Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista
Roma, 14 - 15 Ottobre 2006

La sinistra europea, molteplice e unitaria

Il cpn che si concluderà oggi dà il via al percorso che porterà alla nascita del nuovo soggetto dell’alternativa. «Quella di cui si discute non è la nostra finanziaria, va migliorata ma introduce un cambio di rotta significativo»

Molteplice ma unitario. Per capire e per chi ha un po’ di dimestichezza col linguaggio sindacale: confederale. Insomma, un “patto fra differenti”. Stamane il comitato politico nazionale (quello che i media chiamano per rapidità il parlamentino) di Rifondazione metterà il timbro dell’ufficialità alla partenza della Sinistra europea. Al nuovo soggetto politico della sinistra d’alternativa. Lo farà con un voto e a quel punto il percorso comincerà: via alla fase costituente, a primavera un primo appuntamento nazionale. Da cui partirà un’ulteriore fase per insediare il “nuovo soggetto” politico in tutta Italia.

Si comincia, insomma, ora è ufficiale. E di questo processo Rifondazione sarà il motore. Che tipo di motore? Ecco, allora, la discussione al Cpn iniziata ieri. Avviata appunto dal tentativo di definizione del nuovo soggetto politico tratteggiato da Walter De Cesaris. E’ stato lui, insomma, a parlare di soggetto confederale. Di un “patto” fra diversi - siano associazioni nazionali, siano l’articolatissima rete di gruppi e movimenti locali - che avranno “pari dignità” di Rifondazione in questo progetto.

Ma a De Cesaris premeva soprattutto spiegare che è arrivato il momento di definire «in positivo» il nuovo soggetto. Fino ad ora lo si è fatto solo col procedimento inverso. In negativo: non sarà la somma di personale politico, di ceto politico, eccetera, eccetera. Invece? Sarà una forza - l’unica a ben vedere - che nasce con una chiara impronta europea. E non sarà un vezzo, come suggerirà anche Graziella Mascia: perché tutti i problemi che la sinistra italiana si trova di fronte (dalla lotta alla precarietà, alla battaglia per preservare i beni comuni) rimanda ad una dimensione sovranazionale. Ad una dimensione europea. O si vince lì o non si vince. Ancora: sarà un originale progetto politico che nasce “dentro” i movimenti, sarà un soggetto che nasce per cambiare la politica. Il modo di fare politica.

E se è così, la querelle sul fatto che la Sinistra europea nasca come risposta “radicale” alla prospettiva moderata del partito democratico, finisce prima ancora di nascere. I due progetti insomma non sono in relazione, quella della Sinistra europea nasce tanto tempo fa (anzi c’è anche qualcuno, come Salvatore Cannavò, della Sinistra critica, una delle minoranze di Rifondazione, secondo il quale ci si arriva ormai troppo tardi, dopo che si è persa la chance offerta dai movimenti di inizio decennio), i due progetti non sono in concorrenza. Certo, il sottosegretario Alfonso Gianni non la pensa esattamente così (dirà che comunque «non è un caso che le due strategie arrivano a concretizzarsi contemporaneamente») ma tutti sono d’accordo che la Sinistra europea e il partito democratico si muovono in completa autonomia. Il che non vuol dire che non ci sia una sfida aperta. Insomma ora sono a confronto due ipotesi antitetiche: una, quella riformista, che accetta il quadro dato, che accetta le compatibilità imposte dal liberismo. Magari per temperarlo. L’altra che si pone come obbiettivo una vera alternativa, che prospetta una possibilità di superare i limiti imposti dal capitalismo. Una che nasce legandosi indissolubilmente all’idea di governo, l’altra prefigura una diversa società.

Sintetizzati così sembrano due percorsi facili. Ma non è così. Tanto più nel caso del partito democratico. E’ cronaca di questi giorni il dissenso totale verso la prospettiva del raggruppamento con Rutelli manifestato da settori importanti della sinistra e della stessa maggioranza diesse. Al punto che Fabio Mussi giorni fa ha spiegato che lui nel piddì non entrerà mai e ha rivelato interesse e curiosità verso la nascita della Sinistra europea. Su questo, ovviamente, sono fioccate le domande dei giornalisti che assistevano ai lavori dell’assemblea. Domande a cui, nell’intervallo dei lavori del Cpn, ha risposto il segretario Giordano (che ieri non è intervenuto ma che concluderà stamane). Lo ha fatto per ribadire che il progetto della Sinistra europea è completamente «autonomo» e avviato da tempo, ma anche per spiegare che da parte di Rifondazione c’è «rispetto e attenzione» per la discussione nei diesse. Attenzione ma nessun «incentivo a dinamiche scissioniste». Ma cosa accade davvero fra le forze riformiste? Giordano vede il fronteggiarsi di due culture: una liberal-socialista, che sembra prevalere. L’altra che definisce «socialdemocratica all’antica», keneysiana. «Tutte e due però subalterne, incapaci di disegnare una vera alternativa al liberismo».

No, la strada per costruire la Sinistra europea sarà allora un’altra. «Una strada in controtendenza rispetto alle vocazioni plebiscitarie che si affermano nella sinistra moderata, attenta alla società», dirà Ramon Mantovani, una sinistra che sappia superare anche i limiti dell’agire politico di questi anni, quella sorta di «universalismo astratto», come l’ha definito sempre Graziella Mascia.

Una prospettiva sulla quale non tutti si sono detti d’accordo. Di Salvatore Cannavò s’è detto (l’esponente di Sinistra critica dal palco ha respinto, quasi scandendo le parole, le voci che vogliono tentazioni scissionistiche della sua area ma la sua opposizione resta netta: «Se la nuova formazione sceglie un orizzonte socialdemocratico dico che non voglio morire socialdemocratico», spiegherà alle agenzie). Critici anche gli esponenti de l’Ernesto, la più consistente delle minoranze. Che comunque, così pare di capire, al suo interno esprime posizione più variegate. Fra chi, come Fosco Giannini, che sempre alle agenzie denuncia la deriva «a-comunista» della nuova formazione che si vuole costruire, ad Alberto Burgio che - anche lui all’Agenzia Italia - dice che occorre «dare vita ad una azione unitaria a sinistra, con tutte quelle forze che si schierarono sul referendum per l'abolizione dell'articolo 18».

Non tutti sono d’accordo ma la stragrande maggioranza degli interventi sì. Così come sono d’accordo che in questo processo resterà Rifondazione. Il partito della Rifondazione comunista. «Da innovare profondamente», dirà ancora Giordano in quel breve breafing coi giornalisti, ma resterà. Resterà come partito, autonomo, coi suoi simboli, con la sua cultura. Anche qui, nel dibattito sono arrivati pochi distinguo. Alfonso Gianni ha spiegato che secondo lui «la rifondazione comunista - con la r minuscola - si attua dentro la sinistra europea». Frase che qualcuno ha interpretato come l’invito a superare l’attuale forma partito, spiegazione che il sottosegretario non ha negato. Ipotesi che, come detto, non ha trovato molti consensi. Milziade Caprili, vice presidente del Senato, ha detto addirittura che questa prospettiva «sarebbe un suicidio». Certo si parla di un partito che vuole comunque innovare la sua cultura. Vuole continuare ad riflettere sul suo agire politico (e lo farà nella conferenza di organizzazione, anche questa in programma all’inizio della primavera). E deve innovare sempre di più. A cominciare dagli strumenti decisionali, che guardano ancora al secolo scorso, come dirà Elettra Deiana e in qualche modo anche Nicola Fratoianni.

Ecco, nel «parlamentino» di Rifondazione si discute così. E si discute così nel vivo di uno scontro durissimo, quello sulla finanziaria. Maurizio Zipponi, nella sua comunicazione sul tema, ha ricordato che «questa non è la finanziaria del Prc», che certo non ci piace in tutte le sue parti - a cominciare dalle sue dimensioni visto che Rifondazione avrebbe preferito «spalmare» il rientro nel famoso 3,1 per cento in più anni - ma è un documento che comincia ad affermare una prima, timida, inversione di rotta. Soprattutto nella parte dove si ridisegnano le aliquote fiscali. Cominciando a redistribuire reddito verso i ceti più bassi. «E meglio di noi, i padroni sanno benissimo che quel che conta è la direzione di marcia. - dirà ancora l’ex dirigente della Fiom - E infatti Montezemolo s’è schierato all’opposizione di questa finanziaria». Una tesi che non convince affatto, però, Giorgio Cremaschi. Lui parla apertamente di finanziaria socialiberista, al massimo «onestamente democristiana». Con pesanti attacchi allo Stato sociale, di cui forse troppo poco s’è parlato. Perché Cremaschi spiega che è sbagliato dire che «la finanziaria non mette mano alle pensioni. Non lo fa dal lato dei soldi che arrivano ai pensionati, rimandando comunque ad una trattativa col sindacato da iniziare a gennaio. Ma già ora, lo fa aumentando le quote di versamenti a carico del lavoro». Finanziaria da contrastare, allora. «Ma come si fa, se non la si descrive per quel che è?». Anche altri, esprimono tanti dubbi. Fino all’amministratore di un grande Comune della Toscana che, conti alla mano, spiega come quella di Padoa Schioppa per gli enti locali sia peggiorativa rispetto a quelle di Tremonti. E tutti, tutti gli interventi, diranno che comunque è da migliorare. In molte sue parti. Con la battaglia parlamentare ma soprattutto facendo leva sui movimenti. A cominciare dalla manifestazione dei precari del 4 novembre. Oggi, riprende il dibattito e poi le conclusioni di Giordano.

Stefano Bocconetti
Roma, 15 ottobre 2006
da "Liberazione" (del 15 ottobre 2006)