Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista

«Non siamo riusciti a superare gli steccati sociali e le appartenenze politiche»
Sintesi della relazione iniziale di Fausto Bertinotti

Roma - 17 giugno 2003

E' veramente non formale il ringraziamento che oggi formuliamo alle compagne e ai compagni del Partito per lo straordinario impegno profuso in questi mesi e, in particolare, in queste ultime settimane di campagna elettorale in una condizione di oscuramento sistematicamente organizzato contro le ragioni dei referendum sociali. Ciò deve fornirci un elemento ulteriore per sviluppare nel Partito nelle prossime settimane, un dibattito ampio e coinvolgente.

La sconfitta del referendum

Abbia perso. Ammetterlo, senza subordinate, è questione di stile politico che aiuta la ricerca delle motivazioni più di fondo di questo esito. Avremmo naturalmente, potuto fare una scelta diversa, scegliamo la strada più impegnativa, non paternalistica, anche perché non rinunciamo affatto all'intuizione di fondo da cui la scelta referendaria è nata. Una scelta che ha dimostrato di avere la capacità di spostare forze (come si è visto nel caso della CGIL e dell'ARCI) e che non aveva già inscritto l'esito.

La ragione fondamentale della sconfitta del referendum sta nell'incapacità di trasformare una giusta battaglia in senso comune, come, per esempio, è riuscito al movimento per la pace. Non siamo riusciti, cioè, a superare gli steccati sociali e quelli di appartenenza politico - partitica. Con il voto, il fronte referendario ha segnato i propri confini senza riuscire a travalicarli. Si è avuto un deficit di egemonia che ha consentito la separazione tra politica e condizione sociale e favorito il prevalere dell'autonomia della prima. Ci ha appesantito un handicap che non siamo riusciti a colmare: la questione del lavoro è stata emarginata in questi 20 anni, rendendo per molti invisibili le nuove forme della condizione lavorativa a cui vanno aggiunte, naturalmente, anche ragioni interne e soggettive da indagare.

Ripartiamo da questi oltre 10 milioni di persone, donne e uomini che hanno dato il loro consenso al referendum. Un popolo, per la grandissima parte, di sinistra e popolare, come una prima analisi sommaria del voto dimostra, con il quale tutto il centro sinistra deve fare i conti e che rappresenta i 2/3 di quanti hanno dato il consenso all'Ulivo e a Rifondazione Comunista nelle ultime elezioni politiche. Subito deve essere utilizzata questa forza a partire dalle prossime scadenze di battaglia politica e sociale che ci aspettano. Dobbiamo, in questo senso, contestare alla radice l'assurda argomentazione della Confindustria e delle destre: esse non hanno avuto alcuna legittimazione popolare dal voto referendario proprio perché hanno sfuggito il confronto e hanno rinunciato a contrapporre un NO al nostro Sì.

Così come è fondamentale, a livello nazionale e locale, dare continuità, nelle forme e modi condivisi, all'esperienza dei comitati per il Sì.

Il voto amministrativo

Il voto delle amministrative segnala un'incrinatura (non ancora una crisi) del consenso del governo cui si accompagna una crescita delle opposizioni. L'influenza del movimento per la pace è stata evidente. Non solo nel risultato ma, soprattutto, nella modificazione di linguaggi, propensioni, atteggiamenti anche da parte di settori del centro sinistra, in particolare nel mondo cattolico. Ciò ha consentito lo sviluppo di vaste alleanze con il centro sinistra. In questo quadro, il risultato del nostro Partito è positivo in relazione all'articolazione dei rapporti politici e segnala una sostanziale tenuta dei consensi (con alcuni apprezzamenti particolari per il voto nelle città più grandi).

La nuova fase politica

Il rapporto con il centro sinistra si fa più difficile. Non è una previsione, si tratta semplicemente di una constatazione in quanto si fa più difficile la condizione sociale e del lavoro e ciò, di fatto, rende maggiormente impervia la strada.

Noi dobbiamo valorizzare la scelta del referendum come ricerca di una diversa organizzazione del conflitto (c'è qui una continuità, per esempio, con la scelta della disobbedienza), nel tentativo di reinventare le forme di lotta mettendo all'ordine del giorno il tema dell'efficacia. Assieme a questo, si connette l'apertura di un'offensiva e di un dialogo con il centro sinistra. Qui dobbiamo aprire il confronto tra di noi. Una articolazione delle posizioni e un dissenso di fondo sono naturalmente legittimi. Meno legittima è una critica che si nasconde. La proposta, infatti, è limpida. Noi siamo per un confronto di peso con il centro sinistra. Vogliamo, cioè, raccogliere la domanda di unità e di radicalità che ci viene dai movimenti e, su questa base, guadagnare un accordo politico programmatico di profilo. Tutto il contrario di una deriva politicista. Dire, infatti, che si da per scontata una strada e che l'accordo già c'è è il contrario della proposta che avanziamo. Questo obiettivo lo indichiamo chiaramente e, altrettanto chiaramente guardiamo le difficoltà che vi sono e che potrebbero dimostrarsi tali da non poter consentirne il raggiungimento. Il punto è che va rotto il rapporto a due (Ulivo / Rifondazione) e impostato un rapporto tra molti, ovvero l'insieme dei soggetti, sociali, sindacali, di movimento, che nei percorsi concreti delle lotte per la pace e nel conflitto sociale, si sono incontrate e hanno intrecciato relazioni. I confini si fanno mobili e le influenze del movimento e del conflitto sociale penetrano e conquistano parti dello schieramento politico e di quello sociale di riferimento del centro sinistra. E' possibile, quindi, aprire, a livello nazionale e nei territori, un confronto programmatico tra tutti queste soggettività con l'obiettivo di costruire un rapporto in cui pesi la massa critica dell'insieme delle forze che si sono incontrate nei percorsi del movimento e del conflitto sociale.

La sinistra di alternativa

Dobbiamo intendere qual è il centro dello scontro: per noi è la natura della società che le destre propongono. Questa natura è l'estremizzazione della precarietà che non coinvolge più un settore specifico della società, per quanto largo, ma si fa condizione generale dei tempi di lavoro e di vita. In termini schematici, possiamo dire che la precarietà sta alla società postfordista come la parcellizzazione a quella fordista. Dobbiamo rompere la separazione e l'autonomia del politico. E ciò anche sul tema di quello che è definito "l'antiberusconismo". Noi dobbiamo connettere le tendenze postdemocratiche e le tendenze sociali regressive proponendo, così, un'altra idea "dell'antiberlusconismo" che non separi i vari aspetti ma li incroci.

E, ancora oggi, il nostro vero punto di ricerca e di iniziativa deve consistere nel ricostruire la capacità di presa dei movimenti nella società e, nel medesimo tempo, di influenza nella sfera politica.

Anche la sinistra di alternativa va costruita dentro questo nuovo quadro: a partire dal referendum e dall'insieme delle relazioni costruite nel movimento e nel conflitto, dentro questo processo di confronto tra le opposizioni politiche e sociali.

E il tema del Partito non può rimanere fuori da questa discussione complessiva sulla nuova fase che si apre e la linea politica da assumere: il tema della sperimentazione e dell'innovazione, il rapporto con il giornale, tra il centro e la periferia, tra le diverse componenti. E su questo dedicheremo una sessione specifica della discussione dei gruppi dirigenti, a partire dalla prossima direzione e dal Comitato Politico Nazionale del 28 e 29 giugno.

Fausto Bertinotti
Roma, 17 giugno 2003
da "Liberazione"