La sconfitta referendaria e il risultato poco brillante alle elezioni amministrative richiedono una riflessione rigorosa sulla nostra politica e sullo stato del partito. Dopo due anni di grandi movimenti sociali, di cui siamo stati parte attiva, il partito si ritrova più fragile elettoralmente, organizzativamente (perdiamo iscritti) e nel suo radicamento sociale, sindacale e di classe (questione primaria per un partito comunista). Non basta dire che non vi è automatismo tra lotte sociali e voto politico: perché allora Ds e PdCI, che certo non sono stati avanguardia dei movimenti, aumentano in voti e percentuali? Tutta colpa del voto utile e della morsa bipolare (che certo incidono), o c'è anche un problema di credibilità complessiva del Prc, percepito dai lavoratori più come "radical" che come partito di classe? C'è forse una sopravvalutazione del radicalismo dei movimenti e della loro coscienza politica? Ciò chiede al partito comunista non di accodarsi o diluirsi in essi, ma di starvi con una propria autonomia di battaglia politica e ideale.
La vittoria Usa in Iraq ha provocato un contraccolpo negativo sul movimento contro la guerra, che va riorganizzato a partire dall'esigenza di solidarizzare con la resistenza del popolo irakeno e di contrastare la politica di Berlusconi, di cui va colta tutta la pericolosità. Riproponiamo la chiusura delle basi militari Usa e Nato, strumento concreto dell'interventismo imperialista, e l'allontanamento di tutte le armi di sterminio dall'Italia. Il primo punto che va verificato nel confronto programmatico - prima con le forze rappresentative dei 10 milioni di sì (lì ci sono le basi per una sinistra di alternativa), poi con l'insieme del centro-sinistra - è quello del disarmo e di una collocazione dell'Italia contro il sistema di guerra. Se non sarà possibile un accordo programmatico e di governo (che, stante l'orientamento maggioritario nell'Ulivo e nei Ds, vedo assai improbabile, a meno di una nostra devastante capitolazione strategica), non va comunque escluso l'obiettivo minimo, ma essenziale, di un'intesa politico-elettorale per cacciare Berlusconi, e oggi - prioritariamente - di una opposizione unitaria e determinata. Non siamo per il tutto o niente, valuteremo sulla base dei fatti "l'accordo possibile".
Il partito ha bisogno di maggiore radicamento nei luoghi di lavoro e nelle scuole; di maggiore investimento sulle sue risorse umane, con una azione sistematica di formazione dei quadri; di maggiore unità e solidarietà interna, che in un partito con tante anime si persegue bandendo ogni tentazione "maggioritaria" e leaderistica ed ogni esasperazione correntizia, con più collegialità e spirito di sintesi nei metodi di direzione, al centro e in periferia. Promuovendo un dibattito teorico serio e rigoroso (non crociate ideologiche) in cui i diversi filoni di pensiero sappiano "ascoltare" le verità interne di ognuno. L'innovazione, quella vera, si misura sui risultati.
Il "caso" Grimaldi è un atto grave di censura politica, che ha provocato in pochi giorni una lettera di protesta sottoscritta da oltre 1.300 persone. La ferita può e deve essere sanata recuperando - come annunciato - un rapporto corretto di collaborazione, consentendo intanto a Grimaldi di dire la sua, su Liberazione. Il giornale dev'essere di tutto il partito, nel rispetto degli orientamenti di maggioranza, con uno spazio adeguato riservato al dibattito interno e all'approfondimento.
Condivido l'assunto di fondo della relazione di Ciccio ferrara: il deficit di innovazione che caratterizza l'insieme della nostra impresa. Vale anche per Liberazione: che tipo di innovazione ci serve? Qual è il giornale da fare nella prossima difficile fase che ci attende?
Anche Liberazione, come il Partito deve guardarsi dai due rischi che incombono: la tentazione settaria, identitaria, di arroccamento, da un lato, il risucchio omologante, nella sinistra del centrosinistra, dall'altro lato. Ciò implica un giornale più caratterizzato e più "informato", nel senso della sua capacità di dettare una sua agenda delle notizie. Un giornale alternativo, incentrato sugli eventi e l'inchiesta sociale, che sa interpretare, connettere, orientare. Un giornale plurale, come è il nostro Partito, che sa interloquire con l'esterno e rappresentare, anche in anticipo, i movimenti e le loro domande. Aperto, capace di ricerca, ma non indifferenziato. Nè generico nè "generalista", ma "necessario". Un giornale di questo genere è difficilissimo da fare: richiede un surplus di progetto, di lavoro paziente, un tessuto ampio di relazioni e di fonti.
Quanto allo stato attuale del giornale, esso a mio giudizio non è buono. Non possiamo considerare soddisfacente l'andamento attuale delle vendite, nè sottovalutare il nostro malessere politico. Un giornale, per andare avanti. ha bisogno di una bussola, come diceva Luigi Pintor, che è qualcosa di più forte, perfino, di una linea politica chiara. In assenza di una verifica collettiva e di una via d'uscita positiva, in presenza del rischio che la sintonia con le posizioni di maggioranza del Partito risulti alla fine penalizzante, quel che si profila è l'esaurimento della direzione nominata cinque anni fa: parlo, naturalmente, della mia persona e della responsabilità che mi concerne.
Da dieci anni discutiamo del nostro partito. Eppure i problemi del partito, le sue "patologie" si sono aggravati. Le soluzioni organizzative che abbiamo varato (fin dal '97 a Chianciano) hanno fallito gli scopi dichiarati. La ragione è di fondo: nessuna delle patologie che riconosciamo può essere affrontata in termini organizzativi, a prescindere dalla linea e prospettiva politica che si persegue. Prendiamo il nodo centrale del radicamento. Noi siamo un partito leggero, con debolissime radici sociali, in particolare nel movimento operaio. Lo sviluppo dei movimenti di questi due anni ha paradossalmente aggravato questa debolezza. Nella Cgil siamo molto più deboli oggi di sette otto anni fa. E la nostra debolezza non è solo quantitativa, ma di ruolo: in Francia o in Argentina organizzazioni assai più piccole del Prc svolgono un ruolo di rilevanza nazionale. E' un deficit drammatico che penalizza non solo il nostro partito (persino elettoralmente) ma soprattutto il movimento operaio e i movimenti di massa: perché senza l'emergere di una direzione alternativa le migliori potenzialità sono destinte alla dispersione.
Se questo è il nodo possiamo pensare di affrontarlo con ingegnerie organizzative, per di più fondate sul principio della diluizione delle strutture del partito nei luoghi di movimento? No. Quel nodo può essere affrontato solo se, finalmente, dopo dieci anni, assumiamo la cultura e la linea leninista e gramsciana di egemonia, di battaglia alternativa nei movimenti e nelle organizzazioni di massa come asse di costruzione e radicamento del partito. Il punto di partenza deve essere sempre: quale proposta d'azione (in fatto di obiettivi, forme di lotta, forme d'organizzazione) avanziamo tra i lavoratori e nei movimenti, in alternativa agli apparati o alle direzioni che li controllano? Questa tematica non solo oggi è assente, ma è esplicitamente negata, nella teoria e nei fatti. Lo abbiamo visto in occasione del referendum, quando un'iniziativa in sé giusta e potenzialmente feconda per lo stesso radicamento del partito è stata vista non come occasione di rafforzamento di una necessaria battaglia alternativa tra le masse su terreno centrale della lotta di classe, ma come surrogato istituzionale. Da dieci anni la costituzione materiale del nostro partito si basa su un principio abnorme: quello per cui la maggioranza congressuale ha il monopolio non solo della gestione e rappresentanza de Prc ma persino dello spazio pubblico del suo dibattito (Liberazione, feste nazionali di Liberazione, convegni nazionali e seminari eccetera); mentre la minoranza, che pur è tollerata, è privata del più elementare dei diritti, quello di un confronto paritario delle idee, quello di poter diventare maggioranza. Invece di tante "innovazioni" fumosamente evocate da dieci anni (e spesso mai attuate) ne propongo una, immediata, semplice e concreta: fare di Liberazione il giornale di tutto il partito.
Ai problemi posti da Ciccio Ferrara nella relazione introduttiva, non possiamo accostarci che con modestia anzi umiltà, data la loro portata.
Ho apprezzato che le questioni siano state poste chiamandole per il nome che hanno. Credo che in molti casi, non vi siano solo i problemi citati, che pure esistono, ma vi sia uno scontro politico per posizioni diverse, su questioni di fondo, che spesso si tenta di nascondere con motivazioni identitarie. Proprio in uno dei casi citati da Ciccio, anche per rendere giustizia ai compagni della federazione di Civitavecchia, bisogna dire che lo scontro si è verificato sulla scelta di alimentare la centrale a carbone oppure no.
Mi è sembrato giusto partire da una contestualizzazione della riflessione sul partito, tenendo conto del dibattito della precedente direzione.
I problemi che ha davanti l'innovazione del partito sono appunto quelli di come intercettiamo il disagio che c'è, di come possiamo sollecitare quello che non c'è, di come contrastare la pervasività del capitalismo globale e porre ad essa nuovi confini, vista la penetrazione che ha prodotto anche in gran parte del centrosinistra, ragione per cui la prospettiva della possibile alleanza per le prossime elezioni si pone in termini drammatici. Non dobbiamo trovarci nella condizione di subire un'alleanza insostenibile o di trovarci fuori da questa prospettiva a priori, per questo vanno ribadite le conclusioni del segretario all'ultima direzione, con le quali indicava la necessità di avviare da subito un percorso di confronto con il centrosinistra, che può portare ad un'alleanza oppure no, senza nessuna posizione pregiudiziale.
Dobbiamo costruire un partito che per misurarsi con la complessità della società di oggi deve proporre una ricomposizione dela sfera sociale e di quella politica.
Abbiamo bisogno di un reale collegamento tra settori di lavoro, compresi gli Enti Locali, che, anche oltre il livello regionale, gestiscono oggi scelte politiche sempre più di carattere generale. Dobbiamo mettere in discussione l'organizzazione del lavoro nel partito, recuperando anche il contributo che era venuto dalla conferenza delle donne ed individuare "spazi liberati", come quelli delle feste, che richiamano questioni culturali, modi e tempi della politica, riguardanti non solo la militanza delle donne ma anche dei giovani e degli stessi lavoratori sempre più in difficoltà nel ritagliarsi spazi per la politica.
Non si può separare l'analisi delle difficoltà di insediamento sociale dalle trasformazioni sociali intervenute né cancellare l'investimento che abbiamo fatto nel movimento. C'è il rischio di una rinchiusura in un'idea di partito tradizionale e autosufficiente che non fa i conti con la crisi della politica e dei partiti di massa. Occorre ripartire dai luoghi del conflitto e da come il movimento ha agito in essi.
Una riflessione va fatta sul Mezzogiorno dove, il riemergere delle vecchie classi dirigenti e i meccanismi tradizionali del consenso, devastano il rapporto tra politica e bisogni sociali, soprattutto nelle aree popolari. Occorre una capacità vertenziale autonoma rompendo la separazione tra azione sociale e istituzionale. Vanno fermate le logiche correntizie, con una parte del partito che ha il dovere della gestione e dell'efficacia dell'azione politica e un'altra che fa solo corrente con una pratica di opposizione non dichiarata nella stessa maggioranza. Su Liberazione non è in discussione l'autonomia: in un giornale pluralista, ma di partito, l'autonomia è quella della creatività professionale e dell'arricchimento della ricerca, non è autonomia dalla linea e dal progetto politico del partito. A Liberazione spesso è successo il contrario e su punti non secondari (analisi delle destre, girotondi, Cofferatismo, Ulivo) con prese di distanza dalle posizioni più vicine alla linea del partito. Serve, quindi, una discussione su quale giornale, per la nuova fase politica in un rapporto più stretto con l'intero partito tale da far vivere a tutti Liberazione come il proprio giornale.
Nella relazione è stato giustamente affermato che non è possibile riflettere sullo stato del Partito senza tenere conto della linea politica, rinviando al CPN quest'ultima riflessione. Sono d'accordo, ma penso che sia utile almeno accennare ad una riflessione politica perché, se è vero che il Partito è in difficoltà (dalla scissione del '98 subiamo un calo o, nel migliore dei casi, una tenuta, sia di voti sia di iscritti), è altrettanto vero che la nostra difficoltà appare ancora più evidente se pensiamo che negli ultimi tre anni abbiamo assistito, sostenuto e spesso guidato la crescita dei movimenti compreso quello operaio; come mai tutto ciò non si è tradotto in voti o iscritti, anzi, a beneficiarne sono stati i partiti della sinistra moderata? Il problema è che pare che nessuno si interroghi sul fatto che nonostante i giovani, i lavoratori ci abbiano capito benissimo, anzi provino simpatia per le nostre battaglie non decidano di aderire, con il voto o l'iscrizione al partito e che il problema non risieda tanto nel vestito con cui ci presentiamo ma in una linea politica troppo spesso altalenante, slegata dai bisogni materiali, una linea che disorienta e, alla lunga, ci rende inaffidabili, superflui, inefficaci. Nella relazione è stato coraggiosamente sollevato il problema della conflittualità nel Partito. Si propone di trovare una soluzione condividendo il rispetto delle diverse posizioni e, contemporaneamente, tutelando il Partito rispetto alla linea politica sulla base del voto prevalente. Sono d'accordo e penso sia la strada giusta ma bisogna intenderci sul significato di prevalente. Se, com'è successo nel Partito in Piemonte, il prevalente viene usato come clava per sfiduciare un compagno capogruppo regionale reo di non essere in sintonia con il segretario regionale, non ricercando un'intesa ma esercitando una sorta di maggioritario, se per prevalente si intende questo metodo, allora non ci sto. Su Liberazione penso che la direzione di Curzi abbia valorizzato e qualificato il giornale. Non capisco le polemiche rispetto ad una linea del giornale diversa da quella del Partito. Non me ne sono accorto, penso al contrario che il problema di Liberazione sia di essere troppo blindata rispetto alla linea del Partito. Non mi riferisco solo al "caso" Grimaldi non certo "licenziato"perché troppo in linea, ma al fatto che sul giornale, specie sulle questioni internazionali, è rarissimo trovare articoli non "ortodossi"
Difficoltà nell'insediamento e nell'agire, nella vita democratica, partecipazione, tesseramento, relazioni: un quadro di negatività impressionante quello presentato dal compagno Ferrara. Unito a quello delle elezioni (decine di migliaia di voti persi rispetto al 2001), al referendum, riporta alla politica, al ruolo e al suo rapporto di massa.
Parla della verifica post-congressuale, dei risultati di quanto "seminato", non riconducibili al dilemma - tanta o poca innovazione - ma a quella prodotta e come (un partito che non s'innova è destinato a sparire).
Il circolo, si è detto, non è più il centro dell'iniziativa: va recuperato rapidamente questo ruolo vitale. Ma come non vedere in ciò la conseguenza della centralizzazione affermatasi, frutto della logica oligarchica del modo di fare politica ed essere organizzazione, che fa venir meno la partecipazione di iscritte e iscritti? Non c'è più la direzione politica ed organizzativa del partito: esistono più direzioni espressione della pratica da partito di correnti (altroché democrazia, tendenza, che se tali fossero dovrebbero essere garantite nella loro espressione).
Il partito non ha più rappresentanza in Cgil: lacrime di coccodrillo, vista la non tutela espressa quando venivano fatti fuori anche dall'operato di lavoro e società.
Problema vero resta però l'agire (o per meglio dire lo scarso se non nullo agire) del partito nei confronti del mondo del lavoro: quale politica, urgente in un momento come questo come il diritto al lavoro viene tradotto in precariato, quale l'iniziativa del dipartimento per il suo insediamento nei luoghi di lavoro, quante consulte lavoratrici/i costituite, quanti compagnei direttamente in produzione negli organismi dirigenti ai vari livelli?
Progressiva la perdita di voti nelle elezioni amministrative: urge una nostra politica ai vari livelli istituzionali.
Ringrazio i compagni che sono intervenuti, anche con severe critiche, sul tema del nostro giornale e sulle sue prospettive. Alcuni, molto opportunamente, hanno sottolineato l'intreccio esistente tra il quotidiano e la difficile opera per una innovazione del partito. Fare un giornale alternativo, strumento di corretta e completa informazione in un paese dove la democrazia appare sempre più malata, ed essere contemporaneamente stimolo a una battaglia delle idee, che sappia reagire alla desertificazione sociale: è il compito che ci è stato affidato direttamente dal nostro editore politico e indirettamente (ma non certo con minor peso) da quei movimenti - la seconda superpotenza mondiale - che sono la vera novità di questo inizio di millennio.
In questa riunione della Direzione, unica sede a cui dobbiamo rispondere del nostro operato politico e professionale, "Liberazione" si presenta con risultati positivi. Chiuso in parità il bilancio dello scorso anno, grazie ai lettori che non ci hanno abbandonato nonostante l'aumento del prezzo di vendita, oggi dobbiamo affrontare - nella difficile fase di crisi del riformismo e nel regime di alternanza - il "percorso" di un nuovo rapporto con l'Ulivo. Discussioni, polemiche, malesseri non sono mancati anche al nostro interno e, a volte, fra me e il gruppo dirigente del partito. Li abbiamo, però, superati senza ipocrisia. Rina Gagliardi ha invocato la bussola pintoriana indispensabile per dirigere un quotidiano di alternativa. Ha certamente ragione, ma è rileggendo le note di Gramsci su quello che deve essere un giornale popolare, che possiamo trovare la bussola.
L'oggetto della relazione di Ferrara - lo stato del partito - concerne questioni molto complicate. Su determinati punti permangono tra di noi giudizi e idee differenti, anche se nel complesso le linee del nostro dibattito potrebbero convergere. Mi auguro una conclusione unitaria del prossimo Cpn, dal quale è necessario scaturisca un'indicazione politica che sancisca un percorso di unità col fronte referendario e, dunque, una rinnovata proposta per una vera sinistra alternativa. Occorre ad esempio tenere in piedi i Comitati per il Sì, valorizzarne la portata unitaria e di classe e, per questa via, consolidare un peso contrattuale nella trattativa di programma col Centrosinistra. Sul partito discutiamo perché vogliamo migliorarlo, renderne più efficace l'azione. Ma, rispetto a tutto questo, c'è una precondizione: va definitivamente chiuso il congresso, bisogna affrontare di petto e in modo equilibrato le principali situazioni locali di sofferenza. Ci sono casi aperti da oltre un anno, che non possono essere ulteriormente trascinati (pena lo sfascio di pezzi di partito): ciascuno di noi deve rinunciare a qualcosa, pur di conseguire un risultato. Ed è cosa vana lamentarsi ora dell'esistenza di correnti. La verità è che c'erano anche prima (campeggi, feste, riviste ecc.) e alcune esistevano come gruppo organizzato addirittura prima della nascita del Prc.
Alcune questioni mi paiono particolarmente urgenti:
Questi sono i problemi. E il punto di riflessione non è tanto l'innovazione in sé, quanto piuttosto quale innovazione. Inoltre, non si deve utilizzare il processo innovativo come strumento di battaglia politica. Ad esempio: il circolo di Rosignano, in provincia di Livorno, è un classico modello di "conservazione" (feste, tesseramento, porta a porta, sede propria ecc.), è protagonista di una gran mole di iniziative e porta ottimi risultati. Bene, intendiamo arricchire o smantellare questa realtà? Il fatto è che, se vogliamo evitare derive "nuoviste", non dobbiamo considerare in termini miracolistici l'innovazione. Una parola conclusiva sul nostro giornale: esce tutti i giorni ed è naturale che possa incappare in errori. Ma è ben vivo, se è vero che vende 3 mila copie in più rispetto a quando non c'erano Curzi e Gagliardi (più 25%). Anche qui: occorre un nuovo clima.
Svolta o rottura. In un contesto diverso, mi sembra che il “vecchio” slogan illustri bene la situazione in cui ci troviamo. Laddove la svolta significa il netto approfondimento dell’apertura ai movimenti e dell’innovazione, mentre la rottura rappresenta l’arretramento tanto di linea politica che di modelli organizzativi che sarebbe determinato dal fallimento della prima opzione. Per uscire dalla metafora, quindi, credo che la discussione sullo stato organizzativo del partito sia direttamente legata alla verifica degli assi strategici del nostro orientamento politico: della coppia movimenti-sinistra alternativa. Se non perseguiamo un percorso di sperimentazione funzionale a questi assi di lavoro, se la fase di “stallo” dell’innovazione si protrae, l’arretramento politico e organizzativo sarà inevitabile. Non si può restare a lungo fermi in mezzo al guado, o si avanza o si arretra. A me sembra che la direzione di marcia indicata dal segretario nell’ultimo periodo, l’apertura di un confronto programmatico con l’Ulivo che prospetti perfino l’alternativa di governo, rischi di rappresentare esattamente l’arretramento temuto. Per quanto riguarda gli assi dell’innovazione e i percorsi di sperimentazione da avviare, infine, ne propongo schematicamente cinque:
Sono d'accordo con la relazione di Ferrara. Offre contributi e tracce utili per tutti nel Partito. L'analisi della globalizzazione e i suoi effetti perversi su donne, uomini ed ambiente sono la lente con la quale leggiamo la crisi della politica che perdura. E' la globalizzazione che sottrae sovranità alle istituzione centrali e locali e tutto il complesso della legislazione che vi si accompagna. Anche le difficoltà nella militanza, nelle iscrizioni al Partito sono da collocare in questa dimensione di crisi. Ciò vale per tutte le organizzazioni di massa, in specie quelle che più hanno tratti salienti di relazione con la democrazia rappresentativa.
C'è differenza tra l'iscrizione e militanza, peraltro intermittente, spesso anche perché le persone - anche le nostre - vogliono sempre di più decidere di stare e dare quando trovano interesse per cui vale la pena di spendersi. Il partito dunque deve essere attraversato da questa discussione profonda sui suoi limiti soggettivi. Pur tuttavia la discussione sarà feconda se si riuscirà a tener presente l'innovazione richiesta dal nuovo contesto.
Mi piace però partire non dalle cose che non vanno ma dalla ricerca collettiva di esperienze positive che indicano un percorso possibile: penso ai giovani comunisti, alla capacità di alcune federazioni di avanzare vertenze locali, soprattutto dove lo spazio aperto dai nuovi Municipi partecipativi induce ad appoggiarle sul conflitto sociale. Penso alla sperimentazione di alcune associazioni di critica radicale al neoliberismo che abbiamo contribuito a promuovere: Forum Ambientalista, Altraagricoltura, Transform e alla stessa esperienza dell'inserto di Liberazione, l'Insostenibile. In questo quadro del fare si possono superare i difetti correntizi e conservativi. Anche il nostro giornale in questo quadro deve sempre di più affermarsi come voce che contribuisce all'alternativa fuori dal bipolarismo.
Il quadro della situazione del partito fatto nella relazione introduttiva non è dissimile rispetto a valutazioni già fatte in precedenza, anche prima del congresso. Siamo giunti ad un punto in cui, o sperimentiamo seriamente e senza timore l'innovazione, o rischiamo l'immobilismo e di conseguenza il rinsecchimento del partito. Se tutto è cambiato, non siamo stati in grado di immettere nel partito la conseguente e necessaria innovazione. Dobbiamo d'altra parte, interrogarci su come dare salvaguardia, continuità e sviluppo al buon lavoro, che, senza dubbio, c'è stato.
Nessuno può negare che il nostro partito somiglia ad una entità costituita per correnti con tutto ciò che questo produce: impermeabilità alle idee diverse, luoghi di dibattito separati, proprie campagne di iniziativa politica, tendenza alla blindatura, difficoltà nel distinguere il dissenso sul merito politico da quello nei confronti di un gruppo dirigente. Pratica quindi da mettere in discussione. Se non si sciolgono questi nodi ovviamente il processo dell'innovazione sarà più complesso e più lento. E' infatti necessario andare in mare aperto non avendo alcun tipo di formula predefinita. Alcune categorie che funzionavano in passato non è detto che funzionino anche oggi. Il concetto di circolo territoriale ad esempio. Oggi, in una grande città, cosa significa territorio? Vanno sperimentate altre e nuove forme con una elasticità che sia condivisa. Ad esempio circoli di scopo e tematici. Ma se non c'è il superamento della pratica correntizia il circolo di scopo diventa per forza di cose il circolo della corrente. Nella maggior parte dei casi, quando andiamo a proporre ai compagni e alle compagne dei circoli, come abbiamo ad esempio fatto a Roma per il circolo di Torpignatatra, nuove forme di organizzazione, queste vengono accolte con favore e curiosità. Anche rispetto al calo degli iscritti (non tra i Giovani Comunisti che al contrario registrano una inversione di tendenza), condizione che esiste da tempo e fa parte della crisi della politica la cui essenza va indagata in maniera seria ed approfondita, vanno inventate nuove forme di partecipazione. A Firenze abbiamo visto il consenso di una serie di soggetti più o meno politici. Lo stesso consenso per il partito non si è verificato. Non basta interrogarci sul perché, dobbiamo procedere nell'innovazione.
E' necessario interrogarsi sul partito alla fine di una fase che va da Genova al referendum. In particolare ci interessa capire come al grande ruolo del partito non corrispondono efficacia e consensi: problemi comuni a tante organizzazioni. Il modello di partito che abbiamo ereditato, istituzionale e di massa, concepito nella democrazia progressiva è inadeguato in una fase di regressione della democrazia, di mancanza di spazi riformisti, di precarietà diffusa e delle forme diverse della politica. Abbiamo difficoltà in uno dei settori fondamentali: il lavoro. Difficoltà oggettive derivanti dalla precarietà e del restringersi dell'agibilità che colpisce le avanguardie. Ciò è aggravato dal fatto che troppi nostri iscritti non fanno né attività sindacale né politica sul posto di lavoro e che molti nostri quadri sindacali sono autocentrati nella loro sigla sindacale. Va dunque ripensato la costruzione dei circoli rispetto gli obiettivi di riunificazione di classe. Sarebbe dunque utile indire per il prossimo autunno un conferenza (d'organizzazione) sul lavoro che coinvolga le compagne, i giovani, gli immigrati per decidere nuove linea politiche e organizzative che capitalizzino e diano continuità al referendum. Un altro punto dolente è il nostro lavoro nelle istituzioni locali, non sempre coerente ed efficace, che crea situazioni di conflitto nel partito e fuori: spesso non siamo in grado di stare dentro il maggioritario. Più in generale c'è da lavorare sull'identità del partito, su di una percezione non occasionale del nostro ruolo storico. Ed infine c'è difficoltà nel dibattito interno scoraggiato da atteggiamenti furbeschi fatti di propaganda e allusioni: come se, ad esempio, qualcuno non volesse il radicamento. Così si penalizzano i compagni che ogni giorno stanno in trincea. Ciò anche a causa di correnti trasformate in partito nel partito che producono un'inaccettabile ostruzionismo teso ad impedire il funzionamento degli organismi e del partito stesso.
Allo scorso congresso abbiamo deciso una svolta profonda sul piano politico, strategico ed organizzativo: al di là delle difficoltà incontrate dobbiamo avere consapevolezza che non ci si può fermare a mezza strada; fermarsi vorrebbe dire tornare indietro e rinunciare al nostro progetto di trasformazione. Il referendum ha messo in luce le difficoltà della situazione sociale, ma è proprio dentro la frattura sociale che si misura la nostra capacità di contribuire al mutamento dei rapporti di forza. Da questo punto di vista non posso che esprimere preoccupazione per alcune formule politiche comparse sulla stampa circa il nostro orientamento che, al di là delle intenzioni, rischiano di farci scivolare in dinamiche politiciste, allontanandoci dal compito centrale della costruzione della opposizione sociale e politica al governo e alle forze padronali.
Molte cose non vanno sul piano organizzativo, per questo anche innovare è d'obbligo; in positivo è giusto sottolineare l'ampiezza della campagna condotta dal partito sul referendum (a Torino abbiamo coperto un area di intervento larghissima e per la prima volta, dopo tanti anni, siamo riusciti a far convergere su questo tema lavoratori, intellettualità e forze politiche), e i successi ottenuti nella costruzione dell'organizzazione giovanile.
Per il resto il partito sconta limiti di capacità politiche a tutti i livelli, la parzialità delle esperienze, la difficoltà a superare vecchie impostazioni ed esperienze consolidate, il persistere di troppe situazioni locali dove tutto si svolge intorno al palazzo del Comune, il fatto che solo una parte dei nostri lavoratori è attivo sul proprio luogo di lavoro. Da una parte il vecchio funzionamento dei circoli territoriali, con qualche pregio, ma molti limiti, dall'altra nuove esperienze di collettivi, di commissioni, di lavoro più ampio su tematiche sociali, ma con enorme difficoltà delle direzioni a costruire da tutto ciò un vero progetto di sviluppo del partito e di costruzione dei luoghi del conflitto.
La vecchia identità troppo nominalistica ed ideologica, pur così importante per molti compagni, non può essere sufficiente; l'identità rinnovata non può essere che quella avanzata nel testo congressuale: essere parte della costruzione del progetto anticapitalista, della costruzione dell'autoorganizzzione democratica di massa.
La crisi del nostro partito è in atto già da diverso tempo. Questa crisi è conseguenza del fatto che il partito, in tutti questi anni, fedele alla linea politica che si è dato, ha messo mano alla distruzione degli organismi, per realizzare la costruzione di un partito leggero, dove l'abbandono di ogni riferimento al marxismo e alle sue forme storiche di organizzazione stanno portando alla destrutturazione del partito stesso. La cosa incomprensibile è che la linea mostra tutto il suo fallimento e questo gruppo dirigente continua a riconfermarla: così è stato fatto rispetto alla questione del rapporto con il movimento che si vuole ancora come stella polare della nostra azione politica, così abbiamo fatto con la costruzione della sinistra di alternativa, così ci apprestiamo a fare con gli accordi politico-programmatici con l'Ulivo, e così facciamo con il rilancio del partito leggero. Nessuno ha mai detto che qualcuno vuole sciogliere il Prc, anzi. L'invito di Bertinotti è di diventare "accoglienti" nei confronti dei movimenti, ma soprattutto di "cambiare pelle" altrimenti non potrà essere completato il percorso che porta alla definizione di un partito leggero che, per sua stessa definizione, deve avere scarsi valori ideologici e di classe. Non è esagerato paragonare questa fase di transizione con la svolta della Bolognina. Mentre i circoli sono stati svuotati con la mancanza di iniziative e quindi privati di radicamento e di presenza sul territorio, abbiamo aperto agli esterni e abbiamo chiuso spazi di democrazia al nostro interno. Noi dobbiamo lavorare alla costruzione di un partito organizzato che sia strumento per la trasformazione della società, che si ponga come forza autonoma di classe per dare forza reale alla propria classe di riferimento, i lavoratori, senza rinunciare a quella forma partito nata dall'esperienza del movimento operaio internazionale. E' per questo che si deve aprire un grande dibattito nel partito, impedendo la Bolognina di Rifondazione.
La relazione di Ferrara pone al centro l’innovazione come scelta prioritaria per il superamento delle difficoltà in cui versa il partito. Non ho nulla da obiettare rispetto a questa impostazione. Mi chiedo piuttosto, da un lato, quali sia l’effettiva situazione del partito. A mio avviso manca ancora un’analisi puntuale. Dall’altro mi chiedo se abbiamo una qualche idea precisa di cosa sia l’innovazione che vorremmo produrre. A tale riguardo ho la sensazione che siamo ancora allo stato dell’evocazione. Mi chiedo, ad esempio, che ne è stato delle indicazioni delle conferenze organizzative fatte a Chianchiano? Sono state praticate? Quali risultati hanno dato? Concordo col fatto che costruzione del partito e linea politica siano strettamente intrecciate. Ma a tale proposito vorrei richiamare alcuni rischi. Il primo è il rafforzamento crescente del bipolarismo sotto l’incalzare della necessità obiettiva di battere le destre: un rapporto unitario con l’Ulivo, che condivido, può anche favorire in una prima fase il rafforzamento elettorale de partito, almeno questo emerge dai dati delle amministrative, ma in prospettiva pone il problema di come consolidare la nostra identità., Ciò non può che investire le nostre stesse pratiche di massa. Ma anche su questo dovremmo riflettere perché se è vero che in questo ultimo periodo vi è stato un risveglio dei movimenti e delle conflittualità e che noi abbiamo avuto un ruolo importante è pur vero che i massimi beneficiari sono stati, almeno a guardare i risultati elettorali, i Ds. Sul piano strettamente organizzativo, c’è anzitutto il problema del Sud. Ancora prima delle elezioni sapevano che specialmente in Sicilia vi sarebbero state difficoltà poi confermate. Occorre o no un progetto per consolidare in quelle realtà il partito. Sul lavoro dipendente, il partito ha accumulato gravi ritardi che vanno rapidamente recuperati. Il terzo sono le singole realtà locali: il nazionale non può limitarsi a promuovere campagne senza porsi il problema della loro articolazione territoriale. Poi, non commettiamo l’errore di delegare unicamente alle nostre rappresentanze istituzionali il problema delle politiche locali: esso deve investire tutto il circolo.. Infine, sulla vita interna del partito, è difficile pensare a un suo rilancio quando in molte realtà importanti il congresso ancora non si è concluso e permane uno scontro molto duro. Sanare questa situazione è una delle principali necessità.
Lo stato preoccupante del partito discende direttamente dalla teoria e dalla pratica che si sono affermate negli ultimi anni, in particolare con lo scorso Congresso. Siamo ai minimi storici della nostra influenza nella classe operaia e nel movimento sindacale, i risultati delle amministrative e del referendum, i dati del tesseramento, dimostrano la nostra scarsa incidenza nonostante due anni di continua mobilitazione sociale e politica nel paese. Le teorizzazioni sul “nuovo movimento operaio”, sul rifiuto della battaglia egemonica e sulla disobbedienza hanno dato una giustificazione all’abbandono del lavoro di radicamento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università; di fatto il gruppo dirigente anziché contrastare l’indebolimento del partito, lo ha alimentato descrivendolo come una grande innovazione. E’ anche in crisi una logica “sostituzionista”, che tenta cioè di far sì che il partito si sostituisca alla classe. Il referendum ha costituito un classico esempio di questa politica: abbiamo rifiutato di condurre una nostra specifica battaglia nel pieno del movimento promosso dalla Cgil; abbiamo rinunciato a criticare e a mettere in discussione la gestione della battaglia per l’articolo 18, accettando la linea di Cofferati (scioperi centellinati e puramente dimostrativi, rifiuto dell’articolazione e della generalizzazione della lotta, mancanza di una piattaforma offensiva). Abbiamo rinunciato a tutto questo illudendoci che la campagna referendaria potesse sostituire questa battaglia complessa; l’esito è noto. Il voto dell’elettorato di sinistra per il referendum dimostra un’aspirazione a una politica più radicale, ma la nostra debolezza e i nostri errori ci hanno impedito di capitalizzarla direttamente in una crescita del nostro partito. L’indebolimento politico e organizzativo del partito ci lascia pressoché indifesi di fronte alla pressione dell’Ulivo, che ci trascina a ripetere l’esperienza disastrosa del 1996-98, la trattativa che si sta avviando è una tenaglia tale che se anche alla fine decidessimo di rompere ci troveremmo nella situazione più difficile. Dobbiamo rompere con una politica d’immagine e di “gesti”, e avviare una svolta profonda che orienti tutto il corpo del partito a un lavoro sistematico e di largo respiro, aprendo al tempo stesso un dibattito sul problema centrale della rottura al centro e della lotta per mettere in discussione l’egemonia dei Ds sulla classe operaia, egemonia che è purtroppo largamente intatta come dimostra il risultato delle elezioni e confermata dalle recenti scelte di Cofferati.
Il nodo in discussione oggi è quello di come modificare le nostre forme di organizzazione al fine di essere più efficaci nel combattere il capitale e nel costruire l’opposizione al governo. Non possiamo continuare semplicemente come nel passato perché si è modificata la composizione di classe, abbiamo l’esigenza di aggregare nuovi compagni e compagne cresciute nei movimenti e dobbiamo costruire una rete di relazioni stabili tra tutti i soggetti che si muovono sul terreno antiliberista. Questa difficoltà è dovuta anche all’assenza di margini di riformismo, il che rende difficilissimo per le lotte ottenere risultati significativi (come si vede sui metalmeccanici). A partire da queste esigenze di cambiamento si pone il tema della sperimentazione. Per poter fare questa sperimentazione è necessario smetterla dentro i gruppi dirigenti di guardare ad ogni modifica come ad un tradimento. In discussione non è l’esistenza del partito ma la sua efficacia nella lotta politica e sociale. Il principale punto di innovazione che propongo è la radicale riorganizzazione del partito alla priorità del lavoro sociale, a partire dalla lotta allo sfruttamento nei luoghi di lavoro e all’organizzazione dei soggetti. Occorre poi riorganizzare il nostro lavoro nelle organizzazioni di massa a partire dal pieno coinvolgimento nel dibattito politico del partito dei compagni e delle compagne impegnate nei sindacati. In terzo luogo occorre far emergere le esperienze di sinistra alternativa che si sono costruite e sedimentare le relazioni realizzate nella campagna referendaria – sia a livello nazionale che locale - in forum sulle questioni del lavoro. Per quanto riguarda il giornale, il dissenso con Curzi riguarda il fatto che non sempre l’orientamento assunto è stato in grado di esprimere la nostra autonomia e la nostra esternità dal centro sinistra; per questo concordo con quanto detto da Rina Gagliardi.
C’è un legame inscindibile tra le problematiche organizzative e la linea politica generale del partito: le gravi difficoltà che noi incontriamo nello sviluppo del nostro radicamento tra le masse e nei movimenti e nel funzionamento organizzativo sono legate alle scelte politiche da noi fatte e in particolare al rifiuto della battaglia per l’egemonia. La scelta originaria di strutturare il Prc prevalentemente sul piano territoriale, invece che su quello dei luoghi di lavoro, era funzionale alla costruzione di un partito fondamentalmente elettoralista che, al di là della retorica sul “cuore dell’opposizione”, ambiva a trovare il suo posto, come poi accaduto, come fianco sinistro di uno schieramento “progressista”. Le attuali confuse e inattuate ricette su un partito “leggero ed aperto ai movimenti” esprimono la volontà di bypassare il problema del reale radicamento di massa. Per tentare di sviluppare realmente il nostro radicamento di classe dovremmo porci invece nell’ottica di un partito basato sulla militanza attiva, centrato intorno a cellule o nuclei di luoghi di lavoro o di studio e circoli concepiti come luoghi di coordinamento della loro attività, dibattito politico costante sulla situazione politica nazionale e internazionale e sulla linea del partito, formazione quadri. Un partito che veda inoltre la strutturazione del nostro intervento nelle organizzazioni di massa e nei movimenti con frazioni di partito che siano luogo di confronto ed elaborazione di proposte attraverso cui costruire la nostra direzione politica delle aree o correnti di sinistra di queste organizzazioni. Un partito così organizzato dovrebbe utilizzare a pieno strumenti costanti e regolari di intervento di propaganda nella classe. Ma tale riforma organizzativa è concepibile solo con una svolta politica strategica contrapposta all’attuale linea di alleanza organica con l’Ulivo e indirizzata alla costruzione di un partito antagonista, marxista e rivoluzionario, che resta la precondizione necessaria per la risoluzione dei nostri problemi sul terreno organizzativo.
La idea di costruire un’accordo con il centrosinistra non è un’operazione politica, è un’indicazione di lavoro capace di mettere a valore la vera novità di questi tempi: il movimento no global, la sua natura internazionale e la sua radicalità. Il centrosinistra non si è rotto come auspicavamo ma si è diviso esattamente sui temi posti dal movimento. Questa indicazione contrasta con la lettura politicista che i poli e la stampa danno e secondo la quale già si discute di quali saranno i ministri e i sottosegretari di Rifondazione. Chi si è accorto del movimento solo dopo che si è manifestato con milioni di persone in piazza, e non ne riconosce la natura strutturale, oggi cerca consensi dentro il partito avanzando dubbi strumentali sulla proposta politica. Questo è anche il frutto di una scelta congressuale, che non condivido, per cui si è costituita una maggioranza nella quale una componente assomma le prerogative e le tutele della minoranza con i vantaggi di essere parte del governo del partito. Ciò non è democratico, crea confusione tra i militanti espropriandoli del diritto di sapere su che mandato sono eletti i dirigenti del partito. Ciò produce sia una sorta di “tolleranza” dei dissensi derubricati a “resistenze” o a “piombo nelle ali” e, quel che è peggio, a manifestazioni di opportunismo e servilismo nella maggioranza. Il vero piombo nelle ali è costituito da coloro che sono, sempre e comunque, d’accordo con il Segretario.
*Invitato permanente - Deputato Prc
La relazione del compagno Ferrara sullo stato del partito, dopo il risultato non brillante delle elezioni politiche e quello fortemente negativo del mancato quorum al referendum, pur contenendo alcuni passaggi coraggiosi e condivisibili, non parte da questi risultati, se non in misura parziale. Senza dati concreti non è possibile l’operazione di verità che la relazione sollecita, e non si può arrivare ad un giudizio sullo stato del partito preoccupante che si ritiene determinato da un deficit di innovazione. Il dato del tesseramento non viene messo a disposizione della Direzione Nazionale, e non consente di mettere in relazione il dato elettorale o referendario con la presenza organizzata del partito. Non sono citate realtà in cui l’innovazione si è sperimentata e/o praticata (e se questi non ci sono bisognerà pur chiedersi perché), ma, soprattutto, cosa intendiamo concretamente per innovazione. Si parte dalle tesi congressuali, ma senza lo sforzo di aggiornamento di fase che ci impongono elezioni e referendum. La centralità del movimento è riproposta senza un’analisi compiuta della crisi che attraversa e che necessiterebbe del contributo del partito. Credo serva una autocritica tanto severa quanto equilibrata dell’operato degli organismi centrali, mentre non servono critiche liquidatorie delle realtà territoriali periferiche, circoli e federazioni, che hanno retto in modo straordinario alla prova della campagna referendaria. Interessante, invece, la proposta di un approfondimento sullo stato del partito nei prossimi mesi cui dovremo portare tutti, con franchezza e senza reticenze, il massimo di contributo nel tentativo di aprire una fase nuova che chiuda il V Congresso e argini una conflittualità tra gruppi dirigenti che, proprio per il perdurare delle divisioni congressuali, raggiunge livelli non più consentiti, ed aprire quindi una stagione di pluralismo vero di cui il partito necessita.
*Invitata - Collegio nazionale di garanzia
Che il partito non stia in buona salute penso sia un fatto che nessuno disconosce e la relazione del compagno Ferrara denuncia tutti i ritardi che marchiamo sul piano dell’insediamento. Ricondurre il tutto al fatto che non riusciamo ad innovarci di fronte alla sfida della globalizzazione, mi pare troppo semplice e non ci aiuta a capire e tentare di superare le nostre difficoltà, che sono di tutti i partiti, della politica. Il movimento operaio e l forze che lo rappresentano hanno subito grandi sconfitte e lo scenario internazionale, dominato dalla globalizzazione dell’economia e dall’imperialismo, pone risposte per politiche di lungo termine. La stagione dei grandi movimenti (2001-2003), da Genova in avanti, su cui il partito ha speso tanto, non ha prodotto la crescita che si sperava. La ricerca della contaminazione reciproca, rispetto a una battaglia per l’egemonia nel movimento, non ha prodotto i frutti sperati arenandosi di fronte al cinismo di un nemico di classe, nazionale ed internazionale, che non fa sconti.
Con i margini disponibili attualmente altro che pace se non recuperiamo l’idea di necessità di abbattere l’imperialismo, altro che tutela sociale senza superamento del capitalismo. La guerra in Iraq, i referendum sociali ci danno la dimensione del dramma che viviamo. Eppur quel poco che esiste resiste per la caparbietà di tanti compagni che negli anni hanno maturato, nella diversità, l’idea della irrinunciabilità di uno strumento di lotta e organizzazione: il partito. Il nuovo, quello che dovrebbe stare nei centri sociali, nelle case del popolo, nelle associazioni, non l’incontri per strada per caso o li costruisci per decreto. Le nostre bacheche sono in tutte le piazze dove ci sono i nostri circoli, le nostre bandiere ai balconi delle nostre sedi, facciamo feste di massa, in alcune zone attiviamo servizi di assistenza sociale, tante iniziative piccole e grandi che ci hanno dato la dimensione di un partito leale e impegnato ma con un handicap: siamo comunisti. Se poi per riempire le sedi dobbiamo diventare altro mi interessa poco come penso alla maggior parte dei compagni, bisogna ripartire da quello che abbiamo consapevoli dei grandi limiti organizzativi e da una fase politica ostile al comunismo.
Sul piano interno va dato spazio al dissenso politico che non può significare separatezza e lacerazioni, al contrario una ricchezza. Su questo il nostro giornale può avere un ruolo fondamentale destinando una parte al confronto delle idee che nel partito ci sono, dando la possibilità alle minoranze di arrivare a tutto il corpo del partito con le proprie proposte. Questo sarebbe un grande esercizio della democrazia e ci aiuterebbe a rilanciare l’idea dell’appartenenza contro il correntismo esasperato citato nel dibattito da alcuni compagni. Insomma, attivare strumenti che diano la possibilità alle minoranze di diventare maggioranze può solo giovare a ritrovare la compattezza del partito in questa fase di grande difficoltà.
Il nostro Partito, come ha sottolineato il compagno Ferrara nella sua relazione, si trova in uno "stato di difficoltà reale". Ad un anno dal suo congresso, il Partito è ancora in presenza di profonde divisioni e contrapposizioni che minano una unità di gestione, non favorendo così il dispiegarsi di un lavoro all'altezza della situazione. Il risultato delle elezioni amministrative, sia pure in un quadro positivo per il centro sinistra, non ha visto un risultato entusiasmante per il nostro Partito.
La sconfitta nella battaglia referendaria, nella quale i nostri militanti hanno profuso il massimo delle proprie energie, sono tutti fattori che creano uno stato di delusione e rassegnazione, e rischiano di aggravare ulteriormente la situazione. Si tratta di avviare, da un lato, una fase di sperimentazione di forme di innovazione organizzativa, con una loro precisa definizione e un attento studio dei risultati ottenuti, dall'altro di potenziare il lavoro determinate dei nostri circoli valorizzando e socializzando le esperienze positive che in essi vengono svolte, e sono molte. Ciò non può prescindere dall'indagare meglio e più in profondità un reale radicamento nella società e "nella classe", federazione per federazione circolo per circolo, intrecciando i dati del tesseramento con quelli dei risultati elettorali, analizzando la quantità e la qualità delle iniziative politiche in esse svolte. I risultati positivi in termini di bilancio e di aumento di vendita delle copie di Liberazione, a cui va dato merito ad una attenta amministrazione e ad una autorevole direzione del giornale, ci devono spingere ad un ulteriore sviluppo, a partire da un miglioramento della ricerca e selezione delle notizie, all'aprirsi ad una maggiore presenza di tutte le posizioni presenti nel dibattito interno al partito.
*Invitato
La discussione, fino a ora (ore 16.00) sviluppata, mi lascia perplesso e aumenta la già presente, forte, preoccupazione. L’introduzione fotografava, parzialmente, la realtà di profondo malessere che il nostro partito sta vivendo, certo non da ora, ma che si è andata progressivamente accrescendo. Non convincente risulta la cura propostaci a base di una non meglio definita “innovazione”. Ma al di là dell’introduzione è il dibattito che suscita vero e proprio allarme: una sistematica ricerca di “alibi” per non affrontare, evidentemente, i nodi effettivi della crisi che sono e non potrebbe essere diversamente, di natura politica. Non possiamo infatti, da una parte affermare che il referendum è stato una sconfitta e dall’altra negarne gli effetti e, addirittura, la ricerca, seria, delle cause. Invece ascoltando una lunga serie d’interventi emergerebbe che il vero e principale problema di questo partito risiederebbe nella presenza delle “correnti”, anzi, in realtà, di “una” corrente.
Non mi stupisce che i più convinti sostenitori di questa sciocchezza sono coloro che maggiormente si riempiono la bocca con il vocabolo “innovazione”. La brevità dello spazio concessomi mi costringe a introdurre brutalmente l’altro argomento, a mio giudizio, principale: quello del rapporto con il “centro-sinistra”. Non vorrei che dopo aver contrastato l’emergere di una componente “critica” della sinistra moderata si fosse costretti all’accordo con la sua espressione più conseguentemente subalterna al “capitale”, cioè con ciò che rappresenta Massimo D’Alema. Concludo ponendo la questione di “civiltà” relativa all’allontanamento, dal nostro quotidiano, del compagno Fulvio Grimaldi che voglio pensare rapidamente, tornare a esprimersi su Liberazione.
*Invitato
E’ evidente che sulla discussione concernente lo stato del partito gravano condizioni obiettive di grande difficoltà: non è un mistero che le controriforme perseguite dall’establishment dominante (a cominciare da un fraudolento meccanismo elettorale) da sempre intendono colpire al cuore l’efficacia e l’autonomia di una forza politica come la nostra, che intende porsi quale organizzato riferimento di classe. Tuttavia, registro una certa vacuità della pur importante riflessione attorno all’innovazione: quest’ultima si presenta più evocata che non concretizzata. Dire ad esempio che occorre una “centratura sul sociale” oppure che bisogna “valorizzare esperienze di sinistra alternativa” è giusto in generale ma ancora troppo generico.
Così come l’affermazione della necessità di una casa editrice o di una Tv satellitare, che siano disponibili per il partito, è all’opposto molto concreta ma anche poco significante: chi si opporrebbe infatti a tali propositi, solo che riuscissimo a renderli praticabili? Allo stesso modo, è essenziale richiamare le Feste di Liberazione quale metafora del partito-società cui vorremmo pervenire; ma neanche questo è sufficiente. Il fatto è che il problema organizzativo di un partito è strettamente connesso alla sua linea politica, la quale ha bisogno di articolarsi e insediarsi organicamente nella società, più che di procedere per fiammate improvvise (e successivi raffreddamenti): dire che questa connessione è il vero “centro” della discussione non equivale affatto a voler rendere “periferici” i luoghi dei movimenti di massa. Al contrario, significa porre concretamente e contemporaneamente a tema il potenziamento del partito (dei suoi meccanismi di funzionamento interno e del suo operare esterno) e dei movimenti di massa (della loro capacità di durare). Ritengo, ad esempio, che sia vitale per il Prc valorizzare - più di quanto non siamo finora riusciti a fare – i momenti di formazione propriamente detta (che, ovviamente, è il contrario dell’indottrinamento schematico) dei suoi dirigenti e dei suoi militanti. Ne guadagnerebbero la capacità di approfondimento competente di ambiti tematici complessi quanto attuali, nonché la qualità delle nostre discussioni. In proposito: che fine ha fatto il nostro Comitato scientifico, sede insostituibile di riflessione di fase e strategica? E’ per noi una questione prioritaria o riteniamo che i centri-studi siano di esclusiva pertinenza della Confindustria o di D’Alema?
Di tutto ciò hanno bisogno anche i nostri circoli, che operano con mezzi limitati e in contesti enormemente difficili. Credo non sia inutile continuare a sottolineare che il loro lavoro è volontario e che soprattutto su di esso, sui militanti del Prc, è gravato il peso delle nostre recenti e impegnative contese politiche. Una consistente quota di risorse (finanziarie ma anche di sostegno umano e politico) va dunque ad essi destinata.
*Invitato
La relazione del compagno Ferrara ha richiamato il nostro deficit di insediamento organizzato nel mondo del lavoro, a partire dal problema irrisolto, anche solo nella sua impostazione, della nostra politica sindacale all’interno dell’attuale composizione di classe. Condivido questa priorità della nostra discussione, così come la sua complementare ricognizione delle deficienze culturali e politiche della nostra presenza istituzionale ed azione amministrativa. Da qui, credo, deve partire l’analisi dei limiti soggettivi della nostra battaglia referendaria che ne hanno fortemente condizionato l’esito, oltre le condizioni straordinariamente difficili e vieppiù sfavorevoli in cui essa si è svolta, per responsabilità sia, naturalmente, delle avverse forze di classe, che del misero politicismo cui è approdata l’azione di Cofferati. Dobbiamo, in ogni caso, rivendicare la giustezza di questa battaglia e il suo importante sedimento politico nel lavoro di costruzione di una sinistra alternativa radicata negli interessi di classe. Essa appare sempre più il cuore della nostra politica, la base ed il filtro di qualsiasi alleanza politica ed elettorale a sinistra, insieme al consolidamento, nelle sue proprie ed irriducibili forme, del grande movimento internazionale contro la mondializzazione imperialistica e le sue guerre.
Pertanto, anche a me sembra sbagliata nei tempi e nei modi l’apertura del confronto con il centrosinistra del compagno Bertinotti. Essa non contribuisce allo sviluppo della sinistra alternativa, che pure presuppone, e‘partitizza’quella interlocuzione unitaria del campo della sinistra alternativa con il centrosinistra che è un momento interno alla sua stessa costruzione da qui alle elezioni politiche. Il ruolo del Prc credo debba essere un altro. Il referendum è stato un tentativo di introdurre un argine politico alla precarizzazione, nella lotta prioritaria per ricostituire un livello adeguato di rigidità nell’erogazione della forzalavoro, di fronte a una capacità contrattuale logorata dalla concertazione. Ma il compito decisivo del Prc dovrebbe corrispondere all’elaborazione di una proposta complessiva di mobilità sociale e produttiva basata sul governo dell’innovazione di sistema e la riqualificazione professionale del lavoro.
Elaborare questa dimensione di programma mi sembra l’unica risposta non subalterna ai processi capitalistici di modernizzazione regressiva in atto che interrogano e stravolgono i tempi e gli stili di vita del proletariato nella sua odierna configurazione sociale. Perseguire tale obiettivo, agendo come ‘classe generale’, richiede a noi, all’insieme della sinistra alternativa, all’intelligenza sociale critica, un grande cimento: ridefinire gli elementi fondamentali, sul piano teorico e programmatico, di una rinnovata gestione e regolazione pubblica dell’economia che abbia come limite negativo non le compatibilità interiorizzate, ma i rapporti di forza tra le classi e trovi la sua scaturigine sociale nell’indipendenza ontologica del lavoro vivo. Solo in un tale orizzonte di trasformazione sociale si intravedono le condizioni di alleanze sociali e politiche democratiche, cioè ad impronta egemonica operaia. Solo per questa via, d’altra parte, mi sembra possibile tematizzare quelle istanze di riproduzione sociale attiva ma non lavorativa, quelle forme di vita irriducibili alla società del lavoro, che promanano dai movimenti, inquietano la nostra tradizione e ne ridestano il pensiero.
*Invitato