Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista

Il Partito che c'é e quello che vogliamo
Sintesi della relazione iniziale di Francesco Ferrara

Roma - 24 giugno 2003

Nell'approfondire la situazione dell'organizzazione e dello stato del partito è essenziale assumere la discussione già fatta, nella precedente riunione della direzione, sulle elezioni amministrative e sui referendum. Non è infatti condivisibile una discussione che si snodi su due binari. Che scinda cioè da un lato la linea politica e dall'altro i problemi organizzativi del partito. Al contrario, la valutazione sull'andamento elettorale e referendario e sull'organizzazione del partito sono aspetti di una stessa realtà, elementi tra loro strettamente connessi. Proseguendo quindi in un percorso di analisi già avviato, si propone una discussione che proceda poi nel Comitato politico nazionale e che si concluda a settembre con un rilancio generale dell'attività e con la costruzione di un grande convegno su "Partito, Movimenti e Società". Un convegno di ampio respiro, di più giorni e da tenersi entro l'anno, che, con l'apporto di competenze esterne ed anche internazionali, costringa il partito ad un lavoro di ricerca e di studio.

Qualsiasi discussione non può, inoltre, non partire da una premessa, da una condizione che dobbiamo assumerci nella nostra azione di gruppo dirigente: la nostra deve essere una discussione vera attraverso la quale ci assumiamo la responsabilità di metterci in discussione, di mettere in discussione il nostro operato guardando non a singoli interessi ma all'interesse generale del partito.

Il partito e il suo radicamento

Si tratta di un problema reale sul quale continuare ad indagare. La nostra efficacia è, in alcuni tratti, straordinaria. Siamo capaci di essere presenti in ogni luogo in cui emerge il conflitto o si manifesta un sia pur minimo fermento sociale. Nello stesso tempo però registriamo, soprattutto nel funzionamento interno, limiti evidenti da indagare e superare introducendo delle correzioni al nostro agire.

Su questo è necessario essere netti. Abbiamo registrato un deficit di innovazione. Non c'è stato, come pure in alcuni settori del partito si è affermato, un eccesso di innovazione. Nessuna destrutturazione del partito, della sua organizzazione, nessuna eccessiva "internità" al movimento. Quindi, non un eccesso, ma una insufficienza di innovazione e di sperimentazione politica. Dobbiamo perciò partite dall'assunzione collettiva di questo deficit. Mentre è in corso, dentro di noi e fuori di noi, un'innovazione culturale e della pratica politica, di cui siamo ben consapevoli, non produciamo nelle pratiche organizzative questa innovazione, che in teoria, invece, riconosciamo come vitale. E' forte, infatti, il divario tra ciò che affermiamo e ciò che poi realmente riusciamo a costruire. Una semplice verifica dello stato dei nostri circoli, delle nostre federazioni, lo rende chiaro. In molti casi il solo aspetto esteriore è sintomatico dei nostri limiti. Spesso ci troviamo in luoghi chiusi, angusti, autoreferenziali, in molti casi mancanti delle strutture minime della comunicazione, senza la garanzia della presenza di punti di riferimento, di compagne e compagni che assicurino una presenza fissa. Certamente non luoghi della partecipazione e dell'organizzazione del conflitto.

Nel contempo abbiamo sperimentato nuove forme di aggregazione sulle quali dobbiamo insistere, attraverso le quali non disperdere le esperienze fin qui accumulate, da ultima l'esperienza della campagna referendaria. E' necessario, ad esempio, creare nuove "case del popolo" senza attardarci in sterili e dannose discussioni sull'ortodossia di tali esperienze o paventare il rischio di scioglimento e snaturamento del partito.

Insieme, collettivamente diamoci come obbiettivo quello di praticare la scelta della sperimentazione di nuove forme.

L'apertura come scelta congressuale

E' necessario, a più di un anno dal congresso, verificare lo stato di avanzamento della scelta dell'apertura come scelta fondante del nostro essere. Anche qui registriamo dei limiti evidenti. Rappresenta o no, un problema il fatto che, per le elezioni amministrative, tutti i capolista o candidati a sindaco del Prc, dove non abbiamo raggiunto accordi con il centro sinistra, siano i segretari di federazione? Non è questo un limite? Non rappresenta un problema il fatto che quando ci presentiamo da soli non abbiamo mai una lista collegata al nostro o alla nostra candidata?

E' naturale che questo diventi causa ma anche conseguenza del fatto che veniamo percepiti come partito minoritario, di bandiera, forse simpatico e coerente ma certamente non affidabile. Registriamo quindi un forte limite nella costruzione di relazioni esterne, difficoltà nel rapporto tra il partito e le organizzazioni sociali così come soffriamo nel rapporto con le istituzioni. Non riusciamo a costruire relazione che ci permettono di poter parlare di "uomini e donne pubblici" di Rifondazione o ad essa vicine. E tutto ciò nonostante esistiamo, nel panorama della vita politica italiana, da oltre dieci anni.

E' dunque necessario ripensare il lavoro centrale e periferico del partito. Due esempi su tutti ci rendono evidente questa necessità: il sindacato e gli enti locali, terreni sui quali abbiamo provato ad investire ma continuiamo a marcare difficoltà oggettive. Rispetto al sindacato nonostante la netta ripresa del conflitto sindacale, continuiamo a non venire percepiti come interlocutori. Con il percorso referendario abbiamo tentato di intercettare questo disgelo, ma viene percepita e riconosciuta soltanto la Fiom.

Nel campo degli enti locali assistiamo al modellamento della forma stato sul federalismo come modello istituzionale che meglio si adatta alle esigenze dell'economia liberista a scapito dei diritti civili e sociali. Su questo registriamo l'assenza totale della nostra iniziativa. Al contrario continuiamo a vivere di campagne nazionali (35 ore, questione salariale, articolo 18) alle quali poi non riusciamo a dare una continuità, una vita propria nei territori, nelle municipalità, nelle amministrazioni dove siamo presenti. E, senza la costruzione di un nesso tra la campagna lanciata nazionalmente e una attività locale continuativa, non è possibile realizzare alcun tipo di radicamento che pure sarebbe possibile.

La costruzione del partito

E' necessario, per realizzare il radicamento, definire, in maniera netta, il partito che vogliamo, il partito che stiamo costruendo. Una comunità di donne e di uomini, plurale e democratica. Su questa definizione è facile essere tutti d'accordo. Ma se lo siamo realmente è allora il caso di affrontare le degenerazioni che pure ci sono in questa costruzione. Pluralismo, quindi, possibilità cioè, di esperienze e pratiche diverse che sappiano riconoscersi e legittimarsi e che consentano al partito di crescere, di agire. Tutti e tutte devono concorrere a definire, arricchire e correggere quello che poi risulta essere il prevalente in una sana dialettica. Ma un prevalente deve essere riconosciuto, delle scelte devono essere fatte e praticate collettivamente. E questo significa combattere l'attitudine correntizia che non produce alcun arricchimento culturale ma soltanto una continua trattativa negando alla radice la diversità come ricchezza. E' fondamentale superare questa spinta altrimenti viviamo in uno stato di congresso permanente che produce immobilismo ed implosione. Molti potrebbero essere gli esempi di conflittualità endemica che dobbiamo assolutamente risolvere altrimenti non abbiamo alcuna prospettiva nella costruzione del partito. E' richiesto per questo un atto di responsabilità dell'intero gruppo dirigente per una offensiva da lanciare già da questa direzione e nel prossimo comitato politico nazionale.

La difficoltà del tesseramento, altro elemento della costruzione del partito, non dipende solo dallo scarso peso o dall'insufficiente considerazione a esso attribuiti. C'è un elemento politico che riguarda la difficoltà di tutti i partiti e delle forme tradizionali della politica. Dalla disgregazione degli anni 90 esce fortemente indebolita l'idea stessa di appartenenza. Come dunque motivare l'iscrizione, la maggiore forma di adesione, ad un partito e per di più al partito della Rifondazione comunista? Motivazione ancor più difficile se si pensa che è possibile dare il proprio contributo, partecipare alle iniziative e alla discussione senza essere iscritti. Dobbiamo quindi, anche rispetto a questo, pensare a nuove forme di partecipazione degli iscritti, ad aumentare il peso degli iscritti nel processo decisionale. Immaginare forme di organizzazione e di partecipazione nella costruzione del conflitto, come le associazioni, i comitati di scopo, i tavoli tematici sulle problematiche dell'ambiente, delle privatizzazioni di servizi, acqua, trasporti.

L'esperienza dello "stare nel movimento" è stata, ed è, per noi positiva. Abbiamo intuito da subito che bisognava esserci, bisognava portare il partito, noi stessi ad essere protagonisti di questa e in questa esperienza. Non così evidente è stato l'inverso. Come riportare l'esperienza del movimento dentro il partito in un procedimento reciproco. Se è chiaro, ed è stato risolto, il tema di come il partito sta nel movimento, non risolto è invece il tema di come il movimento sta nel partito. Di come, da un altro punto di vista, il partito si fa società. Una esempio positivo, lo ritroviamo nelle feste di Liberazione dove il partito riesce ad esprimere il massimo ed il meglio di sé, riesce a creare veri e propri eventi di popolo. Uno straordinario patrimonio da non disperdere ma al contrario da valorizzare. Abbiamo bisogno di investire, spendere, promuovere, intervenire con coraggio fornendo alle realtà territoriali mezzi economici, strumenti, capacità. Possiamo farlo partendo da una sperimentazione nelle grandi aree metropolitane costruendo appunto luoghi di partecipazione e sperimentazione dell'innovazione politica. E in questo senso va valorizzata anche una nuova generazione, quella dei Giovani Comunisti, che in realtà ha già sperimentato in maniera del tutto positiva le pratiche dell'agire politico.

Il partito e Liberazione

Nell'indagare questo particolare e non semplice rapporto non possiamo non assumere un elemento come dato, un chiarimento sul quale non tornare. Non è in discussione l'autonomia del giornale. Il tema dunque è un altro. Qual è il giornale, il principale strumento di comunicazione di cui il nostro partito dispone, che vogliamo. Un giornale adeguato alla fase politica, che sappia essere l'espressione di questa fase, in sintonia con essa e nello stesso tempo capace di analizzarla criticamente.

Il dissenso, sia quello interno che quello esterno, la molteplicità delle opinioni devono essere esplicitati ed il giornale deve darne conto. Ma deve essere esplicita ed altrettanto chiara qual è la linea del partito, qual è cioè il prevalente, la risultante maggioritaria della discussione e quale appunto il dissenso. Negli ultime mesi è accaduto il contrario. Nella vicenda del Corriere della Sera, riguardo al giudizio sul "berlusconismo", sulla natura dell'opposizione alle destre, sulla natura e sulla funzione del movimento dei "girotondi", sono state rappresentate, più che la posizione del partito, le posizioni, naturalmente legittime, di minoranza e la posizione del partito è apparsa come il dissenso.

Il punto è dunque capire come, senza mettere in discussione il carattere plurale ed autonomo della direzione del partito, si espone, in maniera chiara ed esplicita la linea del partito. Dipende da tutti. Vanno stretti sempre maggiori rapporti, va valorizzato lo scambio, i contatti informali e le sedi di confronto tra il giornale e il partito.

Francesco Ferrara
Roma, 24 giugno 2003
da "Liberazione"