A cinquant'anni dalla morte di Stalin

Un uomo grossolano

Ritratto del dittatore

«Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente cautela... Stalin è troppo grossolano e questo difetto, pure tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare come sollevare Stalin da questo incarico e di designare al suo posto qualcuno che ... si distingua per una migliore qualità, e cioè essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso». Così scriveva Lenin tra la fine del 1922 e gli inizi del 1923. Il 9 marzo il grande rivoluzionario ebbe un nuovo e più grave attacco apoplettico dal quale non si riprese più. Non erano già mancati motivi di contrasto tra i due, prima sulla questione georgiana che Stalin aveva affrontato da panrusso e con metodi amministrativi, poi, a proposito della moglie di Lenin, che “Soso” aveva insultato volgarmente. Il 21 gennaio 1924 Vladimir Ilic moriva e iniziava un’aspra lotta per il potere.

L'involuzione del bolscevismo dopo la morte di Lenin

Alla scomparsa di Lenin seguì purtroppo una prima involuzione della politica bolscevica. Una sorta di “sacralità” del partito subentrò alla razionalità e alla laicità dell’epoca rivoluzionaria. I segnali si avvertirono presto: dai primi episodi di cesarismo all’affiorare di elementi retorici e auto celebrativi, dall'imbalsamazione secondo vecchi riti religiosi della salma di Lenin, all’abuso del termine “leninismo” attraverso il quale si cercava di contrabbandare sotto l’autorità del capo della rivoluzione forzature e tesi individuali.

Nel maggio 1924 al Congresso del partito bolscevico Stalin avrebbe potuto essere messo in difficoltà dalla lettura del “testamento” di Lenin; ma l’alleanza con Zinov’ev e Kamenev gli permise di superare l’ostacolo. Le sue dimissioni furono respinte a larga maggioranza. Tra il ‘22 e il ‘25, grazie a questo accordo, Stalin riuscì con determinazione e abilità a indebolire l’autorità del suo principale avversario, Trotskij, considerato ancora nei primi anni Venti, sia per le sue capacità che per il ruolo svolto nella guerra civile, il naturale successore di Lenin. Come ha notato Isaac Deutscher, l'«oscurità» di Stalin, in un momento in cui la gente era stanca di “eroi” vanitosi e di individualismi borghesi, finì per conquistargli consensi.

Lo scontro tra due diverse concezioni di socialismo.

Sarebbe però errato ridurre gli scontri di quegli anni a mere rivalità personali: è al vero nodo politico che bisogna guardare. Due erano, detto con un certo schematismo, le questioni fondamentali. La prima opponeva la tesi di Stalin sul socialismo in un paese solo a quella di Trotskij secondo il quale il socialismo poteva essere solo lo sbocco di un processo internazionale. La seconda era il rapporto tra l’industrializzazione accelerata e lo sviluppo dell’agricoltura. I “sinistri”, Trockij e Preobrazenskij, ritenevano che l’accumulazione di capitali, necessaria all’industrializzazione, si potesse realizzare solo con lo “sfruttamento” delle campagne. Bucharin, invece, appoggiato da Stalin, sosteneva l’accentuazione della Nep (che aveva costituito un parziale e provvisorio ritorno al capitalismo privato) e una serie di misure a favore delle campagne. Prevalse la linea più realista di Stalin.

Al XIV Congresso (dicembre 1925) si giunse a uno scontro aperto. L’opposizione attaccò a fondo spalleggiata dalla delegazione leningradese e, con qualche distinguo, dalla Krupskaja, la moglie di Lenin, che in quel l’occasione ricordò l’amaro destino dei rivoluzionari ridotti dopo la morte a «icone inoffensive». Ma si chiuse con la loro sconfitta. L’anno successivo Trockij e Kamenev furono allontanati dal Politburo. Messi all’angolo, gli sconfitti dovettero ricorrere a metodi che finivano per rompere la disciplina del partito, dalle manifestazioni di piazza alla stampa clandestina dei loro programmi. Nel successivo congresso (dicembre 1927) Zinov’ev e Kamenev dovettero fare atto di sottomissione. Trockij, il solo che non lo fece, fu confinato ad Alma Ata e nel ‘29 espulso dall’Unione sovietica.

L'industrializzazione

Sconfitta l’opposizione, con l’alleanza di Bucharin, già all’inizio del ‘28 Stalin divenne fautore della liquidazione della Nep facendo suo, in buona parte, il programma sino allora contestato agli avversari. Il 1929 fu l’anno della svolta decisiva della politica staliniana. Entrato in conflitto con Bucharin, Stalin ebbe la meglio e ne ottenne l’esclusione dalle cariche nel partito e nell'Internazionale comunista. Nasceva intanto il primo piano quinquennale che gettava le basi dell’industria pesante e prevedeva obiettivi spettacolari: la produzione industriale doveva aumentare del 180 per cento e il reddito nazionale del 103 per cento. Un’enorme massa di risorse umane e materiali venne mobilitata per raggiungere gli scopi che Stalin si era proposto: l’industria dei beni di consumo necessaria a soddisfare i bisogni della popolazione fu, di fatto, sacrificata al punto di giungere al razionamento alimentare. Ancora più drammatico fu il fenomeno della collettivizzazione forzata delle campagne. Mentre crescevano le esigenze per il grande sforzo dell’industrializzazione, il raccolto dei cereali e gli ammassi statali procedevano tra mille difficoltà. La collettivizzazione, che aveva l’ambizione di trasformare 25 milioni di piccole proprietà in 250 mila fattorie collettive, gettò l’agricoltura in una grave crisi alla quale si aggiunse la grande carestia del 1932-’33. Innumerevoli e enormi furono i drammi personali. In cinque anni 17 milioni di contadini abbandonarono le campagne riversandosi nelle città. L’industrializzazione accelerata e la collettivizzazione forzata, perseguite tra strappi, forzature e violenze inaudite, trasformarono la società sovietica e la vecchia Russia agricola in una potenza industriale.

Il XVII Congresso del PCUS

Al XVII Congresso (febbraio ‘34), si manifestò una reazione alla violenza: era impersonata soprattutto da un dirigente leningradese, Kirov. Fu assassinato alla fine del ‘34 nella sede del partito. L’assassinio, sia stato o no commissionato da Stalin, come sembrò adombrare Krusciov senza grandi prove, fornì al dittatore il pretesto per scatenare un’ondata di repressione durissima, il cosiddetto Grande terrore.

La stagione dei processi e delle fucilazioni.

Iniziò la stagione dei processi che dovevano portare all’annientamento fisico della vecchia guardia leninista. Nell’agosto ‘36 furono condannati a morte Zinov’ev e Kamenev e nel gennaio ‘37 Pjatakov e Radek. Tra maggio e giugno si scatenò l’attacco all’esercito, e un secco comunicato annunciò che un gruppo di 18 generali era stato giudicato colpevole di tradimento e fucilato.

Sembra che al processo non siano state estranee le “prove” fornite dai servizi segreti nazisti. L’anno seguente venne arrestato il maresciallo Bljucher, prestigioso comandante dell’Armata dell’Estremo oriente. Sempre nel ‘38 fu celebrato il processo di maggior rilievo, quello contro Bucharin, Rykov e altri, il «blocco dei destri e dei trockisti». Bucharin, pur “confessando” respinse l'imputazione di aver progettato l’arresto e l’uccisione di Lenin nel 1918 e successivamente quella di Kirov. 118 imputati furono condannati a morte e fucilati. Difficile valutare il numero delle vittime. Medvedev parla di mezzo milione di fucilati e di quattro - cinque milioni di arrestati. Invano un contro processo organizzato da Trockij in Messico e presieduto dal filosofo John Dewey denunciò la falsità di quelle auto accuse. L’Europa in quei giorni era in piena fibrillazione prebellica e l’iniziativa fu ignorata. Poco tempo dopo, il 20 agosto 1940, Trockij veniva assassinato da un sicario di Stalin.

La politica estera di Stalin.

Duttile e abile Stalin si dimostrò in politica estera. A partire dal 1934-’35 svolse una politica di riavvicinamento all’Occidente (impersonata da Litvinov) per contenere la minaccia della Germania nazista e del Giappone. E con l’autorità che gli derivava dal suo potere nell’Internazionale contribuì, insieme a Togliatti e Dimitrov, a ribaltare l’ottusa piattaforma che identificava fascismo e socialdemocrazia e ad avviare la politica dei fronti popolari. Cercò un’alleanza con Francia e Inghilterra, ma incontrò un muro di gomma in Chamberlain. Fu Churchill, alla Camera dei comuni, a sostenere la necessità di un accordo con Stalin. «Non mi è riuscito di afferrare - disse - quali siano i motivi contrari a quell’accordo con la Russia che lo stesso primo ministro si dichiara desideroso di concludere né quali siano le ragioni contrarie alla sua attuazione nella forma ampia e semplice proposta dal governo sovietico».

Convinto, dopo la conferenza di Monaco, dell’inevitabilità della guerra e preoccupato che l’atteggiamento delle democrazie occidentali e degli Stati totalitari preludesse a un isolamento dell’Urss, Stalin realizzò con molta spregiudicatezza un brusco riavvicinamento alla Germania (patto di non aggressione, 23 agosto 1939). Il patto, che doveva sconvolgere l’opinione pubblica, in particolare quella di sinistra, gli permise di guadagnare il tempo necessario per sviluppare la preparazione militare e migliorare la situazione delle frontiere, anche se i suoi vantaggi si rivelarono meno consistenti di quelli che si attendeva.

La guerra.

Quando nel giugno del ‘41 i tedeschi attaccarono, poche ore prima, i generali Timosenko e Zukov gli chiesero l’autorizzazione a dichiarare lo stato di allarme. Stalin si rifiutò. Ricevuta ufficialmente la notizia dell’invasione fu colto da un collasso nervoso che lo costrinse a isolarsi gettando nel panico tutta la leadership sovietica. Ma alla fine di giugno era di nuovo al suo posto, e il 3 luglio rivolse ai popoli dell’Urss uno dei suoi discorsi più significativi chiamando a una guerra «patriottica e liberatrice». Da qui sino alla fine del conflitto Stalin darà il meglio di sé sia sul piano politico che su quello diplomatico. Il quadro della situazione dei primi giorni di guerra si presentò tragico e disastroso. Nei primi sei mesi di guerra tre milioni di prigionieri caddero nelle mani dei tedeschi. Tuttavia già alla fine di ottobre la Wehrmacht incontrò difficoltà nella sua avanzata. Mosca e Leningrado dovevano cadere prima dell’inverno. Le previsioni di Hitler furono smentite. L’assedio di Leningrado si prolungò sino aI 1944 senza successo. L’operazione Tifone per la conquista di Mosca fu bloccata a pochi chilometri dalla capitale. Malgrado le pressioni del suo entourage che gli chiedeva di recarsi a Kubysev, dove si era trasferito il governo, Stalin volle rimanere nella capitale. La sua decisione di restare - che fu resa visi bile prima percorrendo le vie di Mosca su una Packard scoperta e poi presenziando la parata militare del 7 novembre - ridiede fiducia alla gente che affollava le strade della capitale. Rafforzato dalle unità siberiane provenienti dai confini della Manciuria, dove erano state dislocate per l’eventualità di un attacco giapponese, il comando sovietico riuscì a fermare l’avanzata tedesca L’offensiva nazista andò via via esaurendosi in una serie di logoranti scontri frontali. Ma la guerra, proseguendo con alterne vicende (dopo la vittoria di Mosca Stalin cercò di convincere i suoi generali a una controffensiva troppo precipitosa), si decise nella vecchia Tsaritsyn, ribattezzata Stalingrado, dove “Soso” aveva combattuto durante la guerra civile. Il 2 febbraio 1942 la grande battaglia era conclusa, il feldmaresciallo von Paulus e la sua armata si arresero, 91 mila soldati e 24 generali tedeschi furono fatti prigionieri. Finì così una delle più sanguinose battaglie della seconda guerra mondiale che segnò una svolta decisi va nelle operazioni in Europa. Incominciava la “corsa” vittoriosa verso Berlino. Tuttavia, più che il contributo alla conduzione della guerra, particolarmente significativo fu il ruolo avuto da Stalin come grande diplomatico, un ruolo evidenziato dalle conferenze al vertice, da Teheran a Jalta e a Potsdam. Fu un negoziatore rigoroso e tenace ma non privo di ragionevolezza e di grande flessibilità.

Il conflitto lasciò l’Unione sovietica piena di lutti e di rovine. I morti erano stati 27 milioni di cui metà civili: ed erano anche quasi la metà di tutti i caduti della seconda guerra mondiale (55 milioni).

Il dopoguerra, la Guerra Fredda e i rapporti con le nazioni satelliti.

Nel dopoguerra Stalin si affermò come uno dei protagonisti della politica mondiale. Tuttavia, pur avendo conseguito importanti acquisti territoriali per il suo paese, non seppe sfruttare a pieno i vantaggi che le vittorie diplomatiche gli avevano dato. Dopo aver subito da parte dei suoi ex alleati il rifiuto ad ogni collaborazione (dal discorso di Fulton di Churchill al rifiuto di Truman a rinnovare la legge affitti e prestiti) Stalin dovette accettare la logica della guerra fredda e diede vita a una serie di iniziative spericolate, dal blocco di Berlino alla guerra di Corea, alla rottura con la Jugoslavia di Tito che innescò un susseguirsi di assurdi processi in tutte le “democrazie popolari”: ma soprattutto - e questo fu il suo errore più grave - modellò i regimi dei paesi dell’Est, sorti dalla guerra e gravitanti nell’orbita sovietica, sul rigido dirigismo e i metodi dittatoriali vigenti nel suo paese, senza tenere conto delle singole caratteristiche nazionali. Il “socialismo reale” meccanicamente imposto gli alienò le simpatie anche di quei popoli, come il cecoslovacco e il bulgaro, tradizionalmente amici della Russia. Tuttavia, con la sola esistenza di un’Unione sovietica militarmente forte e ormai grande potenza, Stalin riuscì a mantenere nel mondo equilibri nuovi, a contenere le minacce di un imperialismo sempre più aggressivo.

La situazione interna.

Sul piano interno si infransero le speranze del suo popolo che durante il conflitto aveva visto allentarsi la repressione. Lo dominavano sempre più la paranoia e la cultura del sospetto. Riprese così quella politica poliziesca e di violazione dei diritti umani che aveva caratterizzato gli anni prebellicì. Nell’Unione sovietica si continuò a respirare un clima di terrore. I reduci dalla prigionia furono trattati come traditori. Fu ripristinata la pena di morte abolita nel ‘47. Fu fucilato Voznesenskij, vice presidente del Consiglio. Nel 1951 scatenò una brutale campagna antisemita di cui fecero le spese il Comitato ebraico antifascista e molti dirigenti comunisti. Molotov, che a Stalin fu fedele fino alla fine cercando di giustificarlo diceva: «Con l’età tutti possono essere colpiti da sclerosi a vari livelli. In Stalin però si vedeva parecchio; era diventato molto nervoso e sospettava di tutti. Il suo ultimo periodo, secondo me, è stato molto pericoloso. Cadeva in qualche eccesso».

La morte di Stalin.

Il terrore che aveva seminato accompagnò Stalin anche nella morte. La sera del 28 febbraio 1953 si recò insieme a Berija, Malenkov, Krusciov e Bulganin alla dacia di Kuntsevo per una di quelle cene a tarda ora che tanto gli piacevano. Alla fine della serata, partiti gli ospiti, si chiuse nella sua stanza. Il giorno seguente, il comandante della dacia, non vedendolo apparire, fu paralizzato dai dubbi. Passarono ore prima che si decidesse a bussare e a entrare. Stalin era riverso in terra vicino al tavolo, incapace di articolare parola ma ancora vivo. Avvertita la polizia politica, il ministro per la sicurezza, suggerì di chiamare Berija. Dopo meno di tre quarti d’ora furono sul posto Berija e Malenkov. Qualche ora più tardi giunse Krusciov per annunciare l’arrivo dei medici. Gli diagnosticarono un’emorragia cerebrale e cercarono di tenerlo in vita per qualche giorno. Ormai ogni intervento era tardivo. Il suo cuore cessò dibattere alle 21.50 del 5 marzo 1953.

Roberto Bonchio
Roma, 7 marzo 2003
da "Avvenimenti"