanziale della loro relativa autonomia, al gruppo dirigente largo di Forza
Italia.
Ci paiono davvero fuoriluogo - e davvero frutto di una visione non chiara - le
ironie relative, o i giudizi su un presunta «scarsa qualità» della
compagine di governo.
A parte ogni considerazione di fatto, questo genere di polemica, già
manifestata da importanti esponenti dell'Ulivo, è fuorviante anzitutto
rispetto alla sostanza dell'operazione politica in atto: non ne coglie,
cioè, la novità e il pericolo, che è la capacità di saldare a livello
politico un blocco elettorale con un blocco sociale.
La destra si sta unificando, in alto perchè ha un referente, diciamo pure, un
padrone forte (il grande capitale proiettato nella competizione mondiale), in
basso perché ha costruito negli anni egemonia e capacità inclusiva delle
più diverse componenti borghesi: questa è stata l'abile mediazione di
Berlusconi.
Dal Wto (World Trade Organization) alla Rsi (Repubblica Sociale Italiana),
passando per l'attivazione di nuovi (e meno nuovi) liberalconservatori, per
il riciclaggio del clericalismo democristiano, per (il già avvenuto)
sdoganamento della destra di origine fascista in chiave gaullista, e perfino
per il recupero della «destra sociale»: non è un cocktail disordinato, ma
un assemblaggio micidiale, giacché sono chiare la direttrice di marcia e l'identità
del comando.
Per tutte queste ragioni, la nostra opposizione al governo Berlusconi sarà
radicale e durissima. Ma per queste stesse ragioni, e per stare all'altezza
del terreno reale dello scontro, essa dovrà individuare e riconnettere un
blocco sociale alternativo a quello messo in campo dalle destre, capace,
proprio per la natura “borghese” del governo, di cimentarsi con l'attualità
della lotta di classe.
Un blocco sociale con al centro almento due soggetti fondamentali: il
movimento operaio più tradizionale, con le sue nuove figure e conformazioni;
i molteplici soggetti del cosiddetto popolo di Seattle e la loro radicale
critica ai moderni meccanismi della globalizzazione capitalista.
Per questo la battaglia per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e l'appuntamento
dell'antiG8 a Genova costituiranno due capisaldi della nostra opposizione.