Abbiamo svolto in questa Direzione un dibattito impegnativo, utile anche in vista dell'appuntamento del prossimo Comitato Politico Nazionale. L'analisi della guerra e della prospettiva che apre è un terreno di ricerca. Gli argomenti introdotti, anche in questa discussione, con analisi e valutazioni differenti, sono utili per individuare un campo di ricerca che non permette ancora argomentazioni conclusive.
Si è espresso prevalente un accordo di fondo con la relazione che è stata proposta al dibattito, si è determinata una consonanza con il campo di ricerca che è stato indicato. Ciò non implica, naturalmente, il venir meno di un impegno comune per lo sviluppo di una iniziativa, la più larga ed unitaria possibile. E' quindi significativo che, al voto di documenti di analisi tra loro differenti, si possa aggiungere il voto, più largo, di un ordine del giorno che indichi i punti di iniziativa più importanti del partito in ordine allo sviluppo del movimento per la pace, del conflitto sociale e della battaglia referendaria, delle scadenze elettorali per le amministrative e le Regionali dei prossimi mesi.
Nessuna preoccupazione, quindi, nello sviluppare il dibattito tra di noi anche su differenti posizioni. Al contrario, dobbiamo far coesistere la formazione di un orientamento prevalente, il diritto al dissenso da quell'orientamento e lo sviluppo di una iniziativa unitaria.
La formula zapatista dell'interrogarsi camminando, è quella che meglio rende questa necessità di mettere al centro sia la necessità dell'iniziativa che quella della ricerca. Una ricerca non ripetitiva delle argomentazioni, che sarebbe alla fine stantia e distruttiva, ma della messa a verifica delle analisi che proponiamo rispetto alla capacità di saper fornire una cifra interpretativa delle nuove contraddizioni che si aprono. Individuiamo, quindi, un itinerario che non solo considera i dissensi legittimi ma fondati dentro, ovviamente, la formazione d'un orientamento che esprime l'opinione prevalente.
Non convince l'obiezione di eclettismo che è stata avanzata all'impostazione che proponiamo. Semmai, possiamo definirla come rifiuto della fissità ideologica. Non si propone, cioè, una nuova "visione del mondo" compiuta, un corpo di dottrina che sostituisce il precedente. Oggi, non è possibile o almeno non è ancora possibile, proporre questa compattezza. Stiamo, cioè, non in astratto ma nel vivo delle contraddizioni e delle scontro politico, costruendo una nuova cultura politica. Se è possibile fornirne una sintetica formulazione è la seguente: l'instabilità come cifra interpretativa del mondo, sia dei rapporti internazionali che di quelli sociali. Si propone, cioè, una chiave di interpretazione di tendenza. Qui sta il riferimento al congresso e al dibattito che lì si è svolto. Il punto che si propone è che quella chiave interpretativa coglie la tendenza del passaggio storico e, non è un caso, che ponga il Prc all'avanguardia di una nuova elaborazione tra le varie forze della sinistra di alternativa.
L'idea che le guerre (dalla ex Jugoslavia all'Afghanistan), erano costituenti di una nuova strategia imperiale del governo Usa, ci ha consentito di cogliere e valutare la novità della dottrina Bush della guerra preventiva dentro lo svolgersi di un processo.
E' proprio, quindi, un'analisi di processo: dalla crisi del fordismo alla globalizzazione, tutto viene messo in discussione e riorganizzato. Questa interpretazione di tendenza, va certamente ulteriormente definita e approfondita ma ha retto la prova, l'analisi fatta si è rilevata, processualmente, corretta. Rappresenta il fondamento su cui i conservatori, la leadership Usa, hanno fondato la propria linea strategica in quella che definiamo la seconda fase della globalizzazione: dall'ottimismo della crescita e dello sviluppo inarrestabile alla gestione della crisi. Questa fase, sposta l'ordine delle contraddizioni dall'idea allargata del dominio imperiale a quella della sua costruzione sulla base dell'unilateralismo Usa. Da qui, l'affondare nel brodo di cultura del fondamentalismo, degli Usa come "nazione benedetta" contro "l'impero del male" e il rischio, evocato nella relazione e tutto da condividere, della precipitazione di una guerra di civiltà.
Ecco perché, proponiamo il rapporto con il movimento come griglia interpretativa di analisi della fase. C'è un rapporto diretto tra la seconda fase della globalizzazione e la strategia della guerra preventiva che ne cambia le caratteristiche e la natura medesima. Il movimento no global è cresciuto e si è sviluppato nella critica alla globalizzaione neoliberista e per questo ha colto quel nuovo carattere della guerra e per questo il movimento per la pace si è innestato su di esso.
Questo movimento ha subito una sconfitta? Ebbene si. Ma, in questa sconfitta, conta poco l'andamento militare. La vittoria di Bush non è aver vinto militarmente la guerra, è averla fatta. Il punto di avanzamento della strategia della guerra preventiva e infinita poggia sull'aver fatto la guerra in Irak. Ciò cambia il quadro. Il problema per il movimento di opposizione alla guerra è stato la capacità del governo Usa di imporre la guerra (malgrado l'opposizione di uno straordinario movimento di popolo nel mondo e l'opposizione di tanti Stati).
Ritorna il problema di fondo: come sconfiggere la strategia della guerra preventiva.
Innanzitutto, è fondamentale a tale scopo dare voce all'opposizione dentro la società e la cultura americane. In questa prospettiva, appare proprio sbagliato e fuorviante usare il termine "fascista" come appellativo alla guerra e alla strategia nordamericana. Bush non è un ritorno al passato ma un'espressione radicale della modernità, di quella che abbiamo definito la rivoluzione restauratrice della globalizzazione neoliberista. Sono tre gli elementi da sottolineare: un nuovo e più diretto interventismo (che comincia nel 1991 con la prima guerra del Golfo), l'iperliberismo selvaggio (che giunge fino alla messa in discussione del fondamentale strumento di coesione sociale che è il sistema contributivo), una condizione religiosa fanatizzante. Queste tre componenti, marginali nel governo Usa, fino a pochi anni fa, oggi determinano la politica degli Usa nel mondo. Questi tre elementi si fondono in una concezione fondamentalista che assolutizza il mercato e l'innovazione tecnologica, l'una resa funzionale all'altro. Bush, quindi, rappresenta una risposta all'instabilità del mondo e della società americana medesima.
Il punto di crisi di questa strategia è che la risposta che fornisce non regge. La guerra vince ma il dopoguerra può non vincere. L'instabilità prodotta è tale da non rendere, per esempio, praticabile una strategia che utilizza la vittoria della guerra per dare un colpo all'Opec e determinare una abbassamento significativo e duraturo del prezzo del petrolio. Come ben si vede, l'instabilità è elemento così condizionante della fase che la medesima pacificazione dell'Irak, dopo una guerra così devastante, fatica e non riesce ad essere imposta.
La guerra, quindi, vince ma non risolve e l'instabilità prodotta non consente di ricostruire, almeno così come era, ciò che è stato destrutturato.
C'è un sistema sociale che la globalizzazione elegge come quello funzionale a sé: ed è il modello nordamericano e i processi dell'Europa di Maastricht avvicinano l'Europa al modello Usa e non possiamo proprio dire, almeno allo stato attuale, che, dentro questo processo esistano modelli sociali alternativi o competitivi.
L'attacco delle destre nel nostro Paese segue lo stesso schema di quello di Bush rispetto al mondo. Così come il governo Usa delegittima l'Onu, le destre delegittimano la costituzione. Non è solo rozzezza, non è la ripetizione di vecchie e mai sopite tendenze revisioniste. Queste stanno dentro il nuovo quadro, determinato dalla seconda fase della globalizzazione e dalla fine del dopoguerra. Qui è la forza di questo attacco. E dimostra tutta la sua inconsistenza la risposta del centro sinistra, come dell'opposizione liberal americana a Bush. Come è stato recentemente dimostrato in un recente saggio, l'opposizione "liberal" quasi inorridisce alla rozzezza della nuova destra conservatrice e non si accorge che, se guardi alle condizioni materiali della società, trovi che la destrutturazione selvaggia dell'iperlibersismo "non ti lascia energia per pensare a qualcosa di meglio di Bush". E, quindi, se non riesci a dire qualcosa che parla di quella nuova condizione sociale di servitù, rimani chiuso in un orizzonte che ti estranea dai processi reali, anche quelli della formazione del consenso.
Il problema di fondo è, quindi, la crisi radicale del riformismo di fronte all'offensiva arrembante delle destre, interpreti della rivoluzione neoconservatrice di questa fase dura della globalizzazione.
Si pone, in questo quadro, il grande problema di come realizzare nel mondo e in ogni Paese una nuova potenza politica in grado di proporsi come alternativa. Parlo di una nuova potenza, ovvero, di una forza che abbia la capacità di porsi al livello delle nuove contraddizioni e risponda al tema dell'efficacia di questa opposizione. Questa altra potenza non va intesa in senso militare: sarebbe una risposta non velleitaria ma, principalmente, solo apparente (perché, sicuramente, un'Europa potenza militare sarebbe alleata di quella Usa).
La domanda è la seguente: il movimento può divenire quella altra potenza? La risposta è si. Il movimento può andare oltre la sconfitta della guerra (dell'accadimento della guerra non dell'esito della medesima) perché non ha visto la guerra e il suo esito come chiusi in sé. E questa è l'interpretazione giusta: questa guerra è, in realtà, una fase di una strategia più complessa, quella della guerra infinita e indefinita.
Il movimento, quindi, può vincere perché interpreta la sua sfida con il passo lungo. Il conflitto è nel mondo e il movimento ha nella dimensione mondiale la sua caratteristica fondamentale. Il movimento è, quindi, potenzialmente la precondizione della nuova potenza politica contro la strategia della guerra infinita e della fase dell'instabilità connessa a questa fase della globalizzazione neoliberista in quanto connette la critica alla guerra e al neoliberismo. C'è, naturalmente, un lavoro enorme da fare ma dentro l'individuazione di un percorso che ha una grande forza propulsiva. Si pone, oggi, quindi, come prioritario il tema della crescita e qualificazione del movimento e del rapporto tra questa crescita e qualificazione e la questione del radicamento sociale. Anche in questa prospettiva i referendum rappresentano una grande occasione. Sarà questo un tema che approfondiremo nel dibattito del prossimo comitato politico nazionale (il rapporto tra costruzione del movimento, sua qualificazione e radicamento sociale e costruzione della sinistra di alternativa) ma i referendum sono esemplificativi del tema dell'efficacia della politica, ovvero della connessione tra nuova politica economica e sociale, sconfitta dei processi di precarizzazione innescati dall'inasprimento delle politiche neoliberiste e costruzione del soggetto politico dell'alternativa.
Su Cuba, brevemente su cui si è soffermata parte della nostra discussione: la questione della critica alle recenti misure repressive prese, non va vista solo all'interno del tema - così come era visto nel passato - di come Cuba resiste. Il problema che pone è quello di come Cuba contribuisce alla costruzione del nuovo soggetto mondiale per l'alternativa, pensando che questa è anche la condizione per Cuba medesima di resistere.
In questo senso, la comminazione della pena di morte, i processi sommari e la repressione della dissidenza (cioè dell'uso della forza in tali direzioni) non sono compatibili con il movimento.
Così come non è compatibile con il movimento il "silenzio di campo".
Pertanto, noi non ci fermiamo e rimaniamo amici di Cuba ma esprimiamo una critica senza reticenza: se per difendere una causa giusta, usi strumenti sbagliati, comprometti la causa.