Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista
Roma, 28 - 29 Giugno 2003

Un nuovo protagonismo sociale

Sintesi delle conclusioni del Segretario nazionale

Care compagne e cari compagni, sono molto d’accordo con chi ha sottolineato, anche partendo da punti di vista diversi, l’interesse di questa nostra discussione e la sua congruità rispetto alla fase che attraversiamo. Se qualcuno avesse bisogno di una conferma della difficoltà generale dei movimenti di ottenere dei risultati, basterebbe la notizia che compare oggi della rinuncia da parte del grande sindacato metalmeccanico tedesco (Ig Metal) alla lotta per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro nei lander dell’est della Germania a 35 ore. E’ la prima volta in 50 anni che questo grande sindacato rinuncia senza ottenere risultati.

So bene che vi sono delle ragioni specifiche in Germania, ma vorrei che si capisse il senso più generale di questa sconfitta. Vi è stata una opposizione dell’Spd e dei Verdi alla rivendicazione sindacale; vi è stato un ricatto insistito del padronato basato sulla minaccia dello spostamento delle aziende a Est. Tuttavia una curiosità: in Romania invece vi è stata la estensione dei diritti alle piccole imprese. Lo ricordo per dire che la delocalizzazione a est delle imprese non sarà poi così facile e fruttifera per il padronato.

Nella nostra discussione è stato anche ricordata la difficoltà che incontra l’esperienza di governo di Lula in Brasile. E’ vero, anche se va tenuto conto dell’ottimo rapporto che il governo sta stabilendo con il popolo, come si vede nella questione della proprietà delle case delle terre nelle favelas o in quella della istituzione di una carta alimentare per milioni di persone.

Quindi le grandi esperienze sociali dei sindacati e le esperienze di trasformazione di governi ci dicono come la morsa della globalizzazione cerchi di stringere contro le rivendicazioni e l’autonomia dei soggetti. La linea costituita dal binomio guerra e neoliberismo non convince, non garantisce la fuoriuscita dalla crisi, ma spinge verso una guerra infinita e verso l’acutizzazione delle politiche liberiste, sperando così di destrutturare le soggettività critiche.

Questo è il problema principale che abbiamo di fronte e che stabilisce una discontinuità con il passato. Con questo si confronta la crescita del movimento e la costruzione della sinistra d’alternativa in Europa e nel mondo.

Ha ragione chi vuole stabilire una relazione tra l’ottenimento di obiettivi parziali e generali. Non è infatti maturo il rovesciamento generale dei rapporti. Quindi vi è una relazione dialettica tra i diversi obiettivi che non sminuisce certo l’urgenza e la drammaticità del problema.

Quest’ultimo è rappresentato dalla costruzione di una nuova potenza di massa che risulti concretamente efficace.


Lo abbiamo verificato nella battaglia sul referendum. In quel caso abbiamo trovato lo strumento utile senza rinchiuderci in una asfittica discussione sullo stesso.

La sconfitta sociale che abbiamo subito nel referendum ripropone la riattualizzazione dello stesso problema.

A questo riguardo bisogna non perdere quello che il movimento ha depositato, ovvero il diffondersi di una ampia soggettività critica. Il risultato non è stato conseguito, e sarebbe quanto mai necessario, ma comunque resta la semina operata dal movimento.

Temo però che se noi non riusciamo ad invertire questa tendenza, ovvero a ottenere dei risultati concreti, il movimento scelga “l’esodo”, ossia la salvaguardia degli spazi di autonomia e la separazione dalla politica.

Il referendum è stata una scelta politicamente e socialmente decisiva e giusta.

Il nostro obiettivo era preciso: tutelare tre milioni e 500mila persone dai licenziamenti ingiusti e nello stesso tempo questo obiettivo si caricava di un significato più generale in favore dell’allargamento dei diritti.

E’ stata la prima lotta di massa per la ricomposizione sociale del lavoro, trasformando una battaglia difensiva in una offensiva. Abbiamo saputo offrire una sponda al sindacato (la Fiom) che era più esposto all’isolamento.

Abbiamo saputo avviare un processo politico che ha configurato una relazione con altre forze politiche su cui può anche poggiare il nostro rapporto con l’insieme del centrosinistra, al di là delle considerazioni sulle tattiche negoziali.

Non siamo però riusciti ad andare oltre. Alcuni compagni hanno messo in luce come questo pronunciamento di forze sociali ha saputo influenzarne altre; nello stesso tempo altri ci hanno giustamente ricordato che il tema dei diritti non ha di per sé funzionato come volano di un allargamento delle forze proprio perché siamo di fronte a una destrutturazione del lavoro, ove si rende necessaria la conoscenza specifica delle condizioni lavorative.


Ma se ragioniamo così, noi ci prepariamo a procedere in avanti e a attribuire ai comitati per il Sì i lineamenti di un programma per ricomporre le forze del lavoro. Allo stesso tempo ribadiamo che questa battaglia aveva in sé le caratteristiche per poter essere vincenti, pur non essendolo in effetti stata.

Non era per nulla garantita in partenza l’adesione di organizzazioni come la Cgil e l’Arci. Questa si è verificata grazie a concreti spostamenti realizzatisi in corso d’opera. Per la prima volta queste grandi organizzazioni hanno assunto posizioni dissimili dal centro sinistra.

Perché questo non si sposta immediatamente su terreno politico? Mi stupisco che coloro che hanno creduto nel ruolo di Sergio Cofferati non considerino che la sua posizione negativa sul referendum, pur risultando isolata rispetto alla Cgil, ha aperto il coro delle astensioni nel campo della sinistra moderata.


La vicenda del referendum costituisce uno spartiacque di linea politica, analogo a quello rappresentato dalla rottura con il governo Prodi. Per questo va presa sul serio la posizione di chi dice che bisogna ripensare alla scelta del referendum. Siamo davvero convinti però che la sconfitta inficia l’impresa futura? Pensare così vuol dire scegliere un’opzione su un punto cardine diversa dal nostro progetto politico. Si potrebbe dire allora che aveva torto persino la Cgil a fare la grande manifestazione del 23 marzo, visto che il governo ha comunque presentato il disegno di legge di cancellazione dell’art. 18.

Oppure che avrebbe torto marcio la Fiom a non accettare l’accordo separato, pur senza avere la forza di proporne un altro. Anche per la guerra si potrebbe fare questo stesso discorso. Se noi accettassimo questo modo di ragionare dovremo convenire che la scelta giusta era quella di Tony Blair, della terza via, per cui la guerra era comunque inevitabile e conveniva adattarvisi. Secondo questa logica non vi sarebbe stato nell’800 e nel ’900 il movimento operaio.

E’ stato ricordato che nel 1962 la Fiom ha organizzato uno sciopero a Mirafiori, cui hanno partecipato solo qualche decina di lavoratori.

Palmiro Togliatti scrisse sull’Unità che lo sciopero era sbagliato, perché si dovevano intraprendere iniziative di lotta così impegnative solo quando si pensava che fossero vincenti.

Tutta la sociologia politica successiva e contemporanea attribuisce invece a quello sciopero l’inizio della contrattazione articolata e del conflitto tra operaio di serie e padrone. In quel caso venne colta la tendenza, la nuova fase. In questo senso non è gratuito l’analogia con il referendum, perché quest’ultimo ha saputo cogliere precisamente le nuove caratteristiche dello sfruttamento e l’entrata in scena di nuovi soggetti sociali.

Con il referendum noi apriamo un ciclo.

Questo non avrà un andamento lineare.

Torniamo all’esempio di prima, dopo i primi anni Sessanta seguì un declino, la nascita del centro sinistra, il prevalere delle tesi riformiste, che verrà rotto solo nel ’68 e ’69. Non fu solo il movimento operaio a farlo, senza gli studenti italiani e del mondo intero non ce l’avrebbero fatta.

Disponiamoci quindi a un ciclo di lotta lungo. Sul terreno elettorale sono d’accordo con le considerazioni fatte, il partito ha tenuto ma bisogna anche saper guardare a quei fragili fili d’erba che cominciano a crescere.


In questa fase conta molto il comportamento del gruppo dirigente del nostro partito, come è stato da più compagni osservato. La proposta che avanziamo in questo Cpn non è frutto in una invenzione estemporanea.

Abbiamo saputo, nelle due riunioni di direzione che precedono questa seduta, dimostrare capacità di ascolto tra di noi. Naturalmente riconosco che non sempre né su tutti i temi le cose vanno così. Ad esempio alcune e alcuni hanno mosso una critica alla nostra scelta sulla manifestazione per Cuba, nel senso che avremmo dovuto chiarire meglio la nostra posizione critica. Noi abbiamo scelto una critica esplicita sulla pena di morte e sulla repressione in atto nell’isola, ma di fronte al fatto che il governo e l’Unione Europea vogliono compiere atti di ritorsione, noi dobbiamo tornare ad esprimere solidarietà alla rivoluzione cubana. Le contestazioni fatte nei confronti di nostri dirigenti intervenuti nella manifestazione di ieri, testimoniano di questa posizione a un tempo critica e solidale.

Rispetto alla linea emersa nel Cpn registro un dissenso di fondo, strategico come è stato detto, con la minoranza congressuale. Però l’esistenza di questo non elimina la capacità di confronto.

Non può essere omesso che il centro della nostra proposta è costituito dalla crescita qualitativa del movimento e dell’antagonismo, anche se posso capire che si dica che le scelte successive oscurano o negano questo aspetto.

Dobbiamo ragionare contemporaneamente su due dimensioni, quella europea e quella locale. Dobbiamo produrre un approfondimento analitico nella valutazione della questione sociale.

Infatti dobbiamo considerare la precarietà come l’elemento costitutivo e caratterizzante dello sfruttamento contemporaneo.

Questo è il filo che dobbiamo saper tirare in ogni occasione.

Non si tratta di un elemento sociologico. Anche la battaglia sulle pensioni prende così una piega diversa, quella della distribuzione del tempo di lavoro nel contesto della vita. Anche il problema dell’età pensionabile assume altre caratteristiche. Per tutti questi motivi noi vogliamo mettere la nostra manifestazione di fine settembre a disposizione delle forze referendarie in Italia e delle forze del Gue e dell’alternativa in Europa, contro l’ipotesi di una nuova Maastricht per le pensioni. Continuo a pensare che sia necessaria la scelta di uno sciopero europeo sul tema della previdenza.

Contemporaneamente dobbiamo impegnarci a livello locale. E’ stato qui giustamente detto che è necessario praticare il boicottaggio dell’applicazione del recente decreto sul mercato del lavoro, individuando punti e realtà ove per via contrattuale o per impedimento viene bloccata l’applicazione degli aspetti principali del decreto.

In secondo luogo dobbiamo produrre esperienze esemplari di lotta contro la precarietà.

L’esperienza stessa del sindacalismo nord americano ci può fornire degli spunti interessanti.

In questo modo ricominciamo concretamente dai dieci milioni e mezzo di voti nel referendum e li colleghiamo alla pratica della disobbedienza.


Ma perché mai ciò che noi solleviamo dal punto di vista sociale andrebbe poi ammutolito sul terreno politico? Voglio cioè porre il tema dell’alternativa programmatica.

I compagni della minoranza congressuale affermano che questa scelta smentisce quella del referendum, io penso che sia il contrario ma solo a certe condizioni. Dobbiamo costruire un rapporto virtuoso tra il movimento, l’opposizione al governo delle destre, la costruzione dell’alternativa. E’ tutt’altro che scontato ci si riesca farlo, se però non lo si fa il quadro politico attuale si chiude sul movimento. Basta vedere quello che è successo in Germania con le posizioni di Schroeder rispetto alla rivendicazione delle 35 ore.

E’ emersa nella discussione anche un’altra posizione che ci accusa di avere cambiato giudizio sul centro sinistra e sui Ds e quindi di fare movimentismo trascurando la politica. Ma perché mai dovremmo avere sempre lo stesso atteggiamento verso il centro sinistra? Abbiamo sempre detto che questo dipende dai contenuti programmatici e dai conflitti sociali. Il cambiamento di giudizio può quindi avvenire, anzi questa possibilità è dichiarata in partenza. Infatti abbiamo cambiato giudizio su Cofferati.

Non l’abbiamo affatto boicottato, anzi, abbiamo detto che eravamo interessati a una nascita di una terza sinistra e di un partito laburista, ma dubitavamo che ve ne fossero le condizioni, e abbiamo avuto ragione.


Dal nostro congresso ad oggi, da Genova ad oggi, le forze politiche sindacali non sono affatto rimaste uguali. Per converso le scelte di Bush non hanno lasciato intatta la geografia politica del centro sinistra italiano, che infatti s’è diviso su diverse mozioni parlamentari. E’ davvero tutto cambiato.

Discutiamo pure della Cgil; noi abbiamo avuto un giudizio critico sul congresso della Cgil; abbiamo detto a suo tempo che i sindacati fecero uno “sciopericchio”.

Fu proprio così, poi le cose sono cambiate e si è arrivati al 23 marzo. Infatti un conto è fare la concertazione un conto è scegliere la strada del conflitto.

Il centrosinistra ha subito delle modificazioni, non solo tra i suoi referenti sociali, ma anche nelle forze politiche che lo compongono. Vi è una parte di queste che culturalmente è fuori dal programma del centro sinistra, che è stata dentro la battaglia referendaria. Questo vuol dire che ha rotto con la cultura di governo prevalente nel centrosinistra. Una parte è esplicitamente vicino a noi. La questione della pace, in particolare, ha provocato un cambiamento nei comportamenti concreti dei cattolici.

Il centro sinistra è una gabbia, lo confermo, ma dipende se in questa gabbia c’è una porta o no. Ora noi dobbiamo ottenere per un’altra via la rottura definitiva di quella gabbia.


Per questo abbiamo avanzato l’idea di un percorso difficile di confronto.

E’ chiaro che la differenza con il nucleo portante dell’idea del centro sinistra è strategica, basti pensare alle questioni internazionali o a quelle dell’immigrazione o a quelle del lavoro. L’intervista rilasciata oggi da Fassino sulle questioni europee indica una divergenza strategica. Il segretario dei Ds si scaglia contro una destra definita protezionista, e ribadisce l’idea di un’Europa transatlantica e dominata dagli accordi di Maastricht.

La nostra idea di Europa è un’altra, come è stato giustamente affermato nel nostro dibattito, quella di una sovranità costituente invece di una convenzione senza costituzione. Ma questa diversità esaurisce fin dall’inizio la possibilità del confronto, oppure è necessario affrontare punti fondamentali per cercare di superare questa divergenza. Siamo per questa seconda ipotesi, ma con un chiarimento necessario. Vi è, e molto diffusa, una domanda di unità, ma anche una domanda di unità e radicalità tra loro inseparabili. Sono due idee di unità.

Una è la riedizione di una sorta di frontismo contro Berlusconi, l’altra è invece cresciuta nei movimenti. Questa seconda idea ha fatto strada. Infatti la Cgil non è più per l’unità a tutti i costi, ma rompe con Cisl e Uil per non fare patti o firmare contratti. Così ha fatto la Fiom, difendendo la propria identità per evitare una sconfitta strategica.

Come facciamo tesoro di tutto ciò? Credo che sia necessario costruire un confronto tra molti e diversi anziché accettare un rapporto a due. Non è solo una questione di metodo, ma riguarda già la natura del programma ed è tanta parte della nostra proposta politica. Vogliamo sottrarci a un ricatto unitario che avvenga nel cielo separato della politica. Nel centro sinistra stesso, come ho detto prima, vi sono parti consistenti e componenti di massa che stanno ormai fuori dalle sue concezioni programmatiche, anche se non hanno ancora maturato una incompatibilità con lo stesso centro sinistra. E’ emersa qui una proposta di un confronto in due tempi. Al di là della incongruenza sul versante tattico di questa idea, come è già stato osservato, è necessario che l’incontro tra le forze politiche avvenga in un quadro di confronto fra tutti, insistendo sulla presenza dei movimenti. Dobbiamo cioè evitare qualunque versione di logiche binarie.


Non credo che sia necessario un nuovo congresso per assumere questa decisione, ma è invece necessario un coinvolgimento di tutto il partito.

In questo Cpn abbiamo guadagnato un punto di analisi comune: la logica dell’alternanza determina un quadro da cui dobbiamo uscire. Noi agiamo dentro e contro la logica dell’alternanza. La costruzione della sinistra d’alternativa è l’esito cercato di questo percorso, non ovviamente la condizione preventiva.

Proviamo a fare un esempio che riguarda la questione salariale. In altri momenti, basta vedere i dati pubblicati sui massimi quotidiani, avremmo avuto una lotta diffusa su questo tema. Noi ci abbiamo provato ma non siamo andati molto più in là rispetto alla propaganda. Anche la positiva esperienza della Campania di stabilire salario sociale per i disoccupati è rimasta circoscritta.

Se vogliamo affrontare davvero la condizione salariale non è sufficiente avviare qualche esperienza. Abbiamo bisogno in primo luogo di costruire e diffondere una critica di politica economica sul nesso tra incremento dei salari e incremento dell’inflazione.

In altre parole dobbiamo spingere fino in fondo la critica alle teorie della compatibilità. In secondo luogo dobbiamo allargare la nozione classica di salario altrimenti restano esclusi troppi soggetti sociali. In terzo luogo, dobbiamo rivedere, come abbiamo fatto con il referendum, la relazione tra contratto e legge.

Come si vede la questione del rapporto tra movimento, opposizione e programma è assai stringente.


Nella scorsa direzione abbiamo prodotto un passo in avanti nella discussione sul partito.

Hanno ragione quei compagni che affermano che non ce la facciamo nel perseguire la nostra impresa politica se non trasformiamo il partito. Non credo di essere presuntuoso se dico che senza questa condizione anche il movimento non ce la fa. Se questo infatti non incontra un partito riformato è spinto nella logica della ricerca di lobbies democratiche oppure a disinteressarsi della politica.

Mi pare che siamo d’accordo sull’esistenza di un deficit di innovazione, naturalmente si tratta di dare un senso alle parole.

E allora domandiamoci perché quelle intuizioni sul rapporto tra partito e società, sulla necessità di “fare società” non si sono realizzate. La domanda è utile e pertinente, purché non rappresenti un alibi per rimanere immobili.

Dal mio punto di vista individuo due ragioni politico culturali. La prima è data dal fatto che nei nostri ragionamenti a Chianciano ha pesato troppo una ragione di innovazione proveniente dal partito senza cogliere che la autorganizzazione è un bisogno diffuso nella nostra società, perché corrisponde ad un sacrosanto desiderio di protezione. La seconda riguarda il fatto che la scelta di stare nel movimento si è accompagnata a un rapporto tra partito e movimento non abbastanza indirizzato verso la necessità di modificare la capacità di accoglienza da parte del partito di diverse e diffuse istanze.

Su questi temi la direzione farà una proposta precisa che riguarderà la costruzione di luoghi, di reti, di casa del popolo, di pratiche sociali. In un certo senso torniamo così alle origini del movimento operaio.

Oggi come allora non possiamo limitarci alla definizione della linea. Non è mia abitudine fare lodi a militanti e a circoli, ma so bene che noi dirigenti siamo privilegiati nei loro confronti. Ma contemporaneamente non possiamo non vedere e non valorizzare altre forme di organizzazione politica e sociale. Vengo da una esperienza che ha visto lo scontro con le commissioni interne delle fabbriche per fare prevalere l’esperienza e la pratica dei consigli. Eppure non v’è dubbio che in quelle commissioni interne vi erano militanti gloriosi, più volte perseguitati dai padroni e dalle forze repressive, vi erano capi veri del movimento operaio.

Ma ancora di più contava il fatto che senza l’innovazione non si sarebbe fatto un passo in avanti. Per queste ragioni i militanti e noi dobbiamo vivere in una dimensione diversa e più arricchente.

Fausto Bertinotti
Roma, 29 giugno 2003
da "Liberazione" (del 3 luglio 2003)