Promossa una assemplea nazionale che si terrà il 21 marzo a Roma

NASCONO A ROMA GLI AUTOCONVOCATI DEL PRC

Crisi di partecipazione, decisionismo, culto della personalità, deriva revisionista tra i problemi di Rifondazione Comunista

La prima assemblea autoconvocata dei militanti del PRC di Roma e del Lazio ha visto la partecipazione di una settantina di compagne e compagni, principalmente dai circoli di Roma ma anche da Viterbo, Rieti e Tivoli. Sono intervenuti sedici compagni, dando vita ad un dibattito serio e propositivo.

L’assemblea è stata introdotta dagli interventi di Germano Monti e Letizia Mancusi, che hanno ribadito il senso dell’iniziativa: restituire il diritto di parola ai militanti che ne sono stati espropriati, perché non si può accettare che il dibattito su questioni serie e di fondamentale importanza si svolga soltanto attraverso le esternazioni del segretario nazionale alla stampa borghese e le lettere a Liberazione.

Ha poi preso la parola Nunzio Solendo, fondatore della sezione del PCI di Torpignattara e attualmente iscritto al PRC, che ha sottolineato la giustezza della pratica dell’autoconvocazione in situazioni come quella che stiamo vivendo, invitando a trovare la più ampia unità a livello di base. Sulla questione della nonviolenza, Solendo ha detto che le affermazioni di Bertinotti fanno comodo ai nostri avversari, perché il problema è che i cittadini sono spesso costretti a difendere il proprio diritto a lottare e a manifestare.

Vincenzo Brandi, segretario del circolo ENEA – Casaccia, ha denunciato la bassezza del livello del dibattito su questioni importanti come la religione e la nonviolenza. Brandi, chiedendosi cosa si possa fare concretamente in questa situazione, ha invitato a costruire una rete di controinformazione e controtendenza, poiché è evidente che non tutto il partito è sulle posizioni di Bertinotti. Fra le strade da esplorare, la verifica della disponibilità dei compagni dell’area dell’Ernesto per opporsi alla deriva bertinottiana. Infine, Brandi ha voluto fare riferimento alla prossima manifestazione contro la guerra del 20 marzo, ricordando che anche per il Vietnam si facevano manifestazioni ma che gli invasori, alla fine, dovettero andarsene non tanto per le manifestazioni, quanto per l’intensità della resistenza all’occupazione. Dunque, la necessità di non prestarsi al “pacifismo da anime belle” ma di rendere esplicito il 20 marzo il sostegno a chi resiste all’occupazione, in Palestina come in Irak.

Mario Tommasi, di Rieti, ha proposto di lanciare dall’autoconvocazione un appello a tutto il partito affinché si organizzi per elaborare controproposte.

E’ poi intervenuto Ettore Davoli, uno dei fondatori del PRC, da cui uscì nel 1997 a seguito dell’accordo con il governo Prodi. Davoli ha sostenuto che uno dei principali responsabili della crisi del PRC è Armando Cossutta, che impose al partito la presenza di Bertinotti.

Davoli ha denunciato con grande efficacia i guasti provocati dal culto della personalità attorno alla figura del Monarca (Bertinotti), criticando anche le opposizioni interne al PRC, tendenti a misurarsi esclusivamente all’interno del partito, legittimando così l’operato del Monarca in un partito di sudditi.

Durissima la critica di Davoli all’intervista rilasciata da Bertinotti al Manifesto il 21 gennaio, dove emerge un’arroganza del segretario del PRC molto simile alla megalomania, laddove pretende di liquidare con battute da trivio le esperienze del Novecento, il secolo che – ha voluto ricordare Davoli – ha visto i lavoratori e i proletari iniziare a “camminare con la schiena diritta”. Davoli ha anche affermato che, negli ambienti del movimento e del sindacalismo di base, si sa da tempo che è pronto il nuovo nome del PRC, che sarebbe Partito della Rifondazione della Sinistra, e dalla sala alcuni compagni hanno detto che il nuovo simbolo sarebbe già stato commissionato ad una nota agenzia grafica romana.

Infine, a proposito dei leader novecenteschi, Davoli ha parlato di Francesco Babusci, dirigente operaio romano, scomparso nel marzo 2001, proponendo di organizzare un convegno sul 900 operaio in occasione dell’anniversario della scomparsa di Francesco, che ogni anno i suoi compagni ricordano con iniziative diverse e mai rituali.

Marco Stefanini, della Direzione Federale di Tivoli, ha espresso il suo scetticismo sull’efficacia di un congresso straordinario, ricordando la grande disinvoltura con cui vengono utilizzati i “cammelli”, gli iscritti fantasma che si materializzano solo in occasione dei congressi e votano disciplinatamente quello che vuole la maggioranza. Per Stefanini, l’autoconvocazione doveva avere luogo a Via Squarcialupo (sede della Federazione romana), con le buone o con le cattive, cioè l’occupazione.

Gina Morichelli, del circolo romano di San Lorenzo, ha esordito dichiarando la propria felicità per il fatto che “finalmente si può parlare”, perché nel suo circolo si fanno gli attivi sulle feste e sul tesseramento, ma della situazione politica del partito non si vuole parlare. Morichelli ha a sua volta proposto di lavorare per una riunione nazionale autoconvocata.

Un compagno del quale ci è sfuggito il nome ha “ringraziato” Bertinotti per aver aperto la discussione sul Novecento, denunciando il problema di un partito ancora strutturato per gerarchie.

Roberto Catalano, del Collegio Federale di Garanzia, ha invitato a rendersi pienamente conto di quanto la situazione sia ormai esasperata, rimarcando la positività dell’incontro e sostenendo la necessità di smetterla di parlarsi addosso e di passare all’iniziativa concreta.

Paolo Del Vecchio, del circolo “Guido D’Angelo” di Casal Bertone - Portonaccio, ha manifestato la sua delusione per il PRC, ricordando che molti compagni addirittura non votano più per il partito e che questo avverrà anche in occasione delle prossime tornate elettorali.

Fulvio Grimaldi ha letto parte del documento approvato dal circolo “Camilla Ravera” di Monteverde, molto critico verso le svolte enunciate da Bertinotti. Nel corso del articolato e applauditissimo intervento, Grimaldi ha sottolineato con molta forza la necessità assoluta di allargare l’iniziativa, facendo appello all’unità dei militanti aldilà delle differenze che pure, legittimamente, esistono. Per Grimaldi è importante non abbandonare il partito, perché “questo è il nostro partito, semmai è Bertinotti che non è più di questo partito e quindi non dobbiamo regalarglielo”. Oggi le nostre differenze devono fondersi in un’iniziativa unitaria per neutralizzare il gruppo dirigente e cacciarlo via. Avremo tutto il tempo per riprendere i nostri “scazzi” dopo che questo gruppo dirigente sia stato eliminato.

Il dibattito sulla nonviolenza, secondo Grimaldi, è stato avviato da Bertinotti per accreditarsi non solo presso il centrosinistra e il padronato italiano ma anche verso gli interlocutori internazionali “necessari” per ottenere il via libera all’ingresso nel salotto buono, interlocutori fra i quali Grimaldi ha citato USA e Israele. A questo via libera è funzionale la mistificazione operata a proposito della “spirale guerra – terrorismo”, che rende sostanzialmente plausibile la necessità di combattere il terrorismo anche con la guerra permanente.

Infine, Grimaldi ha proposto di elaborare un documento con i punti che individuiamo in contrasto con l’abiura di stampo diessino in corso, con un appello unitario per un’assemblea nazionale.

Eugenio Gemmo, del CPF romano, ha ironizzato sulla “novità” del dibattito sulla nonviolenza, ricordando come si tratti in realtà di una questione vecchissima, già affrontata – e con ben altro spessore – nel corso del tanto deprecato Novecento. Per Gemmo, l’obiettivo dell’abiura bertinottiana è quello di agganciarsi al carro dei banchieri, di Treu e Mastella. La base comune di iniziativa può essere il congresso straordinario, gli elementi che ci accomunano sono l’opposizione a Bertinotti ma non per agglomerarci al centrosinistra, bensì per cercare collaborazioni con altre forze, per esempio quelle che hanno sostenuto con noi la battaglia referendaria per l’estensione dell’art. 18. Gemmo ha quindi proposto di rilanciare la richiesta del congresso straordinario e di lavorare per un fronte comune contro la grande borghesia insieme a chi si è battuto per l’art. 18 e contro la guerra.

Ion Udroiu ha parlato del processo di liquidazione del partito in atto da tempo, con l’obiettivo di arrivare ad un modello di partito “leggero” ed “elettorale”, svuotato di ogni caratteristica antagonista e di classe, invitando a lavorare contro questo processo non solo dentro il partito ma anche in rapporto con le situazioni operaie e di movimento.

Claudio Lorenzoni, della Direzione romana, ha detto esplicitamente che l’obiettivo prioritario e unitario è quello di “togliere dalle palle questa dirigenza” e di battersi per la creazione di un terzo polo alternativo a centrodestra e centrosinistra.

L’ultimo intervento è stato quello di Roberto Dell’Aquila, neoiscritto al partito, che ha evidenziato come, a partire dalla sua esperienza nel sociale, si riscontri l’esigenza reale di un punto di riferimento comunista; pertanto, l’incontro odierno va visto come una tappa di un percorso che non può e non deve più fermarsi.

A conclusione dell’incontro, è stata sancita la nascita del Coordinamento degli Autoconvocati del PRC di Roma e del Lazio e approvato un appello “alle compagne ed ai compagni del PRC” affinché organizzino le autoconvocazioni in tutte le Federazioni e le Regioni, in vista di un’assemblea nazionale autoconvocata da tenersi a Roma il prossimo 21 marzo, con l’obiettivo di imporre il congresso straordinario del partito. Di seguito, il testo integrale dell’appello.

APPELLO ALLE COMPAGNE ED AI COMPAGNI DEL PRC

Il Partito della Rifondazione Comunista è infettato da molti di quei virus per combattere i quali è nato: la diminuzione della democrazia, la verticalizzazione dei processi decisionali, la spettacolarizzazione e personalizzazione della politica. Le repentine svolte proclamate a mezzo stampa dal segretario nazionale sono una testimonianza della passivizzazione del partito e della paralisi dei suoi organismi di dibattito, elaborazione e decisione.

Dove, quando e chi ha discusso ed approvato la confluenza del PRC in un nuovo partito europeo?

Dove, quando e chi ha deciso che il centrosinistra (già definito una gabbia e poi dato per morto) è tanto profondamente cambiato da rendere imprescindibile un accordo che dovrebbe vedere Ministri comunisti nel futuro governo di Prodi, D’Alema, Rutelli e Mastella?

Dove, quando e chi ha deciso l’urgenza di sollevare il falso problema della nonviolenza, facendone un assunto totale e discriminante, quasi che in Italia e nel mondo non sia esistito e non esista tuttora un problema vero di violenza delle classi dominanti, di repressione, di guerra, di occupazione militare e coloniale?

Dove, quando e chi ha deciso che la Resistenza è stata “angelizzata” e non, invece, tradita e disattesa nelle sue aspettative di riscatto sociale e democratico, al punto che oggi la Costituzione che di quella Resistenza è figlia viene stravolta e riscritta?

Le domande potrebbero continuare a lungo, ma è ormai evidente che il Partito della Rifondazione Comunista vive un problema che è sia di metodo che di merito: ad un metodo verticistico ed oligarchico corrisponde un merito fatto di abdicazione al ruolo di forza alternativa e di subordinazione alla sinistra moderata ed al centro liberista, accomunati dalle scelte di fondo sui terreni della politica economico – sociale e della politica internazionale.

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Restituire alle compagne ed ai compagni il diritto di discutere e decidere è la condizione necessaria per superare l’attuale condizione di crisi politica e organizzativa del partito. I sintomi della crisi sono sin troppo evidenti, nonostante i tentativi burocratici di occultarli. Le iscrizioni al PRC sono costantemente in calo, e così i risultati elettorali.

I numeri parlano chiaro e parlano di una crisi di militanza e di consensi: a Roma, per esempio, siamo passati dai sei consiglieri comunali eletti nel 1997 ai tre del 2001. La prassi delle decisioni verticistiche ha determinato una crisi della partecipazione nei circoli e negli stessi organismi dirigenti, ormai vissuti come sedi di mera ratifica; anche qui, è emblematico il caso romano, che vede il locale Comitato Politico Federale paralizzato a causa dell’assenza da oltre un anno del numero legale minimo valido per deliberare.

Ancora peggio, se possibile, quanto avvenuto a Salerno, dove un’intera Federazione è stata commissariata perché “colpevole” di opporsi ad un Piano Regolatore (sostenuto dal centrosinistra) che rischia di consegnare il territorio alla speculazione del crimine organizzato.

Crisi di militanza e crisi di partecipazione sono però funzionali al decisionismo dei gruppi dirigenti, che procedono per la loro strada in assenza di ogni confronto e verifica con la base del partito. Difatti, si evita accuratamente il confronto nelle sedi decisionali, preferendo rilasciare interviste o rifugiarsi in convegni e seminari dove il solo diritto dei compagni e delle compagne è quello di ascoltare.

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Non è più tempo di illusioni e attendismi: la crisi del partito è ad un passo dal diventare irreversibile ed è responsabilità di ogni compagna e di ogni compagno impegnarsi per respingere l’offensiva revisionista e anticomunista e riprendere il cammino della rifondazione comunista. Facciamo appello alle compagne ed ai compagni del partito affinché organizzino in ogni Federazione e in ogni Regione coordinamenti autoconvocati che siano luoghi di dibattito, di partecipazione e di elaborazione politica. Invitiamo tutte e tutti a coinvolgere nel dibattito e nell’iniziativa le situazioni di movimento, a partire da quelle che hanno lottato insieme a noi per l’estensione dell’applicazione dell’art. 18 e contro la guerra imperialista.

Facciamo appello fin da ora per la costruzione di un’assemblea nazionale autoconvocata a Roma per il prossimo 21 marzo, con l’obiettivo di imporre il congresso straordinario del partito.

Autoconvocati del PRC
Roma, 14 febbraio 2004
da "www.contropiano.org", E-mail: intifada@email.it