Il 27 aprile del 1937 moriva uno dei protagonisti del Novecento

Dell'attualità di Antonio Gramsci

L'opinione di tre intellettuali della sinistra

Antonio GramsciIl 27 aprile del 1937, presso la clinica Quisisana di Roma moriva, colpito da una emorragia cerebrale, Antonio Gramsci, uno dei maggiori protagonisti della cultura e della politica del Novecento e uno teorici comunisti più raffinati e complessi. Condannato nel 1928 dal Tribunale Speciale per la difesa dello stato, istituito dal fascismo, a venti anni di reclusione, Gramsci iniziò a scontare la pena presso la casa di pena di Turi, vicino a Bari, per essere poi trasferito, date le sue precarie condizioni di salute, al carcere ospedale di Formia, e quindi a Roma.

Nell'anniversario della scomparsa dell'autore dei "Quaderni del carcere", Liberazione ha chiesto a tre intellettuali della sinistra una breve riflessione su quella che si potrebbe sommariamente definire come "l'attualità di Gramsci" e l'eredità delle sue intuizioni e ricerche come prezioso strumento di lavoro per la sinistra del nuovo millennio.

«Oggi, il suo pensiero potrebbe aiutarci a comprendere e a fronteggiare materialisticamente il potere di astrazione, di artificialità, di immaterialità, raggiunto dal capitale, non solo nella sfera della produzione, ma anche in quella del consumo»
Pasquale Vozza

«Allora, nel cuore degli anni Trenta, nel carcere di Turi, Gramsci scriveva i suoi Quaderni per rispondere, come sappiamo, ad un interrogativo unitario di fondo: perché è fallita la rivoluzione in Occidente? - ci spiega Pasquale Vozza docente dell'Università di Bari, che aggiunge - Continuando elaborò categorie critiche quali egemonia, guerra di posizione e soprattutto rivoluzione passiva, che aprirono un campo storico e teorico inedito, di analisi e di lotta, nei confronti del capitalismo contemporaneo, della sua "crisi continua" (come egli la chiamava)».

Vozza non elude l'interrogativo sull'attualità delle analisi gramsciane e descrive un quadro articolato di punti di riferimento. «Oggi, il suo pensiero, come lezione politica, potrebbe aiutarci a comprendere e a fronteggiare materialisticamente e politicamente un punto assai importante: il potere di astrazione, di artificialità, di immaterialità, raggiunto dal capitale, non solo nella sfera della produzione, ma anche in quella del consumo, e per questa via, mediatamente, aiutarci in quella operazione formidabile che possiamo chiamare ridefinizione o rifondazione della politica, sempre più necessaria in questa peculiare, nuovissima fase di rivoluzione passiva».

Con la formula di "rivoluzione passiva", con la quale nell'analisi gramsciana si considera anche il fascismo, "letto" nel suo intreccio con i modelli di modernizzazione del fordismo, si arriva ad un nodo fondamentale dell'opera dell'intellettuale comunista. La riflessione sulla sconfitta subita ad opera del fascismo è l'occasione per riaffermare le ragioni di una costante attenzione alle reali condizioni di vita, come base per ogni progetto di trasformazione della società.

«La lezione più preziosa di Gramsci sta nel fatto che il suo marxismo è un marxismo antideterministico e antieconomicistico, cioè teso a leggere la realtà in tutta la sua complessità, senza separare mai economia e politica, cultura e bisogni sociali»
Guido Liguori

Come ci spiega il saggista Guido Liguori, «dopo la vittoria del fascismo nel 1923 Gramsci si chiedeva perché è stata sconfitta la classe operaia, perché non aveva previsto la vittoria del fascismo e rispondeva così: perché non si era compresa l'Italia e da qui ricavava il bisogno di ripartire dalla realtà, di non scambiare la realtà con i nostri sogni, di partire dall'analisi reale dello stato di cose esistenti non per giudicarlo immodificabile o subirlo, ma per cercare di cambiarlo a partire dai rapporti di forza esistenti e non dai nostri desideri».

«Questa è la prima lezione di Gramsci che si potrebbe ricordare ora - spiega ancora Liguori - Gramsci vive la sconfitta, i "Quaderni del carcere sono un tentativo di capire la sconfitta per preparare una riscossa del movimento operaio e delle idealità comuniste. Più in generale la lezione più preziosa di Gramsci sta nel fatto che il suo marxismo è un marxismo antideterministico e antieconomicistico, cioè teso a leggere la realtà in tutta la sua complessità, senza separare mai economia e politica, cultura e bisogni sociali. Il suo marxismo è oggi uno dei pochi a essere vivo e vegeto e in espansione perché non è monocausale, perché dà un posto inedibto e profetico ai fenomeni ideologici, culturali e identitatri che sono tanta parte del mondo di oggi».

A questa estrema modernità della lezione gramsciana non è probabilmente estranea la centralità della nozione di "società civile" che emerge dalle sue pagine, un'attenzione significativa se si considera il ruolo centrale e "produttivo" assunto ormai dalle forme della comunicazione. «In Marx e nel marxismo la società civile è il luogo dell'economia, della produzione e dei bisogni. In Gramsci la società civile è soprattutto il luogo della cultura e degli apparati culturali e della costruzione dell'egemonia. Resta la centralità del discorso di classe, ma si tratta di una visione più ricca, che tiene conto delle trasformazioni che erano intervenute nel frattempo, tra il secolo di Marx e quello successivo. Gramsci coglie questa novità che emerge della realtà, dimostrandosi come una marxista dialettico. Inoltre proprio lui ha condotto una riflessione sulla storia per concludere come lo Stato e la società civile siano una sola cosa, e si tratta di un discorso radicalmenre antiliberista. Basta che pensiamo a come in questi anni la rivendicazione della "società civile" sia divenuta un cavallo di battaglia della destra e della sinistra liberal. Gramsci si pone chiaramente su un piano del tutto diverso».

«Si tratta di un autore che è ora molto letto dalle minoranze, specie nelle Americhe. Lo spiega un intellettuale come Cornell West, tra i più noti nelle ultime generazioni afroamericane: Gramsci ci offre una visione della storia con la "s" minuscola che dà poche certezze ma pone molti problemi»
Gianpasquale Santomassimo

Per Gianpasquale Santomassimo, storico dell'Università di Siena, uno degli elementi fondamentali delle tesi gramsciane sul nesso esistente tra trasformazioni capitalistiche e fascismo, offre delle indicazioni interessanti anche per quanto sta avvenendo oggi intorno a noi oltre ad aver rappresentato uno dei temi di maggiore interesse dell'opera dell'intellettuale comunista per le scorse generazioni. «Questo elemento di grande rilievo - ci dice Santomassimo - è rappresentato dalla scorpeta dei concetti di americanisno e fordismo in quella vicenda, che poi hanno affascinato molti intellettuali negli anni Sessanta e Settanta. Dall'introduzione di questi temi nell'analisi del fascismo ci si può ricollegare a quello che è l'elemento più attuale per l'analisi della situazioine italiana, vale a dire il concetto delle "rivoluzioni passive". Gramsci vedeva nel fascismo qualcosa che non si concludeva con l'arrivo al potere e con il sovversivismo delle classi dirigenti, definizione quest'ultima ancora attuale. Il discorso sul fordismo si inserisce qui come un incrocio di vecchio e di nuovo che fotografa una determinata situazione storica ma che si inserisce in un processo di lungo corso della storia italiana e europea. Il Gramsci dei "Quaderni" è quello più suggestivo da questo punto di vista. Nei suoi testi giovanili c'è invece una sottovalutazione del fascismo, una visione che era comune a molta parte del movimento comunista. A partire dalla metà degli anni Venti l'ottica cambia e diviene la riflessione di un rivoluzionario che riflette sulla sconfitta della rivoluzione in Italia ma anche in Europa».

Santomassimo ci offre anche un quadro di come Gramsci sia stato letto e studiato nel corso degli anni, fino a conoscere oggi una grande attualità oltre Atlantico. «Ogni generazione si pone in modo diverso di fronte ai classici e oggi Gramsci può essere considerato un classico. Quando si è esaurita la sua fortuna italiana, si è passati all'Europa, ora è un autore di cui ci si occupa molto nelle americhe e nelle università statunitensi. Si tratta di un autore che è ora molto letto dalle minoranze che vogliono entrare in contatto con il loro passato e il loro presente. Le ragioni di questa fortuna sono da ricercare che Gramsci offre a chi lo scopre una teoria molto più duttile e ricca del determinismo e dell' economicismo. Un autore come Cornell West, tra i più noti nelle ultime generazioni afroamericane, spiega come Gramsci ci offre una visione della storia con la "s" minuscola che offre poche certezze ma pone problemi. Credo sia stata anche questa la ragione delle fortune di Gramsci. L'attenzione che ha rivolto alla cultura delle classi subalterne italiane, alla vigilia di trasformazioni che ne avrebbero per altro mutato definitivamente il volto, ne ha fatto un autore sempre più letto e utilizzato, negli ultimi anni, dalle minoranze come dalle femministe».

Guido Caldiron
Roma, 27 aprile 2002
da "Liberazione"