E'chiara a tutti la difficoltà di questo dibattito. Viviamo una situazione difficile, che tuttavia non ci esime dall'indicare alcune prospettive, già a partire dal prossimo Cpn. L'obiettivo è impostare una ricerca capace di padroneggiare la parte "alta" di questa nostra discussione, cioè un'analisi di fase e di grandi nodi politici, ma anche la parte "bassa", che non significa meno nobile, ma in grado di avviare quella sperimentazione di cui abbiamo assoluto bisogno. Da questo punto di vista, la proposta del convegno, avanzata da Ciccio Ferrara nell'introduzione mi sembra un'occasione da prendere sul serio. Penso a un convegno di grande rilievo, di almeno due giornate e mezza sul modello dei grandi convegni classici degli anni 70. Che abbia a disposizione almeno tre o quattro mesi per essere pensato, che si avvalga di relazioni esterne, che faccia vivere competenze, anche internazionali e provi a cimentarsi con la teoria. L'asse dovrà essere quella del rapporto tra Partito e Società a partire dall'esperienza del '900 e assumendo almeno la dimensione europea.
Viviamo un processo di globalizzazione, e di sua crisi, che ha come effetto immediato quello di eliminare i margini di mediazione, ridurre le possibilità, anche minime, di modificazione e di abbellimento del sistema. Anche un intellettuale come Giorgio Ruffolo arriva ora alla nostra stessa conclusione rispetto alla globalizzazione, di un fenomeno che uccide "definitivamente" il riformismo e lo getta in una prospettiva incerta. Questa difficoltà interroga anche noi, non già sulla strategia quanto sulla difficoltà immediata di conseguire risultati, di ottenere vittorie parziali.
A questa difficoltà si aggiunge quella imposta dal sistema dell'alternanza. Lo schema bipolare ti preme in continuazione sottoponendoti a una domanda esasperante: a cosa servi, a cosa mi servi? In realtà, il regime di alternanza, che rimane un'espressione coerente dell'attuale sviluppo della globalizzazione, diviene un elemento demolente di un partito di alternativa. Una sfida permanente per un partito come il nostro che, in un contesto simile, si gioca sempre la sopravvivenza rischiando davvero di scomparire.
Ovviamente questa analisi non esaurisce la nostra esperienza concreta, i nostri limiti, come siamo noi veramente. Da quest'angolazione abbiamo bisogno di un punto di partenza univoco, essenziale anche per valorizzare le diversità di impostazione o di propensione all'analisi. Ma un punto univoco ci vuole e questo oggi non può che essere la constatazione del nostro deficit di innovazione. La nostra crisi dipende da questo ed è su questo che dobbiamo definire un percorso di verifica. Solo se riconosciamo che il punto di snodo è qui possiamo tentare di analizzarne le cause per rimuoverle. Il deficit di innovazione è anche quello che sorregge l'impostazione dell'autoriforma del partito, passaggio ineludibile della prossima fase.
Il punto di partenza resta quello del movimento, sapendo però che non abbiamo risolto il problema del rapporto reciproco tra quello e noi. Voglio dire: ci abbiamo veramente "beccato" nel coglierne la dimensione, riuscendo a investirci non solo forze ma la nostra stessa politica. Ma abbiamo pensato che ciò potesse automaticamente far crescere il partito. Questo non è successo. Certamente possiamo tracciare alcuni elementi positivi: ad esempio, la promozione delle compagne da un lato, e la crescita di una nuova generazione di quadri giovani, dall'altro, che hanno costituito un successo, sia pure parziale, del progetto dell'ultimo congresso. Resta il dato generale: la fisionomia del partito, così riconoscibile in quanto comunità aperta nelle feste di Liberazione e nelle manifestazioni nazionali, non muta nella vita quotidiana dei circoli e delle Federazioni. Le nostre strutture, vale a dire, non sono accoglienti, non sanno rispondere alle istanze dei giovani, per esempio, che provengono da esperienze di movimento. Nè si tratta di una questione contingente o che dipenda dai compagni e dalle compagne dei circoli: ha a che fare con il nostro impianto d'insieme. A cominciare dal consistente gap tra il consenso d'opinione di cui disponiamo - diciamo pure, la simpatia da cui siamo circondati - e il consenso organizzato (voti, iscritti) che riusciamo a realizzare. Io non sono certo tra coloro che irridono all'alone, appunto, di simpatia che spesso emerge nei nostri confronti nelle iniziative pubbliche, nelle feste, talora, per quel che valgono, negli stessi sondaggi d'opinione. Nè sottovaluto il fatto che siamo la forza politica con la forbice più larga tra le intenzioni dichiarate di voto e quelli poi effettivamente espressi. Ma perchè tutto questo stenta a trasformarsi in consenso partecipato? Vorrei provare a rispondere a questo interrogativo, facendo mia la sottolineatura del compagno Sorini: il Prc non è un caso a sè, nel mondo e in Europa, tutti i partiti comunisti o d'alternativa hanno problemi analoghi ai nostri. Ciò per evitare ogni tentazione di "solipsismo provinciale", ma per vedere la questione in tutta la sua durezza.
In questa crisi, sono rintracciabili ragioni di carattere generale, che cioè attengono alla natura del Partito "in quanto tale", se così possiamo dire, e alla sua vicenda novecentesca.
In primo luogo, è evidente la difficoltà generale di trasmettere una cultura alta del fare organizzato. Dagli anni 80 in poi, si è manifestata una cesura, una discontinuità, un'interruzione forte: un patrimonio "organico" di nozioni si è in gran parte dissolto, lasciando in eredità forme e culture povere. In parallelo, è visibile la rinuncia, che nel frattempo è intervenuta, a intervenire sui temi dell'organizzazione del lavoro politico. Il nostro modello organizzativo resta tutto e solo verticale, piramidale, separato dal resto della società: non siamo stati capaci neppure di prospettare, nei nostri assetti organizzativi, l'equivalente di quel che in un'impresa è una isola di montaggio (le sperimentazioni di gruppi di lavoro che sostituivano la struttura parcellizzata, e fondata sulla separazione di direzione ed esecuzione tipica del taylorismo, ndr). Siamo prigionieri, alla fin fine, di un'architettura d'altri tempi, che in altri tempi aveva una forza, nel bene e nel male, e un'efficacia che oggi non si danno.
In terzo luogo, c'è l'irrisolto problema del pluralismo in un'organizzazione democratica. Non è vero che la struttura correntizia è l'unica alternativa al centralismo democratico. Non è vero neppure che il problema centrale è se le correnti ci sono o non ci sono. Il problema vero è l'assenza di ogni discussione di fondo sulle regole - sulla forma - che il Partito dovrebbe darsi, nel caso in cui decidesse formalmente di riconoscere le correnti organizzate. Cito ancora un'affermazione del compagno Sorini: che richiama alla necessità\utilità di individuare sempre il «nucleo di verità» sempre presente in ogni posizione. E' una formula suggestiva, che vale anche per me. Ma in questo caso non possiamo sfuggire alla domanda sulla latitudine all'interno della quale si può e si deve operare questo recupero, diciamo così, "universalistico". Noi veniamo da una storia drammatica, da vere e proprie tragedie che hanno sgenato il secolo scorso: intendiamo ereditare anche il «nucleo di verità» dello stalinismo, o di un suo pezzo? Io credo di no. Ma non è qui, nell'irrisolto rapporto tra la necessità dell'apertura e il bilancio rigoroso del passato, che si annida un "tarlo" anche drammatico della nostra stessa ricerca?
Per creare un buon clima, ha detto qualche compagno, ci vuole un'intesa politica unitaria. Non sono d'accordo: un buon clima, nel partito, ci dev'essere anche quando c'è dissenso. Dobbiamo imparare a convivere, a lavorare insieme, sia quando c'è l'unità (che è sempre ovviamente preferibile) sia quando ci sono divergenze. E dunque: il pluralismo, invece che correnti, potrebbe produrre tendenze. Aree politico-culturali che liberamente si compongono, e si scompongono, senza cristallizzarsi od ossificarsi. Perchè non decidiamo la piena valorizzazione di queste tendenze? Riviste, convegni, iniziative: sono strumenti utili che possono tutti esser riconosciuti, con regole chiare e trasparenti, e tutti compatibili con l'attività centrale del partito. Si pone qui la questione, richiamata da Mantovani, dell'utilità di una rivista del partito, che chiede un profilo pluralistico e una costruzione complessa. Non penso, invece, che nello stesso giornale quotidiano possano convivere una finalità di informazione alternativa e il confronto politico interno. In questo senso, una Liberazione omnibus sarebbe soprattutto un pasticcio.
Anche a questa domanda, politica ed operativa, la risposta non può che essere mondiale, internazionale ed europea. Non possiamo prescindere, però, da un primo problema: è evidente che i movimenti - e noi in essi - faticano a raggiungere risultati significativi. E' il tema dell'efficacia della politica, che si ripropone al termine di questo ciclo, dove la nascita del movimento "post900", antagonista alla globalizzazione, motore della grande mobilitazione mondiale contro la guerra, è stata la novità saliente. E' pur vero che il movimento ha anche saputo trascinare la ripresa del conflitto sociale: ma senza che esso riuscisse ad avere un carattere davvero generale, o vincente. Basti guardare alla Francia, dove la mobilitazione sulle pensioni è molto alta, ma dove Raffarin prosegue dritto sulla sua strada. O alle difficoltà, da noi, della lotta dei metalmeccanici. Movimento, sindacati, partiti non riescono, insomma, a costruire quella "potenza democratica" mondiale e nazionale che è oggi necessaria.
L'altra questione è la precarietà sociale: la fase è di mutamento storico di tutti i soggetti, di tendenziale precarizzazione di tutte le classi subalterne. Rispetto al tema dell'insediamento sociale del Partito, non basta mettere in fila i soggetti, aggiungendo i nuovi a quelli tradizionali: il punto è la connessione tra questione sociale e politica, è la difficoltà dello stesso movimento a dotarsi di istituzioni durevoli. Ha ragione Ramon Mantovani quando descrive il percorso che abbiamo prospettato - il dialogo con l'Ulivo - non come una "operazione politica", ma come un processo complesso di rottura della separazione tra sfera sociale, resa attiva dal movimento, e sfera politico-istituzionale, "oggettivamente" oggi scomposta.
Quattro questioni conclusive da scrivere sulla nostra prossima agenda, che sono altrettanti punti di rapporto.
L'impegno è costruire, a fianco dell'iscrizione al partito e alla sua vita organizzata, nuove forme di organizzazione della socialità, capaci di interagire con il partito e di essere in esso coinvolti. Luoghi come Case del popolo, Case della cultura, aggregazione di immigrati, promozione di tutela e di assistenza: si tratta di andare al più presto ad una vera mappa di ciò che abbiamo costruito, e soprattutto di ciò che possiamo mettere in campo
Siamo la forza politica meno dotata di "collateralismi" che ci sia stata nella storia italiana: siamo ben al di sotto del Psiup e di Dp, dal punto di vista della presenza di nostri compagni e\o quadri in organismi dirigenti, nazionali e periferici, del sindacato, delle associazioni, e così via. Abbiamo subito, è vero, la contrazione dovuta alla scissione del '98. Ma abbiamo soprattutto pagato il prezzo delle nostre scelte strategiche.
Paradossalmente, forse, è il terreno al quale attribuiamo minor valore strategico, ma sul quale stiamo meglio. Ma attenzione a un problema endemico: a proposito della tendenza a presentare come candidati-sindaco i nostri segretari di federazione, dobbiamo dire che non abbiamo in numero sufficiente donne e uomini "pubblici". Oltre i nostri quadri, non riusciamo ad articolare profili adeguati. Siamo ancora centralistici, temiamo la contaminazione.
Dovremo andare ad una discussione specifica della Direzione sui problemi del giornale. Lo faremo, spero, senza ripetere la discussione delle scorse settimane (da Cofferati al Corsera), ma proiettando quei nodi sul terreno più generale della lotta per un'informazione diversa e democratica: così come si tratta di riflettere criticamente sul partito, i suoi iscritti e i suoi risultati elettorali alla luce della crisi della democrazia italiana, così bisogna ragionare sui nostri strumenti di informazione (e formazione), a cominciare da Liberazione, il suo ruolo, la sua influenza nel quadro della lotta contro la "desertificazione", della rottura dello schema dell'enclave. Ma sarà bene mettere all'ordine del giorno anche la Televisione alternativa, a cui si sta pensando - e iniziative come «Transform». Quanto alla formazione, se dovessimo pensare ad una vera e propria scuola (a parte l'eccellente lavoro portato avanti in questi anni dal compagno Dado Morandi), non la proporrei sul modello Frattocchie, ma su quello del Forum Sociale di Firenze, o di Porto Alegre, per intenderci.
In conclusione: non saltiamo le difficoltà. Partiamo dal dato di fatto che oggi l'iscrizione ad un partito come il nostro è un altro che va in radicale controtendenza. Discutiamo del perché è venuto meno quel collante straordinario che si chiama "appartenenza". E avviamo da subito una mappa dell'innovazione condivisa, sulle due linee - guida sopra riportate: l'organizzazione della socialità, l'avvio e il consolidamento di rapporti di Rete. Lavoriamo e poi verifichiamo l'esperienza compiuta: l'unico metodo efficace che si conosca.