A cinquant'anni dalla morte di Stalin

Lo stato gulag

Il sistema stalinista di repressione e terrore

«"Per quale motivo sei qui? ", chiede l'ufficiale. "Senza motivo... ", risponde il prigioniero. "Tu menti! ", lo interrompe il soldato che aggiunge "Senza motivo non danno che dieci anni"». Questo breve dialogo tra un prigioniero appena arrivato in un campo di lavoro sovietico e l'ufficiale addetto allo smistamento dei detenuti, offre una prima immagine della realtà del sistema repressivo instaurato nell'Urss negli anni dello stalinismo e sopravvissuto alla morte dello stesso dittatore giorgiano. Tratto da Arcipelago Gulag, il racconto di Aleksandr Solzenicyn pubblicato nel 1973 che rivelò ovunque nel mondo la tragedia di quei campi, lo scambio tra guardiano e prigioniero mette l'accento sull'apparente assurdità del sistema repressivo staliniano.

Un modello repressivo

Eppure il gulag non rappresentò certo una casualità, una sorta di bizzarra follia all'interno della società sovietica, quanto piuttosto un progetto articolato di repressione e di controllo di tutta la popolazione del paese che si compose anche di altri elementi e di altre terribili vicende. Gli stessi "numeri" assunti da questa pagina sanguinosa della storia dell'Urss indicano del resto l'estensione e l'articolazione del progetto.

«Quanti esseri umani sono stati schiacciati dai Gulag? Valutati in dieci milioni da Solzenicyn, in quindici milioni da dei ricercatori occidentali, la loro popolazione era, alla fine del regno di Stalin compresa tra i 2 e i 2 milioni e mezzo di individui, secondo le statistiche ufficiali. Queste cifre non tengono però conto né delle persone decedute durante il trasposto, né dei deportati verso le cosiddette "zone di popolamento speciale"» ha spiegato in questi giorni su Le Monde Marie Jégo, nell'ampia inchiesta dedicata dal quotidiano parigino a quella che è stata presentata come una vera «barbarie moderna».

Del resto il sociologo Victor Zaslavsky, nella sua Storia del sistema sovietico, pubblicata presso Carocci, allarga il quadro all'insieme delle repressioni staliniane indicando delle cifre davvero spaventose. «Gli storici occidentali, in particolare Robert Conquest - spiega infatti Zaslavsky - sono del parere che, nel periodo di massima applicazione del terrore, nei soli due anni 1937 e 1938, tra gli otto e i dodici milioni di persone furono internate in campi di lavoro, colonie e prigioni. Infine, dopo il fallito colpo di Stato del 1991, è stato affermato che, in base alle statistiche trovate negli archivi del Kgb, nell'Urss del periodo che va dal 1935 al 1945, sono state condannate a morte sette milioni di persone. Il numero delle vittime delle repressioni staliniane che non furono fucilate ma imprigionate o esiliate può ammontare a quaranta milioni o più. Il dibattito sulle cifre certamente continuerà. Secondo le stime di Robert Conquest il numero dei morti per le purghe e a seguito della collettivizzazione ammonta a diciassette milioni e mezzo (...) Lo storico russo Dmitri Volkogonov valuta il numero delle vittime del regime staliano tra diciannove milioni e mezzo e ventidue».

All'interno di questa vasta ondata repressiva il gulag rappresenta però il simbolo stesso della militarizzazione della società sovietica, la sua progressiva trasformazione in una sorta di vasta e temibile prigione. Il Gulag, letteralmente "Direzione principale dei campi di rieducazione attraverso il lavoro" fu creato dall'Ufficio politico del Pcus il 7 aprile 1930 in seno alla Gpu, la polizia politica che rappresentava la maggiore centrale del controllo interno. Come ha scritto ancora Le Monde: «Dalle steppe ghiacciate della Kolyma a quelle bruciate dal sole dell'Asia Centrale, dal mar Bianco allo Stretto di Bering, dalla Moldavia ai confini della Siberia, i campi che sorgeranno da allora istituiscono come norma il concetto di "lavori forzati"». Si tratta di una vasta geografia concetrazionaria che coprirà in breve tempo l'intero territorio delle Repubbliche sovietiche, dal Kazakistan alla Siberia. «Milioni di chilometri di filo spinato corsero intersecandosi, le loro spine lampeggiarono allegramente lungo le linee ferroviarie, le strade maestre, la periferia delle città», scrive ancora Solzenicyn.

La strada per i campi

Ma quale è il percorso che conduceva ai gulag? «Fino al 1956 circa la metà dei casi era trattata da organi extragiudiziari, vale a dire dall'Oso (il Consiglio speciale di polizia), che emetteva la sentenza in assenza dell'accusato», spiegano Joel Kotek e Pierre Rigoulot in Il secolo dei campi, Mondadori 2001. In particolare, scrivono ancora Kotek e Rigoulot, «il numero di persone condannate per attività controrivoluzionaria in base ai numerosi commi dell'articolo 58 del Codice penale - per tre decenni oscillante tra un quarto e un po' più di un terzo dei detenuti - può essere considerato il riflesso parziale del livello della repressione "politica"». «Evidentemente, gli altri non sono detenuti "comuni" nel senso abituale del termine - aggiungono i due autori de Il secolo dei campi - Esistono leggi repressive che sanzionano tutte le attività, quali la "dilapidazione della proprietà dei kolhoz", il ritardo in fabbrica, il cattivo funzionamento dei trasporti ferroviari, suscettibili di determinare una condanna "politica"». E questo senza contare gli oppositori politici interni, o i comunisti stranieri, accusati di volta in volta di "trotzkismo", di tradimento, di sabotaggio e per questo destinati al gulag. «Il mondo concentrazionario è il centro di raccolta di uomini la cui esistenza non collima con l'evoluzione che si ritiene debba seguire la società - precisano Kotek e Rigoulot - Naturalmente le categorie maledette cambiano a seconda della congiuntura. si assiste così a vere e proprie ondate storiche: di volta in volta si inviano nei campi le vittime della dekulakizzazione e quelle delle grandi purghe, gli stranieri, i traditori della patria. Non si tratta più di rieducare, vale a dire raddrizzare, detenuti vittime di una società in cui la rivoluzione non è ancora compiuta. La punizione non è più diretta conseguenza della colpevolezza. Si è puniti a causa dei propri rapporti familiari, della situazione sociale, del lavoro che si svolge, non per un motivo preciso». In questo modo, come ha spiegato fin dagli anni Cinquanta lo storico francese Paul Barton nel suo L'institution concentrationnaire en Russie (1959), «il sistema concentrazionario costituisce dunque la contropartita della società. Ogni categoria di cittadini che la politica governativa esclude dalla comunità si trasforma automaticamente in uno dei gruppi importanti di concentrazionari. L'evoluzione della società ha per corollario quella del numero dei detenuti che, per così dire, la riflettono in modo negativo».

Lo specchio della prigione

Dall'eliminazione dei kulaki ai "processi di Mosca" degli anni Trenta fino all'organizzazione di una rete di repressione interna ed esterna, articolata nei gruppi della polizia politica e dello spionaggio che eliminarono oppositori ed ex alleati ovunque nel mondo, e non solo durante la Guerra di Spagna, il sistema di potere staliniano si affermò come una vera era di terrore di cui il gulag rappresentò la forma più organizzata e scientifica.

Quanto al ruolo personale dello stesso Stalin in questa gigantesca impresa di repressione, è indicato chiaramente da Victor Zaslavsky. «Non c'è alcun dubbio - scrive l'intellettuale russo - che grande è stato il ruolo della personalità di Stalin nell'organizzazione del terrore di massa. Stalin ha influito fortemente su "scopi, virulenza, frequenza, metodi e scelta delle vittime del terrore". I documenti segreti degli archivi del Kgb che si stanno pubblicando mostrano in modo convincente che in complesso il terrore fu un processo rigidamente centralizzato, attivamente diretto e controllato dalla leadership sovietica. Sono stati pubblicati non solo i nomi dei membri dei tribunali segreti negli anni 1937-38, le famose troika che condannarono a morte centinaia di migliaia di innocenti, ma anche le istruzioni e le disposizioni firmate da Stalin, Molotov e da altri membri dell'Ufficio politico in cui veniva pianificato con estrema precisione il numero esatto di persone che dovevano essere condannate in ogni regione dell'Unione Sovietica. Le troika agivano nel piano dell'ambito stabilito dall'alto e se, per dimostrare zelo, volevano fucilare più persone di quante ne prevedesse il piano, dovevano chiedere un permesso speciale a Stalin, che comunque non lo negava mai».

Guido Caldiron
Roma, 5 marzo 2003
da "Liberazione"