Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, Roma 28 aprile 2003

Il documento della minoranza di Grassi

(respinto)

La guerra di aggressione anglo-americana contro l’Iraq ha avuto il principale scopo di assicurare agli Stati Uniti e ai loro più stretti alleati il controllo di un territorio che per risorse energetiche è tra i più ricchi del mondo. Per comprendere la rilevanza di questo tema, può essere utile tenere presenti alcune circostanze: l’Iraq ha riserve provate per 112 miliardi di barili e un tesoro nascosto di altri 150 miliardi; il consumo energetico Usa è dato per il 40% dal petrolio e solo l’11% del fabbisogno statunitense è di produzione nazionale; le riserve petrolifere sul territorio Usa sono sufficienti per appena nove anni.

Ma il controllo delle risorse petrolifere irachene non è certo l’unico fine perseguito dalla leadership americana, che ha optato per la linea della militarizzazione delle relazioni internazionali e della “guerra preventiva” a sostegno degli interessi nazionali statunitensi. Questa strategia esprime la volontà di dominio globale dei settori più aggressivi dell’imperialismo ame-ri-cano che, attraverso il controllo geopolitico e militare dell’intero Medio Oriente, si propongono di risolvere la questione israelo-palestinese con la eliminazione – la “pulizia etnica” – dei palestinesi dai Territori occupati e di condizionare le economie dell’Europa e della Cina. Conseguire quest’ultimo obiettivo equivarrebbe a disporre della possibilità di incidere pesantemente sullo sviluppo futuro di queste aree del mondo: si pensi che il consumo di petrolio in Cina è destinato a raddoppiare fra il 2005 e il 2020, e che ciò potrebbe obbligare Pechino a rifornirsi in Medio Oriente per circa la metà del proprio fabbisogno.

Il contesto nel quale è maturata la nuova guerra contro l’Iraq è dunque quello di una competizione per l’egemonia mondiale nel XXI secolo. Tale scenario prende forma sullo sfondo della grave crisi economica che colpisce gli Stati Uniti nel quadro della generale crisi di sovrapproduzione delle principali economie capitalistiche. Anche in questo caso pochi dati bastano a cogliere la drammaticità della situazione: a due anni dall’inizio ufficiale della crisi (marzo 2001), gli Usa hanno un disavanzo pubblico di 304 miliardi di dollari e un debito estero di 500 miliardi di dollari; tra il gennaio 2002 e lo scorso febbraio oltre due milioni di americani hanno perso il lavoro. Tutto ciò avviene mentre l’euro si rafforza ed espande l’area in cui vale come moneta di riferimento delle transazioni commerciali (e, segnatamente, delle transazioni petrolifere) e sono sempre più numerosi i paesi che convertono nella moneta europea quote crescenti delle proprie riserve. Come è stato a più riprese rilevato da autorevoli commentatori economici, tale evoluzione viene a colpire un fattore di vitale importanza per l’attuale assetto del sistema finanziario internazionale a egemonia statunitense: il primato del dollaro come moneta di riferimento, ha infatti sin qui consentito di attrarre su scala planetaria l’ingente volume di capitali che ha potuto compensare l’abnorme indebitamento contratto dagli Usa nei confronti del resto del mondo. In questo quadro, la scelta di incrementare ulteriormente una spesa militare già astronomica (alla fine dell’anno in corso Washington avrà speso in armamenti quasi quanto il resto del mondo messo insieme) parla inequivocabilmente della ferma decisione di sfruttare il vantaggio che ancora separa gli Stati Uniti dalle altre aree del pianeta, nel tentativo di far fronte alla crisi attraverso la forza militare, il controllo delle aree strategiche e l'inibizione di nuove potenze economiche concorrenti.

Non a caso, l’evidente intento della presidenza Bush di puntare – forte della presenza militare Usa in 140 su 189 Stati membri dell’Onu – alla instaurazione di una sorta di “dittatura militare planetaria” ha suscitato in tutto il mondo una crescente opposizione. Tale schieramento contrario alla guerra comprende non soltanto i popoli e le tradizionali forze del movimento per la pace (a cominciare dalle organizzazioni del movimento operaio e, in questo frangente, dalla Chiesa cattolica), ma anche molti Stati del pianeta: sia le nuove potenze emergenti (Russia, Cina, India, Brasile, Indonesia e mondo arabo), sia paesi occidentali come Francia e Germania, tradizionali alleati degli Stati Uniti e assi portanti dell’Unione europea, che oggi condividono con quegli Stati la consapevolezza della minaccia strategica rappresentata dal nuovo “unilateralismo aggressivo” degli Usa. In Italia è apparsa largamente prevalente l’opposizione nei confronti dell'oltranzismo filoamericano di Berlusconi e della sua politica volta ad arruolare surrettiziamente, e in violazione dell’ar ticolo 11 della Costituzione, il paese tra le forze belligeranti.

Mai come in questa fase, dalla fine della Seconda guerra mondiale, il mondo si era trovato altrettanto diviso. Le contrapposizioni non separano ormai soltanto le grandi coalizioni (l’asse “euroatlantico” da quello “euroasiatico”), ma solcano anche le aree subcontinentali, in precedenza coese, e gli stessi organismi internazionali preposti al governo della “globalizzazione” capitalistica. Alla crisi dell’Onu fanno riscontro contrasti sempre più profondi in seno al G8 (si pensi, da ultimo, alle ritorsioni economiche contro la Francia proposte dagli Usa e all’invito francese rivolto alla Cina di partecipare al ver tice di Evian, immediatamente bloccato dagli Stati Uniti), alla Wto, alla Nato (la cui estensione a est è sempre più manifestamente sfruttata dagli Stati Uniti allo scopo di ridurre l’influenza e l’autonomia degli altri alleati) e all’Unione europea, nella quale la guerra all’Iraq ha determinato una crisi politica di inedite proporzioni, crisi che Berlusconi tenterà di superare - sfruttando il semestre della presidenza italiana della UE - a tutto vantaggio della posizione filo-atlantica.

Il fatto che tali divisioni non siano giunte sino alle conseguenze più estreme (oltre le quali il contrasto tende a spostarsi sul terreno militare) e che momenti di acute divergenze si alternino a passaggi in cui prevale la ricerca di mediazioni e compromessi, discende non già dall’esistenza di interessi omogenei di un presunto “capitale globale” e di un fantomatico “direttorio mondiale” che ne costituirebbe il cervello politico, ma da rapporti di forza internazionali (che attualmente non consentono ad alcuno di portare una sfida aperta, sul piano militare, alla superpotenza Usa) e dalla diversità degli interessi in campo e dei progetti sociali e politici perseguiti dalle diverse forze contrapposte all’unilateralismo Usa: la lotta di classe infatti non scompare, come non scomparve negli anni Quaranta, quando forze tra loro assai diverse per riferimenti sociali e politici si unirono contro il nazifascismo, per poi tornare a dividersi negli anni della Guerra fredda, in Italia e nel mondo.

Per quanto riguarda le conseguenze dell’occupazione dell’Iraq e più in gene-rale le prospettive della fase inaugurata dalla seconda guerra del Golfo, il dato politico più significativo è l’isolamento nel quale gli Stati Uniti versano dopo avere ignorato la esplicita opposizione di molti popoli e Stati nei confronti della loro politica aggressiva. Si può guardare con grande speranza al fatto che una nuova generazione, cresciuta nel mito del modello americano, ha aperto gli occhi e viene maturando una coscienza critica antiimperialista.

In relazione ai paesi occidentali, occorre tuttavia prendere atto che in questa fase la vittoria militare angloamericana ha determinato negli Usa e in Gran Bretagna la crescita del consenso nei confronti dei rispettivi governi; inoltre si attenua la crisi di consenso ai governi italiano e spagnolo e sempre più vistosi segni di divisione e di arretramento si manifestano nello schieramento che si era opposto alla guerra. In Italia, in particolare, si registra il riavvicinamento dei settori più moderati dell’Ulivo e dei Ds alla linea Blair. Negli Stati Uniti, si verifica un consolidamento della linea Rumsfeld-Rice, con il conseguente ridimensionamento della componente meno oltranzista della leadership Usa (Powell), la decisa opzione per l’occupazione stabile dell’Iraq in vista della sua frammentazione e dell’insediamento di governi “affidabili”, la drammatica recrudescenza della repressione israeliana della resistenza palestinese nei Territori occupati, e la propensione a una ulteriore escalation dell’aggressività nei confronti dei cosiddetti “Stati canaglia”.

In questo quadro non si collocano soltanto le accuse alla Siria e i duri moniti rivolti all’Iran affinché desista da qualsiasi “interferenza” nello sviluppo della crisi e nelle relazioni tra le diverse componenti religiose presenti in Iraq, ma anche la campagna di aggressione puntualmente scatenata contro Cuba (e subito fatta propria anche dalla maggioranza che sostiene il governo Berlusconi), in aggiunta all’embargo che da molti anni strangola l’economia dell’isola mettendone a repentaglio lo sviluppo.

A questo proposito occorre essere chiari. Nei confronti di tutti i paesi latino-americani che – come il Venezuela o, in passato, il Cile e il Nicaragua – hanno visto prevalere forze democratiche gli Usa hanno sviluppato una dura offensiva tesa a sovvertirne i governi legittimi non solo sul piano economico e politico, ma anche sul terreno militare, non esitando a sostenere colpi di Stato e guerre civili. In particolare con Cuba l’attuale presidente americano (che molto deve alla mafia anticastrista di Miami per la propria rocambolesca elezione alla Casa Bianca) ha subito interrotto ogni pur timido accenno di dialogo, intensificando la linea della “guerra a bassa intensità” (aggravamento del blocco economico; sostegno operativo e finanziario di gruppi terroristi anticastristi che operano in sinergia con l’intelligence statunitense; invio di personale diplomatico incaricato di organizzare manovre sovversive e colpi di Stato; finanziamento e diretta organizzazione di azioni terroristiche sul territorio cubano).

La nostra contrarietà alla pena di morte resta ferma. Ma le dure misure repressive adottate dal governo di Cuba nei confronti di chi si è reso colpevole di gravi attentati, di reati come il dirottamento di navi o di altri reati contro la sicurezza dello Stato, volti a creare una “quinta colonna” interna - diretta emanazione delle azioni destabilizzanti della superpotenza statunitense - vanno inquadrate in tale contesto, assimilabile a una situazione di guerra non dichiarata. E vanno altresì poste in connessione con la detenzione illegale dei cinque patrioti cubani, processati e condannati negli Stati Uniti senza il rispetto di alcuna garanzia giuridica e degli stessi diritti umani, nel nome dei quali gli Usa muovono a Cuba accuse tanto ipocrite quanto strumentali. In un contesto internazionale in cui le minacce alla sua indipendenza si sono così gravemente intensificate, confermiamo a Cuba la nostra piena e consapevole solidarietà.

La minaccia che gli Stati Uniti costituiscono per tutto il mondo dopo avere adottato la strategia della “guerra preventiva” e il famigerato “Progetto per un Nuovo Secolo Americano” elaborato dal gruppo di Cheney e Rumsfeld è terrificante. A renderne evidente la portata è la volontà di sottrarsi a qualsiasi regola e logica di controllo e di reciprocità, evidenziata anche dalla decisione di non sottoscrivere alcuna convenzione internazionale (protocollo per la Convenzione sulle armi biologiche; Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo; protocollo di Kyoto; Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali; trattato istitutivo della Corte penale internazionale), di ritirare unilateralmente la firma dal trattato Abm con l’Urss e di dissociarsi dalla Corte internazionale di giustizia.

In questo contesto, il contenimento dell’imperialismo americano è un’esigenza vitale per la salvaguardia della pace e per la sicurezza del pianeta. Bandendo qualsiasi preoccupazione di apparire “neofrontisti” o “anti-americani”, va detto dunque con chiarezza che, in questa nuova fase, lotta contro il neoliberismo, opposizione all’imperialismo americano, crescita di nuove alleanze interstatuali e sviluppo di un movimento di massa internazionale costituiscono articolazioni di uno stesso processo. Ogni sforzo dev’essere profuso con l’obiettivo prioritario di promuovere lo sviluppo di un mondo multipolare, pluricentrico e pacifico, e di costruire contrappesi allo strapotere militare degli Stati Uniti, che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza del pianeta e, a maggior ragione, qualsiasi possibilità di progresso sociale e democratico non solo nei paesi contro cui è diretta la minaccia stratunitense, ma anche in quelli che sono chiamati a recitare la parte degli alleati o dei vassalli.

Tradotto in temini concreti, ciò significa in primo luogo appoggiare la resistenza del popolo iracheno e delle forze che in seno al mondo arabo la sostengono: ciò con il duplice obiettivo di impedire il consolidamento del regime neo-coloniale di occupazione angloamericano, e di scoraggiare il ripetersi di ulteriori analoghe aggressioni.

Appare quindi decisivo favorire la più ampia convergenza politico-diplomatica tra gli Stati che si contrappongono all’unilateralismo imperialista americano, e occorre ridare importanza all’Onu, lavorando contemporaneamente per una sua riforma che riservi all’Assemblea Generale un ruolo maggiore. In questo quadro, le forze di sinistra debbono sostenere il progetto di un’Europa sociale e politica autonoma dagli Stati Uniti, che comprenda la Russia, si ponga fuori dalla Nato, respinga ogni suggestione al riarmo dell’Unione Europea e si apra ad accordi di cooperazione e di sicurezza con tutti i paesi non allineati all’atlantismo. La nostra opposizione al filo-atlantismo oltranzista del governo Berlusconi sarà più che mai ferma.

Allo scopo di contrastare la prepotenza degli Usa, è altresì necessario che il grande movimento popolare per la pace assuma continuità, superi le attuali difficoltà generate dall’esito – peraltro scontato – della guerra contro l’Iraq, e ritrovi in sé le energie per proseguire nello straordinario processo di crescita politica e di espansione che è venuto compiendo dai giorni del Social Forum Europeo di Firenze. Il “movimento dei movimenti” ha costituito una risorsa essenziale nello sviluppo di un più vasto e generale movimento per la pace: va colto, in proposito, lo straordinario apporto fornito dalle organizzazioni del movimento operaio e occorre continuare a valorizzare il coinvolgimento di soggetti, culture e posizioni politiche difformi da quelle espressesi nel quadro determinato della contestazione alla “globalizzazione” capitalistica.

Da queste considerazioni discendono importanti conseguenze per quanto concerne in particolare le forme di lotta del movimento per la pace. Alcune di queste (come l’occupazione dei binari ferroviari in coincidenza col passaggio di convogli militari) si dimostrano capaci di intercettare vaste e crescenti simpatie presso l’opinione pubblica e di aggregare nuove forze intorno al movimento per la pace e contro la guerra. Va in particolare segnalata la massiccia mobilitazione contro le basi americane e Nato presenti sul territorio italiano, nella quale la protesta pacifica, coniugata alla chiara enunciazione degli obiettivi politici delle manifestazioni, ha fornito al movimento una vastissima adesione - alla quale occorre dare continuità - e che va proseguita con l’obiettivo strategico dello scioglimento della Nato. Al contrario, altre forme di lotta – come gli atti vandalici, inutilmente plateali, compiuti durante le manifestazioni da componenti peraltro sempre più isolate del movimento – sor tiscono effetti opposti e controproducenti, rischiando di gettare ombre sul movimento pacifista e di comprometterne il radicamento e la crescita. Per questo vanno nettamente condannate.

Un dato dev’essere infine posto con grande evidenza. Tutti questi obiettivi – centrali nell’attuale fase politica al pari della vittoria nel referendum per l’estensione dell’articolo 18 e della costruzione, nel paese e nelle istituzioni, di una incalzante opposizione politica al governo delle destre – richiedono la massima concentrazione di energie affinché il partito si rafforzi, accresca la propria presenza sul territorio e la propria capacità di incidenza sullo schieramento delle forze sociali e politiche di opposizione. Appare infatti sempre più evidente la insostituibilità della consapevolezza critica e della pratica politica dei comunisti, senza la cui prospettiva di analisi sarebbe impossibile orientarsi nell’attuale fase internazionale.

Claudio Grassi, Bianca Bracci Torsi, Guido Cappelloni, Bruno Casati, Gianni Favaro, Rita Ghiglione, Damiano Guagliardi, Gianluigi Pegolo, Fausto Sorini, Giuseppina Tedde
Roma, 30 aprile 2003
da "Liberazione"