Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista

Interventi A - Z

Roma, 22 - 23 aprile 2006

Claudio Bellotti

Dobbiamo guardare con lucidità la situazione reale. La rimonta inaspettata di Berlusconi va compresa in termini di conflitto di classe, non è la semplice fotografia di un presunto “ventre di destra” del paese, ma il risultato di uno scontro in cui Berlusconi ha interpretato fino in fondo gli interessi sociali avversi ai nostri, mentre Prodi ovviamente non poteva interpretare con la stessa decisione gli interessi dei lavoratori. Berlusconi, al di là dell’esito del suo “assedio” al nuovo governo, ha gettato i semi avvelenati della destra del futuro: una destra reazionaria che non si fa problemi a lanciare i messaggi più aberranti per sfondare non solo fra i privilegiati, ma anche in settori popolari colpiti dalla crisi. Il governo dell’Unione si muoverà su un sentiero molto stretto, determinato non dai progetti di questo o quel gruppo dirigente, ma da stringenti necessità economiche. Di fronte a una possibile ondata speculativa contro l’economia italiana, simile a quella del 1992-93, a cosa serve parlare di “partecipazione” o di “governo allargato”? Le decisioni verranno prese altrove e il partito si troverà in una situazione difficilissima, costretto a scegliere fra subire misure inaccettabili o essere emarginato. Ho ben chiaro che la maggioranza non intende ripetere la rottura del ’98; ma nessuno si pone il problema che potremmo trovarci esclusi dal governo anche nostro malgrado? Aggrapparsi a Prodi è una tattica di brevissimo respiro che ci lega le mani lasciandoci senza alternative. È necessario avviare una seria discussione, anche attraverso una conferenza d’organizzazione, che affronti il problema di garantire il funzionamento delle strutture di fronte allo spostamento di larga parte del gruppo dirigente nelle istituzioni. Infine voglio dire che a queste difficoltà non si può rispondere con avventure scissionistiche verso il nulla, voltando le spalle a un partito che comunque - lo dimostra il voto - è stato investito di tante speranze di cambiamento.

Alberto Burgio

L’esito del voto ha determinato la rottura del quadro politico in cui si incardinava il governo delle destre ma ancora non equivale, di per sé, alla fine di un sistema di relazioni, di poteri, di orientamenti (il cosiddetto “berlusconismo”). La vittoria politica dell’Unione (e il buon risultato del Prc) va dunque assunta come la premessa per un formidabile lavoro di lunga lena nel campo della politica e della cultura, della relazione sociale, persino dell’elaborazione morale. Il problema è che le forze preponderanti nel centrosinistra si pongono in sostanziale continuità con il quadro di riferimento politico e ideologico dei governi dell’Ulivo (neoliberismo temperato, fedeltà a Maastricht, dottrina dell’interventismo democratico). In queste condizioni, per mettere a valore il risultato elettorale e trasformare la vittoria numerica in una compiuta vittoria politica, radicata nella società, sarà decisivo il ruolo del nostro Partito e delle altre forze sociali e politiche (partiti, sindacati, movimenti, giornali e associazioni) della sinistra di alternativa (un’area che - considerata anche la sinistra Ds - costituisce il 28,9% alla Camera e il 31% al Senato del totale dell’Unione). A tal fine occorre salvaguardare e rafforzare l’autonomia politica ed organizzativa del nostro Partito - garanzia di un coerente orientamento anticapitalistico - e promuovere efficaci forme di unità di azione tra tutte le soggettività che pongono alla base del proprio agire il no al neoliberismo e il rifiuto della guerra. Chiudo sul referendum contro la controriforma costituzionale della destra. Temo la volontà di rivalsa e la capacità di mobilitazione dell’elettorato della Cdl. Dobbiamo sapere che nel caso sciagurato di una conferma della controriforma, non solo la Costituzione repubblicana e antifascista verrebbe stravolta, ma si verificherebbe un marasma istituzionale. Occorre dunque mobilitarsi, con la consapevolezza che l’esperienza, la cultura politica e la capacità di iniziativa dei comunisti costituiscono risorse necessarie alla battaglia per la difesa delle conquiste democratiche in questo Paese.

Paolo Cacciari

Le vittorie più sofferte sono le più belle! Ritengo il quadro analitico e propositivo che ci propone Bertinotti pienamente rispondente alle nostre necessità. Solo due questioni non mi convincono. Primo. Non riesco a separare l’idea di “popolo” (in tutte le sue accezioni identitarie) da quella di nazione. E io sono uno di quei compagni che ritiene il nazionalismo la fornace di ogni orrore. Secondo. Mi pare che sia sottovalutata la “questione settentrionale” (nel senso di una persistente incapacità delle sinistre, sia moderate che radicali, di ottenere consensi nell’area dove prevale la industrializzazione diffusa). Dal Nord è partita una insidiosa operazione politica di rappresentazione del voto. Si vuol far credere che al Nord vi sia un “ceto produttivo” omogeneo socialmente ed egemonizzato politicamente dalle figure degli imprenditori; un vero “corpo sociale” compatto, senza distinzione tra lavoro salariato e autonomo, programmaticamente e ideologicamente ostile al prossimo governo di centrosinistra. E la cosa grave è che l’Ulivo è il primo ad esserne convinto. Tant’è che da tempo insegue le destre in una gara a chi è più compiacere nell’assecondare l’imprenditoria diffusa nordestina e padana. Le parole chiave sono: più autostrade, più flessibilità sul lavoro, federalismo fiscale. Io credo che noi dovremmo: A) indagare a fondo sulla realtà della piccola e piccolissima impresa diffusa per coglierne differenze e specificità (continuando il lavoro sui “localismi”); B) riuscire a far dire al nuovo governo “qualcosa di sinistra” anche in materia di politica industriale per offrire anche alle imprese delle aree dei distretti manifatturieri una prospettiva credibile; un patto che stringa assieme produzioni utili, lavoro buono, qualità dell’ambiente.

Salvatore Cannavò

Vorrei associarmi ai ringraziamenti verso il partito per la bella campagna elettorale. Un compito assolto al di là delle divergenze politiche che ha reso più confortante il lavoro collettivo dentro al partito in genere sacrificato dalle contrapposizioni emerse dal congresso scorso. Anch’io credo che ci troviamo in una nuova fase e quindi è con questo approccio che vorrei fare le mie osservazioni: mantengo divergenze consolidate, che in alcuni casi si acuiscono, ma è giunto il momento di confrontarci nel merito della politica perché il progetto che è stato proposto al partito entra oggi nella sua fase di verifica. Abbiamo accenti diversi sulla sconfitta di Berlusconi. Pur non sottovalutando l’importanza della perdita del governo non credo tuttavia che sia finita l’era berlusconiana. Berlusconi è riuscito a rappresentare metà del paese e a diventare il narratore di un’Italia ripiegata in sé stessa e desiderosa di affrontare la crisi sulla base di una nuovo egoismo sociale. Pur non rappresentando un blocco sociale coeso, Berlusconi è riuscito magistralmente a dare a quest’Italia una sintesi politica, una vocazione e una potenzialità che peserà sulla prossima fase. Anche perché la sua mezza vittoria è contestuale e speculare a due altri elementi. Il primo è la mezza vittoria dell’Unione che in realtà, nel suo essere un’alleanza composita che va dai centri sociali alla Confindustria, perde la scommessa di rompere il fronte delle destre, di eroderne consenso. Anche Prodi è sconfitto in questo cimento non sapendo, e non potendo, esercitare un’egemonia sociale e politica vincenti in virtù della sua politica e delle sue finalità. Ha pesato nell’Unione il suo essere un’alleanza di compromesso sociale che ha impedito di utilizzare al massimo, ad esempio, la carta della precarietà, tassello portante nella campagna contro le destre. Prodi ha inviato un messaggio pasticciato e ambiguo proprio perché ambiguo è il suo programma per lo meno così come viene “narrato”. E se le destre hanno un narratore d’eccezione lo stesso non si può dire del centrosinistra. Ma è il secondo aspetto il più delicato: perché queste elezioni fotografano quello che cerchiamo di dire da due anni a questa parte e cioè che i rapporti di forza sociali sono ancora sfavorevoli, che c’è bisogno di un lungo impegno per ribaltarli, di vittorie sociali, di conquiste e di creare le condizioni favorevoli a un reale cambio di sistema. Certo, ci sono stati movimenti importanti che hanno anche permesso di raggiungere il punto di massima debolezza delle destre. Lo scorso anno, dopo le regionali, la forza di Berlusconi era al minimo ma le responsabilità di chi non ha promosso nessuna iniziativa di massa per far cadere il governo sono ancora più pesanti. In questo quadro la pressione sul nostro partito sarà micidiale. Ci sarà da rispettare il vincolo di coalizione in luogo di una limpidezza programmatica che è l’unica carta per battere sul serio le destre. In questo quadro non convince l’enfasi posta sull’alternanza perché è proprio dentro l’alternanza che crescono le condizioni per una politica neocentrista come quella rappresentata da un possibile Padoa Schioppa all’Economia. In realtà rischiamo di essere incastrati nella tenuta dell’alternanza per sognare un’alternativa che mai ci sarà. E invece è proprio un governo di alternativa che potrebbe rappresentare la via di uscita dalla situazione che si è creata, altrimenti lo stesso Prodi non dura. Prodi sta invece formando un classico governo di alternanza e per questo non crediamo esistano le condizioni per l’ingresso al governo. Certo, al punto in cui siamo arrivati questa posizione non ha molte chances ma rappresenta la continuità coerente con quanto abbiamo sempre affermato. Oggi si va a formare un governo, quindi, rispetto al quale assume maggiore rilevanza che in passato la centralità dei programmi e dei contenuti. Abolirà Prodi la legge 30, la Moratti, la Bossi-Fini? Si ritirerà dall’Iraq, ridistribuirà il reddito a vantaggio dei lavoratori? Queste sono le questioni. Ma ce n’è un’altra non ancora affrontata, l’Afghanistan. Su questo nell’Unione non c’è accordo. E allora che facciamo? Io non credo che possiamo votare una missione militare in contrasto con la nostra identità e la nostra storia.

Carlo Cartocci

Il buon risultato del voto all’estero ci prospetta due diversi tipi di impegni: interni al partito e nel governo. Non mi dilungherò sulle ragioni per cui il partito deve consolidare i rapporti con i compagni all’estero, ne ho già parlato e scritto più volte, spero che presto potremo organizzare un seminario specifico sul tema a cui invitare i vari dipartimenti e i nostri rappresentanti parlamentari. Per ora mi limito a pochi punti: 1. Nel partito occorre da un lato affrontare il tema della nostra organizzazione all’estero: bisogna rafforzare e riorganizzare il sistema delle federazioni e dei circoli, stabilire un circuito comunicativo ed una attenzione alla realtà politica e culturale che i compagni all’estero rappresentano. D’altro lato occorre contattare e organizzare i tanti compagni sparsi nei paesi latinoamericani, in Canada e in Australia. Queste elezioni hanno creato una prima sottile ed estesa rete, bisogna rafforzarla. Se riusciremo a dare il segnale che il partito si interessa ai compagni emigrati, avremo un ritorno di impegno generoso ed entusiasta. 2. Sul voto all’estero è forte l’influenza che hanno i patronati: di fatto in queste elezioni sono stati eletti candidati appoggiati o dall’Inca o dalle Acli, si tratta di padronati egemonizzati da Ds e Margherita. Noi non possiamo continuare a guardare con sufficienza ai padronati, dovremmo invece rapportarci ad essi, essere più presenti così come lo siamo nei sindacati. 3. I forti legami che ci sono fra immigrati e emigrati vanno riconosciuti e declinati: stesse rivendicazioni di diritti, stessi bisogni, stessa dignità, stessa autodeterminazione. Il diritto al voto per gli emigrati resterà dimezzato se non ci sarà un analogo diritto al voto degli immigrati in Italia, e se non si promuoveranno accordi con i paesi di accoglienza per la concessione del voto agli emigrati. Infine non va dimenticato il fenomeno ormai numericamente rilevante degli “emigrati di ritorno”, provenienti soprattutto dall’America latina, che vivono in Italia una realtà frustrante: né cittadini, né stranieri. Sarà necessario impostare una politica comune per immigrati, emigrati ed emigrati di ritorno ed elaborare una strategia unitaria. 4. Sul piano organizzativo il settore degli italiani nel mondo nel partito dovrebbe essere sostenuto e rafforzato e dovrebbe essere oggetto di attenzione e di relazione da parte dei vari dipartimenti e aree di intervento del partito stesso. Forti sono infatti le interrelazioni politiche, culturali, economiche, commerciali e di cooperazione che si possono stabilire nel lavoro del partito e della Sinistra europea con questo settore. Una cosa è auspicabile: da oggi ogni compagno della direzione che si recherà all’estero dovrà sentire la necessità di inserire, sempre, nel suo programma un incontro con la comunità italiana locale e con i nostri compagni, più o meno organizzati. 5. Per quanto riguarda il futuro governo andrà deciso quale segnale di cambiamento si dovrà dare agli emigrati nei primi 100 giorni. Inoltre sarà necessario affrontare presto il tema del Ministero degli Italiani all’estero, dovremo decidere, con gli altri dell’Unione, se conservarlo, trasformarlo o potenziarlo, ecc. Certamente dovrà essere rivista la legge sul voto per corrispondenza, che in questa sua prima applicazione, ha mostrato tutte le sue incongruenze. Dovremmo infine avere alcuni deputati e senatori che seguano il settore. In conclusione il partito deve decidere se ritiene utile e necessario curare il rapporto con gli emigrati e di conseguenza investirci politicamente e culturalmente: io mi auguro di sì.

Andrea Catone

L’analisi del governo Berlusconi proposta dal segretario insiste su elementi “sovrastrutturali”: un disegno reazionario volto a una modificazione genetica dei tratti peculiari della democrazia partecipativa. Ma non si deve rimuovere l’analisi degli interessi di classe rappresentati dagli schieramenti politici. Schematizzando: Berlusconi rappresenta gli interessi di una frazione di un nuovo capitalismo italiano, aggressivo e rampante, fuori o contro le regole del gioco su cui si era sviluppata la grande borghesia all’interno dello Stato italiano e del progetto politico europeista. Non a caso contro di lui si è schierato il grande capitale europeo, con i suoi giornali, dall’Economistal Corsera. Il bipolarismo maggioritario modello Usa, introdotto agli inizi degli anni ’90 in aperta violazione dello spirito della Costituzione e perfezionato con l’ultima legge elettorale, non è fatto per collocare ad un polo il capitale, e, all’altro, il lavoro, gli oppressi, ma per escludere l’opposizione di classe dalla rappresentanza politica o costringerla a schierarsi in modo subalterno all’interno di un polo. Nello scontro tra due frazioni del capitale i comunisti e la sinistra di alternativa hanno scelto di combattere il nemico principale in questa fase, rappresentato dal sovversivismo sregolatore e antistatalista di Berlusconi. L’Unione è stata prima di tutto un’alleanza per scalzare Berlusconi dal governo. Il buon risultato elettorale è il premio a questa scelta di unità. Ma bisogna essere consapevoli del carattere di classe e, quindi, dei limiti dello schieramento dell’Unione, per poter operare politicamente con lucidità e rigore in una situazione oggettivamente difficilissima, nella quale il ricatto del ritorno di Berlusconi, sconfitto di esigua misura, ma certamente non sradicato dal suo insediamento sociale e politico, può essere usato dal grande capitale per imporre politiche economiche e sociali antipopolari. Se si cedesse a questo ricatto, si disorienterebbero i lavoratori e gli sfruttati, molti dei quali, nella crisi, come è già accaduto in passato coi fascismi e anche in queste elezioni, potrebbero essere attratti dalle sirene reazionarie. La prospettiva di sviluppo democratico del paese, nonché quella del superamento in senso socialista del capitalismo, per la quale il Prc è sorto come partito politico, subirebbero un colpo durissimo.

Aurelio Crippa

Non c’è corrispondenza fra paese reale e paese della politica: questo dice il voto, anche per noi (vedi risultato alla Camera). L’esito elettorale va assunto come quello di un Paese politicamente diviso per le elezioni, ma non per tutto il resto (si vota diversamente ma al lavoro, nelle scuole, nei territori ci si ritrova con gli stessi bisogni, problemi). Due le sfide da reggere: 1. quella con le destre ed il suo populismo (troppo superficialmente, dopo le passate elezioni, si è decretata la fine del Berlusconismo); 2. l’altra, per non far affermare l’opzione moderata nella coalizione (le sirene in tal senso si sono già fatte sentire). Il Partito è attrezzato? Senza esitazione: No. C’è bisogno di più Partito, non di meno Partito, per la nuova fase politica, per dare impulso alla costruzione della Sezione Italiana della Sinistra Europea. Si convochi, finalmente, la Conferenza d’Organizzazione; si discutono le forme e le modalità più idonee per l’essere e l’agire come un moderno Partito Comunista di massa. Nel contempo si rivitalizzi la vita democratica, il ruolo dei Circoli, si riconduca a normalità la “vena istituzionalistica”, andata fuori misura, si ricostruiscano i Giovani comunisti. Si riporti un’adeguata rappresentanza del Partito negli organismi dirigenti (deve essere la maggioranza rispetto a quella istituzionale). Ho letto e sentito il Segretario sottolineare a più riprese, l’importanza dell’unità. Bene. Mi rivolgo a te, Fausto: comincia dal partito, ricostruisci una sua gestione unitaria.

Daniela Dioguardi

Ho trovato la relazione di Bertinotti particolarmente densa, un ulteriore passo avanti nella direzione della rifondazione del Comunismo. Alcuni passaggi mostrano già la contaminazione con altre culture critiche del ’900, tra cui il femminismo, a cui però Bertinotti non fa riferimento esplicito. Sempre più spesso intellettuali e politici utilizzano categorie del femminismo, senza nominarne l’origine. Un sorta di appropriazione del pensiero femminile che non si traduce a vantaggio della differenza la quale implica, per uomini e donne, il riconoscersi nella parzialità di soggetti sessuati. La politica delle donne ha messo al centro la necessità di stare alla realtà, se si vogliono realizzare cambiamenti. Oggi il nostro partito deve assumersi insieme al centro-sinistra la responsabilità di governo e contemporaneamente avere una pratica autonoma nella società, nei movimenti, un dentrofuori, anche questa pratica del femminismo, che ci permetta di indirizzarne più a sinistra possibile le scelte. La costruzione di un popolo richiede la politica del simbolico. Non a caso Bertinotti ha parlato della necessità di un’uscita radicale dall’economicismo. Si tratta di un lavoro di significazione attraverso cui un popolo colpito dalla precarietà, dall’insicurezza, abbrutito anche dalla televisione, ritrovi un senso, un ubi consistam. Non possiamo permettere che l’unica risposta sia quella della chiusura identitaria, con il necessario binomio amico-nemico, dell’integralismo autoritario, del ritorno all’ordine patriarcale con l’imbarbarimento delle relazioni sociali. Basta fare attenzione alla cronaca. Il ritorno del delitto d’onore a Messina, l’episodio di Partinico, il terribile caso di Tommy. Dobbiamo essere in grado di contrapporre un’altra narrazione che arrivi al cuore, né moderata né ideologica, radicale e che necessita di buona scuola e di altra televisione, che costruisca una nuova relazione tra i sessi e una vera convivenza. Il risultato delle elezioni regionali siciliane non sarà indifferente al governo nazionale. Non possiamo permettere che la Sicilia diventi la roccaforte della destra e dell’illegalità. Rita Borsellino rappresenta la discontinuità, la rottura dell’indifferenza e della rassegnazione, un ritorno per tante/i alla politica. Può iniziare un’altra storia. Di questo occorre che il partito nazionale abbia consapevolezza.

Gianni Favaro

Vorrei utilizzare la tribuna di questo Cpn per informare il partito sull’accordo che abbiamo raggiunto per le elezioni comunali di Torino. Lo faccio soprattutto per correggere una campagna di disinformazione che ha ridotto l’accordo ad una nostra resa sul progetto Tav Torino Lione in cambio di posti nella prossima giunta comunale. Si tratta di una cosa totalmente falsa, è vero invece che la nostra posizione di contrarietà al progetto Tav resta totale e ferma l’accordo con l’Unione a Torino come in Regione o per il Governo non modifica la nostra posizione. Da mesi stiamo lavorando con un pezzo della Torino sociale, con loro abbiamo costruito un nostro programma alternativo su Torino e lo abbiamo discusso con le forze politiche del centrosinistra, un lavoro che guarda alla possibilità concreta di dare vita ad una sinistra di alternativa e che pensiamo sia stata anche una delle ragioni del nostro buon risultato elettorale che al Senato ci fa sfiorare il 10%. L’esperienza fin qui fatta rafforza la mia convinzione che la proposta di dare vita alla sezione italiana della Sinistra Europea sia efficace, effettivamente c’è una domanda in una diffusa parte della sinistra del lavoro, ambientale e sociale di organizzarsi per rispondere alla nascita del Partito Democratico. Occorre però evitare di commettere due errori: 1 la Se non può essere una operazione di vertici sia nel senso classico (partiti e dirigenti) sia nel senso che la piattaforma politica su cui si sta lavorando deve essere aperta. 2 L’autonoma esistenza del Prc non solo non deve essere messa in discussione ma è, secondo me, uno dei pilastri portanti della stessa Se. Il nostro sostegno e il nostro ingresso nel futuro governo dell’Unione apre una fase nuova per il Partito. Bisogna superare le divisioni del congresso di Venezia e ricostruire l’unità dei gruppi dirigenti (senza rinunciare alla dialettica) per fare ciò occorre adeguare la linea con un nuovo congresso non più per mozioni ma a tesi. Accelerazioni o forzature sui gruppi dirigenti sarebbero dannose e indebolirebbero il Partito.

Paolo Ferrero

Nelle elezioni, Berlusconi ha fatto leva sulla paura, sull’insicurezza sociale che il suo stesso governo e le politiche liberiste hanno determinato, inventando i responsabili dell’insicurezza, costruendo un capro espiatorio, un nemico contro cui votare: i comunisti, gli immigrati, l’euro, le tasse, gli omosessuali, la Cina, ecc. Berlusconi ha fatto una campagna elettorale populista di estrema destra, simile a quanto è avvenuto in Europa dopo la prima guerra mondiale. Ha perso di misura ma noi sappiamo che una buona fetta di quel popolo che lo ha votato sull’onda della paura è possibile portarlo dalla nostra parte nella misura in cui sapremo rispondere alla diffusa e giusta domanda di sicurezza sociale, individuando i veri responsabili di questa situazione. Per fare questo dobbiamo agire dall’alto, ponendoci l’obiettivo di realizzare a pieno il programma che ci siamo dati come Unione e dal basso, costruendo consapevolmente percorsi di lotta in grado di individuare obiettivi parziali da conquistare. Costruire un conflitto articolato e diffuso sui nodi ambientali, sociali, economici, è la condizione per sconfiggere il neocentrismo che propone la concertazione - che avverrebbe per altro tutta all’interno al campo politico dell’Unione - e per evitare che il conflitto sociale, che vi sarà - perché la situazione sociale è molto grave - venga strumentalizzato dalla destra e assuma forme ribellistiche più simili alla vandea che al movimento operaio. Costruire un conflitto sociale articolato e un governo in grado di dialogare positivamente con esso sulla base del programma è il nostro primo obiettivo politico. Il secondo è una grande campagna sul referendum costituzionale, perché vincere quel referendum è decisivo per consolidare l’attuale maggioranza e può contribuire alla disarticolazione della destra. In terzo luogo dobbiamo avanzare rapidamente e con forza nella costruzione diffusa, sul territorio, della Sinistra Europea che è la vera risposta alla capacità di attrazione che l’Ulivo ha mostrato nelle elezioni e che ha determinato la differenza di voti tra Camera e Senato per quanto riguarda il nostro partito.

Loredana Fraleone

Rispetto all’analisi del voto presente nella relazione di Bertinotti, vorrei solo sottolineare che la “mutazione Antropologica”, a cui fa riferimento il segretario, prodotta dal governo Berlusconi in tanta parte della popolazione, appartiene ad un processo che risale al craxismo. Un processo di devastazione culturale e valoriale più antico che, a mio avviso precipitato con Berlusconi, ma che ha avuto effetti profondi nella società proprio per il periodo lungo in cui ha potuto agire. C’è da meravigliarsi semmai su come circa la metà della popolazione abbia potuto resistere e pronunciarsi elettoralmente contro Berlusconi. I movimenti hanno giocato anche in questo un ruolo determinante, opponendo una barriera politica e valoriale, senza la quale non si sarebbe potuto vincere neanche di stretta misura. La riduzione dei diritti non ha costituito soltanto un peggioramento delle condizioni materiali di vita, ma ha anche minato la solidarietà nella testa della gente. Non poter accedere alle garanzie fornite dal contratto nazionale di lavoro, al fondo solidaristico delle pensioni, ha portato all’idea di poter rispondere solo individualmente ai propri bisogni, ha portato all’individualismo in opposizione alla solidarietà. Preferisco questo termine a quello di comunità, che capisco e condivido nell’uso che ne fa il segretario, per descrivere luoghi dove si ristabilisce un sentire comune. L’inversione di tendenza oggi si gioca sulla tenuta del programma dell’Unione, ma anche sulla riforma della politica, rispetto alla quale è ora di mettere in campo fatti concreti, che devono corrispondere a quella domanda diffusissima nella società, che altrimenti rischia di scivolare nel qualunquismo, per cui si considera l’eccesso dei privilegi dei parlamentari come un problema di risanamento economico invece che di risanamento della politica. Avremmo dovuto curare di più questo aspetto, visto che siamo gli unici ad aver detto delle cose in proposito. Allo stesso modo dobbiamo cominciare a praticare, piuttosto che a nominare soltanto, l’innovazione del partito, abbiamo persino chiamato così il dipartimento dell’organizzazione. Il partito si è alleggerito dal trasferimento di un bel pezzo del gruppo dirigente alle istituzioni, se non lo rafforziamo rischiamo di grosso rispetto a quella necessità di tenuta del baricentro tra governo e movimento, a cui alludeva il segretario nella relazione introduttiva.

Claudio Grassi

Una tornata elettorale che doveva segnare la dèbacle delle destre e di Berlusconi si è risolta con una vittoria di misura dell’Unione. Ne deduco che la sconfitta delle idee, di cui si sono fatti portatori Berlusconi e i suoi alleati, è ancora tutta da conquistare nella società. Il fatto positivo è che nel centro sinistra viene premiata Rifondazione Comunista. Il nostro risultato evidenzia una cosa che avevamo visto nel 1996: la condizione che ci viene richiesta per ottenere un consenso più vasto è l’unità. Il voto a Rifondazione Comunista è stato percepito come un voto utile sia per battere le destre sia per spostare a sinistra l’asse della coalizione. Anche la differenza nei voti tra il Senato e la Camera non mi sembra così difficile da spiegare: innanzitutto ha pesato il fatto che al Senato quello di Rifondazione Comunista fosse l’unico simbolo visibile con la falce e martello; in secondo luogo alla Camera il voto alla lista dell’Ulivo, come già alle primarie con Prodi, è stato considerato, dentro il voto utile, lo strumento più idoneo a sconfiggere Berlusconi. Il risultato dell’Ulivo alla Camera, superiore della somma dei voti di Ds e Margherita al Senato, accelererà la costruzione del Partito Democratico. La risposta che noi dobbiamo dare è quella di rilanciare la costruzione della Sinistra di alternativa. Solo l’insieme di tutte le forze che hanno sostenuto il referendum per l’ articolo 18, può ingaggiare una sfida seria con il Partito Democratico. La Sinistra Europea, invece, non è in grado di raccogliere tutte queste forze; inoltre c’è il rischio che questa nuova formazione politica possa produrre - come già è avvenuto in Spagna con Izquierda Unida nei confronti del Partito Comunista Spagnolo - la marginalizzazione di Rifondazione Comunista e la sua perdita di autonomia politica, culturale e organizzativa. Un forte investimento congiunto sul Partito della Rifondazione Comunista e per la costruzione della più ampia Sinistra d’alternativa è l’obiettivo da rilanciare oggi, a partire dalla costituzione del forum dei parlamentari alla Camera e al Senato che assieme dispongono di una forza rilevantissima: circa il 30% dei parlamentari dell’Unione. Il problema vero è che sulla prospettiva di questo governo avanzo una valutazione meno ottimista di quella di Bertinotti. Non è in discussione la necessità di fare nascere il governo e di entrarvi: è la conclusione della scelta fatta dalla maggioranza di Rifondazione Comunista già prima del Congresso di Venezia; anche se noi manteniamo le critiche per come tutto questo è avvenuto. Noi nutriamo forti dubbi sulla reale volontà- capacità riformatrice di questo governo. Se non arrivano risultati tangibili, come nel 1996, l’entusiasmo iniziale si potrebbe trasformare in diffidenza e contrarietà. Il nostro partito potrebbe trovarsi in un vicolo cieco: dobbiamo fare tutto il possibile per evitarlo. Abbiamo bisogno quindi, sin da subito, di ottenere alcuni risultati concreti: restituzione del fiscal drag, aumento del salario, abolizione della legge 30, ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq. Infine vorrei formulare a Bertinotti un augurio sincero per il suo futuro importante lavoro di Presidente della Camera. È un successo suo personale e di tutto il nostro Partito che viviamo con estrema soddisfazione. Abbiamo attraversato in questi anni momenti di grande sintonia in passaggi difficili, penso al 1995 con la vicenda del governo Dini o al 1998 con la scelta dolorosa, ma necessaria, di non continuare ad appoggiare il governo di centrosinistra; e abbiamo vissuto momenti di aspro scontro e contrapposizione, penso all’ultimo congresso di Venezia. Tuttavia non si è mai determinata una situazione che ci portasse ad essere indifferenti alle nostre vicende. E quindi oggi siamo soddisfatti per tre motivi: abbiamo battuto Berlusconi, il partito ha avuto un buon risultato elettorale e abbiamo la presidenza della Camera. Spero che tutto questo sia di stimolo, come ha detto anche Bertinotti nell’introduzione, affinché si apra nel partito una fase nuova che non azzeri le differenze - questo oltre ad essere impraticabile non sarebbe neanche giusto - ma che determini un modo nuovo di stare insieme. Di questo ha bisogno tutto il Partito per le impegnative scadenze politiche e organizzative che ha di fronte. Noi siamo pronti a fare la nostra parte.

Franco Grisolia

C’erano una volta le “due destre” e la “gabbia del centrosinistra”, cioè categorie politiche che individuavano in esso qualcosa di alieno a noi, ai lavoratori e ai movimenti. Ora tutto ciò è finito nel dimenticatoio, dimostrandone la assoluta strumentalità. Mentre si conferma che quello che è stata, sempre, la vera linea strategica del partito è quella che Bertinotti già nel ’94 definì "compromesso sociale dinamico" con la borghesia, cioè una ipotesi organicamente riformista. Per i comunisti invece l'indipendenza di classe è questione di principio. Come affermava Rosa Luxemburg: «Un partito marxista è per definizione un partito di opposizione, come partito di governo può farsi avanti solo sulle rovine dello stato borghese». Ma oggi non di questo parliamo, ma di partecipazione ad un governo confindustriale con un progetto di sacrifici per i lavoratori. In continuità con la politica dei governi di centrosinistra degli anni ’90. Compreso quello Prodi, che vide il Prc appoggiare misure come le finanziarie “lacrime e sangue”, il pacchetto Treu, il taglio delle aliquote delle rendite finanziarie, l’istituzione dei Cpt, etc. Si dice che però allora non avevamo un programma comune e facevamo appoggio esterno. Ma questo argomento è un nonsenso, che rovescia la logica: se abbiamo capitolato così allora, tanto più lo faremo oggi che siamo meno indipendenti. Tanto è vero che oggi si arriva addirittura ad ufficializzare la difesa dell’“alternanza”. Fa dunque specie che i dirigenti delle minoranze “critiche” si adattino ora al peggio della linea che criticavano un anno fa. Gli uni (L’Ernesto) capitolando puramente e semplicemente e votando a suo favore. Gli altri (Sinistra Critica) continuando a dirsi “preoccupati” invece di andare ad uno scontro netto. Quanto a noi di Progetto Comunista chiediamo che su questo ulteriore scivolamento a destra del partito si sviluppi un dibattito democratico tra gli iscritti, con una conferenza per delegati. Se ciò non avverrà e si realizzerà l’ingresso nel governo confindustriale, coerenti con quanto abbiamo affermato da tempo e cioè che «nessun governo borghese sarà privato di una opposizione di classe e comunista» ne trarremo le conseguenze e apriremo tra tutti i militanti critici del partito, di qualunque provenienza congressuale e anche tra quelli della sinistra esterna al Prc la prospettiva della costruzione di una nuova forza politica di classe e comunista.

Domenico Jervolino

Sono d’accordo sul fatto che oggi l’alternativa passa per l’alternanza, o in altri termini che le possibilità di praticare la ricerca di un’alternativa di società è passata e passa ancora per la capacità di sconfiggere definitivamente lo schieramento berlusconiano, con lo scenario rovinoso che una sua vittoria avrebbe evocato, e di consolidare la vittoria risicata del centrosinistra, conquistando nuovi consensi e contrastando le politiche di manipolazione dell’opinione pubblica e di mobilitazione populista che si sono rivelate purtroppo molto efficaci. Allora è indispensabile accettare la sfida del governo a partire dal programma concordato, che ha un respiro riformatore, frutto delle lotte sociali e del buon lavoro dei tavoli. E’ significativo che ci siano forze fuori e dentro l’unione che si mobilitano per ottenere degli arretramenti, come ad esempio abbiamo dovuto denunciare nel caso di formazione, università e ricerca. Anche per questo bisogna oggi respingere la prospettiva della grande coalizione, che probabilmente s’imporrebbe se il governo dell’unione fallisse. Occorre partire da due premesse: primo, che le formule politiche cambiano spesso di segno a seconda del contesto storico e sociale; per questo oggi e non ieri l’alternativa passa per l’alternanza, e l’unità nazionale del passato non è la grande coalizione di oggi. Secondo: che c’è una crisi vera delle forze che hanno scommesso in un passato recente su un neoliberismo temperato e che oggi sono costrette a fare i conti, in qualche caso persino con accenti radicali, con i guasti della globalizzazione capitalistica. Chi come noi ha una prospettiva di alternativa al neoliberismo, invece di chiudersi in universo dottrinario in cui non si percepiscono mai i cambiamenti culturali e sociali, ha invece oggi materia per tessere il proprio filo, e per aprire una vera lotta politica e sociale per l’egemonia.

Alessandro Leoni

Il nostro dibattito non coglie, sufficientemente, la complessa difficoltà che ci viene consegnata dal risultato elettorale. Infatti la positività del dato riguardante il nostro Partito e con esso, più in generale, quello delle altre soggettività (Pdci, Verdi, etc… che si collocano a sinistra del costituendo “Democratic Party” non risulta, pur nella sua importanza, tale da rimuovere l’ostacolo del condizionamento che i, reali, rapporti di forza nelle istituzioni (esempio emblematico: il Senato!) e nel paese comporteranno sulla stessa azione della “maggioranza” (l’Unione) che determinerà il nuovo esecutivo. Le riserve, forti, sulla qualità del “programma” definito in sede di trattative fra il centro-sinistra e il Prc vengono, oggi, ulteriormente rafforzate dalla considerazione relativa l’influenza che sul nuovo governo eserciteranno i così detti “moderati” (l’“Udc”) e la stessa Confindustria, per non parlare delle “istituzioni” extranazionali dal Fondo Monetario all’Unione Europea! La recentissima vicenda che ci ha visto “puntualizzare” i limiti fissati dal “programma” rispetto alla stessa richiesta di Epifani, per la Cgil, sulla Legge Biagi è indicativa dei ristrettissimi margini entro i quali siamo, ormai, confinati. Una maggiore consapevolezza e un maggiore realismo, come da noi lungamente suggerito, ci avrebbe permesso, oggi, di risultare meno inchiodati ad una situazione così difficile e precaria. Ricordare ciò non è volontà di polemica, ma bensì richiamo all’esigenza, per tutti, di una maggiore attenzione reciproca nei passaggi importanti del/per il Partito! Al presente ritengo che il Prc oltre a difendere il risultato conseguito con la cacciata della “banda Berlusconi” debba farsi promotore, senza ambiguità, di una proposta forte di rilancio dell’unità della “Sinistra”, tenendo presente la difficoltà delle altre componenti e soprattutto della “sinistra Ds” ormai destinata a dover sciogliere le proprie ambiguità. Se il così detto “Partito della Sinistra europea/ sezione italiana” si proponesse di diventare la “casa comune” di tutte le diverse soggettività di sinistra e non già un, velleitario, nuovo soggetto ideologico potremo creare un effettivo riequilibrio dell’asse politica italiana oltre a rimuovere un ostacolo, certamente non piccolo, per l’unità politica del nostro stesso partito.

Ezio Locatelli

C’è un punto insistito nella relazione del segretario. Il risultato di queste elezioni, risicato quanto si vuole, rappresenta uno spartiacque: siamo alla sconfitta di Berlusconi, all’apertura di una nuova fase. A proposito del crinale stretto e scivoloso che siamo chiamati a percorrere. E’ una consapevolezza che dobbiamo avere ma senza perdere di vista l’ordine delle priorità, dei problemi, delle risposte a meno di scegliere una sorta di messianismo politico. Sulla linea di condotta da tenere. Anche su questo condivido lo sviluppo di ragionamento sul nesso alternanza-alternativa. Massimo impegno per la tenuta del vincolo politico-programmatico intervenuto con l’Unione, da assumere non nei termini di un vincolo subito, ma l’esatto contrario, di un vincolo che rappresenta delle potenzialità, che deve essere agito per dare corso ad una effettiva svolta politica. In quest’ottica l’aspetto fondamentale sono i rapporti di forza che costruiamo nella società. Lo dico a partire dal caso paradigmatico della Lombardia dove sì, il risultato di Rifondazione è un buon risultato, in alcuni casi straordinario, non solo il frutto di un trend ma di un certo tipo di presenza politica, tuttavia questo è un risultato che si iscrive in un contesto in cui non c’è spezzatura del blocco di riferimento della destra. Di sicuro la destra giocherà questo risultato in termini ostracistici, di contropotere. Allora penso di un partito che anche nella sua dimensione nazionale deve fare una scelta, riconoscendo maggiormente l’importanza di alcuni processi politici e di alcuni territori, ragionando intorno ad un investimento di risorse, di progetti, di nostro radicamento, di modificazione di rapporti di forza. Il partito, i problemi di rinnovo del gruppo dirigente. Visto il passaggio delicato affrontiamoli all’insegna di una larga unità.

Marco Nesci

La relazione offre spunti di riflessione molto interessanti, condivido l’analisi e l’impianto di fondo, esprimo una preoccupazione e alcune brevi valutazioni. Non c’è dubbio sul fatto che occorra presidiare il programma dell’unione, che l’alternanza sia alternativa alla grande coalizione, e che solo a partire da qui si può orientare l’azione verso una alternativa di società. Molto interessante l’analisi di rifondazione culturale di “popolo” che è il cuore vero del progetto. La preoccupazione sta nel fatto che lo stato del partito, la sua capacità di saldare l’azione politica con i soggetti sociali, marca molti punti di distacco, in particolare verso il mondo del lavoro e verso quei soggetti coinvolti nei temi dell’assistenza sociale e sanitaria. In questo contesto l’interlocuzione tra potere e clientela (intesa come assistenza e favoritismo spicciolo), ossia la creazione di “dipendenza” alla classe dominante che esercita il clientelismo per ottenere l’esigibilità dei diritti rischia di rendere impenetrabile proprio quella “rifondazione culturale di popolo” e creare una barriera insuperabile al passaggio dall’alternanza all’alternativa. La risposta sta dentro una profonda ristrutturazione organizzativa del partito che al pari dell’apertura all’esterno e della costruzione della sinistra europea, è fondamentale per riuscire nell’impresa. Da qui anche, come sottolineava Fausto, la necessità di “autonomia” del partito. Il partito in Liguria avanza in modo significativo in voti assoluti rispetto alle regionali di un anno fa di 36735 al Senato e di 20067 voti alla Camera rispettivamente pari al 68,31% e del 37,31% del precedente elettorato. In primo luogo occorre sottolineare che la scelta politica di accordo politico con l’unione si è rivelata largamente condivisa dal popolo largo della sinistra che ha riversato, dentro questa scelta, un orientamento verso il nostro partito, proprio a valorizzare ed accentuare una connotazione di sinistra per superare Berlusconi e il berlusconismo. Da indagare lo scarto negativo in voti assoluti tra Senato e Camera al Prc. Il voto giovanile al Prc c’è stato, è evidente che il fenomeno di spostamento tra il voto del Senato e la Camera riguarda quindi oltre mezzo milione di voti. In ogni caso occorre approfondire due aspetti del voto giovanile: Il voto giovanile a destra e centrodestra è significativo seppur quello dato al centrosinistra è largamente maggioritario. Il voto giovanile al centrosinistra va in modo prevalente e massiccio all’Ulivo. Questo ci pone alcuni interrogativi che mi limito solo a citare: la cultura prevalente dell’individualismo e della competizione attraversa tutte le generazioni, anche quelle più giovani, e ciò premia a destra e il moderatismo di centrosinistra; il coinvolgimento dei soggetti sociali, a partire da quelli giovanili, sui temi politici e sociali è molto marginale e tale da non costruire “cultura” e “coscienza di classe”; troppo forte il distacco tra “l’enunciato” e la pratica di conflitto sui territori sui grandi temi sociali del lavoro e dei diritti (salute, trasporti, assistenza).

Vito Nocera

Le scelte fatte in questi anni segnano per noi – insieme – un risultato e la necessità di una nuova ripartenza. Nel voto vince o regge meglio - in entrambe le coalizioni chi parla a strati reali e larghi dell’Italia, ne interpreta meglio bisogni materiali e pulsioni emotive, chi prova ad assumersi rappresentanza sociale di realtà articolate di parti del paese. Sta qui la cifra del risultato nostro: la refrattarietà a ogni politicismo, l’idea che la società non è un insieme omogeneo ma luogo di conflitti, interessi, pulsioni emotive, blocchi di energie che si scompongono e si ricompongono. La società italiana è tutt’altro che permeata dal progetto dell’Unione. C’è da indagare la realtà difficile del Nord, alcune aree del Mezzogiorno, anche quella parte dell’Italia dove permane una forza ma più come replica di rapporti del passato che per un progetto nuovo. Per questo è decisivo il ruolo nostro. Dobbiamo sfuggire la tentazione di fare i capofila delle forze minori di sinistra, limitarci al solo campo della sinistra radicale. Ha ragione Bertinotti, la linea che separa elettore radicale e riformista non è di separazione netta, c’è qui un punto di riflessione che ci spinge a una ricerca più ambiziosa. Del resto è necessario per la crisi e i limiti degli altri. La curvatura della campagna elettorale sul debito pubblico è stata un errore, al Nord non è un valore e al Sud ha fatto temere una nuova politica di tagli. Qui l’affondo populista di Berlusconi ha strappato risultati. In Campania hanno votato 700 mila elettori in più di un anno fa’, più di 600 mila li ha guadagnati F.I. e dall’astensione arriva anche l’aumento nostro più che da serbatoi politicizzati. Non dobbiamo coltivare istinti di restaurazione, ma andare ancora più avanti con grande slancio di innovazione e di apertura.

Bruno Pastorino

Se il voto a Rifondazione è straordinario (anche a Genova. In alcuni quartieri sopra il 17%: cifre da vertigine); la fotografia del Paese che ci fornisce questa tornata ci interroga sulla dimensione surreale di tante nostre discussioni passate e su una profonda incapacità di decifrazione della società. Il binomio populista sicurezza-illegalità conquista pezzi della nostra classe che in quella ricetta trovano ingredienti convincenti per sopravvivere al disastro sociale e al loro precipitare in basso. Altro che moderatismo, allora. La politica deve riacquisire radicalità che non è - sia chiaro - la frase scarlatta o l’uso agitatorio di qualche proposta; ma l’avvio di una stagione riformatrice concreta ed esigibile. Bisogna pensare come contrastare il progetto moderato delle classi dirigenti italiane generalmente più gattopardi che caimani. Allusa già in campagna elettorale con una prepotenza mediatico-culturale capace di oscurare il congresso della Cgil con il convegno della Confindustria, di gettare nell’ombra la vicenda francese sul Cpe e di ridurre il termine “noglobal” a sinonimo di archeologico e minoritario, l’ipotesi di grande coalizione viene adesso presentata come antidoto al sovversivismo di alcuni settori. Per sconfiggerla dobbiamo forse pensare a tre cose. Una; scartare la nozione del governo amico. Due; la scelta convinta de L’Unione vincendo l’idea che sia un cartello da usare occasionalmente. Tre, la Sinistra Europea. Di quest’ultima piuttosto della presunta accelerazione contesterei la troppa lentezza. E mi preoccuperei che non sia delegata ai soli piani alti dei gruppi dirigenti, che sappia articolarsi nelle reti concrete dei territori e che venga superata l’ambiguità di quanti tra noi spesso l’approvano nazionalmente ma poi - quando va bene- non spendono alcuna attenzione perché nelle periferie viva davvero.

Gianluigi Pegolo

La ricerca dell’unità interna del Partito richiede in primo luogo che si rimuovano discriminazioni ingiustificabili ai danni delle minoranze. Il risultato elettorale assegna significativamente alle minoranze solo 7 parlamentari su 68. La ricerca dell’unità implica anche una convergenza politica. A tale proposito è utile soffermarsi su tre questioni. La prima riguarda l’analisi del voto. Temo che abbiamo sottovalutato la portata del recupero nell’ultima fase del centrodestra. Questo evento non è solo il portato degli errori tattici compiuti dall’unione ma anche di una sua profonda inadeguatezza condizionata dal retroterra liderista delle sue componenti moderate. Un secondo elemento di riflessione riguarda la prospettiva politica per battere la tentazione neo centrista non è sufficiente assumere come principio ispiratore della propria iniziativa la “garanzia di affidabilità” nei confronti dell’unione. L’unità non può essere conseguita attraverso l’appiattimento dovremo insomma essere unitari ma non subordinati. Il terzo elemento di riflessioni riguarda il che fare. E’ giusto impedire l’arretramento della coalizione del centro sinistra rispetto al programma sottoscritto, ma questo orientamento necessario non è tuttavia sufficiente. Restano fondamentali iniziative che non rientrano nell’orizzonte della coalizione. Penso al ripristino della scala mobile, alla lotta contro le privatizzazioni e al rifiuto di vecchi e nuovi impegni militari. Ritengo infine che la proposta della sinistra europea sia in questo quadro inadeguata in quanto preclusiva della costruzione di un ampio schieramento della sinistra di alternativa, condizione essenziale per impedire svolte moderate nella coalizione di governo.

Marilde Provera

La cultura politica italiana è progressivamente scivolata, nel finire del ’900, dal riconoscimento maggioritario dc, prima nell’aggressivo individualismo craxiano e poi nel berlusconismo esasperando nella cultura liberista l’individualismo e l’interesse gretto di piccoli gruppi che tendono a difendere il loro interesse immediato, indifferenti alle sorti del Paese e delle prospettive della collettività nel suo insieme sociale e ambientale. Tende a distruggere il riconoscimento in classe perché impone modelli e paure estranei alla reale condizione materiale delle singole persone. Svalorizza conclusivamente il lavoro prestato, produttivo, esaltando il valore dell’accumulazione di capitale a prescindere dalla sua origine e modalità. Solo nella lotta di fabbrica si ricostruisce tra i lavoratori la lotta di classe che però non trova un’immediata corrispondenza nel disegno politico di società più ampio e, così si richiude in fabbrica e nella rispondenza alla sollecitazione della sola organizzazione sindacale. Nel voto, infine, si astrae e laddove c’è minore maturità sociale e sindacale è preda delle ultime e più immediate suggestioni. Questa devastazione culturale e sociale è registrata dal voto che batte Berlusconi (per fortuna) ma mantiene un blocco moderato centrista (berlusconiano, di cultura ex D.C. o di deriva centrista di parte dei Ds) molto forte. Nel voto risulta evidente l’affermazione di un’altra Italia (percentualmente e in voto assoluto) della sinistra più radicale con un buon risultato di Rifondazione Comunista. Ci si attende da noi, una capacità di azione coerente con il voto espresso; per altro verso se un progetto culturale politico e sociale non si estende nella società, nel sentire profondo delle persone in carne ed ossa, si rischia di essere stretti nella sola azione governativa tra il cedere o il rompere, con disastrose conseguenze nella lettura dell’elettorato. In questo quadro non mi cimento sull’affermazione di “perseguire l’alternanza tra due modelli di governo come passaggio utile verso l’affermazione di un’alternativa di sinistra”, anche perché sarà condizionata da scelte non solo nostre. Ritengo invece indispensabile comprendere in cosa sostanziamo il nostro agire e il nostro modo di essere. Diventa determinante definire come l’azione del Partito possa dispiegarsi, autonomamente dalle contingenze governative, nel rapporto con i movimenti quando sollecitano lotte e movimento, quando il riflusso annichilisce la capacità autonoma di organizzarsi della società. In questa autonomia di elaborazione, di movimento e di lotta del partito e degli altri attori sociali, che sappia ricostruire anche con le nuove generazioni, oltre a prime concrete risposte immediate anche orizzonti e possibilità di spendersi, da battersi per un’“utopia realizzabile”. Primo banco di prova che delineerà immediatamente in quale quadro ci si muoverà nel rapporto con le altre forze di Governo: la stesura della legge finanziaria, l’immediata attuazione del ritiro delle truppe dall’Iraq, la cancellazione della legge 30 e degli ammortizzatori sociali e la campagna sul referendum costituzionale. Per tutto ciò diventa urgente e necessario ridefinire, sulla base del progetto politico che si intende perseguire lo strumento organizzativo: il Partito nel rapporto e nelle modalità di autonoma relazione: 1) con la sezione italiana della Sinistra Europea di cui è parte integrante, 2) con l’azione dei compagni che saranno impegnati e direttamente esposti nelle istituzioni.

Patrizia Sentinelli

La relazione di Bertinotti offertaci al dibattito non è solo puntuale, disegna un quadro d’insieme utile a compiere approfondimenti e passi in avanti nella nostra comune ricerca: il nodo alternanza alternativa e il ruolo centrale dei Movimenti. Il nostro risultato positivo - direi un successo - dentro la vittoria dell’Unione ci consente una discussione serena e l’obbiettivo cacciata delle destre- governo, una ripresa di solidarietà interna. Il voto ci dice di una difficoltà e insieme di una nuova possibilità per i processi di trasformazione sociale. Mai, infatti, per noi il governo è stato l’obiettivo finale. Solo un passaggio, uno strumento. Il “potere” verbo servile come ci ha ricordato Lidia Menapace a San Servolo. Non occupazione politicista delle istituzioni ma processo in movimento. Il successo ottenuto premia la linea tracciata in questi anni: le vertenze territoriali, i beni comuni, la nonviolenza, il Movimento. Proprio la territorializzazione che ha assunto il movimento, è l’elemento che va più indagato per comprendere quanto i processi di nuova identità, di risogettivazione sociale tornano a ridefinire comunità e senso sociale. Per risalire la crisi della politica si riparte da qui e per il governo e la maggioranza parlamentare dal programma condiviso e di nuovo dai conflitti. Perciò ritengo che un compito cui non possiamo sfuggire sia proprio quello di individuare veri e propri istituti di democrazia partecipativa, non solo sedi di consultazione ma reali luoghi di decisione compartecipata. Le destre hanno sistematicamente distrutto nell’azione di governo e di concezione istituzionale i corpi sociali intermedi in una corsa alla verticalizzazione propria dell’impresa, all’opposto l’Unione dovrà ricercare la circolarità, le reti, l’orizzontalità. Sta anche qui la ragione per votare No al referendum confermativo sulla controriforma costituzionale riscrivendo una nuova pagina per la democrazia del Paese, così come la priorità verso la lotta alla precarietà e l’affermazione dei beni comuni dovranno essere la barra del nuovo ciclo politico.

Giovanni Russo Spena

Non dobbiamo diventare “partito di governo”, ma essere partito che vive il governo come passaggio necessario per l’efficacia del conflitto sociale e per l’apertura del grande tema della “riforma politica”, della “costituente di popolo” (che è il cuore, alto ed innovativo, della ricerca che la relazione ci indica). Una riforma politica che, per non essere idealista e, insieme avventurista, ha bisogno di vedere la società nascosta, sommersa; ha bisogno di radici e radicamenti sociali, di movimento: di ricostruire pazientemente la rete delle territorialità, delle comunità, delle vertenzialità, un tessuto di strutture intermedie. Un “movimento di cooperazione sociale”, avrebbe detto Marx. E’ evidente, infatti, che la crisi di civiltà è divenuto anche fattore antropologico e spacca la società non solo verticalmente, ma anche orizzontalmente. Ha ragione Revelli: basta analizzare anche l’esito del voto per arguirlo, partendo da alcune regioni come il Veneto, la Lombardia, parte del Piemonte; vi è una parte larga di società che non pensa nemmeno più in termini di “sistema paese”. Non siamo ormai nemmeno più al “niente stato”; ma alla piena incapacità di concepire una qualunque forma di “noi”. E’ proprio in questo popolo “devastato” dalla rivoluzione restauratrice della globalizzazione la necessità della riforma della politica.

Nando Simeone

Abbiamo considerato il berlusconismo come un’anomalia italiana. In realtà, esso rappresenta una tendenza europea ed internazionale che ha come punto di riferimento i neocon americani. Infatti, la campagna elettorale 2006 di Berlusconi si è fondata sulle basi di quella americana, un tentativo di imitazione di quella fatta da Bush contro Kerry nelle ultime presidenziali Usa. Sfiorando, peraltro, il colpaccio, scongiurato per appena qualche migliaio di voti. Questa è l’ennesima dimostrazione che tra un neo-liberismo aggressivo (Casa delle libertà) ed un liberismo che si presenta tiepido e incerto (Unione), è il primo a vincere perché più persuasivo all’interno del suo blocco sociale e tra le fasce d’elettorato più indecise. La relazione del segretario rappresenta uno spostamento ulteriore verso posizioni più moderate rispetto alle ultime tesi congressuali. In particolare, ciò che riguarda l’accordo di governo come un passaggio verso un’alternativa di società. Oggi, invece, si riconosce che lo schieramento governativo rappresentato dall’Unione è soltanto un governo di alternanza che potrà evolvere verso l’alternativa: rimangono però oscuri i passaggi politici per giungere all’obiettivo. La Grande coalizione (considerata il pericolo principale) e l’alternanza, pur rappresentando due forme diverse da un punto di vista politico-istituzionale, in realtà prefigurano, comunque, le moderne forme di dominio della grande borghesia per governare la globalizzazione neo-liberista. Lo schema dell’alternanza, Prodi lo ha già praticato dall’opposizione quando, durante il punto più alto della crisi del governo Berlusconi scoppiata nel luglio dello scorso anno grazie alle mobilitazioni sociali, scelse di non far cadere il governo sulla spinta di quelle mobilitazioni, preferendo attendere il momento elettorale. L’unica strada possibile che ha di fronte questo governo, secondo me, è quella di frantumare il blocco sociale conservatore, compattato in cinque anni di berlusconismo, attraverso una politica che punti decisamente al miglioramento delle condizioni economico-sociali dei settori popolari. Gli obiettivi sono noti: abolizione della legge 30, aumento dei salari e delle pensioni, taglio delle spese militari, investimenti su scuola e sanità pubbliche. Mettendo in campo misure coraggiose in politica estera, come l’immediato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, Afghanistan e da tutti i teatri di guerra. Scelte chiare e decisive sulle quali l’Unione ha posizione differenti se non contrapposte. Questa maggioranza, del resto, contiene al suo interno forze politiche, come la Rosa nel Pugno o La Margherita, così diverse tra loro su alcune questioni fondamentali, da rappresentare già da sola una Grande coalizione. Per questo, il mio timore è che l’Unione si troverà di fronte a grosse contraddizioni che impediranno qualsiasi ipotesi di alternativa. Pertanto, ritengo che la sola possibilità di salvare l’autonomia del nostro partito e la sua internità ai movimenti e alle lotte sia quello di limitarsi a fornire un appoggio esterno al governo Prodi per evitare coinvolgimenti in eventuali scelte sciagurate e impopolari come, ad esempio, quella di rifinanziare la missione in Afghanistan, primo vero banco di prova di questo governo.

Rosa Tavella

Il nostro bel risultato elettorale rappresenta il riconoscimento di una linea e di una presenza politica percepita come positiva in questi ultimi 5 anni: la presenza nei movimenti e nelle lotte, l’internità ad essi, la ripresa di una discussione e di una tensione sui diritti sociali, di cittadinanza, di libertà, il ruolo politico svolto per la costruzione dell’Unione. Noi siamo parte importante dell’“altra Italia” che vuole contrastare l’Italia di Berlusconi. Abbiamo proposto simbologie positive, strumenti efficaci per rappresentare la nostra idea di società e di politica. Fausto Bertinotti è stato l’anima di tutto questo capace di mettere in ombra ciò che non va di questo nostro partito e di rappresentare viceversa la parte più interessante e innovativa della nostra ricerca politica. In questo senso per noi le due campagne elettorali, quella mediatica e quella vissuta nelle piazze si sono intrecciate e sono state entrambe utili e importanti. La presenza delle compagne elette, delle femministe oggi deputate e senatrici rappresenta il risultato di un lavoro lungo e tenace che oggi è importante valorizzare, rendere visibile, spendere nella costruzione del governo allargato e di quella grande riflessione su politica e società che il segretario propone. Sono particolarmente contenta per l’elezione di Vladimir Luxuria. La sua candidatura proposta come simbolo di una condizione negata ha travalicato positivamente questo intento. In campagna elettorale Vladimir con parole pacate, dolci, “normali” ha smontato l’idea della diversità come condizione “contro”, si è messa accanto a chi non vive e non sente come lei e ha proposto se stessa come componente di una nuova e più larga umanità. Sono molto d’accordo con il Segretario nel valorizzare del risultato elettorale la sconfitta di Berlusconi e del suo governo ma sono molto preoccupata della complessità politica e sociale che il risultato elettorale ci consegna. Mi domando perché in larga misura le regioni governate dal centro-sinistra non abbiano contribuito alla sconfitta delle destre. L’Unione perde rispetto alle regionali un po’ ovunque e un po’ ovunque Forza Italia recupera moltissimi voti. La legge elettorale ha spostato il consenso dai singoli candidati alle liste e ai leaders nazionali che le hanno rappresentate. Questo ci ha favorito anche laddove non vi erano nella nostra lista candidature condivise e riconoscibili dai cittadini. E’ necessario dunque, per noi, costruire una riflessione più ampia e più attenta della società italiana. Come costruire comunità? Dalle mie parti si moltiplicano iniziative identitarie contrabbandate per riscoperta e difesa delle tradizioni locali. In tutto questo anche i canti di mafia e il familismo mafioso rischia di venire legittimato. Per noi è evidente che tutto ciò nasce da una eterodirezione di un bisogno di esistenza, di una affermazione della propria vita che la modernità con le sue rappresentazioni oggi nega ma noi dobbiamo saper intercettare questo bisogno facendolo interagire con idee e rappresentazioni alternative per la costruzione di un’altra idea di socialità e di umanità. Per fare questo abbiamo bisogno di un partito non solo aperto e duttile, capace di deporre le armi della becera competizione interna ma di un partito capace di ritrovare il gusto della discussione aperta e dell’inchiesta. Utilizziamo la nostra affermazione elettorale anche per affrontare con maggiore tranquillità e in un clima positivo i tanti problemi che anche al nostro interno ancora dobbiamo risolvere.

Sandro Valentini

Sono d’accordo con Bertinotti sul fatto che il risultato del partito, oltre ad essere positivo sul piano elettorale, può essere pienamente speso in questa nuova fase politica apertasi nel Paese con la sconfitta di Berlusconi. Come si sa non ho condiviso il modo con cui si è giunti all’accordo di governo con L’Unione. Ero per un percorso diverso: prima il confronto programmatico e poi l’accordo politico. Sono convinto che i nostri risultati sarebbero stati migliori. Ma all’accordo di governo dovevamo comunque giungere. Il popolo di sinistra non avrebbe capito una nuova desistenza o un nostro disimpegno dal governo, sarebbe stato per noi, ma anche per il Paese, un disastro. Non mi appassiona più di tanto il dibattito Berlusconi e il berlusconismo. Intanto Berlusconi non è più il Presidente del Consiglio e questo non è poco, è la prima condizione per realizzare una politica di forte discontinuità con le politiche neoliberiste. Bisogna assumersi come partito responsabilità di governo, occorre “mettere tutti e due i piedi nel piatto” proprio per condurre una coerente azione riformatrice. Guai a noi se la scelta dovesse essere quella di stare seduti sulla riva del fiume aspettando il cadavere di Prodi. La vicenda della Presidenza alla Camera e il nesso che c’è tra alternanza e alternativa sono due questioni tra loro fortemente intrecciate. E’ importantissimo chiedere l’attuazione del programma, come è altrettanto importante mettere il partito nella capacità di sviluppare una sua automa iniziativa e non bisogna sottovalutare l’importanza di avere una squadra di governo autorevole: ma non meno importante è essere considerati dall’opinione pubblica come una delle principali forze fondative dell’Unione. Per questo, per rendere più forte, anche sul piano istituzionale, il patto di governo, è giusto chiedere uno dei quatto massimi incarichi istituzionali. Giusta, inoltre, la intuizione di considerare l’alternanza un passaggio obbligatoria per l’alternativa. Non è questo un tema nuovo. Questa discussione era presente già nel Pci. Non è la politica dei due tempi, perché l’alternanza oltre a impedire la “grande coalizione” introduce già alcuni primi elementi riformatori caratteristici dell’alternativa. Per dare maggiore forza all’alternativa bisogna costruire la Se come prima tappa dell’unità dell’insieme della sinistra d’alternativa. Una sezione italiana della Se, non verticistica, con chi ci sta, larga, che guardi soprattutto all’esperienza della sinistra di classe tedesca. Raccolgo dunque la sfida lanciata, di qualificare la nostra presenza nel governo e di costruire la Sezione italiana della Se; ma per fare tutto ciò occorre anche rilanciare il processo della rifondazione comunista superando il congresso di Venezia e le mozioni. La rimozione delle divisioni e la ricerca dell’unità, col la fase nuova che si è aperta, devono avvenire attraverso un libero dibattito e non passare con un nuovo accordo tra le mozioni. Non faremmo così il bene del partito.

Pasquale Voza

Io vorrei porre un problema cruciale, che sta dinanzi alle forze dell’Unione, emerso dalla stessa vicenda elettorale e che poi chiama in causa, in maniera speculare e specifica, anche il nostro partito: il problema del grosso deficit di egemonia politica e culturale nella società. A questo - credo - alludesse Bertinotti nella sua relazione, quando ha parlato di crisi radicale della politica. (Del resto, è da tempo che diciamo che non si tratta soltanto di battere Berlusconi, ma soprattutto di sconfiggere il berlusconismo, che non è riconducibile al solo ambito delle culture politiche, ma anche a quello, ben più complesso e intricato, del senso comune, dell’immaginario, delle tendenze socio-culturali e ideologiche). Sì, è vero, si è in buona misura sgretolato in questi anni il blocco sociale del berlusconismo, il mix di populismo e liberismo su cui esso poggiava: ma nelle viscere profonde della società italiana si muove e resiste un’antipolitica di fondo, che è come la sintesi ideologica, la religione suprema, il contenitore complessivo di quel mix di populismo e liberismo. Dunque, sì, crisi del blocco sociale del berlusconismo, ma dobbiamo saperlo (soprattutto da Gramsci) che la crisi è anche ristrutturazione, almeno potenziale. (E l’“estremismo populista” dell’ultimo Berlusconi - di cui ci parlava Bertinotti - è assai indicativo anche in questo senso). Dunque, c’è bisogno di una forte iniziativa politica e culturale contro questo processo di crisi- ristrutturazione. Dobbiamo saperlo che siamo ancora nella fase di una gigantesca e inedita rivoluzione passiva, con al centro ( ancora, anche se in forme nuove, rispetto a quindici- venti anni fa) una scissione profonda tra il sociale e il politico, che è la vera forma di un nuovo americanismo, e che può produrre una angosciosa frammentazione- proliferazione-afasia della società, e può inchiodare ad un antagonismo meramente difensivo e/o ribellistico. La nostra parola d’ordine, la nostra prospettiva dell’internità (dell’essere interni ai movimenti) forse va affiancata alla prospettiva di una nostra capacità di produrre, di suscitare noi movimenti, conflitti, azioni di lotta. Io penso che questo nodo cruciale del rapporto movimenti-partitiforme della politica dovrebbe diventare il cuore della nostra riflessione e iniziativa politica.

Redazione di Liberazione
Roma, 22 aprile 2006
da "Liberazione" (del 28 aprile 2006)