Contributo al dibattito per la conferenza d’organizzazione del PRC - Brianza

PER UN PARTITO MILITANTE, PER L’ALTERNATIVA DI CLASSE

Un partito quindi, che rivendica il proprio ruolo non solo in base alla consistenza elettorale
ma a partire dal carattere della propria politica.

I problemi organizzativi non sono avulsi dal contesto e dalla fase politica. Essi sono dialetticamente legati alla strategia politica. Le forme e i modi con i quali ci si organizza dipendono in larga parte dalle politiche che si vogliono contrastare e dalle politiche che, viceversa, si vogliono affermare. Si tratta dunque, per i comunisti, di organizzarsi per lottare efficacemente contro le classi dominanti, di promuovere oggi l’opposizione di classe alle politiche liberiste nella prospettiva di affermare domani un’alternativa socialista e rivoluzionaria.

Premessa

1.

La guerra anglo-americana contro l’esercito regolare iracheno è finita, ma la guerra contro il popolo iracheno continua sotto forma di una sanguinosa occupazione coloniale.

Con il pretesto degli “aiuti umanitari”, il governo Berlusconi ha deciso di inviare tremila soldati con il compito di fronteggiare il malcontento iracheno e di garantire gli interessi delle aziende italiane nella spartizione del bottino di guerra (oltre 200 aziende italiane si sono messe in fila per aggiudicarsi gli appalti della ricostruzione).

Ma la frenesia bellicista non si limita all’occupazione dell’Iraq. Dopo la sconfitta di Saddam è più facile che gli Usa passino senza indugi agli altri capitoli della loro offensiva pressoché illimitata (Siria, Iran, Yemen, Somalia, Cuba, Corea del Nord…)

Questi avvenimenti confermano che, dopo l’89 siamo entrati in una fase in cui la guerra si è trasformata da elemento complementare a principale nello sviluppo capitalistico.

La guerra contro l’Iraq ha disvelato molte illusioni riguardo a improbabili “imperi” e a nuovi “mondi possibili e felici” risolti grazie alla gioiosa mobilitazione delle moltitudini e ha inoltre reso manifesta l’infondatezza di certe tesi nuoviste, da tempo largamente circolanti nel Prc e nel movimento (“il G8 come nuovo direttorio mondiale, la fine degli stati nazionali, il capitalismo globale come inedito moloch mai comparso sulla scena del mondo”, ecc).

Quelle tesi cioè che pretendono di mettere da parte la nozione di imperialismo e sostengono l’avvenuto esaurimento delle contraddizioni interimperialiste.

Contraddizioni che, invece, sono emerse con forza durante il periodo che ha preceduto la guerra. Gli Usa hanno fortissimamente voluto la guerra perché in gioco c’era il mantenimento della loro egemonia sul mondo. Un’egemonia che avendo perso peso sul piano politico ed economico rimane solo come supremazia sul piano militare.

Questo spiega perché nulla ha potuto fermare la determinazione di Bush: non le difficoltà dell’Onu, non le divisioni con i vecchi alleati, non le manifestazioni pacifiste.

L’arroganza dell’imperialismo americano apre dunque a scenari preoccupanti, a fronte dei quali risalta, purtroppo, la limitatezza estrema della discussione a sinistra. Tutto quello che per lo più si riesce a proporre è il ripristino delle regole formali del diritto internazionale, la rilegittimazione dell’Onu e, in alcuni casi, l’accelerazione del processo costituente dell’Europa unita come possibile fattore di equilibrio rispetto all’unilateralismo degli Usa.

Decisamente poco… se si pensa che, dal 45 ad oggi, il cosiddetto “diritto internazionale” ha legittimato o non ha impedito un centinaio di conflitti costati circa una ventina di milioni di morti. Oppure se si pensa che mai, nella sua storia, l’Onu ha messo in discussione le logiche predatorie dell’imperialismo.

A sua volta un’Europa più autonoma sarebbe un’Europa più armata (già oggi l’aumento delle spese militari è all’ordine del giorno in tutti i paesi del vecchio continente).

Invocare l’Europa come “possibile fattore di pace” è profondamente mistificatorio e pericoloso. No. Non esiste un’Europa dei valori sociali e dei diritti umani, come non esiste un’Europa pacifista. Il pacifismo della Francia gronda del sangue delle popolazioni dell’Africa centrale, nei cui paesi Parigi non ha mai cessato di intervenire militarmente, mentre quello di Berlino non ha evitato la mattanza nei Balcani, scatenatasi proprio dopo l’iniziale riconoscimento unilaterale tedesco della Slovenia.

Negli scorsi mesi è emersa un’opposizione alla guerra che non ha coinvolto solo ristrette minoranze, ma che si è trasformata in un sentimento popolare diffuso. Le manifestazioni oceaniche e le bandiere dell’arcobaleno che si sono moltiplicate sulle finestre dei paesi e delle città hanno testimoniato un rifiuto della guerra esteso e universalizzato.

Questo ha rappresentato un fattore di preoccupazione per i governi che promuovevano o sostenevano l’intervento militare (il silenzio tombale del loquace capo del centro-destra, mantenuto per quasi tutto il periodo della guerra è stato emblematico).

Ma la potenzialità di questo movimento contro la guerra poteva esprimersi adeguatamente solo ponendosi su un terreno apertamente anticapitalista e antimperialista. Le sue direzioni e culture maggioritarie hanno invece operato contro questo sbocco: portandovi le illusioni sull’ONU, la logica perdente della “pressione” sui governi europei, gli appelli costituzionali, sino all’esaltazione delle parole del Papa e della Chiesa.

Nel frattempo su scala europea e in ogni paese le direzioni del movimento operaio hanno bloccato e impedito lo sciopero generale. Hanno rifiutato lo stesso obiettivo della cacciata dei governi di guerra. Hanno respinto ogni collocazione coerente al fianco del popolo irakeno e della nazione araba contro l’aggressione imperialista e coloniale.

Il nostro partito, positivamente presente nel movimento, non ha contrastato questo orientamento che anzi ha, in larga misura, avallato. In nome dell’esaltazione del movimento ha rimosso ancora una volta una battaglia chiara per un’egemonia alternativa.

Questa battaglia va oggi, in condizioni nuove, recuperata e rilanciata. Il movimento che si è mobilitato contro la guerra attraversa oggi una difficoltà profonda: la delusione del mancato impedimento del conflitto e l’eredità di un’impostazione pacifista che è rimasta spiazzata e disorientata dalla rapida fine della guerra.

Nel movimento, i comunisti devono stare senza incertezze, ma anche senza cedimenti, qualificando la loro presenza e indicando contenuti di lotta più avanzati a fianco della resistenza dei popoli che si battono contro l’imperialismo e per il ritiro di tutte le truppe di occupazione: rilancio della lotta per la chiusura delle basi americane presenti sul territorio italiano; denuncia degli interessi dell’imperialismo italiano nella spartizione del bottino di guerra, rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo di tutti gli interessi speculativi e guerrafondai; rifiuto dell’esercito europeo e delle politiche di riarmo caldeggiate da Prodi, Schroeder e Chirac.

2.

Grave è la situazione economica, con una crisi devastante, con l’industria avviata verso un declino strutturale, con una progressiva crisi che sta investendo anche le zone che si ritenevano essere quelle trainanti. La stessa Brianza risente della congiuntura negativa con decine di imprese del comparto metalmeccanico alle prese con la cassa integrazione, con le procedure di mobilità, con la cessazione di attività. Negli ultimi anni le imprese dell’”Azienda Brianza” hanno perso ulteriori quote di mercato vedendo calare il proprio fatturato.

In quest’epoca di finanziarizzazione dell’economia, la crescita economica non produce lavoro o, al più ne produce di flessibile. L’introduzione di contratti atipici e temporali ha formalmente aumentato il numero degli occupati, ma questo dato nasconde una realtà di precarizzazione selvaggia che ha pochi precedenti (secondo i dati INPS a Monza e dintorni i lavoratori inquadrati come “collaboratori” sono circa 14.000).

Le due cose ovviamente connesse, danno come effetto: insicurezza, basso reddito, pura e semplice disoccupazione. Insomma usura rapida del legame e della protezione sociale. Tutto questo rende anacronistica l’antica regola keynesiana per cui a “investimenti produttivi” debba corrispondere un aumento dell’occupazione.

Il governo Berlusconi mira a completare un programma anti-operaio e reazionario: abbattendo i diritti dei lavoratori, destrutturando gli strumenti della contrattazione, trasferendo parti sempre più ingenti di reddito all’impresa a scapito dei salari, restaurando una vecchia scuola classista in un’ottica tutta aziendale.

In questo orizzonte, in cui il futuro appare ai più come un peggioramento del presente, si prepara la madre di tutte le controriforme, quella previdenziale. L’obiettivo del governo è quello di una pensione pubblica minima (per cui alla fine della propria vita lavorativa, un lavoratore dipendente avrà poche centinaia di euro) perché tutto il resto diventi previdenza integrativa, e cioè assicurazione privata sulla falsariga del modello americano. È il modello che stanno sposando per una duplice ragione: spostare risorse verso il mercato e fare cassa. I conti pensionistici, a detta della stesa commissione governativa, stanno andando piuttosto bene, ma la finanza “creativa” di Tremonti ha creato un tale buco nel bilancio che per il governo l’unica possibile soluzione è quella di fare cassa con le pensioni.

CACCIARE BERLUSCONI SI. GOVERNARE CON L’ULIVO NO.

La lotta per battere Berlusconi e cacciare il suo governo è dunque una necessità centrale per i giovani e per i lavoratori. Il punto è: quale classe rovescia Berlusconi e per cosa?

Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 ha rappresentato uno spartiacque tra le classi e nella politica italiana. A favore dell’estensione dei diritti si sono pronunciate tutte le organizzazioni del movimento operaio e dei movimenti di questi anni, e quindi tutte le forze politiche che pur nella diversità di percorsi e prospettive si fondano sulla rappresentanza delle classi subalterne.

Contro l’estensione dei diritti si sono invece schierate tutte le organizzazioni del padronato e con esse tutte le forze politiche che vogliono rappresentare i suoi interessi e si candidano a governare in suo nome. Sia le forze reazionarie della Casa delle libertà e sia le forze liberali dell’Ulivo (dalla Margherita alla maggioranza Ds) si sono ritrovate unite nel contrastare l’ampliamento dei diritti dei lavoratori.

Quest’ammucchiata non ha imbarazzato l’Ulivo. Non è una cosa da poco. Non è una parentesi da chiudere rapidamente per passare ad altro come se niente fosse successo.

Se nella sfida per il governo del paese, i programmi e i contenuti devono avere la priorità, è evidente che lo schierarsi contro l’estensione dei diritti, diventi, per chi vuole una vera svolta a sinistra, una discriminante minima, vincolante ed inaggirabile.

Per questo la scelta compiuta dal gruppo dirigente nazionale di avviare a passo di carica un negoziato con l’Ulivo per un programma di governo con tanto di ministri e di sottosegretari è una scelta profondamente sbagliata e molto preoccupante per il futuro del nostro partito.

È una scelta priva di ogni fondamento di classe perché configura un rapporto di stretta collaborazione con forze che sono organicamente legate con la grande borghesia italiana ed Europea. Ma soprattutto è una scelta rovinosa per il partito e per i movimenti: perché nessuna delle istanze di cambiamento del movimento di massa di questi anni è compatibile con un governo liberale di centro-sinistra, e perché l’ingresso del Prc in questo eventuale governo entrerebbe in contraddizione con le più elementari istanze di classe di un partito comunista.

Oggi chi pensa che si possa condizionare l’Ulivo è condannato ad essere condizionato, cioè incluso e inglobato come purtroppo è avvenuto con il sostegno del governo Prodi dove, per due anni e mezzo abbiamo ripetutamente votato l’arrosto delle politiche dell’avversario in cambio del fumo di concessioni simboliche e del tutto marginali.

Se un altro mondo è possibile, certamente non passerà per un abbraccio di governo con, Treu, D’Alema e Mastella.

Le vicende degli anni ’90 ci dicono con sufficiente chiarezza che il centro sinistra non è semplicemente una somma di posizioni moderate: è l’area di rappresentanza in questo paese degli interessi del grande capitale.

Così è stato nella passata legislatura con l’infinita sequenza di privatizzazioni, flessibilizzazioni, rottamazioni, regalie fiscali alle grandi imprese vecchie e nuove.

E oggi è così dal versante dell’opposizione in forme più contorte ma non meno gravi: dall’opposizione all’estensione dell’articolo 18 sino al rifiuto di ogni intervento pubblico in Fiat, dal sostegno al patto di stabilità europeo sino al voto all’impresa di guerra degli alpini in Afghanistan.

Per questo il coinvolgimento dei comunisti in un governo liberale di centro-sinistra non è una questione marginale: è invece una questione di fondo che attiene alla nostra collocazione nel paese, nella società italiana, nell’attuale sistema politico.

L’opposizione al governo Berlusconi, sul terreno concreto della mobilitazione di massa, è certo una priorità dei lavoratori e dei giovani. Và costruita l’unità d’azione tra tutte le forze che si basano sul movimento operaio attorno a una comune piattaforma di lotta che miri alla cacciata del governo. Ma l’opposizione dei lavoratori contro il governo non ha niente a che spartire con l’opposizione borghese dei Rutelli, dei Dini, dei Treu, dei D’Alema, già affossatori del referendum ed oggi preoccupati unicamente di ritessere i legami con le grandi famiglie del capitalismo italiano per tornare a governare in loro nome.

Rifondazione comunista può e deve spendersi fino in fondo per sostenere in ogni movimento e organizzazione di massa la prospettiva dell’alternativa di classe, in contrapposizione all’alternanza liberale. Ciò non significa escludere sul terreno elettorale accordi tecnici in collegi a rischio, al solo fine di “battere Berlusconi”. Ma certo significa escludere nel modo più assoluto ogni compromesso politico, programmatico, di governo con gli avversari liberali del mondo del lavoro.

Rifondazione comunista deve chiedere e praticare la rottura col centro liberale dell’Ulivo. Porre sì la questione dell’unità, ma come unità dei lavoratori, dei giovani, dei movimenti e delle organizzazioni che su di essi si basano, in alternativa sia al centro-destra e sia al centro-sinistra. Contendere su queste basi, alle forze riformiste, l’egemonia nei movimenti. Avanzare nei movimenti e nella società una proposta di lotta e di indirizzo coerentemente anticapitalista e antisistema.

Le elezioni amministrative del 2004: una possibilità da non perdere.

Ampie e diffuse sono state le motivazioni che ci vedono contro ad ogni accordo politico-programmatico con il Centro Sinistra in vista delle elezioni politiche che si terranno, a meno di anticipazioni, nella primavera del 2006.

L’aderire in maniera entusiastica ad un’alleanza con le forze borghesi del Centro e della Sinistra liberale, all’indomani di una sconfitta referendaria i cui maggiori responsabili sono da ricercare proprio all’interno di quelle forze del Centro Sinistra che oramai da mesi il Gruppo Dirigente rincorre, non rappresenta quindi solo un problema di forma ma bensì di sostanza, che accresce in maniera esponenziale le nubi che si stagliano sull’orizzonte politico del nostro partito.

Questo discorso relativo alle scelte intraprese dal gruppo dirigente nazionale in vista delle elezioni politiche del 2006 non è tuttavia, a nostro giudizio, indipendente da quanto sta avvenendo a livello locale, soprattutto se ci si riferisce all’importante tornata amministrativa che interesserà numerosi comuni, anche all’interno della nostra Federazione, nella primavera dell’anno venturo. Tornata amministrativa che rappresenterà, volenti o nolenti, un primo appuntamento di verifica per la svolta intrapresa da parte del nostro Partito.

Dietro i grandi discorsi sull’autonomia e il decentramento, la sostanza è una responsabilità sempre più crescente degli enti locali nella gestione dei servizi rivolti alla cittadinanza, affiancata però, dalla continua riduzione dei finanziamenti dello stato. Anche ammettendo che gli assessori del PRC riescano a condizionare le politiche concrete delle giunte comunali (cosa peraltro tutta da dimostrare, visto i rapporti di forza) siamo sicuri che attraverso i governi locali sia oggi possibile praticare una politica economica e sociale alternativa?

Non bastano la moralità, la competenza amministrativa, la capacità progettuale, ci vogliono anche i mezzi materiali e le risorse finanziarie per sostenere uno sviluppo alternativo.

Il rischio che corriamo è quello di trovarci coinvolti -nostro malgrado- nella gestione di politiche di contenimento e di taglio dei servizi sociali, politiche queste imposte dall’apparente neutralità dei bilanci degli enti locali.

Pur con tutte le cautele del caso, tenendo anche presente le differenze oggettive di potere che le assisi comunali o provinciali detengono se paragonate al consesso nazionale, giova ricordare come anche negli stessi ambiti comunali e provinciali si siano riproposte, nel tessere alleanze e nel partecipare ad aggregazioni elettorali, le stesse logiche poc’anzi analizzate a livello nazionale. La differenza più consistente con quanto sta avvenendo a livello nazionale è rappresentata dal fatto che tali logiche non sono emerse solo recentemente ma bensì rappresentano una metodologia di azione politica che persevera nel tempo e che non ha neppure risentito, a parte alcune significative seppur rare eccezioni, di quella che fu la più profonda crisi intercorsa tra Rifondazione e il Centro Sinistra, cioè la caduta, nel 1998, dell’allora governo presieduto da Romano Prodi.

Anche in Brianza, giova comunque ricordare come troppo spesso tali accordi si siano configurati solo come alleanze elettorali fini a sé stesse, dettate da una pura e semplice logica di partecipazione ad alleanze autoreferenziali, prive cioè di qualunque reale politica di classe.

Alleanze nelle quali troppo spesso, anche in virtù dello scarso peso elettorale che il nostro Partito possiede in Brianza, l’apporto è stato esclusivamente marginale, incapace di incidere realmente sulle politiche amministrative dei vari comuni nei quali i nostri rappresentanti assurgevano al ruolo di amministratori. Molte volte l’unico ruolo che Rifondazione ha saputo recitare è stato quello di un comprimario di lusso, buono come banderuola da sventolare per accaparrarsi voti anche a sinistra, salvo poi metterla nell’angolo al momento delle decisioni che contano.

Ciò non sta a significare che l’unico discrimine per la partecipazione di Rifondazione ad alleanze di natura politico- programmatica a livello locale sia rappresentato da un maggior peso che il nostro partito possa avere all’interno delle varie alleanze o coalizioni. Il problema rimane infatti, in primo luogo, qualitativo e programmatico. Troppo spesso, col solo fine di salire sul carro dei vincitori, si sono voltate le spalle a decenni di battaglie politiche e sociali, spesso combattute proprio sul territorio per tematiche strettamente connesse alla realtà locale. L’acquisizione di assessori e consiglieri comunali è diventata preminente rispetto ad una reale difesa dei principi di classe e delle esigenze di gran parte della massa dei lavoratori che hanno storicamente rappresentato, nel corso degli anni, il bacino elettorale e di militanza del nostro partito.

Pensiamo in primo luogo alle possibile politiche di redistribuzione del reddito tra le classi che le amministrazioni locali nelle quali siamo parte integrante possono e devono necessariamente attuare, oppure ad una reale ed incisiva azione dal punto di vista della difesa del territorio, troppo spesso depauperato e violentato da parte di amministrazioni “amiche” che in realtà rispondono solo a logiche spartitorie e di convivenza con i poteri forti presenti sul territorio.

La continua adesione ad alleanze elettoralistiche e spartitorie, scevre da ogni ragionamento classista e realmente alternative non può non determinare, all’interno della base elettorale e anche militante del partito, reazioni di sostanziale disilussione e di allontanamento dalla vita di partito. Le continue e sistematiche emorragie di voti e di iscritti che oramai da anni rappresentano una triste realtà per Rifondazione, sulla quale molti compagni si sono interrogati e si interrogano tutt’ora, hanno origine anche da scelte di natura “alleanzista” a tutti i costi, troppo spesso non capite o non condivise.

Troppo spesso, inoltre, a giustificazione degli accordi sottoscritti a livello locale con le forze del centro borghese e della sinistra liberale, viene ricordato come le amministrazioni locali rappresentino qualcosa di “diverso” rispetto al livello nazionale, in primo luogo riferendosi ai poteri di natura decisionale assegnati ai comuni, più limitati se riferiti all’ambito nazionale o amministrativo superiore, come ad esempio le regioni. Se ciò può essere vero da un punto di vista prettamente teorico, è assolutamente da respingere e da contrastare la linea, portata avanti sin d’ora, che, facendosi forte del ragionamento sopra descritto, giustifica qualsiasi tipo di alleanza. Il problema è rappresentato dal fatto, che, a nostro avviso, con la politica di alleanze indiscriminate a livello locale portata avanti dal nostro partito nel corso degli ultimi anni si è a piccole dosi, quasi omeopaticamente, vaccinato il corpo militante ed elettorale di Rifondazione ad una possibile alleanza nella prossima tornata di elezioni politiche. Con il risultato, non secondario, di aver provocato danni a volte irreparabili a livello locale!

Alla stessa stregua è doveroso sottolineare quanto sia fuorviante il continuo richiamo al pericolo del governo, anche a livello locale, da parte di coalizioni di Centro-Destra. Tale possibilità, per quanto negativa, non può comunque essere addotta quale giustificazione principale per la presenza di Rifondazione Comunista all’interno di coalizioni con le forze del Centro Sinistra. Coalizioni che troppo spesso rappresentano infatti la longa manus di poteri forti presenti sul territorio e con i quali noi abbiamo nulla a che spartire.

Il rischio di omologazione con le altre forze del Centro-Sinistra è, a livello locale, ancora più forte che non sul piano nazionale. In questa direzione numerosi sono stati gli errori fin qui compiuti.

La tornata amministrativa della primavera del 2004 rappresenta un’occasione che il nostro partito non può assolutamente farsi sfuggire per porre, con forza, una linea di demarcazione e di differenziazione netta con le altre forze del Centro-Sinistra, dicendo no a tutte quelle alleanze che non rappresentino in maniera paritetica il nostro partito e che non siano fautrici di un programma realmente di classe, pur con tutti i limiti di reale potere che le amministrazioni locali hanno.

Respingiamo quindi qualunque ipotesi relativa ad alleanze che non rappresentino appieno la vera anima alternativa e di classe che un partito che si dichiara comunista ha iscritto all’interno del proprio DNA, anche e soprattutto a livello locale. Questo rifiuto, ci sembra logico affermare, non dovrà rimanere circoscritto alla prossima tornata elettorale amministrativa, ma sarà il punto di partenza, in un futuro prossimo, per un ripensamento complessivo della posizione di Rifondazione Comunista all’interno di tutte quelle amministrazioni nelle quali il nostro partito è parte integrante.

Respingiamo quindi ogni nuova alleanza nella tornata elettorale per le elezioni amministrative del 2004 come primo passo per un futuro ripensamento e ricollocazione in tutte quelle amministrazioni che ci vedono alleate con le forze borghesi del Centro Sinistra.

La federazione e il ruolo di coordinamento tra i circoli: unità nelle linee di intervento

La conformazione urbanistica del territorio facente parte della Federazione Brianza, identificabile in massima parte come estensione dell’area metropolitana milanese, fa sì che molto spesso iniziative ed interventi di carattere territoriale (come ad esempio numerose scelte urbanistiche oppure tutto ciò che è legato alle infrastrutture per i trasporti), non siano circoscritti all’ambito di un singolo comune ma interessino una pluralità di comunità e, come tale, di circoli. Circoli che, viste a volte la vastità degli interventi, non necessariamente fanno parte della stessa federazione.

La costruzione di un tratto autostradale o di una nuova linea ferroviaria, tanto per rimanere all’interno di esempi che hanno più o meno interessato direttamente il nostro territorio (si pensi, ad esempio, alla tanto vituperata Autostrada Pedemontana nelle sue infinite varianti fin qui giunte o alla riqualificazione dei numerosi tratti ferroviari presenti sul territorio brianzolo) infatti rappresentano interventi di tale portata che risulta difficile circoscriverli, anche solo come influssi indiretti, ai confini di una singola federazione.

Nonostante ciò il ruolo svolto dal singolo circolo territoriale rappresenta il fulcro dell’attività di propaganda e di sensibilizzazione riguardante problematiche che, per l’appunto, spesso e volentieri non si esauriscono all’interno dei limiti territoriali né del circolo né tantomeno, a volte, della federazione di appartenenza.

Per il tipo di organizzazione della quale il nostro partito si è dotato, ciò rappresenta invariabilmente l’unica possibilità di azione concreta sul territorio, con tutti i limiti e difetti che essa comporta. Limiti e difetti che la federazione avrebbe il compito di eliminare o quantomeno di stemperare.

I limiti e i difetti che si possono estrapolare da una attività politica e di propaganda territoriale esclusivamente demandata ai circoli sono sostanzialmente due:

Come ovviare a questi due fattori di rischio? Quale il compito che la federazione si deve assumere per stemperare o correggere questi aspetti negativi?

Nel primo caso sarebbe auspicabile che la federazione abbia innanzitutto ben presente quali siano tutti gli interventi a carattere sovracomunale, sia di prossima attuazione che in progetto, che si stanno compiendo o si andranno a compiere all’interno del territorio della federazione, anche qualora tali interventi non si limitino ai confini della federazione stessa ma assumano una valenza regionale. Una volta stabilita una scala di priorità per ognuno degli argomenti individuati, compito della federazione sarà quello di promuovere un ciclo di incontri con i rappresentanti dei vari circoli territoriali interessati all’argomento, allo scopo non solo di approfondire le conoscenze riguardo alla tematica stessa, ma anche e soprattutto di definire le linee di intervento e di posizione comuni cui tutti i circoli dovranno il più possibile attenersi.

Per quanto riguarda il secondo limite emerso, esso può essere ovviato in buona parte tramite una serie di iniziative di coordinamento, attuabili ad esempio sempre tramite un ciclo di incontri o conferenze ad hoc, quali quelle indicate nel punto precedente. In questo caso compito della federazione sarà non solo quello di calendarizzare in maniera adeguata le iniziative dei vari circoli sull’argomento in questione, per far sì che un’iniziativa portata avanti contemporaneamente in più comuni sia dotata di un’attenzione da parte dei mezzi di informazione sicuramente maggiore dell’iniziativa isolata del singolo circolo, ma anche e soprattutto di suscitare interesse e partecipazione alla tematica affrontata da parte di quei circoli che, pur essendone interessati in prima persona, non abbiano dimostrato una sufficiente mobilitazione ed interessamento a riguardo.

Anche per queste ragioni c’è la necessità di una federazione attiva, dotata di dipartimenti funzionanti, in grado di coordinare e di pianificare il lavoro di massa dei circoli, capace di produrre iniziativa politica a livello locale.

In questo senso le zone vanno costruite e rafforzate per consentire di affrontare e superare in avanti i limiti e le debolezze dei singoli circoli territoriali.

QUALE PARTITO

L’assunzione di un progetto anticapitalista, alle cui linee essenziali abbiamo prima accennato, richiede la costruzione del Prc come partito militante, fortemente organizzato e socialmente radicato, in grado di superare i localismi e i settorialismi, capace di concentrare le forze e le energie lì dove servono.
Un partito che afferma realmente, nella pratica politica quotidiana, la “preminenza della battaglia sociale su quella istituzionale”.
Un partito che recupera ed attualizza la concezione gramsciana e leninista del partito, come “organismo militante” e “intellettuale collettivo”: un partito che non si limita alla rappresentanza degli interessi di classe ma che lotta per la direzione del movimento operaio, nella prospettiva dell’alternativa socialista e che orienta la propria cultura, la propria strutturazione organizzativa, il proprio funzionamento in relazione a quella prospettiva generale
.

Ciò significa:

Un partito pienamente inserito nel mondo del lavoro: e quindi che si costruisce nei luoghi di lavoro, lì dove si accumulano le contraddizioni di classe, che lotta e si organizza per riunificare ciò che il capitale divide, frantuma e parcellizza. Oggi si tratta di approfondire un ragionamento già presente nei nostri discorsi tramutandolo in azione politica.

I circoli territoriali (che attualmente costituiscono il nerbo della presenza organizzata del partito) in stretta collaborazione con il dipartimento lavoro e con la segreteria federale devono lavorare prioritariamente attorno alle questioni che investono il mondo del lavoro: con una presenza costante davanti alle fabbriche, alle aziende del terziario e della pubblica amministrazione. Lo stesso lavoro di inchiesta (che va costruito) e la stessa propaganda”esterna” (che va incentivata) devono servire a creare le premesse per affermare una presenza stabile dei comunisti nei luoghi di lavoro. Và sperimentata la possibilità di costruire forme di coordinamento operaio in alcune zone territoriali dove questo é possibile (Cesano, Groane, Vimercatese)

la centralità politica dei lavoratori deve essere l’anima della nostra azione. Una centralità del lavoro non solo quello dipendente e salariato, ma di tutte le forme che ha assunto nella società odierna: Co.co.co., lavoro interinale, ecc.

Di particolare importanza è il coordinamento dei compagni iscritti al sindacato, dove va evitata ogni logica di lavoro “separato”. Cosi come è di particolare valore operare affinché vi sia un riavvicinamento, nella lotta e nel confronto comune, tra lavoratori iscritti al partito e aderenti a formazioni sindacali diverse, che negli ultimi anni sono state in aspra contesa tra loro.

Un partito profondamente inserito nei movimenti reali ma non “movimentista”: e quindi un partito che non si pone come semplice cassa di risonanza dei movimenti, ma che lotta per la direzione politica dei movimenti stessi, nel pieno rispetto delle loro espressioni organizzate ma sulla base di un chiaro progetto politico. Nella consapevolezza che la rinuncia alla lotta per l’egemonia significa abbandonare i movimenti al controllo o all’influenza degli apparati “riformisti”, a scapito della loro stessa carica antagonista.

Un partito che proprio in quanto impegnato nell’azione di massa si pone e si costruisce come partito di attivisti, che partecipano con continuità alle iniziative e alle discussioni. Ogni compagno, dai dirigenti ai semplici iscritti deve rappresentare il partito nel proprio settore svolgendo un’attività di stimolo, coinvolgimento e orientamento nei confronti di simpatizzanti, elettori, settori di massa.

Un partito che considera la questione della formazione dei quadri non come un problema marginale, da delegare alla “buona volontà”individuale o a qualche seminario dedicato alle tematiche amministrative ma come questione decisiva del proprio progetto. E che quindi concepisce la formazione non come semplice “aggiornamento” dell’analisi ma come attività complessiva e sistematica che riparte dai classici fondamentali del marxismo e dall’esperienza storica del movimento operaio per ricondurli all’attualità e rilevarne il nesso con i problemi di orientamento politico e pratico nella realtà dell’oggi. La federazione deve predisporre un piano di lavoro per la formazione dei compagni, realmente praticabile,assumendo questo problema come un settore importante del suo lavoro: tanto più nel momento del possibile avvicinamento al partito di una nuova leva di giovani compagni.

Un partito capace di presenza istituzionale ma non istituzionalista: e che quindi subordina scelte elettorali ed istituzionali all’azione di massa, ai principi di classe, alle finalità strategiche, non finalizzando la politica al voto ma chiedendo il voto a una politica. Il pericolo vero per il Prc , oggi non è rimanere “isolati” dalle altre forze politiche, ma è invece apparire (ed essere) agli occhi delle masse come omologati al teatrino della politica, uguali agli altri, interessati come gli altri solo al piccolo potere delle istituzioni e alle sue logiche “bizantine”, autoreferenziali e separate dalla vita dei lavoratori. In questo senso, bisogna sempre fare il bilancio della nostra partecipazione negli enti locali, verificando quali obiettivi abbiamo sostenuto e quali abbiamo effettivamente raggiunto nei diversi consigli comunali nei quali siamo presenti.

Va superata la dicotomia, spesso esistente, tra i rappresentanti istituzionali e l’insieme del partito. I compagni eletti nei consigli comunali devono essere subordinati ai circoli di appartenenza e agli organismi dirigenti della federazione. Un partito quindi, che rivendica il proprio ruolo non solo in base alla consistenza elettorale ma a partire dal carattere della propria politica: una politica volta alla costruzione del conflitto e alla conquista delle masse e che per questo assume il radicamento organizzato nei luoghi di lavoro e il lavoro organizzato e coordinato nei movimenti come priorità essenziale.

Anna Caioli, Gianni De Renzi, Vanni De Toni, Giovanni Laudicina, Piero Nobili, Alfio Pasqualini,Filippo Piacere, Mara Pittarella, Andrea Volpi (del Comitato Politico Federale); Giuseppe Mascolo (del Collegio di Garanzia), Davide Viganò, Vincenzo Adduci (dei Giovani Comunisti); Massimo Busnelli (Circolo delle Groane)
Monza, 30 ottobre 2003