Il tema è quello del rinnovamento e del mutamento della nostra presenza organizzata nella
società italiana. Questo tema non è separato da quelli della strategia di fondo e dell’innovazione
culturale.
Una riflessione, un mutamento e un rinnovamento della nostra presenza organizzata che si rende sempre
più urgente. Va detto apertamente, investiamo sul partito e sulla società, in forme
del tutto nuove.
Vogliamo impegnarci nel ricostruire la densità e la forma della nostra presenza nella società,
assistiamo di fronte a noi con preoccupazione a processi di desertificazione della politica
nella società attraverso le forme della passivizzazione e dell’americanizzazione della
politica.
Se si allargasse questo processo per noi sarebbe una sconfitta strategica. La stessa costruzione
del Partito Democratico si muove dentro questo quadro strategico, essendo fondata tutta sul tema
del governo, sulla centralità dell’autonomia della politica, sulla passivizzazione dei
processi sociali.
Noi al contrario, puntiamo tutto il nostro progetto sulla partecipazione.
Occorre analizzare anche storicamente il rapporto che si è determinato tra sindacati e politica.
Da alcuni decenni ormai si è determinata una sorta di divisione di funzioni tra sindacati
e politica. Al partito la centralità della politica, al sindacato il tema del conflitto sociale
secondo le regole dettate dalla politica. Si tratta per noi di ridare forza all’idea della
politica intesa come partecipazione, come conflitto sociale. Qui fondiamo il tema della riforma della
politica.
Oggi oltre la ripartizione del passato, oltre ad un rapporto di delega alla politica, avviene
una sorta di istituzionalizzazione del sindacato. Per noi si tratta di rimobilitare la società e
ristabilire un rapporto strategico con il movimento nella ricostruzione anche di una critica anticapitalista.
Si tratta di ricostruire una presenza di Rifondazione Comunista nella società italiana recuperando
una autonomia dal rischio di istituzionalizzazione.
Se questo è l’obiettivo, noi in questa conferenza d’organizzazione non possiamo
ripetere il modello e le forme tipiche dei congressi, non faremo un congresso camuffato. Ricerchiamo
una partecipazione vera, questo è quello che vogliamo sollecitare nel corpo del partito, è un
tema troppo rilevante per noi per non cogliere una occasione vera di discussione e di coinvolgimento
di tutto il partito. Siamo aperti a quanto di meglio può uscire da un percorso democratico
e partecipato, vogliamo da un lato garantire le assemblee congressuali ma dall’altro liberare
la discussione.
La costruzione di un percorso e di un dibattito lineare. Noi sappiamo che accanto a questo andrà avanti
un altro processo, che è quello della costruzione della sinistra di alternativa, ma lo facciamo
non anticipando noi il modello e le forme del nuovo soggetto: no, adesso stiamo investendo su di
noi, anche per non sottrarre ad altri discussioni che avranno sedi proprie, investiamo sul partito:
quale Partito, quale Rifondazione Comunista, sia dal punto di vista culturale sia da quello organizzativo,
entra dentro la sinistra europea e quale è la sua autonomia politica e organizzativa.
Questo percorso lo combiniamo con lo strumento dell’inchiesta, uno strumento importante, una
inchiesta non sociologica, i cui risultati arriveranno dentro la conferenza nazionale e dovranno
in qualche misura determinare anche una correzione del documento con il quale la conferenza si avvia,
incidendo sul percorso. Una conferenza quindi che nasce dentro la crisi della politica, riflette
sulle nostre difficoltà e ambisce a entrare in relazione con le esperienze più innovative
che si sono sviluppate dentro la stagione dei movimenti e punta a ricostruire una presenza e una
modalità di aggregazione di realtà che si sentono di appartenere ad una sinistra di
alternativa e che hanno sviluppato un loro percorso autonomo.
Noi non riproponiamo il modello organizzativo che ha caratterizzato le forme della politica del
novecento, perché non tiene conto delle trasformazioni avvenute nell’organizzazione
sociale.
Si è avuto per lungo tempo un dibattito tra il Partito Comunista francese e quello italiano
sulle forme dell’organizzazione, il pc francese ha investito esclusivamente sul rapporto con
la condizione sociale ed ha organizzato la propria struttura di conseguenza, mentre il pc italiano
ha investito sul territorio come luogo della ricomposizione: ma parlavamo di una società fortemente
strutturata, che oggi non esiste più, dobbiamo pensare che oggi l’adesione al partito
avvenga dentro un processo di maturazione di coscienza compiuta come una volta, oppure possiamo pensare
ad esperienze parziali, ad impegni nella società rispetto a temi particolari e che producono
indirettamente coscienza politica?
Dobbiamo ricostruire un percorso identitario fortemente innovato e che ragioni in particolare sull’esperienza
vissuta nei movimenti, sapendo che questo non esclude che possiamo pensare a forme e luoghi in cui
favorire il terreno della ricomposizione della militanza.
Dobbiamo pensare ai tempi, ai modi, alle forme in cui si organizza la società e le nostre
modalità non possono prescindere da queste, pensiamo solo, per capirci, ai tempi delle donne.
Anche sulla questione della differenza di genere noi dobbiamo fare una accelerazione vera, noi registriamo
che quanto scritto sullo statuto rispetto alla rappresentanza delle donne non viene applicato quasi
ovunque. Noi dobbiamo dire che dopo un certo periodo, se non si apportano correzioni, quell’organismo
decade.
Altro punto di innovazione e correzione importante contenuta nel nostro documento è quello
dell’autonomia rispetto alle istituzioni.
Il tema è quello della capacità di autonomia soggettiva del nostro partito. E’ possibile
che esista una forte separazione delle carriere, per cui qualcuno è destinato a rimanere
sempre nel lavoro del Partito, ed altri a non uscire mai dagli incarichi istituzionali? è possibile
che non si incrocino mai queste due condizioni e non si possa investire una esperienza maturata in
una particolare postazione per completarla nell’altra? Riuscire a realizzare questo passaggio è importante
sia sul terreno dell’efficacia ma anche su un terreno più propriamente simbolico sul
terreno della cultura politica.
C’è infine il pericolo della deriva dei comitati elettorali a cui abbiamo assistito
nelle ultime campagne elettorali e che considero una malattia pericolosa che non può prendere
campo nel nostro Partito.
Nel dibattito che qui abbiamo sviluppato, ho sentito ancora una discutibile centralità del
tema del governo, anche da parte di chi lo critica. Noi, in realtà, dobbiamo incidere nella
nuova partita che si apre senza separare la questione del governo da quella sociale, non misurandola
quindi nell’ambito dei rapporti parlamentari. In sostanza noi non possiamo fotografare gli
attuali rapporti di forza parlamentari, registrare le differenze e di conseguenza ogni volta decidere
se è stata giusta o sbagliata la scelta iniziale, se noi rimaniamo prigionieri di questo schema
la nostra sorte è segnata.
Non avremmo vinto sui precari della scuola se non avessimo costruito la mobilitazione del 4 novembre,
dobbiamo investire nella società e nel movimento, dobbiamo costruire una nuova soggettività che
modifichi i rapporti di forza. Questo è il tema della nostra discussione.
E ci sono le condizioni per vincere questa sfida.
Abbiamo superato la fase della legge finanziaria ed abbiamo espresso un giudizio equilibrato, stante
quelle quantità della manovra, su cui non eravamo d’accordo, abbiamo svolto un ruolo
significativo, segnando una discontinuità nelle politiche neoliberiste, in particolare nella
politiche redistributive e sul tema della precarietà.
Nella discussione del Cpn è emersa l’esigenza, che condivido, che occorre modificare
le modalità con cui viene costruita la legge finanziaria. Le dimensioni dei temi e la brevità dei
tempi espropriano il Parlamento di una discussione e impediscono l’esprimersi di una soggettività sociale,
ed in cui ormai si stabilisce una centralità del governo rispetto al parlamento. Dovremo qui
produrre un cambiamento.
I sondaggi, che vanno sempre considerati sondaggi, indicano accanto alla diminuzione del consenso
del governo la crescita del consenso verso di noi. E’ chiaro che su di noi si deposita una
attesa e una fiducia rispetto all’efficacia e alla possibilità di incidere sulle politiche
del governo. Ma questa contraddizione non può continuare a lungo, torna il tema di come investire
questa fiducia in iniziativa concreta.
Ci sono di fronte a noi due strade, da una parte quella indicata dai poteri forti e dalle gerarchie
ecclesiatiche, dall’altro quella della ricostruzione del nesso tra centralità del programma
e popolo dell’Unione. Nei prossimi mesi è destinata ad emergere qual è la vera
identità politica e sociale di questo governo. Per questo dobbiamo continuare a lavorare dentro
l’instabilità che c’è in questo governo dal lato dell’iniziativa
sociale. La piattaforma della fase 2 non ha un consenso di massa, dobbiamo farlo emergere giocando
fino in fondo sul terreno dell’alternativa di società.
L’assemblea di Mirafiori, fortunatamente, ha cancellato mediaticamente la manifestazione del
2 dicembre. Ma attenzione, cosa ci dice quella manifestazione? Che è ancora forte, grande
e di massa il segno populista dell’aggregazione che si stringe attorno a questa destra, e che
oggi la parola d’ordine non è più “arricchitevi” ma è la difesa
della ricchezza e dei privilegi contro il partito delle tasse.
C’è una vitalità e una densità di questa destra, in cui insieme si agita
la paura del diverso, immigrati e tossicodipendenti, ma anche l’individuazione del nemico,
dei comunisti al governo. Come rispondiamo? Con una politica tecnocratica, come diceva l’Unità nel
riportare l’incontro nello stesso giorno con la finanza e i banchieri? Non dobbiamo sottovalutare
neppure la manifestazione di Palermo di Casini, perché da lì arriva il messaggio dei
poteri forti, non è il “governo dei volenterosi” che ci fa paura, quella strada
non è percorribile, sarebbe la fine dell’Unione, ma per quella via arrivano le pressioni
e i condizionamenti di quei poteri che spingono sulle liberalizzazioni, la competitività,
le pensioni, la sanità, il pubblico impiego, il ponte sullo stretto.
Da un lato quindi la critica populista, dall’altra quella che chiede più rigore e tagli.
Noi dobbiamo rimettere in campo il popolo dell’unione, le manifestazioni di queste settimane
su precarietà, pace, contro la violenza sulle donne, contro le grandi opere, quei movimenti
e quelle lotte debbono poter trovare una riconnessione.
Il tema delle pensioni ci richiamano ora a lavorare attorno alla chiave della partecipazione e della
democrazia.
Noi il 18 Gennaio svolgeremo questa nostra assemblea in cui avanzeremo in modo organico la nostra
proposta. Avremo tempo anche di verificare su cosa è basato questo allarme sul tema pensioni,
se è determinato da dinamiche di mercato o al contrario dai conti della spesa pubblica. Naturalmente
noi abbiamo una nostra opinione, riteniamo che vi siano spinte che puntano alla valorizzazione dei
fondi pensioni. Ma, abbiamo già detto ieri, ribadiamo la contrarietà allo scalone e
la propensione al meccanismo degli incentivi su base volontaria.
Il terreno della proposta è comunque legato alla partecipazione e al meccanismo democratico.
Nella proposta che dovrà avanzare il governo in base ad un modalità collegiale nella
maggioranza, nella piattaforma sindacale in base ad un percorso che riteniamo debba avere il passaggio
democratico delle assemblee dei lavoratori. Vedremo così quanto regge la proposta dei riformisti,
del partito democratico, quanto regge la fase 2 al passaggio democratico, al sentimento del popolo
dell’unione.
Anche il tema della competitività per noi si presenta come un terreno inacettabile. Cosa
chiede la Confindustria a questo tavolo? Vogliono scambiare un po’ di norme ininfluenti della
legge 30 con la flessibilità degli orari e il sovvertimento della cultura contrattuale che è esattamente
ciò che i sindacati metalmeccanici hanno negato a Finmeccanica nell’ultimo rinnovo contrattuale.
E’ irricevibile, non solo perché è ingiusto socialmente, ma anche sbagliato perché ci
infila nel vivolo cieco della competizione globale su un terreno marginale, che quello dell’azione
sul costo del lavoro.
Così come sulle liberalizzazione è venuto il momento di fare un bilancio che riguarda
l’abbassamento della qualità dei servizi, l’incremento della precarietà del
lavoro, l’aumento dei prezzi dei servizi: è giunto il momento che intervengano i lavoratori
dei servizi pubblici locali e gli stessi enti locali. Possiamo mettere in campo una soggettività sociale
che può entrare in contrasto, anche qui, con lo stesso blocco sociale del partito democratico.
Così come sulle questioni della laicità dello stato, dell’immigrazione, delle
tossico dipendenze, tutti temi su cui si aprono spazi e margini di iniziativa e relazioni sociali.
Ma accanto a tutto questo, va riaperta una battaglia delle idee e una polemica politica culturale
rispetto all’approdo neoliberale del Partito Democratico, un approdo che definirei liberaldemocratico.
Oggi, più di ieri, va posta la prospettiva di una società non fondata sul dominio della
merce, ma sulla possibilità della persona umana di decidere consapevolmente del proprio destino.
L’innovazione e la modernizzazione sono fondate sulla disuguaglianza, esse stesse sono produttrici
di disparità e precarietà.
La disparità, le nuove povertà, la precarietà diffusa, non sono una patologia,
ma una cancrena della attuale forma di produzione capitalistica. Sono il capitalismo. La debolezza
di un impianto riformista è costituito dall’illusione di intervenire su una presunta
cancrena chirurgicamente, temperando gli effetti del liberismo, di lenire la povertà senza
aggredire le cause che la determina.
Il lavoro viene ridotto a pura variabile dipendente e la valorizzazione del capitale si produce attraverso
delocalizzazioni produttive e attraverso la concentrazione in un’oligarchia mondiale che produce
il governo dell’intero movimento dei capitali con l’obiettivo del profitto più alto.
La forza lavoro viene inseguita dove la si può trovare al prezzo più basso. Nessuna
conquista di civiltà è al riparo per sempre: la precarietà sembra stare al lavoro
contemporaneo come la parcellizzazione sta al lavoro taylorista. Si delinea una nuova tappa nella
storia del rapporto tra il lavoro, l’economia e la società. Una ristrutturazione dei
saperi accompagna una nuova e autoritaria morfologia dei poteri.
Vogliamo ricostruire il nesso perduto nel ‘900 tra eguaglianza e libertà. Ma un’eguaglianza
in grado di valorizzare dialetticamente le differenze e la differenza di genere. Un pensiero in grado
di produrre una ricchezza di relazioni che si deve nutrire sia dal “partire da sé” proprio
del pensiero della differenza di genere, sia dalla mediazione efficace della cultura psicanalitica
che ha assunto la centralità del nesso corpo-mente. Bisogna provare a fuoriuscire dagli schemi
propri dei meccanismi della “democrazia liberale” che parlano di un “cittadino
astratto”, asessuato, disincarnato, forzosamente “egualizzato” nel consumo.
Una libertà fondante un’idea non liberale: una “libertà organica” ,
se vogliamo riprendere e sviluppare una felice formulazione di Gramsci. Una liberazione dall’asservimento
nelle nuove forme di organizzazione del lavoro dalle tante solitudini e logiche competitive, dalla
perdita di socialità. Ed è così che intendiamo procedere nel percorso avviato
con la nascita del Partito della Sinistra Europea: vale a dire una nuova soggettività politica
partecipativa ed unitaria della sinistra, capace di esprimere insieme la radicalità dei movimenti,
del conflitto sociale e della sinistra di alternativa per criticare le forme e la natura del potere
ed avviare la trasformazione sociale del nostro paese.