Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista

Interventi O - Z

Roma, 30 - 31 ottobre 2004

NICOLETTA PIRROTTA (Federazione di Como)

Pur condividendo, in modo prevalente, i contenuti delle 15 tesi proposte dal segretario, mantengo forti perplessità su alcune questioni. Oggi non basta più, dal mio punto di vista, ribadire la nostra scelta di internità ai movimenti se non si chiarisce per bene di cosa stiamo parlando.

La dinamica sociale prodotta dall’entrata in scena del movimento dei movimenti, che ha saputo rompere con il pensiero unico dominante e porre la necessità di costruire nuove forme di partecipazione e rappresentanza, entra in un’altra fase. Si pone un problema di efficacia e, da qui, di verifica sui metodi e sulle forme organizzative che il movimento si è dato. Che significato assume la nostra internità in questo nuovo scenario? Con quali contenuti e pratiche possiamo dare un contributo positivo ed originale alla discussione apertasi nel movimento?

Qual è il rapporto fra l’internità e la nostra disponibilità a governare il paese? Proprio a proposito del governo esprimo un’altra perplessità.

Intendiamoci, concordo con Bertinotti che la questione del governo è, per noi, inaggirabile.

Come potremmo spiegare la riproposizione della desistenza in presenza del governo Berlusconi? Saremmo difficilmente compresi.

Ma mi chiedo è davvero necessario investirci così tanta enfasi da paragonarla all’esperienza di Lula? O da ritenerla un possibile percorso di ricerca nel processo di trasformazione della società?

Mi pare francamente troppo.

Preferirei ritenerla un’ineludibile necessità e sarei più tranquilla se ci confrontassimo sui rischi che corriamo, in modo da attrezzarci più adeguatamente nel caso riuscissimo davvero a mandare a casa l’attuale governo. L’ultima perplessità riguarda il partito in sé. Le tesi su questo punto glissano via ed è un male. Se continuiamo a ritenere il partito uno strumento utile al progetto di trasformazione di società, non possiamo non discutere della sua attuale inadeguatezza. Le modalità di funzionamento delle strutture interne (circoli, federazioni, livelli regionale e nazionali) e il loro intreccio insieme alla qualità delle relazioni fra noi devono diventare argomento di discussione.

Solo così l’autoriforma può essere praticata davvero.

FRANCO RUSSO (Federazione di Roma)

Non si può accettare il governo come tema centrale del congresso, come indicato da Masella e Pegolo, e anche da Ferrando; così perderemmo di vista la questione centrale, l’alternativa di società. Burgio ha dovuto riconoscere che esistono altri cruciali temi quali la critica del potere, su cui esistono dissensi profondi.

Scrive Burgio che del potere non bisogna mai discorrere in termini assoluti, perché dipende dal contesto e dalle finalità per cui lo si usa. Burgio ripropone un classico irresolubile problema di teologia, la giustificazione del male: come i fini possano giustificare i mezzi è nient’altro che la questione di come dal male possa scaturire il bene. Le risposte sono pura razionalizzazione di pratiche autoritarie. Inoltre la descrizione di Weber - la politica come volontà di potenza - non può essere assunta come un valore. La nostra ricerca conosce un punto fermo, elaborato dai giovani comunisti e scritto da Fratoianni: l’ossessione della conquista del potere produce effetti mimetici, dando sempre vita a oligarchie ed elitismo. Essa ruota intorno alla democrazia come metodo (lo “spazio del pubblico discorso”), come sostanza (i diritti per tutte le persone), come fine (ogni persona deve essere libera, e nelle condizioni materiali, di scegliere il proprio progetto di vita). Flavia D’Angeli ha, invece, affrontato un problema di rilievo: lo stato dei movimenti, e il loro rapporto con la costruzione dell’alternativa.

La sua visione pecca, a mio avviso, di schematismo e anche di una dose di tradizionalismo: i movimenti sociali e quello pacifista non hanno cancellato le organizzazioni, anzi queste nelle loro relazioni tendono a entrare in una dinamica positiva che le porta a posizioni antiliberiste e pacifiste “senza se e senza ma” e ad articolare in nuovi termini il rapporto tra “politica” e “lotte sociali”.

Oggi è possibile, dopo tre anni, cominciare a individuare i mezzi per rendere effettuali i “valori” e le “intuizioni” dei movimenti.

La presenza a Londra dei sindacati, di vecchia e nuova organizzazione, la manifestazione “sociale” del prossimo marzo a Bruxelles, il documento dei segretari Cgil, i sei punti della Fiom, la giornata sulla scuola, quella sul precariato ci dicono che è possibile intraprendere delle campagne nazionali ed europee su grandi questioni - pace, cittadinanza, diritti sociali e del lavoro, direttiva Bolkenstein - per ottenere risultati concreti. In questa ottica si può sperimentare il “passaggio” del governo, nel quadro della costruzione dell’alternativa di società.

GIOVANNI RUSSO SPENA (Deputato)

La nostra linea congressuale è la rimessa a tema dell’alternativa di società. Non dobbiamo introiettare il passaggio del governo come una svolta moderata, ma come un tratto necessario ma strumentale, in questa fase, nel percorso dell’alternativa anticapitalista.

Una sinistra comunista contemporanea, infatti, deve sfuggire all’oscillazione fatale tra frontismo, da un lato, e declamazione retorica dell’autonomia del sociale, dall’altro.

Le tre condizioni della nostra proposta devono vivere insieme, senza gerarchie politiche e di valore: innanzitutto critica del potere, oggi troppo flebile da parte nostra; insieme, poi, autorganizzazione della società, nostra militanza più forte nei “luoghi” del conflitto sociale; il passaggio del governo, infine, che non può diventare armatura istituzionalista che ci sfibra, risucchiandoci nel feticismo delle forme del potere. È una linea politica difficile; ma è anche un azzardo necessario.

ROBERTO SCONCIAFORNI (Segretario della Federazione di Bologna)

Questo Cpn avvia ufficialmente il nostro 6°congresso e i temi che a me paiono centrali sono due: alleanza di governo e rifondazione di un identità comunista.

Primo tema: ritengo un errore aver proceduto negli ultimi mesi in modo da dare per scontata la nostra partecipazione ad un prossimo governo con il centrosinistra, con tanto di ministri, senza aver definito il programma della coalizione.

La necessità di battere Berlusconi è una priorità per i comunisti, ma è solo il primo passo. L’altro punto fondamentale è invertire la tendenza rispetto alle politiche antisociali che ormai dominano da più di un decennio. Ritengo che la componente maggioritaria dell’Ulivo, lungi dall’essersi spostata a sinistra sotto la pressione dei movimenti, non abbia operato alcuna cesura rispetto alle politiche liberiste e alle guerre umanitarie realizzate negli anni novanta. Questo fa sì che sia necessario porre precise condizioni programmatiche dalle quali far dipendere un eventuale accordo di governo.

I punti qualificanti di un impianto generale avanzato devono essere il no a qualsiasi guerra, anche sotto egida Onu, una nuova scala mobile, l’abrogazione delle leggi vergogna di Berlusconi (Legge 30, Bossi-Fini, Moratti, pensioni). Secondo tema: non ritengo ci sia bisogno di “reinventare il comunismo” ne penso che figure come Lenin “siano morte non solo fisicamente”.

È giusto denunciare quei processi degenerativi di cui è stato protagonista il movimento comunista, senza però farsi travolgere dalle teorie liquidazioniste che vogliono rimuovere i successi delle rivoluzioni del ’900 (emancipazione di milioni di uomini da uno stato feudale, impulso ai movimenti operai occidentali e ai movimenti anticoloniali del terzo mondo, vittoria contro il nazismo). Siamo comunisti, per questo differenti da altre forme di antagonismo, perché individuiamo nella proprietà privata dei mezzi di produzione la radice del dominio del capitale, vediamo le classi lavoratrici come riferimento principale e intendiamo lavorare per la trasformazione comunista della società.

PATRIZIA SENTINELLI (Segreteria Nazionale)

C’è un filo tutto intero che costruisce la trama dell’introduzione che ci ha presentato il Segretario, e che ritrovo nelle 15 tesi, quello che dipana il pensiero e la pratica del PRC, oggi nell’obiettivo della trasformazione sociale. Ed è l’elemento che più mi convince, che chiama all’iniziativa nel Movimento e che dal Movimento trae energia Anche il nodo spinoso del Governo va risolto in questo quadro. Guai a renderlo obiettivo strategico. Perciò anche le critiche di coloro che sentono intempestivo farsi, per una forza comunista, all’alternativa a Berlusconi, devono essere prese sul serio. Per confutarle - come ritengo necessario - ma senza alcuna banalizzazione.

L’andata al Governo non può essere il centro del prossimo Congresso, pur tuttavia occorrerà definire che esso è per noi un obiettivo non a prescindere ma, per così dire, di fase, nel quale il Partito non esaurisce né porta a compimento se stesso.

Si tratta allora da subito di agire sul terreno sociale quelle lotte maggiormente indicative di un cambiamento, necessario e possibile, ricercando i nessi tra le une e le altre. Penso a quelle contro le privatizzazioni, per affermare i beni comuni e quelle per la giustizia sociale, per il reddito e la cittadinanza, contro la Bossi/Fini ma anche contro la Turco/Napolitano.

Penso alle azioni per costruire relazioni di pace contro la guerra permanente, così come ci ha indicato la manifestazione di ieri a Roma ed elementi di economia altra non dissipativa né speculativa, nonviolenta.

Affronteremo questi aspetti prossimamente in incontri nazionali, dove l’impegno sarà quello di intrecciare la proposta programmatica con vertenze locali partecipative.

NANDO SIMEONE (Federazione di Roma)

Esprimo un dissenso sia nell’analisi che nella proposta politica contenuta nella relazione del segretario.

Lo schema che viene proposto non solo non mi trova d’accordo, ma a mio avviso non fotografa neanche la realtà. La grande forza dei movimenti che, secondo quanto sostenuto dal segretario, dovrebbe spostare a sinistra l’asse del Gad, sicuramente viene sopravvalutata. I movimenti sono in fase di difficoltà, questo è evidente a tutti, e allo stesso tempo i rapporti di forza tra le classi sociali si sono notevolmente spostati a favore della borghesia. Sol per fare alcuni esempi: ci mobilitiamo contro la Bossi-Fini, la legge 30 sul lavoro, la riforma Moratti, la riforma delle pensioni, la guerra, portando centinaia di migliaia di persone in piazza, e nonostante tutto, questi processi vanno avanti. Colpendo, per lo più, i nostri soggetti sociali di riferimento.

Per quanto riguarda poi, le posizioni del centrosinistra nei confronti del movimento, una volta lo vediamo diviso ed incerto, altre volte contrapposto come per la lotta di Acerra. Nei confronti di Rifondazione poi, lo abbiamo visto addirittura aggressivo, come è successo sulla guerra, riuscendo a spostare a destra il baricentro del nostro partito. La nostra posizione sul ritiro delle truppe, e sul no alla guerra, infatti, è stata diluita con una generica dichiarazione di compromesso che contiene quel grado di ambiguità dove anche coloro i quali sostengono l’intervento di guerra multilaterale, possono riconoscersi in quella posizione. Non una operazione di chiarezza, quindi, ma una operazione al ribasso che rischia di compromettere quell’elemento di coerenza che ci ha sempre contraddistinto. E che rappresenta, per un partito comunista, una linea di demarcazione rispetto a partiti socialdemocratici che invece hanno sostenuto in modo diretto e indiretto le guerre di questi ultimi tempi.

Io penso che nonostante le difficoltà, l’asse centrale di riferimento debba rimanere il movimento.

La proposta politica presentata dal segretario, che propone di combinare le lotte sociali con l’azione di governo a sostegno delle stesse, produce invece l’effetto opposto. E questo lo vediamo oggi, nella scarsa partecipazione dei militanti e del partito nelle manifestazioni da esso stesso promosse. Si sta cioè prefigurando un meccanismo di delega, per il quale il militante si illude che le conquiste sociali si ottengono non già attraverso la lotta, ma attraverso gli accordi programmatici con le forze del centro sinistra, (o Gad che sia).

Rispetto all’accordo con Prodi, poi, Bertinotti sostiene che la futura piattaforma di governo dovrà esprimere un futuro “impianto di società”. Allora se la firma della Costituzione europea, di cui Prodi è uno dei sostenitori più convinti, prefigura questo impianto, allora un altro mondo non sarà possibile. Infatti, liberismo e guerra sono le gambe di quella società che vogliono costruire.

Con questi presupposti, un accordo di programma non quindi è possibile. Per battere Berlusconi serve l’azione dei movimenti e/o sul terreno istituzionale un accordo elettorale.

Redazione di Liberazione
Roma, 30 ottobre 2004
da "Liberazione" (del 7 novembre 2004)