Milano, 21 ottobre, Camera del Lavoro

Rifondazione a Milano, ritratto di un partito in discussione

Un attivo con centinaia di iscritti alla presenza di Fausto Bertinotti. I dubbi, i dissensi e le risposte

Mettete un attivo provinciale di Rifondazione, la presenza del segretario con centinaia di iscritti, una discussione sulla fase attuale della politica di fronte alla crisi del liberismo e del governo, e otterrete aria di congresso.

Milano, 21 ottobre, Camera del Lavoro, il percorso scelto è originale, non solo per la richiesta di confronto diretto con Bertinotti a partire dalle sue "15 tesi", ma soprattutto perché segue una trentina di attivi di circoli territoriali. Dalla platea si alternano dichiarazioni di speranza («il vento è cambiato») e di «bisogno d'alternativa» ad accuse di avere perso l'identità di classe del partito, di rischiare la svendita al centrosinistra dell'esperienza dei movimenti o di delegittimare il partito prendendolo in contropiede dalle colonne dei giornali. Bertinotti non si sottrae.

Due "famiglie" di approcci radicalmente diversi, quelli che interrogano la fase e quelli che non ci stanno.

Il caso milanese

Tra i primi Augusto Rocchi (segretario provinciale Milano) che nell'introduzione ricorda «i tre terreni di prepotente attualità che abbiamo di fronte: la pace (e la spirale guerra e terrorismo), la finanziaria (e le politiche sociali), le riforme costituzionali. Dobbiamo chiederci come costruire l'iniziativa politica su questi terreni». Rifondazione a Milano incassa i successi elettorali in provincia e comuni proponendo «una Costituente locale della sinistra d'alternativa» coi movimenti, l'associazionismo, il mondo sindacale, «una chiamata per chi crede in un'idea di trasformazione della società, ora». Mentre il dibattito interno al partito sembra chiuso in sé stesso.

Un'analisi condivisa da diversi interventi dei circoli che ricordano, come Luigina Milanese di Corbetta, l'investimento sul protagonismo politico dei territori e dei bisogni («la nostra esperienza dimostra che siamo in grado di promuovere alternativa e otteniamo risultati quando governiamo») o la necessità di dare al vento di cambiamento «un percorso che intrecci i processi della politica con l'aspirazione di tanti, ben oltre il nostro partito» (Stefano Porta di Melegnano), magari iniziando con «la voglia e la capacità di sperimentare, con il faro della nonviolenza e del "camminare domandando" perché il potere che vogliamo è il nostro, non quello di altri» (Fabio Guelfi dei Giovani Comunisti).

Una parentesi merita l'intervento di Antonio Lareno, Segretario della Camera del lavoro, che ricorda come mettendo in fila le mobilitazioni dell'autunno verrebbe la tentazione di rispolverare il vecchio slogan «Contro il freddo dell'inverno nella stufa mettiamoci il governo». Ma non è proprio così. «Lotte frammentate, scarsa coerenza, accordi pessimi. L'esito delle mobilitazioni del mondo del lavoro non è mai scontato e non è quasi mai il portato della lotta dei lavoratori. Oggi se non cambiamo le modalità di proposta e di intervento sui salari e sui diritti non è possibile una lotta di resistenza. Dobbiamo rompere uno schema vecchio di trent'anni». Avanti con l'alternativa.

Il nodo della democrazia

Più complesso lo schieramento delle critiche che inizia da una richiesta di maggiore democrazia partecipativa all'interno del partito: «Governare il partito dal basso, per evitare la cristallizzazione delle forme politiche interne», chiede Sara Pezzei di Legnano; per arrivare a una critica di accelerazione del dibattito del partito sulla Gad e sul "contenitore" dell'alternativa, fino all'opposizione all'eventualità dell'accordo di governo con il centrosinistra: «Se non sono nemmeno d'accordo sull'abrogazione delle leggi dell'attuale governo, perché alla Margherita non dispiace la scuola della Moratti, ai Ds non va così male una parte della legge 30… come riuscire a immaginare un programma comune?» chiede Gianmaria Pavan del circolo Aldo Sala di Milano.

Su questo punto si concentra la maggior parte dei dissensi, in particolare quelli di aree del partito contrarie alla scelta di accordo programmatico. Alessandro Giardiello di "Falce e martello" vede nell'alleanza con la Gad «una frattura definitiva con il movimento operaio», Franco Grisolia di "Progetto Comunista", oltre a trovare «scorretta» la proposta delle 15 tesi, afferma che «è in gioco la natura di classe del nostro partito», «si dice Prodi, si legge Montezemolo». Grisolia sostiene che su guerra e governo si differenziano storicamente marxisti e riformisti; a questa osservazione Bertinotti chiederà se intendeva dire che «con l'esistenza del capitalismo il governo è precluso ai comunisti». Uno scambio vivace. Oltre al governo, «il centrosinistra promuove un neoliberismo light e un adattamento profondo al sistema capitalistico e la convergenza per governare insieme si basa su un'analisi sbagliata», la questione centrale per Roberto Firenze di "Erre" è l'autoriforma del partito: «Siamo rimasti fermi al precedente congresso, la svolta è fallita, dovremmo parlarne».

La replica di Bertinotti

Le risposte di Bertinotti in un intervento fiume sono riassumibili per spunti. Sulla fase: in Italia e in Europa la sfida è l'uscita dal liberismo e dalla guerra preventiva e totale, ovvero cacciare Berlusconi e contemporaneamente aprire un progetto politico che faccia vivere l'alternativa: «Non c'è uno senza l'altro e viceversa. Abbiamo lavorato tanti anni perché si dischiudesse la possibilità di un'alternativa con i movimenti in campo e ora che c'è, non possiamo arretrare. Su questa sfida bisogna battere l'ortodossia di chi in nome del suo chiamarsi comunista o nel nome del suo chiamarsi partito non si vuole mettere in gioco». Sulla linea politica: «L'esigenza della nostra politica è quella di afferrare il bandolo dell'alternativa di fronte al disastro del liberismo e della guerra. Un'alternativa di civiltà, un'occasione straordinaria che necessita di una linea politica chiara. Prima dell'unità del partito viene la chiarezza della sua impostazione e della sua linea, senza la quale non abbiamo chance». Sul partito: dopo lo scorso congresso, si è avuta una balcanizzazione interna, «ora che registriamo uno "stato di grazia" nella società con consensi e capacità d'organizzazione in crescita, non riusciamo a utilizzare tutto il nostro potenziale». Si oppongono questioni di identità con la capacità di stare nei movimenti, nella lotta e nella politica, ai fini della trasformazione.

Le tre proposte

Una costituente programmatica per l'alternativa al governo, una sinistra alternativa che sfidi i riformisti sull'egemonia del campo a sinistra e la Sinistra europea. «Su questi punti, abbiamo fatto egemonia, di questo si discute nel paese e sui giornali. Sulla guerra, sul ritiro delle truppe, abbiamo fatto egemonia insieme ai movimenti». E anche la manifestazione della Gad è un successo del Prc e significa restituire alle lotte invece che ai centri studi e agli esperti la bussola sui temi della finanziaria.

Sul governo: non è una meta e nemmeno una gerarchia di valore, «è lo strumento con cui si fa la politica economica e sociale. E oggi o sei in grado di scegliere il governo o muori come soggetto politico. Nessuno pensa sia facile essere portatori di una visione di trasformazione della società. Sappiamo la forza di ciascuno e quella dei blocchi di interessi. Ma sappiamo anche che il liberismo ha fallito e nemmeno il centrosinistra pensa di potere ritornare agli anni '90». Lo si vede nei fatti sindacali, nei conflitti, nella necessità di una nuova redistribuzione dei redditi. Per questo non ci sono condizioni programmatiche o «ossicini di governo» che valgano, c'è il terreno dei movimenti, della crescita delle iniziative e della politica «e chi vuole l'alternativa si butta in questo percorso, non sta ad alambiccarsi». Democrazia e partecipazione, l'autonomia dei movimenti e dei sindacati (fino a quella del partito), sono le garanzie di questo percorso.

«All'ordine del giorno a Milano come in Europa, in forme diverse, c'è la costruzione di un soggetto politico insieme ad altre individualità e soggettività (che non è un partito né una federazione) per lanciare una sfida al campo riformista per la trasformazione della società. Si tratta di sapere se il partito assume questo terreno davvero come una concreta sperimentazione».

Ritratto di un partito in discussione, forse più apprezzato fuori che al suo interno, ricco di diversità, unito nella lotta, che non sa ancora se sarà unito nella proposta.

Claudio Jampaglia
Milano, 29 ottobre 2005
da "Liberazione"