Dibattito nel PRC

Salvare il partito

Contributo della Federazione di Vicenza per una discussione nel Partito

L’ORIZZONTE

Infine

La caduta dei regimi del cosiddetto “socialismo reale” non ci fornisce risposte certe in proposito e questo semplicemente perché non è ancora stata indagata con l’opportuna profondità e serietà.

Settant’anni di storia mondiale, determinata dall’avvento sulla scena politica del “socialismo reale”, sono trascorsi e sono terminati senza che si sia sentita, almeno nel nostro partito, la necessità impellente e non aggirabile di capire cosa sia successo e che cosa abbia determinato, alla fine, il crollo inglorioso dell'”impero” sovietico e del suo articolatissimo sistema di alleanze (politico-economico-militare).

Siamo rimasti all’improvviso senza riferimenti ideologici (peraltro in passato, in tempi non sospetti, già fortemente discussi e messi – a tratti – sotto accusa) e non abbiamo fatto nulla per capire, per analizzare, per indagare. Il mondo è rimasto in balia di un’unica superpotenza economica, politica, militare e anche culturale e noi non abbiamo nemmeno cercato di ipotizzare quali sarebbero state le conseguenze di tutto questo, quali scenari si sarebbero dischiusi di fronte alle sinistre più radicali sparse per il pianeta.

Allo stato presente delle cose non sappiamo se fosse stato o meno possibile, in passato, mutare il percorso di quei paesi, evitando il poderoso e irreversibile collasso che li ha colpiti. Centocinquant’anni di storia del pensiero (e in parte di prassi) marxista, messi in soffitta senza lo straccio di una rivisitazione critica.

Potenzialità, limiti, difetti, errori, alternative: nessuna indagine. Silenzio.

Dovevamo, invece, trovare o almeno ricercare risposte certe a questo coacervo di interrogativi. Questo era il compito che ci eravamo assegnati quando, nel 1990/1991, decidemmo di affiancare all’aggettivo “Comunista” il sostantivo “Rifondazione”.

La mancanza di questa approfondita ricerca del “perché” e del “come” sia potuto succedere tutto questo ha generato nel partito uno stato di insicurezza collettiva costante, spinte ad un eclettismo ideologico dannoso, formazioni di correnti, di gruppetti, di aree, di spezzoni autoreferenziali e fra loro spesso impermeabili e, in ultima analisi, la determinazione di linee politiche temporanee, improvvisate, precarie, spesso frutto di “pensate” estemporanee, ondivaghe e contraddittorie, sovente legate solo al contingente.

Queste ultime condizioni hanno provocato nel Partito una sorta di schizofrenia parossistica che ha generato, in prosieguo di tempo e a ritmi vieppiù incalzanti, un clima interno rissoso, insicurezza collettiva, mancanza di dibattito effettivamente democratico, scollamento grave fra vertice e base, serio depauperamento dell’organizzazione.

IL PARTITO OGGI E’ SULL’ORLO DEL DISFACIMENTO

Di certo c’é che oggi siamo a un bivio di fronte al quale non è pensabile prendere decisioni di basso profilo. Non è più tempo di pannicelli caldi, di tisane, di cachet. Oggi bisogna prendere decisioni forti ed immediate perché non si tratta più di “mitigare” o di “correggere” o di “frenare” o di “modificare leggermente” le sbandate. Non si tratta più di riaggiustare parti della linea del Partito, ma di salvare il Partito.

In un momento nel quale non si riesce nemmeno ad intravedere l’inizio di un processo di formazione di un soggetto rivoluzionario e in un momento nel quale taluni si ostinano invece a individuarlo in un movimento (Noglobal) dai connotati tutt’altro che definiti – certamente però senza connotazioni di classe – magmatico, eclettico, tutto interno alle logiche economiche e politiche dominanti, al massimo volto a mitigarne gli effetti più perniciosi e devastanti o a razionalizzarne le scelte, di certo esiste solo la presenza oggettiva del nostro PARTITO.

Se scompare anch’esso nel vortice della globalizzazione liberista, o all’intero delle sue contraddizioni, non resterà più nulla cui riferirsi, in cui organizzarsi, in cui ricercare – magari faticosamente – le ragioni di uno stare assieme anche solo per esplorare nuove vie, nuove ipotesi di impegno, nuovi orizzonti.

Scomparsi i fini, scomparsi i mezzi, scomparso lo strumento, non resterà che rifluire nel privato o all’interno di qualche segmento movimentista più congeniale alle proprie pulsioni o dentro a qualche club culturale con velleità parapolitiche.

QUALE NUOVO PARTITO?

Il Partito non è un fine. Il partito è uno strumento. Uno strumento serve per compiere un’azione, per favorirne gli esiti. Un’azione tende a raggiungere uno scopo, a realizzare concretamente un progetto, un’idea. Se manca lo scopo, se il progetto non esiste, se non c’è l’idea non si può scegliere lo strumento, non lo si può definire.

Questo è un ragionamento elementare eppure sembra così difficile da capire. Sono 12 anni che navighiamo a vista, che prendiamo decisioni e attuiamo scelte sganciate da una strategia definita e condivisa. Sono 12 anni, quindi, che usiamo un Partito che non si sa come debba essere costruito e come debba funzionare perché NON SI SA A COSA DEBBA SERVIRE.

Di certo c’é che da un paio di anni alcuni settori del Partito, sfruttando proprio l’assenza di una strategia fondamentale, tentano di disarticolare le strutture portanti dell’organizzazione: i Circoli.

Individuati come i più duri avversari ad un ri-posizionamento del Partito su un versante politico che non ha più come obiettivo quello di ridisegnare una teoretica comunista, e a questa piegare la sua strutturazione, i Circoli sono stati spesso abbandonati a se stessi, privati di risorse, schiacciati da un livello intermedio (il Regionale) che ha ridimensionato anche il ruolo delle Federazioni.

Oggi i segretari dei Circoli, ma in buona misura anche e quelli delle Federazioni, contano molto poco. Oggi contano i segretari regionali, i consiglieri regionali, i deputati, i senatori e i parlamentari europei...e i big del movimento. I livelli istituzionali del Partito sono largamente e saldamente controllati da una parte della maggioranza che ne determina la composizione senza alcuna mediazione con le altre aree interne. Da questi livelli, è bene ricordarlo, provengono e sono amministrati gran parte dei fondi del Partito. Lì c’è il “potere reale”.

Il tesseramento sembra non interessare più. Pare anzi che una riduzione del tesseramento significhi una miglior ri-dislocazione del Partito nei movimenti, un indebolimento delle resistenze interne al cambiamento di natura del Partito. Non si sa più nemmeno quanti iscritti siano sopravvissuti, non si conoscono i nomi delle federazioni che “tengono” e quelle che hanno già “collassato” (pensiamo a Verona, per esempio, o a Rovigo per quanto riguarda il Veneto). Su tutto questo non c’è alcun dibattito, non c’è critica.

In sostanza riteniamo che sia in atto un processo di destrutturazione che deve servire a rendere massimamente permeabile il nostro Partito a qualsiasi istanza del movimento e per questa via porre le premesse per CAMBIARNE LA FISIONOMIA, IL NOME, GLI EMBLEMI, LA NATURA, CIOE’.

Il Partito, ma soprattutto i Circoli che resistono, sono considerati, e forse lo sono realmente, anche se in misura calante, “il piombo nell’ala” del gabbiano movimentista. Il Partito deve essere quindi “alleggerito” se non proprio liquidato.

COSA C’E’ DI COMUNISTA IN TUTTO QUESTO?

Questa è la domanda a cui ogni compagno iscritto deve dare una risposta. Questa è la domanda che noi dobbiamo porre ad ogni iscritto.

Permanere in questa situazione troppo a lungo consentirà lo sgretolamento organizzativo e quindi politico (di quanto resta) del Partito. Non si può vincere questo braccio di ferro se non si riesce a imporre la necessità di “ridefinire un possibile futuro comunista” e a questo piegare ogni scelta organizzativa e di linea politica.

Oggi di sicuro c’è che esistono ancora Circoli e Federazioni: mal messi, abbandonati, in fase recessiva, squattrinati e demotivati. O li ripigliamo per i capelli e ne teniamo fuori la testa dall’acqua o annegheranno rapidamente.

Ci servono questi Circoli e queste Federazioni! Ci servono perché è di lì che si può iniziare il processo di “Rifondazione Comunista” tanto auspicato e così DOLOSAMENTE esorcizzato per 12 anni.

Noi siamo pronti a ristrutturare, riorganizzare, modificare anche profondamente il Partito, ma solo se l’obiettivo sarà quello di costruire un “PARTITO COMUNISTA”. Qualsiasi altra roba non ci interessa.

Non abbiamo costruito il Partito per seguire le farneticazioni di Casarini, di Tony Negri o di Revelli o le sdolcinature protopolitiche di Agnoletto o le brusche e periodiche virate di linea dei nostri attuali dirigenti.

Pensiamo che Marx, Lenin, Gramsci e – perché no? – Trotzskij abbiano ancora da insegnare molto a noi e a quanti verranno dopo di noi. Perché la vicenda sarà molto, ma molto lunga e bisognerà avere il respiro della storia per non morire di asfissia ideale strada facendo.

Si tratta di rimettere in moto i cervelli ma, nel frattempo, di impedire che ci venga tolta l’unica struttura organizzata che abbiamo e che può consentirci di lavorare per una ripresa.

Circolano belle riviste teoriche – ad alcune delle quali siamo affezionati -ma le riviste, per quanto belle e importanti siano, non bastano. Non bastano in una situazione grave come quella nella quale ci dibattiamo. I problemi si pongono a ritmo accelerato e il dibattito teorico, pur vitale come abbiamo tentato di dimostrare, non è in grado da solo di porre un freno alla deriva del Partito. Serve dell’altro: serve un’iniziativa politica interna fortissima e immediata.

E’ vero, il partito in questi giorni ha compiuto una virata notevole rispetto alle conclusioni dell’ultimo Congresso, virata che lo ha portato nei fatti, ma non esplicitamente, a nobilitare parzialmente, ma significativamente, le nostre tanto vituperate posizioni. E questo è importante, ma se questa virata non è accompagnata da una discussione aperta e chiara nel Partito, che indichi chi ha modificato cosa e perché, tutto resterà immutato dentro al Partito.

CHE FARE?

Noi reputiamo che ci sarebbero (in condizioni normali) tutti gli elementi necessari e sufficienti nel richiedere un Congresso Straordinario, SUBITO, con l’obiettivo di ridefinire democraticamente la linea del Partito.

Tuttavia conosciamo bene i rischi e le difficoltà che una tale scelta incontrerebbe:

  1. un Congresso Straordinario, ORA, rischierebbe di trasformarsi in larga misura in un referendum sul “Fare o no l’alleanza con l’ulivo”, tema importatissimo, ma non certamente l’unico o il più rilevante;
  2. un Congresso Straordinario subito sarebbe mal tollerato da molti compagni di ogni area usciti estremamente provati dal precedente;
  3. un Congresso straordinario cadrebbe a ridosso delle elezioni amministrative e di quelle europee del 2004, impedendo un pieno dispiegamento delle energie del Partito nel cercare di uscirne positivamente.

Politicamente, però bisognerebbe sviscerare, discutere a fondo la modifica della posizione del nostro segretario sul centrosinistra. Tale mutamento di linea ha prodotto più di qualche perplessità nelle tetragone certezze di molti compagni e li ha oggettivamente messi in difficoltà (pensiamo, ad esempio, al recente intervento di Cremaschi su Liberazione che condividiamo in buona sostanza dato che pone alcuni dei problemi centrali che poniamo anche noi).

Il cambio di linea politica di 180°, rispetto al centrosinistra, in condizioni normali avrebbe imposto la necessità di un Congresso Straordinario. Se poi aggiungiamo le erronee elaborazioni sull’imperialismo (la guerra in Iraq è stata, sotto questo punto di vista, dirimente) e sulla caduta della centralità del lavoro (il dispiegarsi del movimento dei lavoratori, di cui la FIOM è la punta di diamante, è stato altrettanto dirimente), nonché la documentata consunzione organizzativa del Partito per la sbornia “movimentista”, ci sarebbe la necessità di investire l’intero Partito in una discussione profonda ed articolata.

Ma se molto osta alla richiesta di un Congresso Straordinario, perché non pretendere ALMENO un Conferenza Nazionale Programmatica tale da consentire di chiarire chi ha cambiato cosa e perché e tale da varare una linea -se non unanimemente accettata -almeno democraticamente determinata e condivisa.

LE PRIORITA’

A) SUL PIANI GENERALE E DI PROSPETTIVA

  1. Aprire finalmente un grande dibattito che miri ad analizzare le cause profonde della sconfitta dei “regimi del socialismo reale” e dei loro sistemi di alleanza (politici-economici-militari).
  2. Cominciare a definire la fisionomia di una possibile società comunista futura senza avere la presunzione di determinarne, fin nei dettagli, le caratteristiche, ma tale da evitare gli errori del passato.
  3. Analizzare la situazione internazionale venutasi a determinare dopo la caduta dei regimi dell’Est: neoimperialismo – globalizzazione – ruolo degli USA – stati nazionali – policentrismo capitalistico – nazioni emergenti – guerra infinita ecc.ecc.
  4. Analizzare le realtà dei pochi sistemi retti da Partiti Comunisti – Marxisti – Progressisti sopravvissuti alla catastrofe del 1989 (Cuba, Cina, Corea, Viet-Nam ecc., ma anche Brasile, Venezuela, ecc.).
  5. Mappare criticamente i movimenti rivoluzionari in lotta nel mondo (p.es.: i guerriglieri irakeni sono terroristi o resistenti? Vanno isolati o sostenuti? E le Farc? E Hamas?).
  6. Mappare criticamente i Partiti Comunisti e Socialisti presenti sul piano internazionale (p.es.: il Partito Comunista irakeno fa una politica positiva o attua un devastante collaborazionismo alla Quisling?)
  7. Ridefinire complessivamente una politica estera del PRC.
  8. Analizzare criticamente l’essenza e le potenzialità “rivoluzionarie” reali del movimento dei movimenti.
  9. Ridefinire criticamente il nostro ruolo rispetto al movimento dei movimenti.
  10. Ipotizzare, sulla scorta di quanto emerso dai punti precedenti, la costruzione di un blocco sociale (soggetto potenzialmente rivoluzionario) capace di lotte di lungo respiro sia interne che internazionali.
  11. Ridefinire una struttura di Partito (forma partito) sulla scorta degli obiettivi strategici determinati, abbandonando soluzioni-scorciatoia

B) SUL TERRENO DELLA POLITICA IMMEDIATA

E’ necessario partire dall’analisi di tutti gli errori e di qualche sconfitta patiti dal Partito negli ultimi anni:

  1. Democrazia interna.
  2. Isolamento politico.
  3. Subalternità a una parte del movimento.
  4. Stasi preoccupante dei risultati elettorali alle amministrative.
  5. La sconfitta referendaria.
  6. Oscillazioni fra chiusure preconcette e aperture subalterne al centrosinistra.
  7. La perdita di consenso.
  8. Indebolimento progressivo dell’organizzazione. Il “caso veneto”, ma non solo.
  9. Spappolamento dell’organizzazione dei Giovani Comunisti.

1. DEMOCRAZIA INTERNA

Se è vero che non si può fare una frittata senza rompere le uova è necessario decidersi:bisogna aprire nel partito un contenzioso sulla questione della democrazia interna. Noi veniamo a conoscenza dai giornali delle decisioni prese da pochissimi compagni in nome e per conto del Partito. Questo è diventato francamente intollerabile.

Le decisioni così prese, in assenza di dibattito, vengono vissute come dei veri e propri soprusi ed i compagni sono sempre meno disposti a seguire indicazioni e direttive.

Questo è un problema che investe la natura stessa del Partito, che lo modifica nel profondo, disarticolandolo e riducendolo a un mero contenitore di tessere (sempre meno numerose, peraltro).

Bisogna riconquistare una prassi democratica interna che oggi è fortemente in discussione. Bisogna riconquistarsi il Partito.

2. 3. 4. ISOLAMENTO POLITICO - SUBALTERNITA’ AD UNA PARTE DEL MOVIMENTO - STASI PREOCCUPANTE DEI RISULTATI ALLE ULTIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE.

Al contrario di quanto molti compagni di un parte del PRC sostengono in modo strumentale, siamo assolutamente convinti che il movimento nato a Seattle, e sviluppatosi poi a livello mondiale, abbia una grandissima importanza. Siamo convinti che questo movimento possa aiutarci a ricominciare a pensare ad una ripresa del percorso rivoluzionario di trasformazione sociale. Non è però assolutamente secondario il modo in cui noi, come PRC, intendiamo intervenire all’interno di questo movimento.

La scelta fatta dal Partito di privilegiarne una piccola ed identitaria frazione ha prodotto il nostro allontanamento da quella parte del movimento che invece è legata al mondo del lavoro e che è stata, proprio per questo, facilmente intercettata per una lunga fase da Cofferati e dalla CGIL. La nostra linea strategica di intervento nel movimento dei movimenti, basata sul concetto della contaminazione, sempre e comunque praticata nei confronti dei soli disobbedienti, si è rivelata alla prova dei fatti profondamente errata.

Dopo che l’intero Partito ha investito energie intellettuali, economiche e fisiche -dirottando all’interno dei socialforum la quasi totalità dei suoi gruppi dirigenti -in un semplice battito di ciglia la CGIL e Cofferati si sono appropriati mediaticamente del lavoro da noi svolto e si sono candidati alla leadership del movimento stesso.

Ci siamo trovato sopravanzati da un movimento che non era quello su cui noi stavamo operando e che arrivava da tutt’altra parte: dal mondo del lavoro. D’altro canto è legge fisica: lo spazio vuoto è destinato ad essere riempito da qualsiasi elemento abbia una qualche propensione al moto. Noi la consistenza l’avevamo ed anche la motilità, ma erano impegnate nel tentativo di sciogliersi in una realtà che, oltretutto, non aveva nessuna voglia di farsi contaminare da noi.

V’è anche da registrare il fatto, inoltre, che il movimento, chiamiamolo, socio-sindacale (operaio e girotondino), era in qualche modo alla ricerca di una figura che facesse da traino e che superasse quella di Nanni Moretti, ma non era disposto ad affidare questo compito ai disobbedienti e cioè a Casarini e a Caruso. Se il PRC avesse adottato per tempo la strategia del FARE EGEMONIA (in senso gramsciano) fra i NOGLOBAL e contemporaneamente non avesse sguarnito il fronte del lavoro e della società civile, non è da escludere che una grossa parte del movimento dei movimenti avrebbe potuto riconoscere in Rifondazione Comunista una delle sue maggiori forze costituenti.

Per una lunga fase (troppo lunga!) ci siamo ritrovati schiacciati fra le ganasce di una morsa: da una parte Cofferati, dall’altra Casarini. Questo ha determinato una impasse politica reale dalla quale si è cercato di uscire con il Referendum sull’art.18. Prima, però, passando per una deludente tornata elettorale amministrativa dove abbiamo toccato con mano che a fronte di un risultato di tenuta del PRC, l’aumento dei consensi ha invece gratificato i DS e in parte anche il PCdI. Con ciò dimostrandosi che i due movimenti, quello socio-sindacale di Cofferati e quello multicolore di Casarini (i cui adepti forse non hanno nemmeno votato), in sostanza hanno preferito far convergere le loro preferenze sul centrosinistra e sulla sua moderazione.

E’ intuitivo: i movimenti cercano sponde e si appoggiano lì dove in qualche misura può determinarsi (magari in prosieguo di tempo) il POTERE. Con buona pace della nostra linea politica che ha condotto il Partito in una direzione mentre la battaglia si sviluppava da tutt’altra parte e con caratteristiche che non avevamo previste.

E dimostrando che nemmeno il nostro cavallo di battaglia, quello sulla “PACE”, è riuscito a segnare una discriminante a sinistra a noi favorevole. Molto popolo di sinistra ha voluto dimenticare alla svelta nome e cognome dei bombardieri della Jugoslavia. Anche perché molta parte di esso, in qualche modo, ne era stato compartecipe idealmente. Questo sfogo pacifista ha avuto una funzione catartica di proporzioni colossali. Nella battaglia per la pace molti hanno trovato le ragioni per un’autoassoluzione definitiva, ma non quelle per un salto di qualità politico. E questo era da mettere largamente in conto.

Diverso il positivo apporto dei cattolici e di vasti spezzoni del movimento, molto probabilmente più “lineare” e più maturo. La mobilitazione dei primi è stata davvero impressionante. E’ stato un fenomeno da non sottovalutare e che bisognerà tenere il debito conto per il futuro.

5. LA SCONFITTA REFERENDARIA

Si poteva prevedere che questo Referendum non avrebbe raggiunto il quorum e pur tuttavia lo si è perseguito con ostinazione, imponendo al Partito un lavoro enorme, quale mai si era precedentemente visto.

Alla luce dei suoi esiti si potrebbe ipotizzare che ci si prefiggesse – oltre, naturalmente, alla conquista di un grande risultato sul terreno dei diritti reali dei lavoratori -se non la vittoria, almeno una sorta di rivincita su alcune situazioni politico/sindacali ben determinate. E ciò attraverso il raggiungimento di alcuni risultati:

  1. Introdurre un elemento di forte polemica politica all’interno dei DS fra la maggioranza ed il Correntone;
  2. dall’iniziativa (per coerenza) ponendolo in oggettiva contraddizione con spezzoni consistenti del “suo” movimento e con la CGIL;
  3. Costringere la CGIL a scendere in lizza contro il parere dei DS e di Cofferati, pressata dall’azione della FIOM;
  4. Introdurre elementi di forte dibattito polemico all’interno del Centrosinistra;
  5. Produrre una sovraesposizione mediatica del PRC che doveva apparire come il reale capocordata dell’operazione referendaria.

Tutti obiettivi di assoluto interesse politico e di indubbia importanza. E, grosso modo, tutti si sono più o meno realizzati anche in presenza della sconfitta.

Detto questo viene da chiedersi, però, se la genesi dell’iniziativa referendaria sia o meno maturata - nella direzione del Partito - attraverso una disamina puntuale delle forze che si sarebbero effettivamente dispiegate a suo sostegno, se abbia superato o meno il vaglio di una riflessione severa sugli aspetti sociali che avrebbe toccato e coinvolto e sui pro e sui contro di una “possibile” sconfitta.

Viene anche da chiedersi se sia stato gestito bene o male il consenso degli oltre diecimilioni di persone che hanno risposto al nostro appello: un patrimonio che va tesaurizzato e speso al momento opportuno.

Nei Circoli, comunque, si è lavorato come macchine impazzite per portare a casa questo risultato. Anche se - col pragmatismo caratteristico della “base” - ci si immaginava di andare alla sconfitta.

6. OSCILLAZIONI FRA CHIUSURE PRECONCETTE E APERTURE SUBALTERNE AL CENTROSINISTRA

Con una di quelle repentine sterzate di linea politica, cui purtroppo ci stiamo abituando (nonostante terribili scossoni alle coronarie), si è aperto al centrosinistra praticamente al buio e sveltamente accantonando le conclusioni all’ultimo Congresso nazionale del Partito. Ci offriamo al confronto senza nemmeno passare non diciamo attraverso un Congresso, ma nemmeno attraverso una grande discussione nel Partito. Niente di tutto ciò. Ipso facto ci troviamo a trattare col centrosinistra...già: su cosa? Qual è il mandato dei nostri “diplomatici”!? Chi glielo ha conferito? In che assise politica si sono prese queste decisioni?

Bene: nessuno si sogna di sottovalutare Berlusconi e il suo Governo; nessuno pensa di non contribuire nel modo più efficace alla sua sconfitta futura; probabilmente una grande maggioranza nel Partito (e fuori di esso fra i suoi simpatizzanti) spinge per costruire una sinergia col centrosinistra capace di spedire a casa gli attuali governanti. Ma l’insieme dei problemi che l’apertura di questa NUOVA FASE comporta IMPONE UNA SCELTA FRUTTO DI UNA DISCUSSIONE E DI UNA DECISIONE CORALE DEL PARTITO E NON UN VOTO POSTUMO A SANATORIA!

Non siamo assolutamente e radicalmente d’accordo sul metodo! Sul merito vorremmo discutere, prima che i giochi siano troppo progrediti!

Per entrare nel merito:

una cosa sono le amministrative locali, una cosa la direzione politica del paese. Noi non riusciamo a scorgere nel centrosinistra alcuna significativa variazione di linea che ci faccia sperare in un futuro PIU’ A SINISTRA di quanto non sia stato in passato. Anzi, notiamo una costante rincorsa alla sirena Bipartisan (vedere le “aperture” di Fassino al Governo sulle pensioni nel mentre c’è al via uno sciopero generale!, o il voltafaccia diessino sulla presenza delle truppe italiane in Iraq dopo il voto all’O.N.U). E’ la moderazione più stantia che il centrosinistra sparge in tutte le vicende sulle quali il centrodestra sta costruendo la dissoluzione dell’Italia nata dalla Resistenza.

Non è vero, come si sostiene, che il movimento abbia cambiato in senso più radicale il centrosinistra. Non ce n’è alcun segno. Anzi, abbiamo assistito a una ritirata mica male persino del Correntone su posizioni più moderate.

In parlamento l’opposizione a Berlusconi è frammentaria e stracca, senza spunti di rilievo, incisivi, visibili, forti. Si ode solo il continuo chiacchiericcio di gente in preda al malumore: dichiarazioni, comunicati, uscite dall’aula e poco più. Speriamo che la musica cambi alla svelta.

Berlusconi sta massacrando la Repubblica attaccando tutto e tutti (da Ciampi alla magistratura) e l’opposizione si spegne in querule proteste e in impotenti requisitorie (nel migliore dei casi). E’ pazzo, si dice. Non è vero: è lucidissimo. Mira a diventare Presidente della Repubblica con un quadro costituzionale rivoluzionato in senso autoritario (attuazione del programma della loggia massonica P2 di Gelli)!

Qualcuno spera in un intervento di Ciampi che non ci sarà mai. Tocca a noi andare all’attacco del centrodestra. Dobbiamo costringerlo alle elezioni anticipate più presto che si può (il nostro segretario ha lanciato la proposta della mega-manifestazione nazionale proprio per far cadere il governo. Bene!)

Aspetteremo molto per ri-mobilitare le piazze? Aspetteremo molto per tentare di rilanciare una stagione di scioperi turbinosi e turbolenti? Ma non sui fumosi temi di Casarini e soci, bensì su due livelli ben più alti e pregnanti: sullo stato del reddito dei lavoratori italiani e sulla democrazia moribonda.

Ma se proprio dobbiamo ricercare le ragioni di un’alleanza col centrosinista per battere Berlusconi (e solo per questo!) delle due l’una:

  1. o troviamo una soluzione di tecnica elettorale sulla quale costruire una autonoma presenza del PRC in Parlamento ASSAI più robusta dell’attuale;
  2. o poniamo le condizioni politiche per un robusto accordo programmatico di legislatura.

Mezze via tra le due opzioni (desistenza alla Camera p.es.) non sono pensabili e non sono auspicabili. Il primo caso va risolto con una desistenza trattata e blindata (ma è possibile?). Il secondo caso presuppone idee chiare e proposte da fare. Quali?

Noi pensiamo che sia necessario avere un largo spettro di proposte “strategiche:

  1. RIFORMA ELETTORALE: varo di una Riforma Elettorale proporzionale corretta (sistema tedesco). Questo ci consentirà di far parte di una coalizione di governo con una nostra forte autonomia politica e sottraendoci, per questa via, a ogni ricatto. Ma, soprattutto, impedirà che una maggioranza schiacciante, derivata dal maggioritario, possa modificare la Costituzione senza nemmeno dover passare per il referendum confirmatorio.

    Qualcuno pensa che non valga la pena di affondare l’attacco su questo terreno perché tanto ci penserà Berlusconi a fare la riforma in senso proporzionale (sul modello delle elezioni regionali).

    A noi non sta bene poggiare la nostra azione su questa ipotetica soluzione per due motivi:

    1. perché comunque il modello proposto non supera “sostanzialmente” il maggioritario;
    2. perché se Berlusconi non fa la riforma non avremo più il tempo di porre la questione al centrosinistra.
  2. ABROGAZIONE O SOSTANZIALE MODIFICA DI TUTTE LE LEGGI PRO O SALVA BERLUSCONI FATTE IN QUESTA LEGISLATURA.
    E’ una questione di igiene politica doverosa.
  3. DEFINIZIONE PER LEGGE DI UN MECCANISMO CHE TORNI AD AGGANCIARE I SALARI AL COSTO DELLA VITA IN TERMINI REALI.
  4. (proposto)
    GARANZIA FIRMATA E SOTTOSCRITTA CHE L’ITALIA, IN MERITO ALLA GUERRA, NON SI DISCOSTERA’ DI UN MILLIMETRO DAL DETTATO DELL’ART.11 DELLA COSTITUZIONE.

    (approvato con voti a favore n. 16, voti contrari n. 2, astenuti n. 7)
    GARANZIA FIRMATA E SOTTOSCRITTA CHE L’ITALIA, NON PARTECIPERA’ PIU’ AD ALCUNA OPERAZIONE MILITARE ALL’ESTERO (senza se e senza ma).

  5. (proposto)
    IN NESSUN CASO L’ITALIA FORNIRA’ LE SUE BASI O LA SUA ASSISTENZA LOGISTICA A TERZI (NATO COMPRESA) PER AZIONI AGGRESSIVE NEI CONFRONTI DI PAESI TERZI.

    (approvato convoti a favore n. 15, voti contrari n. 3, astenuti n. 7)
    IN NESSUN CASO L’ITALIA FORNIRA’ LE SUE BASI O LA SUA ASSISTENZA LOGISTICA A TERZI (NATO COMPRESA)

  6. (proposto)
    RITIRO DI TUTTE LE TRUPPE ITALIANE DALL’ESTERO CHE NON SIANO DI INTERPOSIZIONE PACIFICA PER MANDATO E SOTTO L’EGIDA DELL’ONU.

    (approvato con voti a favore n. 17, voti contrari n. 5, astenuti n. 3)
    RITIRO DI TUTTE LE TRUPPE ITALIANE DALL’ESTERO.

  7. (proposto)
    MODIFICA DELLA CONTRORIFORMA DEL LAVORO (LEGGE BIAGI) PER RIDURRE FLESSIBILITA’ E PRECARIETA’.

    (approvato con voti a favore n. 21, voti contrari n. 0, astenuti n. 4)
    ABROGAZIONE DELLA CONTRORIFORMA DEL LAVORO (LEGGE BIAGI) PER RIDURRE FLESSIBILITA’ E PRECARIETA’.

  8. MODIFICA PROFONDA DELLE CONTRORIFORME DELLA SCUOLA E DELLA SANITA’.
  9. RIFORMA FISCALE CHE INCREMENTI L’IRPEF PER I REDDITI ALTI E LA ABBASSI PER QUELLI MEDI E BASSI.
  10. RIVENDICAZIONE DI UN REALE PLURALISMO POLITICO ALMENO ALL’INTERNO DELLE RETI RAI.
  11. LEGGE SULLA RAPPRESENTATIVITA’ DELLE OO.SS.

Dovremmo proporre anche la questione delle 35 ore nonché la riproposizione dell’art.18 per TUTTE le imprese. Per decenza!

Portare a casa tutto o quasi tutto vorrebbe dire giustificare la nostra entrata in un governo con elementi di avanzamento sociale e politico di grande spessore.

7. LA PERDITA DI CONSENSO

Dalle fabbriche (ma più in generale dal mondo del lavoro) ci giungono critiche per aver abbandonato le battaglie sui temi più importanti che gravano su di esse:

  1. precarietà
  2. flessibilità
  3. riduzione progressiva delle coperture sociali (welfare)
  4. fiscalità in aumento
  5. calo verticale del potere di acquisto delle retribuzioni (truffa dell’inflazione programmata e del paniere ISTAT).

E’ quest’ultimo punto il problema dei problemi. Le retribuzioni non reggono più l’impatto col crescente costo della vita. Gli aumenti salariali sono inadeguati a coprire l’inflazione. L’inflazione ufficiale è di molto inferiore a quella reale. Sulle cifre si bara.

I fenomeni inflattivi, ingigantiti dalla feroce e indiscriminata speculazione causata dall’entrata in vigore dell’EURO che ha consentito l’affermarsi della perversa equazione 1€=1.000 lire (due anni fa la miglior insalata costava 4.000 lire al kg., oggi 4 euro), pesano in modo sempre più sensibile sulle famiglie dei lavoratori. La questione salariale dovrebbe essere in cima ai nostri pensieri e davanti a tutte le nostre priorità politiche.

Il fenomeno è aggravato dalla pressione fiscale COMPLESSIVA che erode ogni margine di risparmio sociale. Se è vero che il governo ha ridotto le tasse a una parte delle fasce più disagiate, è altrettanto vero che ha aumentato quelle a carico della fascia media e ridotte quelle della fascia alta. Gli enti locali, dal canto loro, pressati dalle feroci riduzioni dei trasferimenti statali, hanno scaricato su tutti – senza molte distinzioni relative alle fasce di reddito – le difficoltà di bilancio.

Il risultato è che c’è una vera e propria emergenza “retribuzioni” che non sembra trovare, nemmeno nel PRC, la sponda opportuna per proporsi a livello generale in tutta la sua gravità. Alla gente non gliene può fregare di meno della Tobin Tax (per quanto possa essere importate e per quanto possa accendere le fantasie), mentre è incazzatissima per quanto spende anche solo per mangiare.

Oggi, in una famiglia con doppio reddito, se viene a mancare una delle due entrate, non vi si pone rimedio comprimendo i consumi, si passa ipso facto nella fascia della povertà. Con un reddito solo si pagano mensilmente a malapena, infatti, le seguenti voci di spesa

Voce di spesa

Costo in euro

affitto

450

elettricità

60

riscaldamento

100

telefono

50

tasse comunali

15 (rifiuti solidi e consorzi)

automezzo

40 (bollo e assicurazione)

benzina

35 (km.15 al giorno x 25 giorni)

medicine

50

totale

800 che corrisponde grossomodo alla paga mensile di un tessile.

E tutto il resto? I mutui, il mangiare, il vestire, la scuola per i figli, la cultura, lo svago, ecc.?

E mentre il paese vive con questi problemi giornalieri sulla tavola, noi inseguiamo tematiche di altro genere, importanti, ma non immediatamente decisive, e comunque secondarie rispetto al salario e ai minimi vitali.

Tutto ciò ci è rinfacciato dai lavoratori che da un PARTITO COMUNISTA si aspetterebbero proposte ed azione.

Siamo certi che un nostro impegno su questi temi può tradursi in consensi elettorali e in crescita sul terreno organizzativo. Sappiamo anche, per converso, che una nostra latitanza su questi temi significa la perdita rovinosa della nostra identità politica, della nostra stessa ragione di essere.

Noi stiamo perdendo consensi e li stiamo perdendo non solo, in generale, nelle nostre fasce di riferimento storiche, ma anche in quei settori dell’elettorato che pure in passato guardavano a Rifondazione con interesse per la sua diversità radicale (alterità). Sentono che non possono più appoggiarvisi per scaricare, fosse anche solo, il proprio consenso/malumore.

Sul piano della politica interna, ovvero dell’opposizione istituzionale, siamo messi decisamente in ombra dall’azione del centrosinistra: caotica, confusionaria, moderata, ancora permeata da mai sopite voglie consociative e bipartisan, eppure appariscente e, sul piano mediatico, rispetto a noi, debordante. Idem sul piano della politica “movimentata”: si vedono spesso alla televisione reportage su iniziative di lotta costellate di bandiere di Rifondazione, ma poi quando si intervistano i promotori, le “personalità”, Rifondazione c’è assai raramente. Noi portiamo solo passione, compagni (tanti!) e bandiere. NON VA BENE! Lavorare per gli altri e solo per gli altri, per scomparire all’atto della ripartizione degli “utili” (in questo caso politico-mediatici) è sbagliato.

Il magma propositivo NOGLOBAL è un contenitore nel quale c’è tutto e il contrario di tutto, ma, principalmente, non siamo capaci di costruirvi dentro alcuni nostri tratti connotativi forti. O, per essere più precisi, non ve li vogliamo costruire per “scelta strategica”. E così succede che forti tratti connotativi del movimento si stanno costruendo all’interno del nostro Partito. E sono perniciosi perché sono tratti in larga misura a-comunisti, nel migliore dei casi antiliberisti, ma sempre meno anticapitalisti. Qualche volta anticomunisti tout-court. Capita sempre più spesso, nel Partito, che a fronte di critiche espresse nei confronti del movimento ci si senta tacciare di stalinismo! Con un’enfasi che disvela retropensieri ...diciamo... singolari e che farebbero la felicità di uno studioso di antropologia culturale.

E’ mai possibile che un Partito Comunista, o che voglia diventare tale, non trovi elementi di battaglia politica per emergere, per diventare interprete (almeno a tratti), per farsi sentire e vedere, puntando però su tematiche di forte e generale interesse (salario p.es.)?

Ci vuole un programma di azione politica “forte”, che interessi milioni e milioni di cittadini, che li coinvolga direttamente nei loro interessi materiali, primari, vitali. Un programma CONCRETO per fare o per tentare di ottenere cose CONCRETE.

Le nostre richieste da presentare al centrosinistra, elencate al punto precedente, devono essere messe sul tappeto subito, ma nel modo più INCISIVO ED EFFICACE possibile. Prima con un grande dibattito aperto nel Partito e opportunamente propagandato e “mediatizzato” e poi con la proposta altrettanto aperta e “mediatizzata” al centrosinistra.

Dobbiamo presentare al centrosinistra, pubblicamente, la nostra piattaforma per un accordo politico-programmatico-elettorale. OGGI, e non a pochi mesi dalle elezioni del 2006. La patata bollente deve passare nelle mani dei nostri concorrenti a sinistra e li deve far uscire allo scoperto con tutte le loro contraddizioni.

Per noi è importante battere Berlusconi e il suo governo, ma non è meno IMPORTANTE restituire una funzione politica e quindi uno spazio di agibilità politica reale al PARTITO.

Se non sarà così andremo alle prossime elezioni politiche forse con un buon patto di desistenza che ci garantirà sì una robusta pattuglia di parlamentari, o con un patto di legislatura debolissimo che allontanerà all’infinito la possibilità di tornare a contare in questo paese come COMUNISTI.

Bisogna, insomma, riposizionare rapidamente il Partito sul terreno delle rivendicazioni sociali più sentite ed urgenti e farne elementi di una battaglia politica immediata.

8. DISSOLVIMENTO PROGRESSIVO DELL’ORGANIZZAZIONE
IL “CASO VENETO”, MA NON SOLO.

Sono molti anni che il partito CONTINUA A CALARE sul tesseramento, Ma sembra che la cosa non interessi più a nessuno. I dati ci vengono ormai richiesti sporadicamente e, forse, solo per una abitudine di tipo liturgico.

Nel Veneto ci sono federazioni che rispetto al 2000 viaggiano, in termini di iscritti, verso il 50%, se non meno (alleghiamo un apposito rapporto).

Rimanendo in ambito veneto, il regionale è una scatola vuota che non produce più dibattito e iniziativa politica. Semplicemente è scomparso. I suoi organismi vengono convocati con cadenza ...secolare e, spesso, nel corso dello svolgimento del CPR, si parla di tutt’altro rispetto all’ordine del giorno spedito. A ruota libera.

Tale regionale, però, amministra entrate importanti, quelle dei Consiglieri Regionali. Ebbene i bilanci vengono fatti con ritardi fantozziani (a un anno di distanza) e solo perché rivendicati con esposti al Collegio di Garanzia Regionale.

I fondi vengono elargiti alle Federazioni con metodi e criteri discutibili. In sostanza il Regionale veneto è diventato un livello di pura autoreferenzialità che ha obnubilato ogni sua funzione e ogni sua prerogativa di direzione politica.

Per quanto ci risulta tale situazione non è del tutto isolata.

E’ impensabile continuare su questa strada. Delle due l’una:

  1. si eliminano i regionali come livelli di direzione politica, restituendo alle federazioni il loro ruolo all’interno di un coordinamento organizzativo regionale;
  2. li si riforma radicalmente per riposizionarli all’interno di una prassi politica viva e attiva, sana, trasparente, ma soprattutto democratica.

Le Federazioni sono sempre meno organi di direzione politica perché anche dai Circoli cominciano a pervenire segni di autonomizzazione pericolosi.

D’altro canto è ovvio: mancando una linea politica, mancando direzione politica, mancando risorse, i Circoli tendono a chiudersi a riccio, ciascuno avvitato attorno alle proprie scelte politiche interne, non comunicanti tra di loro, spesso tra loro in atteggiamento bellicoso per le diverse scelte, rissosi, refrattari a ricercare difficili unità. Sulla difesa stretta di ciò che hanno, tanto o poco che sia.

Pur tuttavia i Circoli, in qualsiasi area si riconoscano, sono ancora il punto di resistenza più efficace in questo partito. E questo perché sono ancora espressione diretta della base, anzi sono LA BASE e la base è sempre in qualche modo gelosa delle proprie creature. I segretari dei Circoli sono ancora l’espressione del consenso degli iscritti, che guardano a loro come ai guardiani della loro “casa politica”. Ma non reggeranno a lungo. Saranno gli ultimi a collassare, ma collasseranno anche loro.

9. SPAPPOLAMENTO DELL’ORGANIZZAZIONE DEI GIOVANI COMUNISTI

I giovani comunisti sin dalla loro nascita ufficiale ( PRIMA CONFERENZA DI CHIANCIANO 1996 ) non si sono di certo distinti dal Partito sotto l’aspetto della democrazia. Essi hanno infatti avuto una gestione autoritaria, autoreferenziale e non in grado di creare un dibattito vero e democratico all’interno dell’organizzazione stessa. I giovani comunisti all’inizio si erano dati il compito non facile di evitare di riprodurre in sedicesimo le assisi congressuali del Partito. Il loro obbiettivo era quello di costruire un’attività politica autonoma e propositiva, in grado sì di interagire con il Partito, ma in grado anche, se ce ne fosse stato il bisogno, di scontrarsi apertamente su scelte e strategie, non condivise, effettuate dal Partito stesso.

Vi è da dire che l’attività dei GC, post prima conferenza, ha prodotto nei primi due anni risultati molto positivi, chiaramente visibili: ad esempio durante le varie mobilitazioni promosse dal PRC in quell’epoca. Ovunque i Giovani Comunisti sono stati tra le avanguardie del movimento di lotta contro la riforma Berlinguer e tra i protagonisti assoluti delle manifestazioni contro la guerra in Kosovo.

Le prime esperienze del campeggio nazionale sono state di un’importanza esemplare, sia per il livello delle iniziative svolte, sia per il livello generale di socialità raggiunta durante quei giorni tra giovani provenienti anche da aree diverse.

I compagni della maggioranza, durante i primi campeggi, mai si sarebbero sognati di escludere o di deridere compagni che avevano votato alla conferenza la seconda mozione. Al campeggio nazionale, svoltosi poco dopo la seconda conferenza nazionale dei GC, sono invece accaduti episodi gravissimi di discriminazione dei compagni non aderenti alla linea filo Fratoianni – Casarini – disobbedienza.

Tornando al dunque, dopo una prima fase positiva i GC si sono trovati a fare i conti con questo composito movimento post Seattle, un movimento al quale TUTTI i GC hanno sempre dato una grande importanza. Già prima di Genova, in sede nazionale, i GC avevano però aspramente criticato la tendenza dell’esecutivo nazionale (in carica per ben 4 anni filati nonostante lo Statuto ne prevedesse la rielezione ogni due), a stringere rapporti troppo stretti con una parte minoritaria del movimento stesso, la quale non aveva -e non ha tutt’oggi -nessun problema a scontrarsi anche fisicamente coi Comunisti.

La linea dei GC si è pertanto modificata senza nessun dibattito vero sulla natura di tale svolta e si è purtroppo appiattita su estenuanti discussioni del tipo TUTA BIANCA SI’ TUTA BIANCA NO, DISOBBEDIENZA SI’ DISOBBEDIENZA NO, DISOBBEDIENZA CIVILE O SOCIALE? ECC ...

L’esecutivo nazionale si è reso protagonista dell’inizio della crociata disobbediente ed anticomunista conclusasi durante la seconda conferenza nazionale con la scelta di una linea politica che prevede, in sostanza, la fine del ruolo della sezione organizzativa dei GC e l’inizio della “contaminazione” con il movimento dei e delle disobbedienti. Un movimento che, al contrario della nostra organizzazione, si è dotato di strutture iperverticistiche. Alcuni dirigenti nazionali dei GC (ma Disobbedienti), e un'altra ristretta cerchia di giovani dell’esecutivo, si sono quindi fatti carico di anticipare la svolta che il nostro Partito ha registrato all’ultimo Congresso.

Si è infine usato come ariete il risultato (seppure modesto -poco più della metà dei GC ) della seconda conferenza nazionale dei GC per chiudere la partita con un passato con il quale era troppo impegnativo e difficile fare i conti e per effettuare uno sconvolgente cambio di rotta nel Partito, mascherandolo come un'innovazione necessaria e sollecitata proprio dai giovani.

Risultato: a casa Lenin e Gramsci, dentro Casarini e Toni Negri !!

Chi sostiene che la contaminazione dei GC con i disobbedienti abbia prodotto una crescita della nostra organizzazione giovanile sarà bene che guardi i dati del tesseramento che provengono dalle regioni dove i GC più hanno sofferto questa svolta (Veneto incluso). Una svolta che ha avuto come unica caratteristica la caduta verticale del loro livello di azione politica e la dissoluzione dell’organizzazione giovanile all’interno di meno “burocratici luoghi di discussione politica”: nel Veneto i centri sociali PEDRO e RIVOLTA.

Come non bastasse, i compagni della maggioranza dei GC hanno volutamente insabbiato gravissimi episodi di aggressione fisica subita da giovani iscritti a RC, colpevoli di non essere esattamente in linea con il leader maximo del Veneto: LUCA CASARINI.

Sintomatica e illuminante, a tale proposito, la violenta crisi che sta in questi giorni minando a Venezia l’esperienza rossoverde per le aggressioni fisiche subite dai compagni del PRC da parte dei Centri Sociali (e non è un caso isolato).

Riteniamo che i Giovani Comunisti dovrebbero abbandonare all’instante la logica che li ha guidati negli ultimi due anni. La disobbedienza è stata un fallimento completo sia a livello politico generale, sia rispetto alla loro organizzazione giovanile. Essi sono stati costretti a discutere di scudi di plastica, di linee rosse e di fantomatici attacchi dell’esercito dei disobbedienti, perdendo completamente il senso della realtà. Si sono fermati a discutere sulla pratica stradaiola e non hanno affrontato la sostanza, l’analisi o meglio il progetto che li dovrebbe guidare.

Riteniamo che la pratica della disobbedienza, così come oggi è stata fatta passare dai media, e persino al nostro interno, sia fallimentare e non in grado di far crescere politicamente la nostra organizzazione giovanile.

Nell’ottica che guida questo documento, e cioè quella di ricostruire riorganizzare il Partito, riteniamo che i GC debbano sin da subito lavorare in questo senso :

  1. Rimettere in piedi immediatamente l’organizzazione dei GC ripristinando l’importanza della discussione democratica ai vari livelli, a partire dai circoli e dalle federazioni, sino ad arrivare al livello regionale, livello praticamente scomparso dal panorama nazionale del PRC e nel Veneto ridotto a puro gestore di risorse economiche.
  2. Riprendere il lavoro politico sulla precarietà del mondo del lavoro, tentando di creare dei gruppi di lavoro tra GC e precari. Gruppi di lavoro che devono avere come obbiettivo quello di creare vertenze territoriali e di coinvolgere in tali battaglie altre organizzazioni, presenti nel movimento, che di questo si occupano.
  3. Rilanciare duramente le campagne contro la privatizzazione del diritto allo studio sia nelle scuole superiori, sia nelle università. I GC devono essere in grado, come lo sono stati in passato, di creare anche piattaforme alternative a quelle sul tavolo e non limitarsi a lanciare aeroplanini di carta dalle finestre in segno di disobbedienza.
  4. Iniziare a costruire delle vere e proprie battaglie contro l’ondata revisionista montante in Italia, riscoprendo e rilanciando momenti di approfondimento, di discussione e di mobilitazione per affermare i valori della Costituzione Italiana e della Resistenza e per impedire lo strisciante consolidamento di un regime autoritario e liberticida (mai dimenticare Napoli e Genova!).
  5. Contribuire e spingere il Partito alla discussione e alla formazione di un progetto alternativo di società degno di essere preso come obbiettivo da un Partito che si voglia chiamare Comunista nel XXI secolo.

Breve rapporto sullo stato organizzativo del PRC nella Regione Veneto.

La “salute” politica di un partito in un determinato ambito geografico si può misurare in molti modi, ma noi, che siamo piuttosto tradizionalisti, usiamo il metodo più classico: l’andamento del tesseramento.

Corrediamo, pertanto, il presente rapporto con una serie di dati elaborati che crediamo siano talmente significativi da avere efficacia probatoria.

QUADRO GENERALE DEL TESSERAMENTO NEL VENETO DAL 1991 AL 2002

fed.

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

BELL.

261

311

267

228

254

264

276

230

195

187

173

191

PAD.

622

725

808

734

766

754

734

544

494

469

500

521

ROV.

1079

1296

1429

1314

1266

1294

1312

1150

895

829

828

759

TREV.

771

920

981

992

947

941

1000

733

546

581

592

590

VEN.

2053

2228

2363

2095

2138

2017

2025

1749

1410

1351

1255

1308

VER.

687

634

757

695

698

768

772

691

508

452

466

436

VIC.

557

558

541

565

517

584

570

543

453

437

533

536

TOT.

6030

6672

7146

6623

6586

6622

6689

5640

4501

4306

4347

4341

nb: sottolineati i massimi storici, in neretto i dati post-scissione.

Qui ne commentiamo alcuni, ma ciascuno potrà sbizzarrirsi sulle tabelle riportate.

Il P.R.C. del Veneto -dall’anno di massima espansione organizzativa (1993) al 2002 -ha perduto 2.926 iscritti dei 7.146 che aveva, registrando così una perdita che si quantifica in un 40,9 % del corpo organizzato.

E’ una frana micidiale di cui l’attuale dirigenza dovrebbe assumersi tutte le responsabilità.

Si potrà obiettare che nel 1993 non si era ancora prodotta la scissione. Ebbene la scissione ha eroso al nostro Partito non più di 1.200 tesserati: 1.139 nel 1999 e forse qualche ritardatario nel 2000.

E gli altri 1.700?

Le federazioni che si riconoscono nella maggioranza della maggioranza sono quelle che hanno franato nel modo più grave:

Perdite di iscritti rispetto al massimo storico

Federazione

Iscr(2002) / Iscr(massimo)

ROVIGO

-46,9 %

VENEZIA

-44,6 %

VERONA

-43,5 %

TREVISO

-41,0 %

BELLUNO

-38,6 %

PADOVA

-35,5 %

VICENZA

-8,2 %

Vicenza è l’unica Federazione a maggioranza “emendataria” del Veneto.

Ma vediamo qualche altro dato significativo.

Qualcuno potrebbe pensare che la scissione abbia colpito maggiormente le prime sei federazioni è meno la settima, consentendo a quest’ultima di mantenere gran parte dei propri iscritti. La scissione ha prodotto questi risultati specifici:

Perdite di iscritti nel 1999 rispetto al 1998

Federazione

Dati assoluti

Dati percentuali

ROVIGO

-255

-22,17

VENEZIA

-339

-19,38

VERONA

-183

-26,48

TREVISO

-187

-25,51

BELLUNO

-35

-15,22

PADOVA

-50

-9,19

VICENZA

-90

-16,57

Siccome qualcuno potrebbe anche obiettare che magari il ’98 sia stato un anno anomalo per qualche federazione, abbiamo calcolato le perdite derivate dalla scissione sulla media dei tesserati annui per l’arco dei 12 anni di vita di Rifondazione. Le percentuali modificano di poco:

Perdite di iscritti nel 1999 rispetto alla media di 12 anni

Federazione

Dati percentuali

ROVIGO

-22,75

VENEZIA

-18,50

VERONA

-29,03

TREVISO

-23,39

BELLUNO

-14,80

PADOVA

-7,82

VICENZA

-16,89

La Federazione di Vicenza nel 1991 costituiva il 9,237 % del corpo del Partito veneto. Oggi ne costituisce il 12,347 %. La Federazione di Vicenza, nel 1991, era la sesta di sette federazioni in termini di iscritti, oggi è la quarta.

La Federazione di Vicenza coi suoi 536 iscritti è quella che ha recuperato maggiormente sul dato della scissione.

Federazione

Iscr. 1999

Iscr. 2002

Differenza

VENEZIA

1.410

1.308

-102

ROVIGO

895

759

-136

TREVISO

546

590

+ 44

VICENZA

453

536

+ 83

PADOVA

494

521

+ 27

VERONA

508

436

-72

BELLUNO

195

191

-4

Venezia ha un consigliere regionale
Verona ha un consigliere regionale
Belluno ha il segretario regionale
Verona ha il Pres. del Collegio di garanzia Regionale
Belluno ha il tesoriere regionale
Venezia ha il tesoriere nazionale

Le grandi strutture di Marghera sono ad uso e consumo della Federazione di Venezia e di questo gruppo dirigente regionale. Tutte le risorse economiche regionali sono amministrate da questo gruppo dirigente. Hanno, vogliamo dire, tutte le condizioni e le carte giuste per lavorare molto e lavorare bene. Invece:

tutte le Federazioni del Veneto sono rappresentate in segreteria con i segretari federali della maggioranza della maggioranza (Vicenza non è stata ritenuta degna di farne parte col suo segretario federale “emendatario” sostituito, per scelta del regionale, dalla segretaria di un Circolo vicentino governato dalla maggioranza della maggioranza). L’unica rappresentante degli “emendatari” in segreteria, la compagna Renata Moro di Treviso (ex segretaria della federazione), è in predicato per essere defenestrata all’interno di un progettato “rimpasto”.

Intanto non la si convoca più.

In qualsiasi partito i dirigenti regionali, TUTTI, dovrebbero essere chiamati a rispondere e a giustificare questi dati catastrofici. Anche perché su questa situazione incombe da anni il SILENZIO più assoluto. Da parte di TUTTI, dirigenza nazionale compresa.

Il Comitato regionale si convoca con cadenze secolari, con ordini del giorno che poi vengono nei fatti elusi o stravolti totalmente. Da un po’ di tempo i nostri dirigenti regionali si dedicano ad ATTACCARE continuamente e pesantemente la federazione di VICENZA (anche con strumenti a stampa come ARC) forse nell’intento di metterla in crisi per poi sottoporla ad un processo di omogeneizzazione. Nella recente riunione romana (18/10/2003) dei segretari regionali e di federazione, gli attacchi diretti alla federazione di Vicenza sono giunti anche da un dirigente nazionale nelle sue conclusioni).

Ormai da tempo immemorabile il Regionale non mette in piedi alcuna iniziativa politica nel Veneto.

Ma torniamo ai dati di fatto: il tesseramento dei Giovani Comunisti come va? Questi i dati dal 1996 al 2002. Sono dati forniti dal nazionale. L’unico dato che manca (anche al nazionale) è quello dei GC di Treviso del 2002. Non esiste. Probabilmente questa mancanza è frutto delle ”necessità” in vista della passata Conferenza Regionale dei GC. Il dato 2002 di Treviso (in neretto) lo ipotizziamo eguale a quello dl 2001. Pronti a rettificarlo se e quando ci verrà fornito.

Federazione

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

BELLUNO

25

14

9

9

9

14

38

PADOVA

61

55

39

15

23

28

27

ROVIGO

131

161

122

33

33

38

32

TREVISO

75

77

53

28

44

49

49

VENEZIA

8

48

23

74

74

85

48

VERONA

79

99

60

35

44

44

28

VICENZA

17

46

49

64

78

103

107

Totale

396

500

355

258

305

361

329

Ma raffrontiamo il numero dei Giovani Comunisti veneti sul totale dei tesserati del 2002:

Federazione

2002(GC)

2002(Tot)

GC su Iscr(Tot.) in percentuale

BELLUNO

38

191

19,90

PADOVA

27

521

5,18

ROVIGO

32

759

4,22

TREVISO

49

590

8,31

VENEZIA

48

1.308

3,69

VERONA

28

436

6,42

VICENZA

107

536

19,96

Totale

329

4.341

7,58

Da notare il risultato di Venezia, dove l’esperienza dei Disobbedienti ha registrato il massimo dell’impegno da parte del Partito.

Ci è stato detto: ma Venezia ha 1308 iscritti e voi solo 536. Vero, ma è un falso problema.

DATI DEL P.C.I. NEL VENETO NEL 1988 E DEL PRC NEL 2002

Federazione

iscritti PCI

%sul tot.iscr

iscritti PRC

%sul tot.iscr.

BELLUNO

2.527

3,78

191

4,40

PADOVA

11.110

16,65

521

12,00

ROVIGO

15.018

22,51

759

17,48

TREVISO

6.445

9,66

590

13,59

VENEZIA

17.937

26,89

1.308

30,13

VERONA

8.627

12,93

436

10,04

VICENZA

5.052

7,58

536

12,36

Totale

66.716

100,00

4.341

100,00

I dati mettono a confronto la struttura organizzata del PCI e quella più recente del PRC. Le condizioni storiche sono molto mutate e, molto probabilmente, la composizione sociale degli iscritti del PRC è molto diversa da quella del PCI. Tuttavia le province hanno mantenuto una loro “vischiosità” ideologico/politica e quindi il confronto è in grado di segnalare le province storicamente “forti” e quelle storicamente più deboli. Il raffronto ci dice che

BELLUNO migliora la sua incidenza nel Partito del 0,62 %
PADOVA peggiora del -4,65 %
ROVIGO peggiora del -5,03 %
TREVISO migliora del 3,93 %
VENEZIA migliora del 3,24 %
VERONA peggiora del -2,89 %
VICENZA migliora del 4,78 %

Ci sembra che i dati ancora una volta dicano che le polemiche pretestuose non reggono alla prova del campo. E il campo dice che la federazione di Vicenza, pur tra mille difficoltà, lavora, produce e costituisce una realtà nel Veneto che dovrebbe essere positivamente riconosciuta e non aspramente combattuta.

Documento approvato nel Comitato Politico Federale tenutosi a Schio (VI) il 10 novembre 2003, mediante due distinte votazioni:

Presenti alla seduta n. 26 compagni
Un compagno ha lasciato la seduta prima delle votazioni per un malore.

La prima votazione ha riguardato il documento fino alla fine del punto 6 ed ha ottenuto questo risultato:

VOTI A FAVORE N. 16, VOTI CONTRARI N. 8, ASTENUTI N. 1

la seconda votazione ha riguardato il documento dal punto 7 compreso fino alla fine ed ha ottenuto questo risultato:

VOTI A FAVORE N. 21, VOTI CONTRARI N. 1, ASTENUTI N. 3

I compagni della Federazione di Vicenza ringraziano quanti vorranno intervenire su questo documento. Lo possono fare attraverso il nostro sito Internet

PRC - Federazione di Vicenza
Vicenza, 10 novembre 2003
www.geocities.com/prcschio e-mail: zemis@quipo.it