«Ma i tempi sono crudeli se siamo traditori e noi stessi non lo sappiamo, se ascoltiamo voci nate dal nostro timore e pure non sappiamo ciò che temiamo, ma galleggiamo su un mare violento e tempestoso, sbattuti da ogni parte».
È una citazione dal Machbeth di William Shakespeare, atto IV, scena II, che Giuseppe Boffa pose come epigrafe a uno dei suoi libri che io considero il più bello e importante, sul “Fenomeno Stalin”. Mi sono formato su libri come quello, anche se non ne condivisi tutta la prudenza, che allora mi parve eccessiva. Ma condivisi l’idea - essenziale, e per questo valida tuttora - che di fronte a fenomeni come quello non si potessero tranciare giudizi semplificatori, né rivisitare la storia rendendola ostaggio del tempo presente, né sovrapporre giudizi morali, peggio ancora moralistici, sull’analisi di eventi grandi e tragici, che richiedevano e richiedono, prima di tutto, di essere capiti.
Né abbandonerò ora questo criterio, riflettendo a cinquant'anni dalla morte di Stalin, sulla sua figura e sul suo ruolo. Dirò soltanto che, per mia fortuna e destino, arrivai al comunismo dopo la morte di Stalin, e quindi non ne provai direttamente le asprezze e la violenza. Ne vidi gli effetti devastanti in seguito, quando, da corrispondente de L’Unità, entrai in contatto con il cosiddetto comunismo sovietico in atto, trent’anni dopo la morte di Stalin, dopo il XX Congresso del Pcus. E trovai conferma, fin dal primo colpo d’occhio, di quell'enorme, sostanziale differenza tra le idee che mi ero fatto del comunismo e del socialismo stando in Italia, leggendo Gramsci e Togliatti, e anche Amendola, e quello che vedevo nella Mosca buia di Leonid Brezhnev. Non c’era traccia della democrazia di cui avevo piena la testa, e il partito comunista dell’Unione Sovietica era mille miglia più arcigno e chiuso, impermeabile alle idee, burocratico e ottuso di quanto non fosse il partito comunista italiano, di cui ero membro per scelta e non per obbligo. Diverso, inconciliabile, estraneo. E mi accorsi quanto fosse schematica l’idea che lo “stato borghese” era solo nemico, e quanto fosse importante capire che la democrazia dello stato di diritto era un fatto di immenso valore sostanziale, non solo una truffa, non solo un inganno.
Avevo letto Arthur Koestler, Ignazio Silone, Robert Conquest, ma mi resi conto della profondità di ciò che era accaduto, del destino di quella rivoluzione, solo quando misi dentro entrambi i piedi, e la testa, nelle sue conseguenze. Così ad esempio mi feci l’idea - che non ho abbandonato da allora - che Stalin fosse non tanto, non soltanto, la continuità ma la rottura di un processo. Non la logica, inesorabile conseguenza di Lenin e del la rivoluzione d’ottobre, ma qualcosa che si frapponeva tra noi e quell’evento. Soprattutto qualcosa che si frapponeva tra i russi degli anni 80 e i russi del 1917-1923, cioè tra i contemporanei e “coloro che tentarono” l’esperimento sovietico.
So bene che molti, tra gli esecratori del fenomeno Stalin, la pensano diversamente. Pensano che, al contrario, Stalin fu un evento inevitabile, poiché era scritto, per così dire, nei cromosomi di quella rivoluzione. Ma io credo di avere imparato, proprio vivendo a Mosca, che il ruolo della personalità nella storia - per ritornare a un tema caro proprio ai dibattiti dell’epoca della “destalinizzazione” - è stato spesso decisivo per definire il corso degli eventi. Ho visto, per esempio, durante la perestrojka, che decisioni individuali e collettive di immensa portata storica, che avrebbero potuto essere diverse - anzi che furono quello che furono per circostanze spesso casuali e altamente improbabili - scaturirono da errori di valutazione commessi da individui ben precisi, trovatisi per caso alla testa di eventi più grandi di loro, ma che furono determinati in ultima analisi dalla loro personale decisione. Fosse stato qualcun altro in quei luoghi e in quei livelli di responsabilità, l’esito avrebbe potuto essere non solo diverso, ma diametralmente opposto.
Certo, c’è un grano di verità anche nel pensiero di coloro che vedono Stalin come la continuità all’interno del processo rivoluzionario dell’Ottobre. Pensano che, sbagliata la premessa (sbagliata la rivoluzione), sbagliate le conseguenze (anzi mostruose, cioè Stalin, la dittatura, il Terrore, infine la sconfitta e la morte dell’esperimento).
Aveva dunque ragione Herzen, quando invitava i socialdemocratici russi a «camminare con il passo dell’Uomo», cioè a non fare una rivoluzione in un paese che non sarebbe stato in grado di portarla avanti? Avevano ragione Martov e Kautsky, contro Lenin e Trotskij, che ritenevano che una rivoluzione contadina non avrebbe potuto essere socialista, e che dunque bisognava aspettare che maturassero le condizioni descritte da Marx, cioè la nascita di un forte e maggioritario proletariato, prima di porre all’ordine del giorno il problema del socialismo? E, dunque, ecco che - in base a queste premesse - l’apparire di Stalin era la conseguenza inevitabile di un fallimento.
In parte ragionamenti veri. In parte fu così. Anche Lenin aveva presto dovuto rendersi conto che per tenere a bada immense masse analfabete e contadine, quindi indisciplinate, individualiste, irriducibili all’idea collettiva, avrebbe dovuto usare la violenza e il terrore. E lo fece. E, nel farlo, usò spesso una ferocia e una determinazione inaudite. Ma Lenin era “la politica” e, nonostante la sua rigidezza finalistica, l’interprete del realismo. Non avrebbe scelto la rivoluzione, tra l’altro, se non avesse pensato in quel senso, cioè in termini politici, pragmatici, poiché in quelle condizioni di sfacelo dello stato russo, la rivoluzione stessa s’impose come inevitabile e toccò, ai bolscevichi, in realtà, più che sceglierla, orientarla. I soviet non li avevano inventati loro, all’inizio neppure li dominarono, ma seppero cavalcarne l’energia in un paese che stava annaspando nella guerra prima di affondare definitivamente.
E che Lenin fosse piuttosto “la politica” (cioè l’arte del possibile) che non “la necessità” lo dimostrò la Nep, la “nuova politica economica” che egli cercò di avviare dopo la fase “inevitabile”, ma considerata temporanea, del comunismo di guerra.
Avrebbe potuto realizzarla? Non sappiamo. Morì prima che se ne misurassero le conseguenze, ed è inutile esercizio quello di immaginare i “se” e i “ma”. Sappiamo soltanto che ci provò, e che mise in guardia i suoi compagni da Stalin e dal suo schematismo rozzo e semplificatore.
Quello che sopravvenne dopo di lui, dopo la sua morte, anzi prima ancora, mentre terminava i suoi giorni, ormai demente, rinchiuso e isolato dal mondo, mi appare comunque come qualcosa di profondamente diverso dal corso che era stato tracciato. Il tornante del 1934, dell’assassinio di Kirov - se si vuole scegliere, come fa Conquest, una data fatidica, un punto di riferimento - mi sembra un precipitare indietro nella storia della Russia, una fuga verso il passato, un riapparire improvviso e sanguinoso dell’autocrazia, un repentino abbandono del secolo dei lumi, del l’Europa stessa e della sua cultura, delle radici “razionali” da cui aveva attinto lo stesso Marx e dalle quali avevano preso le mosse tanto i bolscevichi che i menscevichi, Lenin e Trotskij, ma anche Herzen.
L’ambiguità, e la profondità della tragedia, mi sembra consistettero nel fatto che il “terrore”, salito prepotentemente alla ribalta della rivoluzione, apparve come l’effetto della rivoluzione stessa, si sviluppò e avviluppò dentro le sue vesti, si tinse di socialismo fino a venirne percepito come il socialismo e il comunismo. Anzi venne descritto come l’essenza del comunismo, venne motivato come la sua vera natura, introitato come tale da milioni di individui che non avevano altro punto di riferimento, e che vi si adattarono con dolore ma anche con fede, diventandone al tempo stesso carnefici e vittime. Milioni di persone furono alfabetizzate alla politica e alla vita sociale all’interno di quell’ambiguità.
E invece - mi sembrò e mi sembra - quell’ambiguità era nient’ altro che l’irrompere del passato, sotto mentite spoglie, nel presente che non riusciva a sgravarsi di un’eredità troppo pesante e estranea.
Fu questa ambiguità che impedì a molti contemporanei, anche a molti intellettuali, di rendersi conto della distorsione concettuale che Stalin impersonava. Bisogna rileggere alcune lettere di Angelo Tasca, uno di quelli che capì e vide con orrore quanto stava accadendo, per rendersi conto che la grande maggioranza non capiva, non riusciva a vedere l’autocrate sotto le sembianze del capo di un partito che si considerava rivoluzionario per eccellenza.
Si richiedeva una straordinaria indipendenza di giudizio per vedere che il mezzogiorno era stato offuscato dal buio dei millenni, dalle gigantesche proporzioni di quello che Wittfoegel definì il “dispotismo asiatico”. Dietro il socialismo di Stalin occhieggiavano cupe le società dell’Asia, la sterminata di-stanza tra l’Imperatore e i sudditi, un’idea dello stato talmente lontana dagl’individui atomizzati e dispersi nelle steppe e nella taiga, da determinare sia la violenza del sovrano divinizzato - senza la quale nessun controllo era possibile di tante masse e di così vaste distanze - sia l’assoluta passività, subalternità, dedizione (insieme all’estraneità e all’odio) dei sudditi.
Tutto questo non aveva, ovviamente, nulla a che vedere con il socialismo e con il comunismo. Questo fu Stalin, così come io l’ho visto e l’ho capito, attraverso quei - pochi - russi che davvero cercarono di penetrarne la figura, di capirne le fondamenta. Tra questi, in primo luogo, io colloco Anatolij Rybakov, l’autore di quel fondamentale romanzo storico che fu I figli dell’Arbat. La storia di quella generazione di rivoluzionari moderni, europei, che furono sbalzati all’indietro nei secoli prima di rendersi conto di ciò che stava accadendo. Ed è il racconto di uomini e donne che subiscono il colpo dell’autocrazia che s’impadronisce del socialismo continuando, spesso, a credere nel socialismo.
Certo rimane, ed è perfettamente legittimo chiederselo, e non credo che sarà facile trovare una risposta, la questione se fosse possibile sottrarre la rivoluzione sovietica a quel destino, e le popolazioni russe alle conseguenze. C’è chi, come Aleksandr Zinoviev, continua a pensare - anche lui vittima degli effetti lontani dello stalinismo, dissidente, espulso, esule, e poi tornato in patria per misurare le successive devastazioni della fine del socialismo reale, e divenuto infine stalinista per disperazione - che Stalin, alla fine dei conti, sia stato la personificazione più efficace del popolo russo e della sua storia. Sulla scorta del feroce e implacabile giudizio di Piotr Ciaadaev, che vedeva i russi come un «popolo unico, che rappresenta un’eccezione rispetto all’umanità restante, e che esiste solo per impartire al mondo una qualche tremenda lezione», Zinoviev arriva alla conclusione che «al carattere nazionale russo e al destino storico del popolo russo, la costruzione sociale comunista si addice molto di più di ogni altra». Ha in mente, Zinoviev, proprio quella di Stalin. La definisce comunista e la descrive, al tempo stesso, come una condanna storica. Per lui Stalin era inevitabile e comunista, al tempo stesso. E non c’era nessun altro comunismo possibile in Russia, diverso da quello che ci fu e che fallì. Non è escluso che sia questa la visione -sicuramente anch’essa terribile e senza speranza - più vicina, alla fine, alla spiegazione più realistica. Certo è che l’epoca di Stalin è entrata nel passato sepolta dalle invettive e dall’orrore, resa caricaturale e banalizzata, ingigantita o immiserita a seconda delle necessità dei posteri, russi e occidentali. Ma in ogni caso ancora incompresa. Poiché - cito ancora lui, Zinoviev - «esaminare la storia con le categorie della condanna o della giustificazione significa privarsi di ogni possibilità di comprenderla».