Non posso dire di aver conosciuto intimamente Massimo Gorla, scomparso a Milano a 71 anni per una causa apparentemente banale, una bronchite, e che però era caduta, come ultima pietruzza, su un fisico già provato da anni, specialmente al cuore. Sola consolazione, come si dice in questi casi, è che Massimo se ne sia andato serenamente, nel sonno, senza soffrire. Non posso dire di averlo conosciuto da presso per il fatto che, anche se nella prima metà dei Settanta militavamo nella stessa organizzazione, c'era una differenza di età tale, per cui io, ragazzo, guardavo a Massimo come a un dirigente. Non un leader, ma una persona colta, pensosa, che quando interveniva nelle riunioni spiazzava tutti non andando mai al sodo - la manifestazione, la vertenza, il «punto di linea» da dirimere - e invece conversava, inanellava concetti e citazioni, con un tono piano e che a tutti risultava simpatico.
Era un uomo buono, Massimo Gorla, e non è un modo di dire, di quelli che si adoperano quando qualcuno muore. No, nessuno ricorda che abbia mai spintonato, fatto quelle cose competitive che nelle sinistre radicali sono una tenace tradizione. Fu eletto al parlamento nel 1976, in un voto politico in cui i due massimi partiti dell'epoca, il Pci e la Dc, fecero il pieno dei rispettivi voti e la coalizione delle tre principali organizzazioni della «nuova sinistra» post-sessantottina racimolò un misero uno e mezzo per cento, sufficiente a mandare a Montecitorio sei deputati. Uno era Massimo, che fu poi rieletto nell'82.
L'anno dopo, Lotta continua si sciolse e la nostra organizzazione si scisse, qualcuno se ne andò con «quelli del manifesto» (io tra gli altri) e qualcun altro fondò un partito che si chiamava Democrazia proletaria che visse fino alla fine degli anni ottanta, e quando si trattò di decidere se aderire alla nascente Rifondazione, contro la nascita dell'allora Pds, Massimo disse «no, io no», anche se poi non smise di frequentare molti suoi amici milanesi di tutta la vita, Emilio Molinari, Basilio Rizzo, Luigi Vinci, Franco Calamida...
Era con loro, e pochi altri, come Aurelio Campi e Roberto Biorcio, che nella seconda metà dei Sessanta aveva fondato Avanguardia operaia, anzi l'«Organizzazione comunista Avanguardia operaia», uno dei forse quattro gruppi principali dei settanta, con Lotta continua, il Pdup-manifesto e Potere operaio. Molto sottovalutata, Ao, certo il gruppo meno brillante, e dove però una miscela di trotskismo liberato dalla nostalgia, esperienza di rapporto con la grande classe operaia milanese attraverso il Pci, una radice nella sinistra socialista e il contatto con il Sessantotto studentesco, con i nuovi operai dei Comitati di base e con quella figura sociale peculiare che fu lo «studente-lavoratore», una buona frequentazione di Althusser e del marxismo meno cupo, un maoismo pacatamente consiliare, avevano prodotto una solidità culturale e una modestia nel rimboccarsi le maniche che gli altri gruppi dell'epoca forse non avevano.
Ma questo è il mito degli anni Settanta, che ognuno racconta a modo suo. Quel che è certo è che Massimo è stato tutto questo. Perciò è un pezzo della vita di molti di noi che se ne va.