Il Partito della Rifondazione Comunista è nato, nel 1991 a seguito di contingenze storiche che riteniamo davvero di non dover riassumere in questa occasione, e si è successivamente consolidato come una struttura funzionante in modo assolutamente preminente, secondo la logica dell'identità.
È stato nel periodo compreso tra il Settembre del 1990 (convegno di Arco di Trento) e Gennaio 1991 (congresso di Rimini) che i leader e le frazioni più decisamente a favore della scissione stabiliscono le alleanze, sulle quali si fonderà il primo gruppo dirigente di Rifondazione Comunista. In questa fase si sono strutturati i modelli di interazione e di conflitto dominanti in quello che poi è stato il gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista, perché fu già in questo passaggio che le risorse politiche fondamentali, in mano a ciascun attore, iniziarono a definirsi.
Da un lato, Cossutta possedeva un suo capitale "politico-organizzativo" personale, rappresentato dal controllo della rete organizzativa costituita in più di dieci anni di attività frazionistica svolta all'interno del PCI. In quel 1991 tutti i componenti del gruppo dirigente del Movimento per la Rifondazione Comunista erano consapevoli che la rete organizzativa personale di Cossutta, avrebbe rappresentato la componente fondamentale su cui avrebbe dovuto, per forza di cose, fondarsi la nuova organizzazione. Al tempo stesso, le risorse in mano al leader della ex-componente filosovietica dell'ex-PCI risultavano poco spendibili all'esterno, per il ristretto spazio politico occupato.
Cossutta controllava una rete organizzativa molto strutturata, ma con una base di massa ristretta e, inoltre, presentava il grosso handicap di una immagine troppo connotata in senso conservatore. Al contrario, quella parte dell'ex-mozione del "no" che aveva fatto la scelta della scissione appariva molto meno coesa ed organizzata (soprattutto nei rapporti centro-periferia) ma si caratterizzava per un'area di consenso potenzialmente molto più vasta di quella cossuttiana. In definitiva i dirigenti provenienti dalla ex-mozione del "no" controllavano l'area di incertezza relativa ai rapporti con l'ambiente esterno: da essi dipendeva la chance di sviluppo del movimento verso l'esterno. Al contrario le aree di incertezza controllate dai cossuttiani attenevano tutte al controllo della struttura organizzativa.
Dopo la costituzione del primo nucleo del futuro gruppo dirigente, il processo per aggregazione del nuovo partito previde altri due passaggi: nel Giugno 1991 si aggregò Democrazia Proletaria, mentre entro l'Ottobre dello stesso anno aderirono anche un gruppo di quadri dell'ex-PdUP. Assemblato, a questo punto, il gruppo fondatore dell'organizzazione, il Movimento sviluppò le proprie strutture in periferia, sul territorio, attraverso la costituzione prevalentemente spontanea delle unità di base, i circoli.
Possiamo individuare tre modalità tipiche nel processo di formazione dei circoli, la spontaneità, la fusione e la scissione. La spontaneità prevaleva soprattutto in quelle realtà in cui lo scontro tra mozioni interne al PCI era stato più acceso, e spesso aveva visto prevalere gli oppositori alla svolta. La seconda modalità, che abbiamo definito di fusione, non si caratterizzò per un moto di adesione spontaneo ma per l'unificazione di gruppi di militanti, già dotati di proprie risorse organizzative. Spesso il processo di fondazione dei circoli avvenne, invece, a seguito di una vera e propria scissione, organizzata e pianificata localmente. In questo caso i circoli non si costituirono immediatamente, ma soltanto nel momento in cui le leadership locali decidevano di staccarsi, trascinando con sé un seguito di massa ( l'esatto contrario di quello che accadde a Savona, dove il "no" aveva prevalso, ma i dirigenti non seppero trovare l'occasione e/o la volontà per una operazione del tipo di quella appena descritta).
Dunque i circoli nati per "scissione" erano quelli posti in continuità "con la natura del partito di massa popolare, fortemente disciplinato e gerarchizzato, che aveva caratterizzato il PCI, in particolar modo nelle zone in cui la subcultura socialista aveva, storicamente, assunto un carattere prevalentemente occupazionale e di classe.
Dunque, riassumendo, possiamo identificare tre tratti caratteristici del modello genetico del Partito della Rifondazione Comunista. Primo, la modalità genetica prevalente appare quella della diffusione, sebbene nella versione particolare della fusione di reti organizzative nazionali. Secondo, la centralità degli incentivi d'identità a base ideologica come veicolo principale di mobilitazione del sostegno alla neonata organizzazione da parte della leadership fondatrice. Terzo, il modello a cui si ispirava la struttura direttiva originaria era principalmente quello della "democrazia di partito", con una struttura di potere fondata sulla grande risorsa della militanza, nell'economia dell'organizzazione.
La struttura organizzata realizzata nella fase di avvio, fu considerata dal gruppo dirigente sufficientemente solida per il passaggio dalla fase di Movimento a quella di costituzione del Partito. Il I Congresso segnò così il punto di passaggio e le elezioni del 1992, con la definizione del proprio terreno di caccia, sancirono il processo di instaurazione organizzativa. Le elezioni politiche del 1992 segnarono, per il Partito della Rifondazione Comunista, lo "status" di legittimo erede di una parte dell'eredità comunista in Italia, con un processo di exit dell'elettorato del PCI verso Rifondazione, inversamente proporzionale alla forza dell'insediamento sociale del vecchio PCI.
Il Partito della Rifondazione Comunista iniziò così un'opera di consolidamento della propria organizzazione centrale e di sviluppo periferico stimolato dal centro. Ma la struttura divisa e instabile della coalizione dominante che reggeva il partito, in quella fase, esplicò i suoi effetti destabilizzanti, allorché il mutamento delle regole elettorali si configurò all'orizzonte, come una sfida che poteva mettere in pericolo la stessa sopravvivenza istituzionale dell'organizzazione. Di fronte alla leadership si pose il problema dell'adattamento rispetto al nuovo scenario proposto dal maggioritario.
Le elezioni amministrative del 1993, le prime svoltesi con il nuovo sistema maggioritario e nel pieno dell'effetto "Tangentopoli", registrarono un forte balzo in avanti del Partito nelle grandi città del Nord. L'improvviso (ed insperato) successo, mise in crisi l'organizzazione, provocando la spaccatura del gruppo dirigente sul tema della politica delle alleanze.
Il successivo congresso pose, in modo esplicito, il dilemma tra la tutela dell'identità e l'inserimento nel gioco della competizione maggioritaria. Tra il Dicembre 1993 ed il Gennaio 1994 il gruppo dirigente centrale raggiunse il massimo della divisione interna, proprio attorno al nodo "identità/competizione": da un lato si poneva in campo una idea di resistenza rispetto alla sfida del nuovo sistema partitico bipolare e di arroccamento sulla rappresentanza dell'elettorato di appartenenza, mentre dall'altra parte si cercava di imporre l'inserimento del partito all'interno della struttura politica bipolare e dell'adattamento al sistema maggioritario.
Il passaggio di leadership da Garavini a Bertinotti avvenne, appunto, proprio sulla base di quello scontro: il Partito della Rifondazione Comunista sceglieva, a quel punto, la competizione maggioritaria come suo terreno di riferimento, abbandonando l'idea di una tradizionale politica delle alleanze, ed avviandosi di fatto verso una forma politica più simile a quella di un soggetto radicale "di movimento" (come era del resto, nel bagaglio politico del nuovo segretario), piuttosto che verso la forma di un soggetto organizzato in funzione di una identità ideologica definita.
Si tratta di un punto che vedremo meglio in seguito, al momento dell'emergere sulla scena sociale del movimento no-global e che fornirà un esito sul quale ci soffermeremo nelle conclusioni. Quello che interessava far capire a questo punto è che la dicotomia tra "autonomia del politico" e "flessibilità di movimento", che caratterizza la realtà politica del Partito della Rifondazione Comunista, ha origini abbastanza lontane nel tempo, almeno fin dal 1994.
Nei due anni successivi, i processi di personalizzazione della politica italiana, il ruolo sempre più crescente dei mass media e una crescente centralità politica del Partito della Rifondazione Comunista, trainarono la crescita della leadership personale del segretario, Fausto Bertinotti, all'interno della coalizione dominante che reggeva il partito. Si trattò di un processo attraverso cui il leader del partito convertì l'indubbio prestigio e la capacità di comunicatore e, quindi, il consenso conquistato nelle arene esterne, in una crescita del proprio peso all'interno del partito e, soprattutto, nei confronti dei militanti di base.
Durante la fase 1995-1997 e, principalmente, dopo il successo elettorale del 1996 il Partito della Rifondazione Comunista sperimentò il tentativo della leadership di aumentare il livello di istituzionalizzazione del partito. Da un lato si registrò l'aumento del livello di coesione e di stabilità del gruppo dirigente centrale, sancito dal congresso del Dicembre 1996. Tentò, allora, di sorgere e di consolidarsi una coalizione dominante interna che si costituì attraverso la liquidazione, prima e durante il 1995, della frazione di destra, e dopo a partire dal Giugno 1996 fino al III congresso del Dicembre, mettendo in angolo la frazione di sinistra, che si opponeva al nuovo ruolo pivotale che il Partito della Rifondazione Comunista stava giocando, a livello istituzionale, grazie all'indispensabilità del proprio appoggio parlamentare per il governo di centrosinistra.
La coalizione dominante interna tentò di costruirsi le proprie condizioni di legittimità verso il Partito, attraverso la definizione di una propria strategia di competizione nei confronti del resto della sinistra, con la linea politica delle cosiddette "due sinistre", con la quale si teorizzava la funzione del Partito della Rifondazione Comunista di collegamento con la società civile e le sue domande e le istituzioni governative.
La leadership del partito articolò, di conseguenza, la proposta di uscita dalla nicchia della rappresentanza dell'elettorato d'appartenenza, attraverso un ambizioso progetto di utilizzo della propria posizione istituzionale per erodere l'elettorato della sinistra moderata e allargare il più possibile il proprio spazio elettorale (il progetto era contenuto nella tesi della lotta per l'egemonia, tra le "due sinistre"). Il tentativo fallì, e nello spazio di due successive crisi di governo, nell'Ottobre del 1997 e dodici mesi dopo, si verificò la fuoriuscita dalla maggioranza.
L'analisi dei documenti interni, in questa fase, suggerisce due considerazioni di fondo. In primo luogo la leadership colse la principale difficoltà politica del partito nella contraddizione tra una linea che mobilitava il consenso nella società, attraverso quelli che si potevano definire come incentivi orientanti allo scopo utilizzando l'inserimento del partito nel gioco competitivo bipolare, ed un partito che, nella sua struttura territoriale, si era consolidato sulla base dell'utilizzo, per il funzionamento dell'organizzazione, di incentivi di identità che presupponevano l'esaltazione dei tratti di diversità del partito, rispetto all'ambiente circostante.
Le vicende di quegli anni, tra il 1996 ed il 1998, rappresentarono il punto di espressione più significativo di una frattura tra un partito che nella società continuava ad agire secondo le logiche dell'identità, ed un partito che nelle istituzioni era portato a perseguire la logica della competizione, sotto la sferza di un sistema maggioritario che iniziava ad esercitare anche i suoi effetti psicologici sull'elettorato.
Questo processo modificò le basi di potere dei leader nazionali. Da un lato, Cossutta si collegò sempre più saldamente al ceto dei militanti carrieristi legati al mantenimento di un profilo competitivo da parte del partito e di un rapporto di alleanza con la coalizione del centrosinistra. Dall'altro lato il segretario, alla ricerca di basi di potere interne per scalzare la tutela che l'altra carica monocratica esercitava su di lui, tentò di collegarsi sempre più alla base militante interpretandone l'attaccamento all'identità antagonista.
Questa dinamica si sviluppò fino alle estreme conseguenze della rottura del partito e del riflusso all'opposizione nel biennio 1998-1999.
Ristrutturate le linee di autorità interne dopo la scissione,il punto di svolta successivo fu rappresentato dalla sconfitta alle Elezioni Europee del Giugno 1999. Il Partito della Rifondazione Comunista rimase inchiodato ad una percentuale inferiore a quella del 1992 (4,7%) e vide sfumare ogni velleità di superare indenne la crisi dell'autunno precedente.
Nello stesso spazio politico, intanto, si era insediato un concorrente pericoloso, che amplificava nelle urne l'effetto della scissione. Soprattutto, però, il Partito della Rifondazione Comunista scoprì l'estrema debolezza del suo rapporto con l'elettorato di riferimento.
Ciò che è importante, a questo punto, far notare, è che la sconfitta fu interpretata dalla leadership come un evento addebitabile all'inadeguatezza del modello organizzativo a quel punto a disposizione del partito. Soprattutto l'inadeguatezza della propria organizzazione fu esplicitamente paragonata alla maggiore adeguatezza rispetto ai processi di "americanizzazione" della politica, da parte di modelli organizzativi agli antipodi, come le organizzazioni leggere e allo stesso tempo completamente leaderizzate.
Allora fu posto, esplicitamente, il problema dell'efficacia dell'azione del partito territoriale e furono lanciate alcune campagne che si proponevano di stimolare una azione della base, modulata su campagne "single issue" tipiche di formazioni senza una struttura articolata come quella che il Partito della Rifondazione Comunista aveva ereditato dalla tradizione del movimento operaio.
Il tema dell'innovazione organizzativa si collocò al centro del V congresso del partito, sulla base di un nuovo tipo di rapporto tra partito e movimento "no-global". L'irrompere di questo nuovo soggetto nell'ambiente politico italiano, surriscaldò la temperatura interna al partito, mettendo di nuovo in discussione la stabilità e la coesione della coalizione dominante interna.
La proposta formulata allora dalla leadership (già anticipatrice di quella successiva relativa alla "non violenza") rappresentò un punto di vera e propria innovazione al riguardo della tradizionale impostazione dei partiti comunisti. Il Partito della Rifondazione Comunista propose, così, la sua internità al movimento ribaltando la tradizionale posizione di subalternità che la dottrina leninista (ma non solo) assegnava al movimento rispetto al partito.
Fu apertamente sconfessata l'idea che il partito dovesse tenersi distaccato dal movimento e fornirgli una coscienza politico-ideologica. Al contrario la leadership del Partito della Rifondazione Comunista concettualizzò il nuovo soggetto di movimento come parte di una nuova sinistra alternativa, che avrebbe dovuto contenere sia il Partito della Rifondazione Comunista, sia l'insieme dei soggetti sociali e politici che stavano muovendosi contro la "globalizzazione liberista". In questo senso il movimento era concepito come una leva per scardinare il sistema bipolare e ampliare lo spazio politico da "terza forza" del partito.
I fattori chiave che, inizialmente, hanno modellato l'impianto organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista possono essere individuati nell'impulso determinante di alcuni leader carismatici ed in uno sviluppo per "penetrazione/diffusione" territoriale. Il Partito della Rifondazione Comunista si è caratterizzato, dunque, per uno sviluppo di tipo misto, ma con la prevalenza di uno sviluppo per diffusione territoriale, anche se di tipo particolare.
Da una parte, infatti, si è assistito ad un processo in cui l'appello unificatore del gruppo di "imprenditori politici" che avevano lasciato il PCI, coagulò una galassia di gruppi locali germinati nel corso del processo di scioglimento del vecchio partito. Dall'altra parte, ed oggi appare l'elemento determinante, l'organizzazione nacque attraverso la fusione di una pluralità di leader nazionali e locali che controllavano le proprie reti organizzative, consolidatesi prima della creazione del nuovo partito, e che proprio su queste reti fondavano le loro aspirazioni alla leadership. Dunque, all'interno del Partito della Rifondazione Comunista, sono sempre stati presenti componenti e strati d'elite che esprimevano idee, interessi e culture organizzative differenti.
L'equilibrio tra queste componenti si è rivelato difficilmente stabilizzabili, ed ha dato luogo a continui conflitti per il controllo del partito. Proprio durante la fase di maggiore consolidamento strutturale la leadership del Partito della Rifondazione Comunista ha tentato di aumentare il controllo sull'ambiente operativo del partito.
Con l'elaborazione della linea delle "due sinistre" e la teorizzazione della lotta per l'egemonia tra sinistra di governo e sinistra antagonista, il "centro" del partito realizzò un'articolazione dei fini (Panebianco 1982) che fondava la legittimità della leadership sull'espansione del territorio di caccia del partito, oltre la semplice nicchia dell'opposizione e della difesa dell'identità comunista.
Di fatto, l'analisi del dibattito interno e della strategia del partito, in quella fase, hanno mostrato l'esistenza di un rapporto tra variazioni della coalizione dominante interna e delle modalità con cui, fino ad allora, il partito si era rapportato con l'ambiente esterno. Nelle fasi in cui la coalizione dominante interna riusciva faticosamente a raggiungere un suo equilibrio, pur rimanendo divisa in frazioni organizzate, il partito tendeva a chiudersi in difesa delle posizioni conquistate.
Fatta eccezione per i primissime mesi di espansione organizzativa, durante i primi due anni di esistenza, il Partito della Rifondazione Comunista sembrava seguire questa linea d'azione. Sia la base del partito che il suo gruppo dirigente si rinserrarono nella difesa della "diversità comunista" e l'organizzazione apparve entrare in una fase di stasi strutturale. Successivamente è stata perseguita, da un lato, una strategia di espansione, attraverso una apertura dei confini organizzativi ai nuovi soggetti che via, via, andavano comparendo nell'ambiente operativo del partito: in definitiva, attraverso una strategia di dominio dell'ambiente. Dall'altro lato, emergeva una strategia mirante alla difesa degli equilibri interni già raggiunti, che vedeva come una minaccia alla stabilità interna, qualsiasi allargamento dei confini dell'organizzazione e che perseguiva l'adattamento ambientale.
È chiaro come queste due strategie abbiano comportato anche una differente visione del necessario grado di confini organizzativi, con i sostenitori del secondo corso d'azione più inclini ad elevare barriere verso l'esterno e a sorvegliare maggiormente il reclutamento.
Per tutto il dopoguerra il PCI ha rappresentato l'esempio più "puro" di partito di massa operante nel panorama politico italiano. Il PCI disponeva di una forte articolazione verticale delle strutture organizzative, di una centralizzazione dei processi interni, di un'ampia e ramificata burocrazia rappresentativa, di una subordinazione del gruppo parlamentare agli organi dirigenti, di un forte controllo delle organizzazioni collaterali, di una capacità di inquadramento "morale ed intellettuale" della propria membership: queste erano le caratteristiche fondamentali che rendevano il "partito nuovo" un esempio particolarmente calzante di "istituzione forte", autonoma rispetto all'ambiente nazionale e dotata di una elevata coerenza strutturale interna.
Se, dunque, vi sono pochi dubbi al riguardo della collocazione del PCI, all'interno della tradizionale distinzione fra differenti tipologie di partiti, la caratterizzazione del Partito della Rifondazione Comunista, sotto questo aspetto si presenta certamente più difficile. Sicuramente si può affermare che l'organizzazione del Partito della Rifondazione Comunista presenta un assetto fortemente decentrato, quasi federativo, ma con una significativa eccezione: il processo di selezione delle candidature, sempre fortemente accentrato nelle mani di un vertice ristretto. La posizione della leadership nazionale all'interno del partito non ha mai, invece, goduto (fino ad ora) di quella autonomia tattica, che era invece consentita alla leadership comunista grazie al "centralismo democratico".
Altre due variabili strutturali importanti per caratterizzare il modello organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista sono la professionalizzazione del partito ed il tipo di sistema di finanziamento (Tan, 1997, Katz e Mair 1994 - 1995). Il Partito della Rifondazione Comunista è un'organizzazione in cui il lavoro volontario dei militanti ha ancora un certo peso nel garantire il funzionamento dell'organizzazione su vari fronti (attività politica extra-elettorale, candidature per le cariche pubbliche, lavoro volontario durante le campagne elettorali, ecc).
Tuttavia, per comprendere il ruolo del processo di professionalizzazione nella struttura del partito, si deve distinguere una professionalizzazione di tipo "burocratico-partitico" (la classica burocrazia rappresentativa od esecutiva, diffusa nei partiti di massa) da una professionalizzazione che potremmo definire di tipo istituzionale, derivante cioè dall'occupazione di ruoli pubblici di autonome risorse selettive.
Altra caratteristica molto importante per delineare il modello strutturale del partito è rappresentata dalla virtuale assenza di organizzazioni sociali fiancheggiatrici, e quindi dal bassissimo grado di controllo organizzativo esercitato dal partito sul proprio ambiente esterno. Se, dunque, la struttura organizzativa che caratterizza il Partito della Rifondazione Comunista è difficilmente inquadrabile all'interno delle tradizionali dicotomie partito di massa/partito pigliatutti, oppure partito burocratico di massa/partito elettorale professionale, come possiamo definire il modello organizzativo adottato da partito?
Per le caratteristiche suaccennate, la natura organizzativa del Partito della Rifondazione Comunista può essere accostata a quella di un moderno partito di quadri (modern cadre party, Koole, 1992, 1994). Un modello organizzativo che, se da un lato, si distingue per le sue caratteristiche strutturali democratiche dal classico partito di quadri ottocentesco (Duverger 1964), dall'altro lato per via delle ridotte dimensioni della membership porta a concepire questo partito come un canale utile soltanto per i membri attivi, piuttosto che per l'integrazione politica delle masse (Koole, 1992 , 1994).
Abbiamo già avuto modo di far rilevare come l'entrata in scena di un nuovo soggetto, il cosiddetto movimento anti globalizzazione, ha fatto emergere l'asse su cui sta ruotando il conflitto tra i vari schieramenti, rimettendo in gioco la definizione dei confini dell'organizzazione e il rapporto tra partito e movimento.
È andata in discussione, nel periodo tra il 2001 ed oggi, l'identità di un partito in cui si mette l'accento sulla necessità di uscire da un rapporto troppo stretto con la tradizione organizzativa ed elettorale del vecchio PCI, per esplorare nuovi potenziali terreni di caccia, rappresentati da una nuova generazione che si ritiene orientata a sinistra (in questo senso, ad esempio, il dibattito sulla nonviolenza, in adesione ai fermenti di tipo cristiano presenti nel movimento pacifista) mentre la leadership prepara la svolta di governo. In questo quadro è così precipitata la scelta, compiuta con il recente congresso di Venezia, di approdo organico alla formazione di uno schieramento di centrosinistra destinato -nel caso di un prossimo successo elettorale - ad alternarsi al governo, in luogo dell'attuale schieramento di centrodestra.
Questa scelta, compiuta a maggioranza e pagando il prezzo di un ulteriore inasprimento nel contesto delle difficoltà di relazione già instauratesi da tempo nella coalizione dominante interna, si collega, prima di tutto, al tentativo di semplificazione dell'offerta politica proposto attraverso la formazione di una Federazione Riformista composta da DS, Margherita e SDI, intesa quale nucleo portante dello schieramento di centrosinistra, cui il Partito della Rifondazione Comunista (saltando la mediazione offerta dalla prospettiva di una più ampia alleanza di tipo "radical", formata da altri soggetti quali sinistra DS, Comunisti Italiani, Ecologisti) dovrebbe offrire, aderendo in pieno la meccanismo maggioritario esercitato in funzione della governabilità e di personalizzazione della politica, da un lato una copertura sul terreno delle istanza programmatiche considerate più avanzate (pacifismo, situazione sociale ed economica, critica dell'Europa liberista, precarietà del lavoro, ecc..) e dall'altra parte una posizione di "ascolto" e di "interpretazione" dei movimenti, in una sorta di ruolo del partito quasi "border - line" tra democrazia delegata e democrazia partecipativa, anche attraverso una modificazione del sistema di riferimento a livello locale, sotto forma di "rete".
Questa operazione cade in una fase di persistente incompiutezza nelle forme definite del sistema politico italiano dove, nella sostanza, il tipo di bipolarismo sorto all'indomani della grande trasformazione del sistema verificatosi attorno agli anni'90 del secolo scorso, pare non corrispondere più alle fratture sociali dominanti. Per questo motivo l'offerta politica presentata dai due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra, appare più frammista di quanto non appaia dallo svilupparsi delle polemiche giornalistiche e televisive.
L'indeterminatezza dei profili programmatici dei due poli è causa, quindi, di un limitato interscambio sul piano elettorale, che potrebbe far presagire, nel caso di uscita di scena di alcuni dei fattori determinanti per l'attuale suddivisione degli schieramenti stessi (in primis: pensiamo agli elementi portati che hanno condotto all'assunzione della leadership da parte dell'attuale Presidente del Consiglio), ad un processo di vero e proprio riallineamento del sistema.
Nell'eventualità del realizzarsi di questa ipotesi il Partito della Rifondazione Comunista potrebbe ritrovarsi in una condizione di vera e propria marginalità, rispetto allo svolgimento di una funzione essenziale sul lato di sinistra dell'alleanza di governo (stanno già emergendo segnali precisi proprio in questa direzione) e/o di forte pressione da parte dei movimenti., per una assunzione complessiva di ruolo di "megafono istituzionale" posto sul fronte della cosiddetta democrazia di base.
In questo caso il Partito della Rifondazione Comunista si troverebbe a dover rinunciare ad un modello organizzativo orientato verso la produzione di una spinta organica verso la trasformazione della società, attraverso una classica funzione politico - pedagogica, riducendosi ad una sorta di movimento "radical" all'americana.
Si tratta, in conclusione, del riprodursi di un bivio che, forse, la porzione della coalizione dominante interna raccoltasi attorno al segretario nel congresso di Venezia, pensava di trovarsi di fronte spostato in avanti nel tempo ed il cui proporsi, invece, in tempi più accelerati, potrebbe provocare una ulteriore ridefinizione dello schema organizzativo e di presenza politica, per un Partito che più di altri ha, forse, vissuto contradditoriamente il travaglio complessivo che ha scosso e sta scuotendo l'ancora incompiuta transizione italiana.